NOTE:

[2600] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2601] Istor. Napolet., tom. 23 Rer. Ital.

[2602] Billius, Hist., lib. 7, tom. 19 Rer. Ital.

[2603] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2604] Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.

[2605] Billius, Hist., lib. 8, tom. 19 Rer. Ital.

[2606] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.

[2607] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.

[2608] Chron. Senense, tom. 20 Rer. Ital.

[2609] Billius, Hist., lib. 8, tom. 19 Rer. Ital.

[2610] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20.

[2611] Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXXI. Indiz. IX.

EUGENIO IV papa 1.

SIGISMONDO re de' Romani 22.

Chiamò Dio in quest'anno a miglior vita _papa Martino V_, essendo

succeduta la morte sua nella notte del dì 19 venendo al dì 20 di

febbraio, per apoplessia a lui sopravvenuta[2615]. Fu buon pontefice;

saviamente governò la Chiesa, e la lasciò libera da un ostinato

scisma. Grande obbligazione per conto dell'impero temporale ebbe a

lui la santa Sede, perchè era non men amato che temuto. La dianzi sì

inquieta e divisa Roma fu per opera sua ridotta ad un'invidiabil pace.

Era, a cagion de' torbidi passati, quasi tutto lo Stato ecclesiastico

passato in mano di tirannetti; ne ricuperò egli buona parte, ed

assodò l'autorità pontificia in quelle città che restarono in mano di

varii signori. Nel dì 3 di marzo a lui succedette nella cattedra di

san Pietro il cardinal di San Clemente Gabriello de' Condolmieri, di

patria Veneziano, volgarmente appellato il cardinal di Siena, perchè fu

vescovo di quella città, e prese il nome di _Eugenio IV_[2616]. Seguì

la coronazione sua nel dì 11 d'esso mese, e non già nel dì 12, come

vuole il Rinaldi. Poco poi stette a vedersi una di quelle mutazioni

che non fu la prima, ed ebbe molti altri esempli dipoi: cioè si scoprì

il papa parziale degli Orsini, perchè per opera loro era giunto al

pontificato, e, nemico de' Colonnesi nipoti del defunto pontefice.

Veramente non fu senza censura in questi tempi la straordinaria

cura ch'ebbe papa Martino d'ingrandire ed arricchire la per altro

nobilissima sua casa. E papa Eugenio provò, che i nipoti di lui, cioè

_Prospero Colonna_ cardinale, _Antonio principe_ di Salerno ed _Edoardo

conte_ di Celano[2617], aveano fatto lo spoglio del tesoro ammassato

dal loro zio per valersene contra dei Turchi, ed asportata ancora

una buona quantità di gioielli e d'altri preziosi mobili spettanti

al palazzo apostolico e ad altri luoghi sacri Pertanto cominciò papa

Eugenio a procedere contro del tesoriere Ottone e contra del vescovo

di Tivoli, già camerieri d'onore di papa Martino; e più di ducento

persone adoperate in varii ministeri da esso Martino furono private

di vita. Allora fu che il cardinal Colonna uscì di Roma senza licenza

del papa nè andò molto che _Antonio_ e _Stefano_ Colonnesi con gran

gente armata entrarono nel dì 23 d'aprile in Roma stessa, e presero

due porte[2618], figurandosi che la lor fazione si moverebbe a rumore.

Volle Dio, che niuno prendesse l'armi per loro; e però, venuti al

papa dei soccorsi, fu spinto fuori di città Stefano Colonna, e messo

a sacco il di lui palazzo, siccome ancor quelli del cardinal Colonna,

del cardinal Capranica e d'altri loro aderenti. Avendo intanto papa

Eugenio fatto ricorso alla _regina Giovanna_[2619], questa gl'inviò

_Jacopo Caldora_ con tre mila cavalli, e mille e secento fanti. Era

costui la stessa avarizia e molto più della fede e dell'onore gli

stava a cuore il danaro. Non passò dunque gran tempo che in vece di far

guerra ai Colonnesi, lasciatosi corrompere dai grossi regali d'_Antonio

principe_ di Taranto, divenne lor protettore ed amico. Pretende Neri

Capponi[2620] ch'egli toccasse cento tredici mila fiorini di quei di

papa Martino. Ma perchè seppe anche papa Eugenio giocar di danaro,

il Caldora tornò ad assisterlo. Oltre a ciò, i Veneziani e Fiorentini

spedirono in aiuto del pontefice _Niccolò da Tolentino_ con un corpo

di gente, di maniera che egli potè dar la legge ai Colonnesi ribelli.

Trattossi dunque di accordo[2621]; e questo conchiuso, fu solennemente

proclamato nel dì 22 di settembre. In vigor d'esso il principe di

Salerno rilasciò al papa settantacinque mila fiorini d'oro: salasso

che, unito col resto da lui speso in guadagnare il Caldora, gli votò

affatto di sangue gli scrigni. Nè qui finì la sua disgrazia. Per

attestato di Biondo[2622], teneva egli presidio, non senza biasimo

del defunto suo zio, in Orta, Narni, Soriano, Gualdo, Nocera, Assisi,

Ascoli, Imola, Forlì e Forlimpopoli. Fu obbligato a dimettere tutto.

Diede in oltre occasione questo torbido alla regina Giovanna[2623] di

togliere al suddetto Antonio il principato di Salerno, e tutto quanto

ella avea dianzi donato, per le continue istanze di papa Martino, ai

di lui nipoti nel regno di Napoli: risoluzione non di meno, che non

dovette andare esente da taccia d'ingratitudine, perchè quella corona

ch'ella portava in capo si potea chiamare un dono d'esso papa Martino.

Abbiam già veduto quanto egli avea fatto per lei. Attese ancora il

pontefice Eugenio in questi medesimi tempi ad estinguere il fuoco

che tuttavia durava per la ribellion di Bologna, giacchè quel popolo

concorreva a ritornar alla sua ubbidienza[2624], purchè ottenesse

buone condizioni. Ed in fatti le ottenne, perchè il papa, vedendo

risorta la guerra fra il duca di Milano dall'una parte, e i Veneziani e

Fiorentini dall'altra, giudicò meglio di contentarsi di quel che potè,

e di far cessare quel rumore. Adunque nel dì 24 d'aprile si pubblicò

in Bologna la pace stabilita da quel popolo col papa, e successivamente

v'entrarono i commessarii del papa a prenderne il possesso e dominio.

Erano irritati forte i Fiorentini contra di _Filippo Maria duca_ di

Milano, perchè loro avea tolto di mano l'acquisto di Lucca, e perciò

di gran premura faceano in Venezia perchè s'aprisse un nuovo teatro

di guerra. I Veneziani anch'essi, al vedere il duca sì inquieto e

sempre armato, inclinavano a sfoderar di nuovo la spada; e tanto

più perchè le esortazioni del _Carmagnola_ e le conquiste fatte

nelle precedenti due guerre faceano loro sperare di accrescerle

collo imprenderne un'altra[2625]. Mandò bensì il duca ambasciatori

a Venezia per giustificare il fin qui operato da lui, e per trattare

d'aggiustamento; ma vedendosi i saggi Veneziani menare a spasso con

sole parole disgiunte da fatti, finalmente diedero all'armi. Forse il

duca non desiderava che questo: cotanto gli stava sul cuore la perdita

di Brescia e di Bergamo, e la speranza che la fortuna potesse cangiar

faccia per lui. Aveva egli al suo servigio _Niccolò Piccinino_, ardito

e valoroso capitano. Per opera ancora del fu _papa Martino V_ s'era di

nuovo acconciato al suo servigio il _conte Francesco Sforza_[2626],

il quale avea assaporata la speranza a lui data delle nozze di

_Bianca_ figliuola legittima del duca, in età allora non ancor atta al

matrimonio. La prima impresa che tentò il conte Francesco Carmagnola,

fu quella di Soncino. Gli fu promessa da quel castellano l'entrata in

quella terra, mercè di un grosso regalo di contanti; ma il trattato

era doppio. Presentatosi dunque colà il Carmagnola nella mattina del

dì 17 di maggio con tre mila cavalli e più di due mila fanti, in vece

della porta aperta di Soncino, trovò Francesco Sforza ed altri capitani

ducheschi colle loro squadre che gli fecero il che va là. Attaccossi la

mischia, e fu un maraviglioso fatto di armi che durò sino alla notte

colla totale sconfitta del Carmagnola, il qual forse con soli sette

cavalli si ridusse a Brescia. Restaronvi prigionieri circa mille e

cinquecento cavalieri, oltre alla fanteria. Il Sanuto[2627] Veneziano

sminuisce non poco questa vittoria. Comunque sia, e posto ancora

che grande fosse il danno patito in questa lagrimevol giornata dai

Veneziani, pure alla lor potenza e borsa non fu difficile l'accrescere

in breve, non che il ristorare l'armata loro di terra, con ispedire

nello stesso tempo un'altra possente armata navale per Po alla volta di

Cremona, comandata da _Niccolò Trivisano_: alcuni la fanno ascendere a

cento legni tra grossi e sottili. Più di dodici mila cavalli militavano

allora in Lombardia sotto le insegne venete. Avea anche il duca di

Milano preparata la sua flotta navale, il cui capitano era _Pacino

Eustachio_ da Pavia. Sen venne questa nel dì 22 di maggio[2628] (il

Simonetta dice[2629] nel dì 23) contro la nemica, e cominciò all'ore

ventidue, tre miglia lungi da Cremona, la battaglia, che durò sino

alla notte, con restar presi cinque galeoni ducheschi. Ma essendo

nell'alba del giorno seguente _Francesco Sforza_, _Niccolò Piccinino_

(il Sanuto nol nomina). _Guido Torello_ ed altri capitani entrati con

gran numero di genti d'armi negli stessi galeoni, la mattina suddetta

sì bruscamente assalirono i Veneziani[2630], che tutta la lor flotta

rimase sterminata, e vennero in potere de' vincitori ventotto galeoni

con altre barche, armi e munizioni senza numero, e circa otto mila

prigioni. Avea il general Trivisano mandato a chiedere soccorso al

Carmagnola, che stava accampato in quelle vicinanze coll'esercito di

terra; ma egli punto non si mosse, dicono per avviso furbescamente

fattogli dare che l'armata terrestre del duca si metteva in ordine per

dargli battaglia. L'autore della Cronica di Bologna[2631], che si trovò

presente a questo fatto d'armi, asserisce essere stato quello uno dei

più formidabili e mortali che mai si fossero veduti in Po, ed essere

stati maggiori i fatti di quel che fu scritto. Certamente incredibile

fu il danno patito in tal congiuntura dalla repubblica veneta[2632]. Nè

il Carmagnola nel resto dell'anno si attentò a far altra impresa, se

non che nel dì 15 d'ottobre, avendo inteso che si facea poca guardia

in Cremona, spedì colà un corpo de' suoi, ai quali riuscì di dare una

scalata alla picciola fortezza di San Luca e di prenderla. Quivi si

mantennero costoro per due dì, senza che il Carmagnola dipoi, tuttochè

avvisato, volesse marciare a quella volta, allegando per iscusa di

temer degli aguati de' nemici. Parte di quella gente da' Cremonesi

fedeli al duca fu presa, e gli altri se ne tornarono al campo. E

qui ebbero principio le diffidenze de' Veneziani contra del medesimo

Carmagnola.

Nè solamente guerra fu in quest'anno in Lombardia. La sua parte

n'ebbe anche la Toscana[2633]. Erano entrati i Sanesi e i Lucchesi

in lega col duca di Milano contra de' Fiorentini. In Pisa stessa quel

popolo, bramoso di ricuperare la perduta libertà, non era quieto. Ora

trovandosi tuttavia nella primavera di quest'anno, cioè prima della

guerra veneta, _Niccolò Piccinino_ in Lunigiana[2634], dopo aver tolto

Pontremoli a _Gian-Luigi del Fiesco_, nel dì 22 di marzo comparve sul

Lucchese, ed, inoltratosi sul Pisano, cominciò a prendere varie di

quelle castella. Passò anche sul Volterrano, siccome uomo speditissimo

nelle sue imprese: nel qual tempo anche i Sanesi apertamente mossero

guerra a Firenze, ed altrettanto ancora fece _Jacopo_, ossia _Lodisio

Appiano_ signor di Piombino. Erano a mal partito i Fiorentini

allora, perchè sprovveduti di esercito e di capitano, e malmenati dal

Piccinino, che ogni dì andava prendendo nuove terre, e lor conveniva

tener buon presidio in Pisa, Arezzo ed altre città minacciate.

Presero pertanto al loro servigio _Niccolò da Tolentino_ e _Micheletto

Attendolo_ da Cotignola colle lor genti d'armi. Frequenti erano in

questo secolo i condottieri d'armi italiani, annoverati nelle Croniche

di Marino Sanuto. Cadaun di questi venturieri conduceva la truppa de'

suoi combattenti, chi più chi meno, e prendeva poi soldo dove migliore

trovava il mercato. Ma la salute de' Fiorentini altronde venne. Da

che i Veneziani con tante forze ebbero aperto il teatro della guerra

contro lo Stato di Milano, abbisognando il duca del Piccinino e delle

sue truppe, il richiamò in Lombardia, e ne ricevè poi buon servigio,

per quanto abbiamo veduto. Aveano essi Veneziani, a fine di far maggior

diversione all'armi del duca[2635], e di sovvenire ancora al bisogno

de' Fiorentini, inviata nel Mediterraneo a Porto Pisano una flotta di

galee e d'altri legni comandata da _Pier Loredano_, dove si congiunse

con altri legni de' Fiorentini. S'incontrò questa nel dì 27 d'agosto

in vicinanza di Portofino colla genovese, inferiore di forze, di cui

era capitano _Francesco Spinola_[2636]. Attaccata la battaglia, per

tre ore continue rabbiosamente si combattè fra quelle due nazioni

_ab antiquo_ nemiche, finchè, superata la capitana di Genova, si

dichiarò la vittoria in favore de' Veneziani, colla presa di sette

o otto galee[2637], e dello stesso ammiraglio Spinola. Dalla parte

ancora del Monferrato fecero guerra al duca di Milano i Veneziani

e Fiorentini, avendo tirato nella lor lega _Gian-Giacomo_ marchese

di quella contrada, e _Bernabò Adorno_ ribello di Genova e padrone

di alcune castella nel Genovesato, il quale nel mese di settembre

infestò non poco la Riviera occidentale de' Genovesi. Spedito dal

duca a quella volta _Niccolò Piccinino_ nell'ottobre, ebbe la maniera

di sconfiggerlo e farlo prigione nel dì 9 di quel mese. Dopo di che,

per attestato di Giovanni Stella e del Sanuto, egli rivolse l'armi

contra del Monferrato, e durante il verno ridusse quasi in camicia

quel marchese[2638] con torgli la maggior parte delle di lui terre,

annoverate da Benvenuto da San Giorgio[2639]. Non gli restava più

se non Casale di Sant'Evasio con pochi altri luoghi, quando _Amedeo

duca di Savoia_, parente suo e del duca di Milano, s'interpose per

aggiustamento. Restò conchiuso che il marchese depositasse quelle poche

terre, che restavano in mano sua, in quelle di Amedeo duca di Savoia;

il che fu eseguito. Egli poi pieno d'inutili pentimenti incognitamente

per gli Svizzeri si portò a Venezia ad implorar l'aiuto di quel

senato, e a vivere alle spese dei Veneziani. Il Simonetta[2640] e il

Corio[2641] suo copiatore, e, quel che è più, il Biglia attribuiscono

l'impresa del Monferrato al _conte Francesco Sforza_. Potrebbe essere

che anche egli intervenisse a quella festa; s'egli poi fosse, o il

Piccinino, come pretende il Poggio e Giovanni Stella, autore anch'esso

contemporaneo, il principal mobile di quell'impresa, nol saprei dire.

Aggiungono bensì tali autori, avere le soldatesche del duca in tal

congiuntura commesse tali enormità, sfoghi, incendii e crudeltà contra

dei Monferrini, che il raccontarle farebbe orrore.

Era negli anni addietro stato occupato _Sigismondo re_ de' Romani,

d'Ungheria e Boemia nelle terribili guerre degli ostinati eretici

Ussiti, che sconvolsero lungamente la Boemia, e costarono sangue

senza fine[2642]. In quest'anno, giacchè erano in qualche calma i suoi

affari della Germania, determinò di venire in Italia per prendere le

corone. Arrivò, non so dire se nell'ottobre, oppure nel novembre, a

Milano, con seguito di poca gente, accolto con gran solennità da quel

popolo, e lautamente spesato dal duca. Curiosa cosa fu il vedere che

esso _duca Filippo Maria_, il quale soggiornava allora a Biagrasso per

cagion della peste, quantunque praticasse tutte le maggiori finezze

a questo gran principe sovrano suo, pure non si lasciò mai vedere a

Milano, finchè vi dimorò Sigismondo, non so se per diffidenza, o per

qualch'altro motivo. Certo è che non gli volle mai permettere l'entrata

nel castello di Milano[2643]. Egli era una testa particolare. Nel dì

25 del suddetto novembre, festa di santa Caterina[2644], seguì nella

basilica di Sant'Ambrosio di Milano la coronazione di Sigismondo,

avendogli _Bartolomeo Capra_ arcivescovo posta in capo la corona

ferrea. Fermossi poi in Milano nel verno, disponendo intanto il suo

viaggio alla volta di Roma. Nei dì 5 di maggio dell'anno presente[2645]

i tre _Malatesti_, che dominavano in Rimini, Fano e Cesena, essendo

di poca età, furono in pericolo di perdere la lor signoria per una

sollevazione, non so se ordinata da _Malatesta_ signore di Pesaro,

oppure dagli uffiziali di _papa Eugenio_. Solamente apparisce che in

questi tempi in Forlì dominava il pontefice. Ne' medesimi tempi Città

di Castello assediata da _Niccolò Fortebraccio_[2646] ebbe soccorso

da _Guidantonio conte_ d'Urbino, e restò libera dalle unghie di lui.

Furono infestati nell'autunno di quest'anno i Veneziani[2647] nel

Friuli dagli Ungheri per ordine del _re Sigismondo_ a petizione del

duca di Milano, fra cui ed esso re passava buona corrispondenza ed

amicizia. D'uopo fu che il senato inviasse al riparo _Taddeo marchese_

d'Este con altri condottieri d'armi, i quali non perderono tempo a

sconfiggere quei barbari, e a farli tornar di galoppo alle lor case.

Si diede principio in questo anno al concilio generale di Basilea,

presidente del quale fu a nome del papa _Giuliano Cesarino_, cardinale

di gran credito in questi tempi.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 181 / 216 题