NOTE:

[2738] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.

[2739] Raynaldus, Annal. Eccles. Labbe, Concil., tom. 12.

[2740] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[2741] Naucler., Gen. 48. Æneas Sylvius, Hist. Bohem.

[2742] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Neri

Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firenze, lib.

21.

[2743] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2744] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.

[2745] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 4, tom. 21 Rer. Italic.

[2746] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2747] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2748] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic.

[2749] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2750] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 7. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer.

Ital.

[2751] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2752] Annal. Foroliviens., tom. eod.

[2753] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Simonetta, Vita Francisci

Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Italic.

[2754] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2755] Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.

[2756] Platin., Hist. Mant., lib. 5.

Anno di CRISTO MCCCCXXXIX. Indiz. II.

EUGENIO IV papa 9.

ALBERTO II re de' Romani 2.

Era entrata la peste anche nella città di Ferrara. Tra per questo

disordine e pericolo, e perchè il _pontefice Eugenio_ non si trovava

assai quieto in quella città, da che _Niccolò Piccinino_ avea presa

Bologna, Imola e Ravenna[2757], determinò egli coi Padri di trasferire

il concilio generale a Firenze. A questo cangiamento si accomodarono

ancora l'imperadore e il patriarca de' Greci. E però nel dì 16 di

gennaio[2758] il papa imbarcato in una peota, servito dal _marchese

Niccolò_ di Este, sen venne a Modena co' cardinali, e per le montagne

fu condotto sicuro sino a Firenze da esso marchese; giacchè niun d'essi

si attentava di passare per Bologna, e suo distretto, perchè occupato

dal Piccinino. L'imperador _Giovanni Paleologo_ e il patriarca greco

cogli altri vescovi orientali sul fine del medesimo mese s'inviarono

anch'essi a quella volta, avendo loro conceduto il passo per la valle

di Lamone il signor di Faenza. Fu dunque continuato in Firenze il

suddetto concilio con gloria immortale di papa Eugenio IV, perciocchè

ivi seguì la tanto sospirata unione delle Chiese latina e greca, benchè

col tempo non meno pegli spaventosi progressi de' Maomettani, che

per la perfidia de' Greci, poco frutto ne risultasse alla Chiesa di

Dio. Questa santa opera, che dovea calmare gli spiriti sediziosi dei

pochi vescovi tuttavia raunati in Basilea, servì forse a maggiormente

inasprirgli. E però la sfrenata loro ambizione si lasciò trasportare

nel dì 25 di giugno a formare il decreto della deposizione di Eugenio

papa legittimo, con orrore di tutti i buoni, e disapprovazione della

maggior parte del cristianesimo. Ma non tardò ad entrare nella stessa

città di Basilea la peste[2759], che fece gran paura a quei prelati, ed

alcuni ancora ne portò al tribunale di Dio; tuttavia gli altri, benchè

pochi, animati dal _cardinale d'Arles_, stettero saldi, e nel dì 5 di

novembre giunsero ad eleggere un antipapa. Questi fu _Amedeo duca_ di

Savoia, che vedemmo dianzi ritirato in sua vecchiaia a Ripaglia nella

diocesi di Ginevra, per far ivi vita eremitica, benchè non lasciasse

sotto quell'abito di far anche da duca. Sotta la sua lunga barba

non di meno e sotto quel rozzo abito alloggiava tuttavia l'antica

voglia di comandare; e però, presentatagli l'elezione, si contorse

bensì, e versò anche delle lagrime, ma in fine l'accettò. Prese il

nome di _Felice V_, senza molto ponderare l'empietà di quell'atto,

che non era mai scusabile nè presso Dio, nè presso gli uomini, avendo

egli rinnovato nella Chiesa di Dio lo scisma, tanto detestato dalle

leggi divine ed umane, e riprovato allora insino dal duca di Milano,

quantunque genero d'esso Amedeo. Dacchè papa Eugenio con tutte le sue

diligenze non avea potuto impedire questo scisma, informato che fu

dell'esecrabile attentato de' prelati di Basilea, fulminò, ma solamente

nell'anno seguente, contra d'essi la scomunica, e dichiarò eretico e

scismatico lo stesso Amedeo; e per fortificare il suo partito, nel dì

18 di dicembre dell'anno presente fece in Firenze una promozione di

diecisette cardinali di tutte le nazioni cattoliche.

Nel dì 27 d'ottobre di quest'anno[2760] fu da immatura morte rapito,

e non senza sospetto di veleno, _Alberto II duca_ d'Austria, re de'

Romani, d'Ungheria e di Boemia, e principe lodatissimo da tutti

gli storici. Lasciò gravida la _regina Isabella_ sua moglie, che

poi diede alla luce Ladislao, riconosciuto per loro re dai popoli

dell'Ungheria[2761]. Continuò in questo anno ancora nel regno di

Napoli la guerra fra i due nemici re _Alfonso d'Aragona_ e _Renato

d'Angiò_. Mantenevasi tuttavia in Napoli Castello Nuovo con guarnigione

dell'Aragonese. Fu esso assediato per terra e per mare dalle genti

di Renato, e non ostante lo sforzo fatto da Alfonso per soccorrerlo

di gente e di vettovaglia, con aver anche messo il campo intorno alla

stessa città di Napoli, quel castello nel dì di san Bortolomeo d'agosto

capitolò la resa, e fu consegnato agli ambasciatori del re di Francia,

i quali poi, maltrattati dal re Alfonso, lo diedero al re Renato.

Dopo questa perdita Alfonso, impadronitosi di Salerno, ne investì

_Raimondo Orsino_ cugino del principe di Taranto, e creollo anche duca

d'Amalfi. Ridusse del pari alla sua divozione _Americo Sanseverino_

conte di Caiazza, e tutti gli altri baroni di quella casa. Sul fine di

settembre essendosi mosso _Jacopo Caldora_ duca di Bari colle sue genti

dall'Abbruzzo per andarsi ad unire col re Renato, corse ad opporsegli

il re Alfonso, e il tenne un pezzo a bada, finchè esso Jacopo nel dì

18 di novembre, sorpreso da mortale accidente, finì i suoi giorni con

fama d'essere stato prode capitano, ma colla macchia di poca fede e di

molta avarizia. _Antonio Caldora_ suo figliuolo prese allora il comando

di quell'armata, e fu confermato duca di Bari, siccome _Raimondo_

suo fratello creato gran camerlengo. Erano i Caldoreschi la maggiore

speranza di Renato. In questi tempi il re Alfonso, che era padrone di

tutta la Terra di Lavoro, e continuamente angustiava Napoli, mise anche

l'assedio al castello d'Aversa: il che cagionò di grandi affanni al re

suo avversario.

Maggiormente fece strepito in questo anno la guerra di Lombardia[2762].

Avea _Niccolò Piccinino_, siccome già accennai, nell'ottobre dell'anno

precedente bloccata e stretta con alcune bastie la città di Brescia,

con isperanza di vincerla nel verno colla fame. Poco più di due mila

difensori v'erano dentro, perchè gran gente a cagion della peste

n'era uscita. Contuttociò que' cittadini fedelissimi alla repubblica

veneta, che odiavano il governo del duca di Milano, fecero delle

maraviglie in difesa della lor patria. Più e più assalti diede loro

il Piccinino, facendo anche incessantemente giocar le artiglierie

contro le loro mura; ma gl'intrepidi Bresciani sostenevano tutto,

provvedevano a tutto, e fino i preti e i frati menarono allora le mani.

Son diffusamente descritti questi fatti da Cristoforo da Soldo e dal

Platina. Ora in tali angustie i Veneziani, che nell'anno precedente

si erano mostrati quasi sprezzatori della lega co' Fiorentini, e

dell'aiuto del conte _Francesco Sforza_, mutarono ben massima e

linguaggio[2763]. Inviati a Firenze i loro ambasciatori, in tempo

che _Cosimo de Medici_, uomo saggio, era gonfaloniere, nel dì 18

di febbraio riconfermarono la lega, alla quale s'aggiunsero ancora

papa _Eugenio_ e i _Genovesi_. A niun d'essi tornava il conto che

prevalessero l'armi del Visconte, concordemente poi cominciarono

a sollecitare il conte Francesco, acciocchè portasse soccorso in

Lombardia agli affari sconcertati de' Veneziani. In questo mentre,

raccomandandosi forte i Bresciani a Venezia per ottenere aiuto,

perchè aveano tre nemici addosso, cioè l'armi del duca, la pestilenza

e la fame; ebbe ordine il _Gattamelata_ di passar colle sue truppe

pel Trentino, e per Lodrone ed Arco, a quella volta. Andò; ma nel

dì 12 di gennaio ebbe uno svantaggioso incontro colle soldatesche

del Piccinino, che teneano i passi, e gli convenne retrocedere.

Inoltratosi all'incontro in quelle parti Taliano Furlano con altre

milizie duchesche[2764], ebbe anch'egli nel dì 22 d'esso mese una

rotta da _Taddeo marchese_ d'Este e da _Parisio conte_ di Lodrone.

Irritato da questo fatto il Piccinino, marciò in persona a Lodrone; e,

dopo averlo preso, tornò sul lago di Garda per vegliare ad un'armata

di circa ottanta legni fra grandi e piccioli, che la repubblica

veneta fece con immense spese portare per terra sino a Torbola sul

lago suddetto. Tuttavia, perchè era troppo nemico dell'ozio, nel mese

di marzo si spinse sul Veronese, passò in faccia ai nemici l'Adige,

assediò e prese Legnago, Lonigo ed altre terre. In una parola non

passò il mese di maggio che quasi tutto il territorio di Verona e

Vicenza, sì il piano che il monte, si sottomise all'armi di lui e del

marchese di Mantova, di cui doveano essere Verona e Vicenza, qualora

se ne fossero impossessati. Ritirossi intanto il _Gattamelata_ nel

serraglio di Padova, premendogli di non avventurare ad una giornata la

salute della repubblica. Intanto fu rallentato l'assedio di Brescia con

somma consolazione di que' cittadini, che non ne poteano più. Questo

inoltrarsi cotanto del Piccinino era per opporsi al conte _Francesco

Sforza_, il quale, per le tante ragioni, preghiere e promesse a lui

recate dagli ambasciatori di Venezia e Firenze, s'era messo in viaggio

in soccorso dei Veneziani, giacchè scorgeva non potersi far capitale

delle speranze a lui date dal duca.

Dopo aver preso Forlimpopoli, il conte Francesco sen venne pel

Ferrarese con sette mila cavalli e quattro mila fanti ben in punto,

e sul principio di luglio giunse sul Padovano[2765]. Unitosi poi

coll'esercito del Gattamelata, in pochi giorni ebbe tutto il Vicentino

in sua balia. Avea fatto in questo mentre il Piccinino a Soave e ad

altri luoghi scavare di grandi fosse e tagliate; laonde fu forzato

il conte a tenersi per la montagna, se volle andare innanzi, e gli

convenne ancora urtar più d'una volta nei nemici. S'andò ritirando

il Piccinino, e passò anche di qua dall'Adige: con che diede campo al

conte di ricuperar tutto il di là. Pertanto si ridusse la guerra sul

lago di Garda, dove a Torbola era la flotta veneta, contra la quale

anche il duca di Milano si premunì con un'altra fabbricata a Desenzano.

Trovavasi la veneta a Maderno sul lago con _Taddeo marchese_ d'Este

e con altri capitani, e parte delle soldatesche era in terra[2766].

Arrivò loro addosso nel dì 26 di settembre _Niccolò Piccinino_ tanto

coi legni milanesi fabbricati sullo stesso lago di Garda, quanto

colle soldatesche per terra, avendo seco il _marchese di Mantova_ e

_Taliano Furlano_; e tutta quella flotta pose in rotta colla presa de'

legni, e con far prigione Taddeo marchese, i provveditori veneti ed

altre persone da taglia. Inestimabile fu il danno che ne riportarono

i Veneziani. Ma senza punto sgomentarsi s'accinse tosto la potenza

veneta a formare una nuova flotta, non perdonando a spesa veruna.

Respirava bensì Brescia, perchè ne era levato l'assedio; ma sprovveduta

di vettovaglie, ne facea continue istanze alla repubblica veneta.

Prese dunque il _conte Francesco_ la risoluzione d'incamminarsi colà

per le montagne e per la valle di Lodrone. Con disegno d'impedirgli il

passo, si postarono il Piccinino e il marchese di Mantova al castello

di Ten; ma eccoti nel dì 9 di novembre si veggono assaliti in quei

passi stretti dal conte, e sono astretti alla fuga. Vi restarono

prigionieri _Carlo_ figliuolo del marchese di Mantova, _Cesare da

Martinengo_, ed altri condottieri con cento uomini d'armi, e molti

fanti e cernide. Ebbe fatica lo stesso Piccinino a salvarsi, e sulle

spalle d'uomini si fece portare (fu detto in un sacco) a riva di Lago.

Ma non mai comparve l'arditezza di esso Piccinino, come questa volta.

Dopo la rotta suddetta non si sapea dove egli fosse. Da lì a pochi

giorni giugne avviso al conte Francesco, come egli col marchese di

Mantova avea data la scalata a Verona; ed, entratovi, se n'era quasi

interamente impadronito, non restando più in mano de' Veneziani se non

il Castel Vecchio e quello di San Felice, ed una delle porte. Parve

cosa da non credere un sì inaspettato colpo. Era il conte all'assedio

del soprannominato castello di Ten, e, ricevuta questa così stravagante

nuova, non tardò nel dì 17 del predetto mese di novembre a mettersi

frettolosamente colla sua armata in viaggio alla volta di Verona.

Nella notte precedente al dì 20 essendo passato per le vie scabrose

della montagna, entrò egli nel castello di San Felice, contra di

cui già s'erano alzate le batterie, e che poco potea durare, perchè

sprovveduto di gente e di viveri[2767]. Fatto dì, piombò il conte colle

sue valorose squadre addosso agli assedianti, e, trovandoli in parte

attenti a bottinare, gli sbaragliò. Tal fu la calca de' fuggitivi sul

ponte dell'Adige, che questo si ruppe, laonde moltissimi si annegarono,

e da due mila persone rimasero prigioniere. Con sì fatta velocità

liberò il conte la città di Verona. Venne poscia il Piccinino sul

Bresciano, dove diede gran sacco e danno, e maggiormente affamò quella

città. Andò il conte Francesco all'assedio d'Arco, ma nol potè avere;

e però, tornato sul Veronese, mise quivi a quartiere pel verno le sue

affaticate schiere. Con tali prodezze terminò la campagna di quest'anno

in Lombardia, avendo il conte Francesco lasciata a' Veneziani una

perenne memoria del suo valore e della sua fedeltà. E di qui potè

conoscere _Filippo Maria duca_ di Milano il bel frutto delle sregolate

sue risoluzioni. S'egli avesse avuto dalla sua, e non già nemico, lo

Sforza, correa manifesto pericolo la repubblica veneta di perdere tutta

la terra ferma, giacchè al solo Sforza si potè attribuire l'averla

conservata, e con tanto decoro. In quest'anno[2768] il _patriarca

Vitellesco_ capitano del papa mise il campo a Foligno, ed entratovi

per tradimento sul fine dell'anno, fece prigione _Corrado de' Trinci_

signore di quella città con due suoi figliuoli; e condottolo a Soriano,

da quell'uomo crudele che era, gli fece mozzare il capo: con che la

famiglia dei Trinci, che per più d'un secolo avea tenuta la signoria di

Foligno, ne restò priva, e se n'andò dispersa. Nè si dee tacere che il

duca di Milano, per tirare nel suo partito _Guidantonio de' Manfredi_

signore di Faenza[2769], gli donò, nell'aprile dell'anno presente,

Imola, Bagnacavallo e la Massa de' Lombardi.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 189 / 216 题