I.

Il primo a svegliarsi nell’ampio dormitorio, era sempre Desiderio;

quando entravano per i finestroni le luci smorte dell’alba, il piccino

si era già messo a sedere sul letticciuolo ad aspettarle, e per non

ricadere nel sonno, aveva contato i letti del camerone, che erano

trentadue, oltre quello del sorvegliante, in fondo in fondo, sotto

l’immagine della Madonna.

Tutti quei piccoli dormenti, che empivano l’aria di strani suoni, visti

di scorcio o di profilo, alla scarsa luce mattutina, con le bocche

aperte e gli occhi chiusi, offrivano a Desiderio un po’ di svago. Ma

gli davano anche un certo sgomento dal giorno che, svegliandosi, e

non udendo la respirazione del piccolo Giulio, il quale dormiva nel

letticciuolo accanto al suo, avea poi riconosciuto che il letto era

vuoto: nella notte Giulio si era sentito male, e l’avevano trasportato

nell’infermeria.

Quel Giulio era un buon ragazzo, ma piangeva sempre, perchè avendo

conosciuto la mamma, che gli era morta, si ostinava a volerla ancora.

Desiderio si era provato tante volte a consolare il suo vicino,

dicendogli che le mamme si ritrovano poi in paradiso; ma un giorno

Giulietto gli aveva risposto che lui di queste cose non ne poteva

sapere, perchè la mamma non l’aveva conosciuta, e forse non l’aveva

avuta nemmanco.

Era vero; Desiderio la mamma non l’aveva conosciuta, e forse non

l’aveva nemmeno avuta; di modo che, non si sentendo l’autorità di

far cessare le lagrime di Giulietto con quest’argomento, non aveva

più saputo che cosa consigliare... Però se cercasse di svagarsi, di

leggere, per esempio... Oibò! a Giulietto non piacevano i libri se non

sulle ginocchia della mamma, e voleva morire per andare a leggere in

paradiso.

Dunque ogni mattina Desiderio, svegliandosi quasi al buio, stava

ad ascoltare se mai fra i varii suoni dei compagni russanti potesse

discernere anche la respirazione debole del piccolo Giulio; ma non

udendo nulla, e riconoscendo il letto vuoto prima ancora che l’alba

glielo facesse vedere, si domandava, con un po’ di terrore, se

Giulietto fosse proprio morto per andar a trovare la mamma, e il suo

piccolo criterio gli diceva di no, che se Giulio fosse morto, il suo

letto non sarebbe rimasto tanto tempo vuoto.

Poi la luce entrava dai finestroni, Desiderio cavava di sotto

il guanciale un libro, un magnifico libro pieno di storielle, e

dimenticava Giulietto ammalato e tutti i suoi compagni che russavano

nel camerone, per pensare solo a Puccettino e alla Bella addormentata

nel bosco.

Il letto di Desiderio era l’ultimo del dormitorio; un vicoletto largo

una spanna lo separava appena dal muro, poi vi era un altro vicoletto

più largo, poi il letto vuoto di Giulio; così il fanciullo era quasi

isolato in mezzo ai compagni. Non ne era scontento, tutt’altro, perchè

da soli si viaggia meglio con gli stivali delle sette leghe.

E poi quella barriera che la malattia di Giulio metteva fra lui e il

mondo, gli faceva pensare a un altro personaggio, di cui aveva inteso a

parlare, a un certo Robinson, che si era perduto in un’isola, e aveva

vissuto tanto tempo senza la zuppa di latte, perchè non aveva pane e

nemmeno latte, facendo però delle scorpacciate di frutta. Desiderio

una buona scorpacciata di frutta non l’aveva potuta fare ancora, ed era

press’a poco convinto che non la farebbe mai, salvo di capitare anche

lui in un’isola disabitata. Ma chi sa se d’isole disabitate ne sono

rimaste? Dopo che Robinson ha insegnato ai ragazzi come si fa a vivere

nelle isole deserte, tutti ci saranno voluti andare, e sarà forse là

come in Milano, la zuppa di latte la mattina, la minestra e la carne

lessata al mezzodì, la zuppa di brodo la sera, e qualche mela nana ogni

tanto.

Una notte Desiderio si svegliò, e tese l’orecchio; la lampada notturna,

che per solito ardeva all’estremità opposta del dormitorio, sopra

il letto del sorvegliante, s’era spenta; ma il buio non era fitto:

penetrava dagli ampi finestroni, insieme con la luce diffusa delle

stelle, un bagliore incerto e rossigno, il raggio smarrito d’un

lampione lontano.

Era difficile anche agli occhi avvezzi di Desiderio, comporre in

quello spazio nero la visione che gli appariva ogni mattina; pure vi si

provò, tanto non aveva sonno. Ecco... in faccia a lui, là, proprio là,

ci deve essere il letto di Gabriele, il piccolo Gabriele dagli occhi

scerpellini, dalla faccia rossa; ma che è stato? dov’era il letto di

Gabriele non vi è più nulla e in quella direzione, ma lontano, lontano,

ecco apparire il corpo accoccolato di un gigante nero. Desiderio capì

che se fosse stato solo, avrebbe avuto paura di quel corpo nero, ma

siccome sapeva d’essere in compagnia numerosa, fissò audacemente il

gigante per costringerlo a smascherarsi e a dirgli: “ho fatto per

celia, non sono un gigante, sono il cassettone a piedi del letto di

Gabriele.„ Ma il corpo nero non mutò positura. Desiderio perdette la

pazienza e volle dormire, oibò... non aveva sonno. Allora si voltò in

modo da porgere l’orecchio destro per udire il respiro di qualcuno...

Ed ecco un altro fenomeno; accanto a lui, così vicino che par che

gli soffii addosso, qualcuno russa leggermente. E proprio lì, vicino

vicino, più vicino del letto di Giulio, ma non può essere se non nel

letto di Giulio....

Chi mai nella notte era venuto ad occupare il letto di Giulio, se

non era Giulio stesso? Desiderio ascoltò lungamente; era un respiro

regolare, non sonoro ma robusto, senza quei gemiti che qualche volta

gli avevano fatto venire in mente l’orco quando va per iscannare

Puccettino e i suoi fratelli e scanna invece le proprie figliuole.

Quella respirazione, sceverata di mezzo al suono delle altre

respirazioni più lontane, dopo alcune cadenze ritmiche precise si

faceva più complicata e più ricca; aveva accenti singolari, smorzature

flebili, sospensioni misteriose: poi a un tratto cresceva d’intensità,

si avviava deliberatamente come a dire qualche cosa di tremendo, in

cui entrassero la morte e la dannazione eterna fino ad esaurire il

suo tema,... e silenzio, un gran silenzio oratorio prima di tornare da

capo.

Desiderio, che non aveva avuto paura del gigante nero raggomitolato in

distanza, cominciava a sentire il fascino tormentoso di quello strano

linguaggio che gli empiva l’orecchio, e per romperlo addirittura chiamò

a bassa voce: Giulio! Nessuno gli rispose, ed egli chiamò più forte:

Giulio!

— Che cosa è? domandò qualcuno svegliandosi in sussulto.

Non pareva la voce di Giulio, ma il fanciullo non sapendo più di che

cosa fidarsi in quel buio, ripetè ad ogni buon conto: Giulio?

— Che cosa è stato? chiese una voce grossa. Parlava dal letto di

Giulio, ma non era Giulio.

— Che cosa vuoi? insistè la voce.

— Credevo che mi avessi chiamato.... disse Desiderio.

— Io no, dormivo....

— Chi sei? Come ti chiami? domandò Desiderio.

— Desiderio! rispose l’altro, ho sonno... e tu come ti chiami?

— Desiderio!

Ma l’incognito, invece di rispondere all’immenso stupore del suo vicino

con uno stupore simile, ricominciò a russare.

In quel momento entrò la luna nel dormitorio degli orfanelli, e

Desiderio volse l’occhio prima di tutto a cercare il gigante nero

lontano. Scomparso.

Ecco il letto di Gabriele dagli occhi scerpellini ed ecco tutti gli

altri letti in fila; ma lì presso, nel posto rimasto vuoto per tanto

tempo, dorme ancora qualcuno che gli volta la schiena, Giulio senza

dubbio, sebbene abbia detto d’esser Desiderio! Curiosa idea di volersi

chiamare Desiderio, ma forse sognava.

Anche il vero Desiderio non tardò a sognare.

E sognò d’essere arrivato al castello della bella addormentata,

la quale assomigliava ad una bambina che aveva visto un giorno in

parlatorio; perchè era bionda come quella bambina, perchè era vestita

color di rosa come quella bambina.

Subito si era svegliata e gli si era buttata al collo per dirgli: “è un

pezzo che ti aspetto!„

E anche la voce era la stessa di quella tal bambina.

Quella tal bambina, per dire addirittura tutto quello che sapeva di lei

il piccolo orfanello, si chiamava Speranza.

I due Desiderii · 第 6 / 31 题