I.

La portinaia doveva essere entrata senza far rumore; aveva deposto,

lì accanto, sulla scrivania, quella lettera voluminosa, e se n’era

andata in punta di piedi, per non svegliarlo; sicuramente egli si era

riaddormentato a tavolino, sebbene si fosse levato appena di letto.

Così pensò lungamente il vecchio Desiderio, e fu un pensiero languido,

quasi inconscio, a cui seguì quest’altra riflessione:

“Il sole è entrato in camera da un’ora almeno; già dev’essere alto

sull’orizzonte, perchè la striscia d’oro ha lasciato il letto di

Speranza, ed è scesa sull’ammattonato.„

Per un poco non pensò più nulla, finchè il lavorìo pigro della sua

mente gli disse: “La striscia d’oro è impallidita; il cielo è nuvolo.„

Al vecchio Desiderio non importava affatto che il cielo si annuvolasse;

dacchè era venuto in terra, egli aveva preso il cielo come il Signore

glielo mandava, e da un poco in qua lo accettava anche con più

rassegnazione; pure a un pallido riflesso dei sentimenti modesti che lo

avevano animato una volta, vide nel proprio cervello l’idea fuggitiva

che quella giornata bigia non sarebbe piaciuta a Speranza.

“Poveretta! pensò; essa avrebbe spiato tutta la mattina un raggio

di sole, assicurandomi che prima del mezzodì la giornata si sarebbe

accomodata. E molte volte si accomodava per davvero, a quel tempo!„

Ora no; il bel sole non sarebbe più entrato nella casa che la

vecchia Speranza aveva lasciato da un mese, per sempre; o forse

vi rientrerebbe, una volta ancora, presto, appena Desiderio avesse

spiccato anche lui il gran volo. Quel giorno sarebbe festa solenne nel

melanconico nido.

Sì, era ben questo il solo, forse l’ultimo, desiderio di quell’anima

battuta e contenta; assomigliava a tutti i desiderii del passato,

perchè era modesto come quelli, e si sarebbe compiuto del pari, ma

anche più securamente.

Teneva gli occhi fissi sul letterone, e non gli nascendo ancora la

volontà di pigliarlo in mano, per indovinare chi gli avesse scritto,

continuava ad essere con la sua morta, rifaceva nel pensiero i

cinquanta anni di vita passati insieme. Appena due mesi fa, Speranza

era viva, sana, allegra; aveva ancora un viso gentilino, in cui

le rughe erano disegnate appena; ancora i grandi occhi di lei gli

promettevano la serenità del cielo; ancora la voce nota gli mormorava

parole che sonavano come la musica di chiesa.

Contenti entrambi, ringraziavano il cielo ogni sera perchè dalla loro

casa aveva allontanato la morte, la disgrazia e il turbamento d’ogni

brama smodata, avendo avuto cento occasioni, non una, di toccare con

mano quanta sia l’infelicità della gente che non si sa contentare del

poco. Una volta sola, quarant’anni prima, Desiderio aveva guardato

troppo in alto; e fu quando, maestro di disegno in una scuola serale,

sposato appena alla sua Speranza, immaginando che il nido luminoso

dovesse splendere più ancora se l’arte vi avesse mandato un raggio di

gloria, si lasciò tentare dall’idea ambiziosa di mettere un cartone

sopra il cavalletto.

— Farò il tuo ritratto, aveva detto pomposamente; sei contenta che io

veda se sono artista?

Speranza avendo battuto le mani, si era andata a mettere, come suo

marito aveva voluto, accanto alla finestra, in modo che la luce

battesse in pieno sulla faccetta bianca e sui capelli d’oro. E subito

erano venute due voglie all’artista novellino: coprire di baci il

volto ridente, e fare un capolavoro. Una voglia fu contentata subito;

ma inutilmente il povero maestro d’ornato consumò molti carboncini per

fare una figura che somigliasse press’a poco a Speranza. Sbricciolò

molta mollica di pane per cancellarla, dopo di che mise il cuore in

pace e scrisse allegramente sul foglio cancellato appena queste poche

parole che erano tutta la verità:

“Desiderio mio, rassegnati; tu non sei nato pittore, e ti manca la

forza di diventarlo.„

Anche sua moglie prese la cosa celiando, ma le rimaneva in cuore un

sentimento: “chi sa? la forza che ora ti pare di non avere, ti verrà

forse in seguito.„

— Forse; speriamolo.

La forza non gli venne mai, e il maestro di disegno si accontentò di

ammirare senza invidia la pittura degli altri.

Solamente non era persuaso che egli non fosse un pochino artista;

scandagliando tutto sè stesso, trovava in un cantuccio della mente

il germe di qualche cosa che poteva essere l’arte; e la sera, dopo

la scuola, menando a spasso la sua Speranza per i viali ombrosi, o

ascoltando il mormorio delle foglie, si sentiva tentato dallo stimolo.

Diceva allora dopo un lungo silenzio:

— Sai? mi pare proprio che qualche cosa di buono ci sia qua dentro; il

difficile è metterlo fuori.

Un giorno assicurò bonariamente che l’arte non è facile a nessuno, e un

altro giorno ebbe l’intuizione fuggitiva che i pittori veramente grandi

_forse_ erano stati quelli a cui la pittura aveva prima voltato le

spalle per darsi poi interamente all’artista importuno.

Desiderio volle essere importuno un’altra volta; solamente in luogo di

ostinarsi a pretendere che il cartone gli ripetesse la figura che aveva

sempre nel pensiero, sempre nel cuore, si provò a riprodurre sulla tela

e con colori un lembo del giardino in cui andava a spasso ogni sera.

Non riesci meglio. Il suo paesaggio, dopo aver rallegrato molto i

monelli che si avvicinavano al pittore in silenzio, e se ne andavano

gridandogli forte una parola sola, ma significativa, disse a lui stesso

quella parola schietta: cerotto.

Il maestro di disegno non se la lasciò dire due volte; si arrese alla

prima, e quel giorno tornò a scuola con lo sgomento di scroccare le

poche lire che il municipio gli pagava ogni mese per insegnare ogni

sera il disegno d’ornato ai monelli, i quali un giorno forse gli

griderebbero in coro: cerotto!

Fu uno sgomento passeggiero, chè anzi in fine d’anno l’assessore

municipale, avendo fatto una visita alla scuola, espresse al giovine

maestro la propria soddisfazione per il profitto e per la disciplina

della scolaresca.

Ah! sì; quanto alla disciplina il maestro di scuola poteva farsi bello;

non se ne vantava perchè Desiderio era prima d’ogni cosa ingenuo, e

dopo aver confessato a sè stesso che quella disciplina non gli costava

ombra di fatica, sarebbe stato capace, capacissimo di dirlo anche

all’assessore.

— Tener a segno i miei scolari mi è facile, perchè essi sono buoni e mi

vogliono bene; ma è merito degli scolari, non del maestro. Ti pare?

Questo diceva alla sua compagna, e Speranza gli rispondeva che a buon

conto non lo stesse a ripetere alla gente.

Campavano allegri, potendosi quasi dire felici, se questa parola avesse

un significato preciso; anzi sì, felici propriamente perchè i due

sposi novellini vivevano sognando sempre, ma poco, e che altro è la

felicità se non un sogno bello e discreto? Ahi! quanti ne avevano già

conosciuti, ammalati di aspettazione, rosi dall’impazienza, scontenti

della sorte e di sè stessi, che avevano sempre l’aria d’esser destati

appena da un sogno audace!

Il Coppa per esempio. Quello era un sognatore di prima forza! Dacchè

se n’era andato per il mondo, fuggendo dall’ospizio, egli non aveva

fatto altro che seminare le avventure; facendo cento professioni, in

cento paesi, attraverso tutti i mari dell’orbe terraqueo; innamorandosi

molte volte, e non capitando mai bene. Sebbene vivesse con molta più

larghezza del necessario, si sentiva nelle angustie di un creditore, il

quale non possa riavere il fatto suo.

Questo lo aveva appreso molti anni prima, quando si erano riveduti a

Milano nel teatro Santa Radegonda; allora il Coppa era un prestigiatore

famoso e faceva stare a bocca aperta il pubblico affollato; allora,

come sempre, Desiderio continuava a campare della disciplina dei propri

scolari, della disciplina dei propri sogni.

Perchè a quel tempo felice ne aveva ancora dei sogni belli. Avendo

imparato a sonare l’organo, era entrata nel suo cervello l’idea che

potesse diventare organista d’una chiesa, per accompagnare la messa

cantata e la benedizione prima e dopo la lezione di disegno; egli

appunto aveva il resto della sera libero, e poteva disporre delle

domeniche e delle altre feste comandate come ogni buon cristiano.

Quando il Coppa gli aveva confidato tutte le vicende fortunose

della sua vita, la quale ancora non era riuscita a contentarlo, e il

proposito immutabile di pigliar la fortuna per il ciuffo e costringerla

a darsi vinta, il povero Desiderio si era creduto in dovere di

confessare anche lui qualche cosa.

— E tu che desideri? che speri? gli aveva detto il Coppa.

— Unicamente di avere il posto di organista, nella chiesa di San Babila.

Appunto l’organo era ancora occupato da un vecchio prete, malandato in

salute, e Desiderio aveva paura che la propria speranza affrettasse la

catastrofe di Don Gioachino.

Per placare la coscienza, non solamente sonava invece del vecchio

prete, senza intascare mai un quattrino, ma ogni sera aggiungeva alla

preghiera imparata nell’ospizio una parola buona, perchè il Signore

tenesse in vita lungamente l’organista ammalato.

E perchè il Coppa, a cui la vita aveva insegnato qualche cosa di più,

si era messo di buon umore a questa affermazione, Desiderio andando

a letto disse all’Eterno Padre: “Il mio cuore vi è aperto; se le

mie intenzioni non sono giuste, correggetele voi, Signore, mandatemi

l’angelo vostro che m’illumini.„

Don Gioachino si era fatto aspettare molto in paradiso, ma finalmente

fece l’improvvisata e vi andò; al funerale del vecchio prete, Desiderio

accompagnò la messa di morto a capo chino, col cuore stretto, e al _De

profundis clamavi_ due grosse lagrime gli gocciolarono fra le dita.

Ma il nuovo organista di San Babila asciugò prontamente la tastiera,

e lavorò forte col pedale, per confondere, nel medesimo stordimento,

l’organista morto, l’organista vivo e le sue quattrocento lire annue, e

perfino la soddisfazione d’aver versato quelle lagrime sulla tastiera.

Messo una volta a sedere davanti all’organo di San Babila, Desiderio

non la finiva più; sonava Palestrina, Marcello e Bach, e qualche volta,

ma solo dopo la benedizione nel mese di Maria, lasciava scattare una

pioggia di note allegre, che faceva alzare la testa ai fedeli e gli

inchiodava in chiesa, intanto che il sagrestano spegneva le candele

dell’altare maggiore.

A piè della scala dell’organo, Speranza sua era sempre pronta a

stringergli la mano in silenzio, e lo menava subito fuori di chiesa per

mostrargli la faccia illuminata dalla contentezza.

— Hai sonato come si suona in Paradiso; aspetta che sia a casa, e

sentirai che cosa ti farò...

Desiderio sorrideva un po’ di compiacenza, ma più perchè sapeva già che

cosa lo aspettava a casa, un bacio, due, dieci bacioni filati.

Ma non perciò si era impuntato a voler diventare un organista famoso.

Contento del suo pubblico di donnette, che non sarebbero mai andate a

cena fino che egli lo avesse permesso, contento dei suoi allievi di

disegno, egli aveva rinunziato volontieri alle smanie dell’arte per

essere semplicemente un uomo felice.

La striscia d’oro pallido dell’ammattonato era scomparsa, brontolava

il tuono annunziando il solito temporale d’ogni mattina. Desiderio,

indifferente a tutto, allungò il braccio, e la mano sua trovò la

lettera all’estremità del tavolino.

I bolli, il suggello, dissero al vecchio che quel letterone veniva

da Buenos Ayres; la scrittura gli annunziò dalla soprascritta che si

preparasse a leggere le grandi imprese che in questi ultimi mesi erano

state osate dal Coppa.

E parve a Desiderio che qualche cosa o qualcuno sorridesse nell’anima

sua.

Staccò lentamente il suggello di ceralacca, in modo che la busta

rimanesse intatta, e andò pensando da quanto tempo il Coppa non gli

dava notizia dei fatti suoi. Da sei mesi almeno; l’ultima Volta aveva

scritto da Nuova York, dove aveva ripreso in teatro gli esercizi di

magia bianca e nera, dopo aver venduto per poco danaro un pozzo di

petrolio nel Canadà, perchè si era stancato di vivere in mezzo ai

boschi di Petrolea.

Aveva intanto levato dalla busta il foglio e spiegatolo innanzi a

sè; ma quando volle leggerlo, se lo lasciò cadere di mano alle prime

parole, e gli occhi gli si empirono di lagrime, perchè la lettera

cominciava così: “Miei buoni amici.„

Il Coppa dunque non sapeva in che miseria fosse piombata quell’anima

contenta; non poteva saper nulla, perchè, dopo la disgrazia, Desiderio

si era fatto neghittoso e sonnolento, svegliandosi appena dalla

melanconia taciturna, per empirsi l’orecchio e la mente delle parole

solenni di Bach.

La stanza melanconica fu empita da un lampo e subito da uno scoppio

tremendo e lungo come l’ira di Dio, poi la pioggia si rovesciò con

impeto.

Desiderio levatosi per chiudere la finestra, stette un poco a guardare

a traverso le vetrate i goccioloni che, rimbalzando sul davanzale,

sembravano animati da un’allegria furiosa; ma non si sentiva invasato

da quella furia; non gridava, non batteva le mani come aveva fatto più

d’una volta in compagnia della sua morta; e solo quando lo scrosciare

della pioggia ebbe preso quell’andatura solenne, confacente col proprio

sentimento, egli si andò a sedere davanti al vecchio _harmonium_ che

gli ripetè gli accordi del _De Profundis_.

Quando cessò la pioggia ed entrò un raggio di sole nella stanzetta,

Desiderio asciugò la tastiera silenziosa. Non piangeva più, poteva

ascoltare quello che il Coppa avrebbe detto da Buenos Aires ai buoni

amici suoi.

I due Desiderii · 第 15 / 31 题