NOTE:

[2757] Raynald., Annal. Eccles. Labbe, Concilior., tom. 12.

[2758] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2759] Æneas Sylvius, de Gest. Concil. Basil.

[2760] Duhravius, Nauclerus. Cuspinian., Æneas Sylv., et alii.

[2761] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[2762] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.

[2763] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 21.

[2764] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2765] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.

[2766] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Sanuto,

Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2767] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.

[2768] S. Antonin., Par. III, tit. 22. Bonincontrus, Annal., tom. 21

Rer. Ital.

[2769] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom.

18 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXL. Indizione III.

EUGENIO IV papa 10.

FEDERIGO III re de' Romani 1.

Dopo la morte di _Alberto II duca_ di Austria e re de' Romani,

_Federigo Austriaco_, figliuolo _duca Ernesto_ e conte del

Tirolo[2770], prese il governo del ducato dell'Austria e degli altri

Stati della sua potente casa, e poscia nella festa della Purificazione

della beata Vergine fu eletto in Francoforte re de' Romani di comune

consenso degli elettori: principe piissimo, mansueto ed amator della

pace. Il resto delle sue azioni lo lascio alla storia germanica.

Fu sul principio disapprovato il suo contegno, perchè nello scisma

cominciato dai pochi prelati di Basilea, egli insinuò alla nazione

germanica la neutralità ed indifferenza, quando quasi tutti gli altri

monarchi e principi[2771] tenevano, come ragion voleva, la parte del

vero e legittimo _papa Eugenio IV_. Fin qui _Giovanni Vitellesco_ da

Corneto, patriarca d'Alessandria e cardinale, s'era acquistato credito

di gran capitano di guerra presso gli uomini, ma non già presso a Dio,

siccome uomo più di mondo che di Chiesa. Più saggi avea egli dato

della sua smoderata ambizione, crudeltà e lussuria nel corso delle

sue bravure, ed ultimamente avea ricuperata la rocca di Spoleti, con

far prigione l'abbate di Monte Casino[2772]. Da sì fatto uomo volle

Dio liberare gli stati della Chiesa, e permise che papa Eugenio (non

ben sappiamo se con veri o falsi fondamenti) prendesse gagliardo

sospetto di lui, quasichè egli macchinasse d'impadronirsi delle città

pontificie, e tenesse segreta intelligenza col duca di Milano e con

_Niccolò Piccinino_, dicendosi che furono intercette alcune sue lettere

scritte in cifra[2773]. Andò dunque ordine del papa ad _Antonio Redo_,

castellano di castello Sant'Angelo, di farlo prigione, per poscia

formare il suo processo. Ma diversamente passò la faccenda, perchè,

volendo esso cardinale nel dì 18 di marzo partirsi da Roma, nel passare

in vicinanza del suddetto castello, allorchè vide chi volea fermarlo,

si mise alla difesa, e guadagnate alcune mortali ferite, fu portato là

entro[2774], dove nel dì 2 di aprile finì i suoi giorni o per veleno

o in altra guisa, e vilmente venne dipoi seppellito. Ostia, Soriano,

Cività Vecchia ed altri luoghi ch'egli teneva, tornarono senza gran

fatica in potere del papa.

Pensava seriamente _Filippo Maria duca_ di Milano a levarsi di dosso

il suo gran flagello, cioè il conte _Francesco Sforza_; e perchè sapea

che i Fiorentini si trovavano allora mal provveduti per la guerra,

determinò di portarla colà, immaginandosi che essi richiamerebbono

incontanente in Toscana il conte alla loro difesa[2775]. Gli andarono

per la maggior parte falliti i suoi disegni. Spedì egli adunque nel

febbraio _Niccolò Piccinino_ in Romagna con sei mila cavalli, che,

giunto a Bologna nel dì 4 di marzo[2776], continuò poi il suo viaggio,

e fece tal paura a _Sigismondo Malatesta_ signor di Rimini, e agli

altri suoi consorti, già stipendiati da' Veneziani, che presero

accordo con lui. Impadronitosi poscia di Oriolo e di Modigliana, per

la via di Maradi passò in Toscana, e penetrò nel Casentino, dove ebbe

Romena e Bibbiena. Con tutta diligenza fecero i Fiorentini quella

massa di gente d'armi che poterono, e soprattutto ebbero _Micheletto

Attendolo_ lor generale, e _Pietro Giampaolo Orsino_ con altri

condottieri d'armi. Ordinò anche il papa che marciassero in loro aiuto

tre mila e cinquecento fanti di sua gente. Ma, per quanto i Fiorentini

desiderassero e pregassero, non poterono impetrar da' Veneziani il

conte Francesco Sforza, perchè troppo ne abbisognava quel senato per

dar soccorso a Brescia. Andossene dipoi il Piccinino fino a Perugia sua

patria con soli quattrocento cavalli, con pensiero di farsi signore

di quella città. Avea, oltre a ciò, de' trattati in Cortona; ma si

sciolsero in fumo tutti i suoi disegni. Ritornato perciò indietro,

venne colla sua armata al già da lui occupato Borgo di Santo Sepolcro,

mettendosi a fronte dell'esercito fiorentino, il quale s'era posto ad

Anghiari[2777]. Poca stima faceva egli delle soldatesche nemiche, molta

delle sue; e, venendo a battaglia, si tenea la vittoria in pugno. Volle

farne la pruova nel dì 29 di giugno, festa solenne de' principi degli

Apostoli, con attaccar la zuffa. Valorosamente si combattè da ambe le

parti per quattro ore, e finalmente toccò al prode Piccinino d'andare

in rotta, perchè i suoi vennero stanchi alla pugna, e si perderono

anche a bottinare. Poco umano sangue vi si sparse; contuttociò gli

scrittori fiorentini fanno ascendere a circa tre mila i cavalli

presi, e si contarono fra i prigioni _Astorre de' Manfredi, Sagramoro

Visconte_ ed altri capitani del Piccinino. Di questa vittoria nondimeno

poco seppero profittare i Fiorentini; il papa solo ricuperò in tal

congiuntura Borgo Santo Sepolcro, ch'egli vendè poscia a' Fiorentini

per bisogno di danaro. Andato intanto il Piccinino verso Perugia,

sen venne poi pel paese d'Urbino alla volta della Lombardia, e però

anche buona parte dell'armata Fiorentina calò di qua dall'Apennino in

Romagna. Nel dì 15 di settembre tentò con breve assedio e con alcuni

assalti la città di Forlì, nè potè averla. Prese bensì Bagnacavallo

e Massa de' Lombardi, terre che per bisogno di pecunia il papa poco

appresso vendè a _Niccolò Estense marchese_ di Ferrara.

Non si stette colle mani alla cintola neppure la Lombardia. Per la

somma carestia si trovava tuttavia in pericolo la città di Brescia,

nè cessavano le premure ed istanze de' Veneziani per portarle

soccorso[2778]. Perchè il passaggio del Mincio era guardato dal nemico

marchese di Mantova, pativa molte difficoltà. Il solo lago di Garda

parea piuttosto il varco per cui potesse passare un grosso convoglio di

genti e di vettovaglie. A questo fine avea il senato veneto preparata

una flotta di varie navi a Torbole, con far condurre colà per terra

infin le galere: il che costò immense spese[2779]. In fatti nel dì

10 di aprile riuscì ad essa flotta di sconfiggere quella del duca

di Milano, comandata da _Taliano Furlano_, e poscia di assediare e

prendere Riva di Trento. Allora, senza badare a difficoltà, nel dì

3 di giugno[2780] passò il _conte Francesco_ animosamente colle sue

genti il Mincio, ricuperò Rivoltella, Lonato, Salò, Calcinato ed

assaissimi altri luoghi. Più non militava con esso lui il _Gattamelata_

da Narni, perchè, colpito da un accidente apopletico, diede poi fine

alla sua vita nell'anno 1445 in Padova, dove tuttavia sulla piazza

del Santo si mira la di lui statua equestre di bronzo alzatagli dalla

repubblica veneta. Quanto più poi s'inoltrava l'armata veneta, tanto

più si ritirava indietro la duchesca, siccome inferiore di forze,

talchè le convenne ridursi al fiume Oglio. Ma anche lo Sforza comparve

colà nel dì 14 di giugno[2781], e, venuto alle mani coll'esercito del

duca tra gli Orci e Soncino, ne riportò vittoria con prendere tutto il

carriaggio, e circa mille e cinquecento cavalli ducheschi. Buona parte

d'essi era di _Borso Estense_ figliuolo di _Niccolò marchese_ di Este,

il qual con mille cavalli era passato come venturiere al servigio del

duca di Milano. Non solamente restò allora liberata Brescia da' nemici

e dalla fame con ricco trasporto di biade, ma in poco tempo tornò alla

divozione della veneta repubblica la maggior parte delle sue terre e

castella colle altre perdute nel distretto di Bergamo: tutto per la

valorosa condotta del conte Francesco Sforza. Nè queste furono le sole

azioni sue. Si spinse egli più innanzi, e s'impadronì di Caravaggio

e, in una parola, di tutta Geradadda, prima che terminasse il mese

di giugno. Nei seguenti mesi continuò egli le sue conquiste sì in

ricuperar le restanti terre perdute nel Bresciano e Veronese, che in

prenderne altre sul Cremonese, e in togliere Peschiera ed altri luoghi

al marchese di Mantova: tanto che, giunte le pioggie autunnali, ed

accostandosi il verno, le soldatesche piene di bottino se l'andarono a

goder ne' quartieri. In somma nuove occasioni al certo ebbe il duca di

Milano di pentirsi di aver beffato ed abbandonato Francesco Sforza, che

sarebbe stato, s'egli avesse voluto, il suo braccio diritto.

Neppure in quest'anno andò esente il regno di Napoli dalle dure

pensioni della discordia, a cagion della guerra continuata fra i due

re, cioè fra _Alfonso re d'Aragona_ e _Renato d'Angiò_. Povero era

Renato, e, mancandogli gente e pecunia[2782], cioè i due maggiori

requisiti a fare e sostenere la guerra, altra speranza non avea se

non in _Antonio Caldora_ duca di Bari. Ma questi a quanti messi gli

mandava il re, affinchè cavalcasse in suo aiuto, adduceva per iscusa la

mancanza del danaro, e il timore che in sua lontananza si ribellassero

i popoli dell'Abbruzzo. Prese Renato allora l'ardita risoluzione

di portarsi incognito in persona in quelle contrade, e l'eseguì con

maraviglia d'ognuno. Raccolse in esso viaggio donativi, danaro e gente,

e massimamente dagli Aquilani. Trovavasi egli nel dì 29 di giugno in

faccia all'esercito aragonese, e mandò ad Alfonso la disfida della

battaglia. La risposta dell'Aragonese fu, che, trovandosi egli padrone

della maggior parte del regno, non si sentiva voglia di mettere a

repentaglio tutta la sua fortuna in una giornata. Avrebbe nondimeno

Renato assalito il campo nemico, e probabilmente con isperanza di

vincerlo, perchè già si ritirava; ma l'infedele Caldora co' suoi ricusò

di muoversi. Per questo esacerbato Renato il fece ritenere, e prese al

suo soldo buona parte delle di lui milizie, lasciandolo poscia tornare

in Abbruzzo con titolo di vicerè. Ma in vece di tornar colà il Caldora,

cominciò a trattare accordo col re Alfonso. Dio punì la sua infedeltà,

perchè in questo mentre _Gian-Antonio Orsino_ principe di Taranto, già

tornato alla divozione del re Alfonso, tenne trattato con Marino da

Norcia governatore di Bari pel Caldora, ed entrò in possesso non solo

di quella città, ma anche di Conversano e di tutte le altre terre dei

Caldoreschi. Tornò poscia il re Alfonso colle sue genti all'assedio

di Napoli, e però il re Renato, quantunque avesse ricuperato castello

Sant'Ermo, tornò ad essere in disagio come prima, e ricorse a _papa

Eugenio_ per aiuto. Fin qui erano state rispettate le città e terre

degli Sforzeschi in regno di Napoli, cioè quelle del _conte Francesco_

e de' suoi fratelli. Il re Alfonso, secondo i Giornali di Napoli, le

prese nell'anno presente, ancorchè fosse pace tra lui e il conte; e

trovolle ricchissime per aver esse goduto finora e profittato della

loro neutralità. Erano queste Benevento, Manfredonia, Bitonto ed altre

non poche[2783]: danno grave provenuto al conte Francesco per la sua

lontananza, avendo egli perduto il proprio per sostenere l'altrui.

Verisimilmente fu questo un sottomano del Visconte, che, per vendicarsi

d'esso Sforza, segretamente attizzò contra di lui il re Alfonso.

Il Simonetta[2784] differisce sino all'anno 1442 lo spoglio di tali

città fatto al conte. In mano d'esso re venne anche la città d'Aversa

col sua castello. _Sigismondo Malatesta_ signore di Rimini[2785],

per interposizione di _Niccolò marchese_ di Ferrara, si ritirò

dall'amicizia del duca di Milano, e tornò a quella de' Veneziani:

il che fu cagione[2786] che anche Ravenna e i Polentani facessero lo

stesso nel dì 14 d'agosto.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 190 / 216 题