II.

Siccome aveva perduto un’oretta di sonno, il piccino si svegliò un

po’ più tardi del solito, cioè quando le prime luci dell’alba erano

già entrate nello stanzone bigio e melanconico. Aprendo gli occhi vide

un ragazzo dell’età sua, che stava a sedere sul letto di Giulio e lo

guardava fissamente. Non era Giulio. Aveva una faccetta angolosa, una

gran fronte sporgente, due occhioni neri e profondi e i capelli rossi.

Senza dargli tempo ad uscire dallo stupore, quell’ignoto gli domandò.

— Come ti chiami? e perchè l’interpellato non fu pronto a rispondere,

ripetè: come ti chiami?

— Desiderio! balbettò il piccino.

— Mi hai preso il nome! disse l’altro, anch’io mi chiamo Desiderio,

però a bottega non ero più che Derio, perchè tutto il nome, vedi, era

troppo lungo! chiamami anche tu Derio, se lo preferisci.

— Io no.: ma tu avrai un altro nome giusto, ti chiamerò con quello per

non confonderci.

— Allora il Matto.... mi chiamavano anche così.

— Preferisco Derio.

— Ho anche un altro nome.... Coppa, Desiderio Coppa, il Matto. C’è da

scegliere.

— Dove sei stato finora, che non ti ho mai visto?

— A bottega; mi è morto il babbo, che faceva il calzolaio, un

mestieraccio da cane; non mi ci divertivo proprio, te lo assicuro. La

zia è povera e mi ha fatto entrare qui. Per farmici venire mi ha detto

che ci si sta tanto bene, che il luogo è bello, che qui si vive come i

figli della gente ricca. Stavo appunto guardando, non mi pare poi così

bello come in casa dei signori. Io in casa dei signori ci sono andato

tante volte quando viveva il babbo... Se tu vedessi! altro che qua!...

— Ma qui non si sta male, osservò Desiderio, sentendosi attratto da una

strana simpatia verso quel fanciullo, che portava il suo medesimo nome

e che gli si era messo accanto in un modo così insolito, vedrai.....

— Ho già veduto abbastanza, ribattè l’altro con sussiego, il luogo

è nero; a me piacciono le case tutte bianche, dentro e fuori, oppure

rosse, blu e dorate, con gli scaloni di marmo.

— Come la casa della bella addormentata nel Bosco! esclamò Desiderio.

— Non ci sono mai stato, osservò il Coppa serio serio. È bella?

— Altro!

E Desiderio cominciò a descriverla; ma quando stretto dalle domande

del suo omonimo, confessò di non averla veduta se non in un libro, il

Matto alzò gli occhi al soffitto e allungò le labbra ad una smorfia di

compassione.

Non disse altro per lasciar intendere il proprio pensiero, ma non ce

n’era bisogno.

— Vuoi che facciamo un patto?

— Facciamolo.

— Promettiamo d’essere amici per tutta la vita. Vuoi?

— Altro! disse Desiderio abbassando troppo la voce, perchè il matto

l’alzava troppo.

— Come lo dici!

— Perchè non si svegli il sorvegliante; altrimenti ci fa star zitti;

sono appena le cinque...

— Aspetta, disse il nuovo venuto, bisogna giurarlo....

E uscendo quasi dal letto e allungando le braccia presentò al piccolo

amico i due indici messi in croce....

— Che cosa devo fare?

— Mettici la mano sopra e giura che saremo amici, per la vita e per la

morte.

Desiderio non capiva bene come ci entrasse la morte, ma quel giuramento

solenne fatto a quel modo misterioso, durante il sonno di tutta la

camerata, lo lusingava, e giurò, per la vita e per la morte, non senza

ammirarsi un tantino. Il Matto fece subito altrettanto, poi disse: “Più

tardi ti darò da bere il mio sangue, ed io berrò il tuo.„

Oh! Come? In un modo semplicissimo; intanto Desiderio non doveva

chiedere altro.

— Ora che siamo amici, ripigliò il Coppa, ci dobbiamo proporre di

andare poi insieme a visitare quel magnifico palazzo....

— Quale palazzo?...

— Quello della bella che dorme; l’andremo a svegliare noi due.... Sei

contento?

Desiderio manifestò il proprio dubbio che quel palazzo non esistesse

più, o non avesse esistito mai, ma il Matto non gli volle credere. Se

l’aveva letto in un libro, ci doveva essere. Il libro non diceva dove

fosse quel palazzo? — No, non lo diceva. — Ebbene, non importa, lo

troverebbero poi lo stesso.

— Ancora non mi hai detto come hai fatto a venire nel letto di Giulio,

senza che io ti abbia visto.

— Dormivi quando io sono arrivato; non mi volevano ricevere, perchè era

troppo tardi, ma un signore con la barba, non so chi sia, ha creduto a

tutte le bugie che gli ha detto la zia per iscusarsi, e mi ha lasciato

venire.... Mi hanno messo qui, per questa notte soltanto, ma se credono

di cambiarmi di letto, sbagliano.... io qui sto bene.

Vi era qualche cosa nel linguaggio del Matto, che a Desiderio non

andava a versi; e pure la sua simpatia per il nuovo amico non ci pativa

nulla.

— Quant’anni hai? gli chiese il Coppa.

— Io, dieci compiti...

— Ed io, dieci non compiti, rispose l’altro, e parve umiliato di essere

più giovine; ma sono più alto di te, guarda.... E di botto, senza dir

altro, lasciò penzolare le gambe sotto le lenzuola, e quando fu ritto,

ripetè: guarda!

Forse non era vero che fosse più alto di Desiderio, ma il fanciullo non

si curò di correggere quella piccola vanità, accontentandosi di dirgli

che tornasse subito in letto, perchè era proibito levarsi prima che

sonasse la campana.

— Quando suona la campana? domandò il piccolo insofferente,

ricacciandosi sotto la coltre.

— Sono le cinque.... fra mezz’ora.

Il Coppa non udì neppure questa risposta; pareva distratto da un’altra

idea, e Desiderio stette un po’ a guardarlo con una grande indulgenza,

come se sapesse già la parte che gli spettava nella nuova amicizia.

— Tu ed io siamo due Desiderii; disse a un tratto il Coppa; tu che cosa

desideri?

Il fanciullo, così interrogato, stette un po’ perplesso; non sapeva

bene nemmanco lui che cosa desiderava, forse nulla

— Non è vero, osservò l’altro; pensaci bene; devi desiderare qualche

cosa.

Allora il piccino confessò che desiderava passassero due anni, per

poter entrare nella seconda sezione, dove gli orfani imparano il

disegno.

— Ma questo non è un desiderio, disse il Coppa.

— Perchè?

— Perchè è una cosa sicura; che gusto ci è a desiderare le cose quando

devono proprio succedere? È lo stesso come desiderare che fra sette ore

sia mezzodì.

Desiderio non era preparato a rispondere a questo argomento, e si

accontentò di ripetere che per ora non desiderava altro.

— Per ora; insistè il Coppa; ma per dopo?

— Per dopo, non so, disse Desiderio.

Era sincero nella propria ignoranza come il Matto nel suo stupore.

— Io invece, annunziò solennemente quest’ultimo, penso sempre al

_dopo_; io desidero, lo vuoi sapere che cosa desidero?

— Sì, dillo.

— Desidero di diventar ricco, ricco, ricco, di poter sempre avere le

tasche piene di monete d’oro e d’argento, e spenderle senza contare, e

regalarne agli amici, ma averne poi sempre delle altre.

— Ma tu desideri l’impossibile....

— Chi ti dice che sia impossibile?...

— Ma.... mi pare. Che speranza hai di diventar tanto ricco?

— Io, nessuna....

— Lo vedi! esclamò baldanzosamente il piccolo filosofo, ma subito,

accorgendosi di aver detto qualche cosa che impensieriva il suo

interlocutore, e di cui non vedeva bene il fondo egli stesso, stette in

silenzio a riflettere.

— Temo anch’io che sia una cosa impossibile, concluse il Matto, ma a

desiderarla non ci è alcun male.

Desiderio allora non rispose nulla, ma un momento dopo, scotendosi ai

suoni prolungati della campana mattutina, disse più a sè stesso che al

suo nuovo amico:

— Non so.

— Che cosa non sai?

— Se a desiderare l’impossibile non ci sia del male.

E balzò giù dal letticciuolo.

L’aspetto del dormitorio era interamente mutato, e sopra ogni

letticciuolo era ripetuta in diverso modo la medesima scena: un

fanciullo seminudo, in piedi, o seduto, o giacente ancora, ma con le

braccia alzate al soffitto; sbadigli che fendevano similmente le guance

paffute e le smunte. In pochi istanti tutta la camerata fu a terra, a

frugare nel cassettone, a infilare i calzoni di tela, a lustrarsi le

scarpe posando i piedi sullo sgabello di ferro, poi a lavarsi la faccia

con gran chiasso nel lavatoio comune, e in ultimo a rifare i letti.

Desiderio dovette insegnare al nuovo amico come si rifà il letto, e

il Matto imparò subito; in compenso volle che Desiderio apprendesse da

lui a rendere lucide le scarpe senza molta fatica, alternando sul cuoio

l’alito caldo e i colpi di spazzola rapidi e leggieri.

In sostanza quella scenetta del risveglio non aveva infastidito

troppo il signor Coppa; ma rimaneva ancora a fare qualche cosa che

Desiderio non sapeva come sarebbe accolta dal novizio: la rimboccatura

ai letti. Anche questa andò benone; appena il Matto udì ripetere di

bocca in bocca per tutto il dormitorio: “la corda, la corda„ e vide

venti braccia agitarsi per afferrare una corda, subito, senza nemmeno

intendere di che si trattasse, a furia di spintoni allontanò quanti gli

stavano dinanzi e spiccando un salto afferrò la corda lui. Ma quando

l’ebbe in mano non avrebbe saputo che farne se Desiderio non gli avesse

detto che bisognava tenderla da un capo all’altro del dormitorio, sui

letti, per.... perchè mai? per allineare le rimboccature.

Un risultato simile dopo una prodezza non iscoraggerebbe l’eroismo del

novizio? Desiderio ne ebbe un po’ di timore, ma s’ingannò, perchè il

Coppa, dopo d’aver tesa la corda, parve contentone di poter accomodare

la rimboccatura del proprio letto.

Gli orfani erano lavati, asciugati, spazzolati; il piccolo tumulto non

poteva più durare, e pure durava ancora per opera di pochi volonterosi,

che si erano imbrattati le dita e correvano un’altra volta al lavatoio,

o non si erano asciugata bene la faccia, o avevano dimenticato di

chiudere le spazzole nel proprio cassettone, mentre i più tranquilli

erano già schierati in fila, dinanzi all’immagine della Madonna, per

udire la preghiera del mattino.

Il sorvegliante, dominando con l’alta statura quel piccolo drappello,

radunò gli sbandati e fece affrettare i tardivi; poi ad un cenno

s’inginocchiarono tutti insieme.

Quella mattina toccava a Desiderio leggere la preghiera del mattino,

ma egli l’aveva tutta in mente e non ebbe neppur bisogno di guardare la

scritta.

Quando egli incominciò con la sua vocetta limpida e dolce: “La notte

è passata, ed io vivo ancora, o Signore, mentre chi sa quanti sono

comparsi questa notte medesima dinanzi a voi per essere giudicati....„

il Matto che gli si era inginocchiato accanto, lo guardò fisso in

bocca per non perdere una sillaba. Quando Desiderio a nome di tutta

la camerata promise al Signore di approfittare dell’educazione

intellettuale e di prepararsi da buon cittadino ad onorare la patria,

la sua voce tremava un tantino come per una segreta commozione, e

quando disse che “sebbene questa terra non fosse la sua patria eterna,

la vita era un dono col quale poteva prepararsi la corona del cielo„,

egli abbassò la voce e rallentò la lettura quasi pigliasse tempo

per intendere tutto il significato di quelle mistiche parole. Poi la

vocetta di Desiderio squillò un’altra volta nella sala, per assicurare

ai compagni che gli avrebbe amati, cercando d’essere loro di buon

esempio.

A questo punto una mano strinse di nascosto un lembo del camiciotto

di Desiderio, tanto per stringere qualche cosa; ed era la mano del suo

nuovo amico.

“Tutto questo vi prometto, o Signore, conchiuse il piccino, voi datemi

la grazia di non mancare. Mandatemi l’angelo vostro, che m’illumini, mi

custodisca, mi governi e mi salvi da tutti i pericoli che incontrerò in

questo giorno„.

— _Amen_, disse l’assistente, e gli orfanelli balzando in piedi

ripeterono _amen_. Poi s’avviarono deliberatamente al refettorio.

Uno solo rimaneva ancora in ginocchio, come smemorato, a guardare

Desiderio che riattaccava al chiodo la scritta delle preghiere. Il

sorvegliante si accostò al piccino e gli disse:

— Non ti ho mai veduto; come ti chiami?

— Desiderio Coppa il Matto; rispose l’interrogato levandosi in piedi.

— Perchè il _Matto?_

— Non lo so.

— Bisogna essere savio, piccino mio, savio come questo tuo compagno,

che ha appunto il tuo nome.... Lo prometti?

Il Coppa gettò un braccio al collo del nuovo amico e dichiarò senza

scomporsi:

— Allora non bisogna cambiarmi di letto, bisogna dire a quel signore

con la barba che io voglio dormire sempre dove ho dormito stanotte.

Scesero anch’essi in refettorio a mangiarsi la zuppa di latte caldo;

ma il Coppa non aveva fretta, sebbene avesse un appetito!... Egli

si piantò sul pianerottolo, dopo la prima scala, e trattenne il suo

piccolo amico per dirgli:

— Dimmi un poco, è la stessa cosa tutte le mattine?

— Sì, tutte.

— Ogni mattina tu dici al Signore che ti mandi l’angelo?...

— Non sono sempre io che leggo, si va per turno; leggerai anche tu.

— E quest’angelo, insistè il Coppa, fisso nella sua idea, è mai venuto?

— Io credo di sì..,

— L’hai visto tu?

Desiderio avrebbe potuto rispondere che l’aveva veduto tante volte,

guardando dal cortile attraverso i vetri del parlatorio, e che era un

angelo color di rosa, e che veniva accompagnato dalla sua mammina,

a visitare uno dei grandi della prima sessione, e che si chiamava

Speranza; tutto questo avrebbe potuto dire, ma non sapeva ancora se il

Coppa fosse degno di una confidenza simile.

— Ho capito, disse il piccolo indiscreto leggendo nella faccia del

nuovo amico un po’ di titubanza — me lo dirai più tardi.

— Sì, più tardi, esclamò Desiderio, lieto in fondo di aver sotto mano

un confidente.

— Più tardi, ripetè il Matto con accento misterioso, di cui Desiderio

intese con raccapriccio tutto il senso arcano.

Ancora egli non aveva bevuto il sangue del Coppa, nè il Coppa aveva

bevuto il suo.

I due Desiderii · 第 7 / 31 题