NOTE:

[2265] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.

[2266] Raynaldus, Annal. Eccles. Aretinus, Histor. sui temp., tom. 19

Rer. Ital. Theodoricus de Niem, Histor.

[2267] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.

[2268] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2269] Leonardus Aretin., Hist., tom. 19 Rer. Ital. Theodor. de Niem,

Histor. Gobelinus.

[2270] Vita Innocentii VII, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[2271] Sozomenus, Istor., tom. 16 Rer. Ital.

[2272] Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic. Delayto,

Annal., tom. eod.

[2273] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2274] Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.

[2275] Cronica di Bologna, tom. eod.

[2276] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.

[2277] Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

[2278] Itinerar. Benedicti Antipapae, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[2279] Annal. Forolivienses, tom. 22 Rer. Ital.

[2280] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2281] Sozomen., Hist., tom. 16 Rer. Ital.

[2282] Giornal Napolet., tom. 23 Rer. Ital.

[2283] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2284] Gino Capponi, Istor., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal.,

tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital. Poggius et

alii.

Anno di CRISTO MCCCCVII. Indizione XV.

GREGORIO XII papa 2.

ROBERTO re de' Romani 8.

Una speciosa apparenza di vedere in quest'anno il termine dello scisma

diedero amendue i contendenti del papato[2287]. A udir le loro parole,

lettere ed ambascerie, si scorgevano pronti cadauno a spogliarsi del

manto pontificio. _Papa Gregorio XII_, per ben accertare il pubblico

della sua buona intenzione, spedì _Antonio vescovo_ di Modena suo

nipote con altri due ambasciatori a Marsilia[2288] per convenire

coll'_antipapa Benedetto_ del luogo, dove s'avea a tenere il congresso

fra loro. Si stabilì che amendue venissero alla città di Savona; e

Teodorico da Niem[2289] rapporta i capitoli formati per la maniera

con cui doveano gli emuli venire, stare e regolarsi nel progettato

loro abboccamento. Furono accettati e confermati da papa Gregorio, il

bello fu che questo futuro viaggio a Savona servì ad esso pontefice

di colore e pretesto per intimar le decime a tutto il clero d'Italia,

Sicilia, Dalmazia, Ungheria ed altri paesi, come costa dai documenti

rapportati dal Rinaldi. E perciocchè i prelati per le lunghe passate

guerre trovandosi impoveriti, allegavano l'impotenza di pagare, non

erano ascoltate le lor querele e ragioni; la pena della privazion

degli uffizii, intimata a chiunque fosse renitente, obbligò ciascuno

a soddisfare. Moltissimi perciò venderono i vasi e paramenti sacri

delle lor chiese, come attesta l'autore della Vita d'esso pontefice.

Teodorico da Niem aggiugne che le chiese e i monisteri di Roma furono

obbligati ad impegnare od alienare le lor sacre suppellettili e molti

dei loro poderi. Servì poi questo ammassamento di danaro a far vivere

lautamente e splendidamente esso papa, la comitiva de' suoi nipoti,

e la sua gran famiglia, di modo che consumava egli più in zucchero

che non aveano fatto i suoi predecessori in vitto e vestito. E da lì

a pochi mesi si videro i di lui nipoti secolari abbandonarsi ad ogni

forma di lusso con pompa di numerosa servitù e di cavalli. Ingrato

ancora verso _Innocenzo VII_ suo predecessore, che lo avea esaltato,

cacciò di corte la di lui famiglia e il nipote. Privò della marca di

Ancona _Lodovico de' Migliorati_ altro di lui nipote, il quale, con

raccomandarsi alla protezione del _re Ladislao_, occupò Ascoli e Fermo.

Tolse ancora la camerlengheria ad un altro nipote d'esso Innocenzo,

e la conferì ad _Antonio_ suo nipote. Bene è che il lettore sappia

tutte queste particolarità, acciocchè, vedendo poi deposto questo papa

dai cardinali zelanti, comprenda che fu abbassato uno, il quale in

apparenza era uomo santo, ma senza che i fatti corrispondessero a sì

vantaggioso concetto.

Non piacque ad esso re Ladislao la convenzion fatta da Gregorio XII

di passare a Savona per trattare coll'antipapa, perchè temeva che

i Franzesi carpissero in quel congresso, qualche capitolo in favore

della casa d'Angiò, pregiudiziale a' suoi diritti. Ora, per fargli

paura ed imbrogliar le carte, fece che nel dì 17 di giugno[2290] i

Colonnesi ed altri nobili romani entrassero per un pezzo di muro rotto

nella città di Roma. Diedero alle armi i Romani; il papa si ritirò in

castello Sant'Angelo. Nel dì seguente _Paolo Orsino_, ch'era al soldo

del medesimo papa, andò ad attaccar battaglia co' nemici, li mise

in rotta e fece prigioni _Giovanni, Niccolò_ e _Corradino Colonnesi,

Antonio Savello, Jacopo Orsino_ ed altri baroni romani, ad alcuni de'

quali fu tagliata la testa, ad altri restituita per danari la libertà.

Credettero alcuni che questo badalucco fosse seguito di concerto fra

il papa e Ladislao; ma Leonardo Aretino[2291], che si trovava in Roma,

attribuisce la trama ai soli parenti del papa, senza che egli ne avesse

contezza. Vennero poi gli ambasciatori del re di Francia nel mese di

luglio a sollecitar Gregorio pel divisato congresso, giacchè Antonio

Corrario suo nipote avea largamente spacciata a Parigi la prontezza

di suo zio alla cessione; ma Gregorio cominciò a mettere in campo

delle difficoltà, e a produr diffidenze di Savona, proponendo altri

luoghi. E perciocchè Paolo Orsino l'inquietava non poco pel soldo

non pagato della sua condotta, ascendente a sessanta mila fiorini

d'oro, nel dì 9 di agosto co' suoi cardinali se n'andò a Viterbo, e

di là nel settembre passò a Siena, ove fermò la sua residenza. Colà

furono a trovarlo di nuovo gli ambasciatori dell'antipapa e del re

di Francia, a' quali rispose ad aperta ciera di non voler Savona.

Fu proposto d'andare a Lucca, o a Pietra Santa, e si convenne che

papa Gregorio si trasferirebbe all'ultimo d'essi luoghi, e Benedetto

antipapa a Porto Venere; ma si consumarono più mesi in pretensioni,

perchè Gregorio voleva prima in sua mano tutte le fortezze di Lucca: al

che _Paolo Guinigi_ signore di quella città non si sapeva accomodare.

Nè bastarono i suddetti ambasciatori, co' quali s'unirono anche

quelli di Venezia, per muovere Gregorio a partirsi di Siena. Intanto

passarono i termini già accordati pel congresso di Savona[2292],

dove s'era portato l'astuto antipapa circa il principio d'ottobre,

sparlando forte dell'avversario, quantunque neppur egli si sentisse

voglia alcuna di rinunziare il papato, menando a mano chi forse gli

credea. Certo nel cuore di tutti e due più poteva l'ambizione che la

religione. Lasciossi ben intendere papa Gregorio, stando in Siena, che

avrebbe rinunziato[2293], purchè fossero a lui riservati i vescovati

di Modone e Corone, e l'arcivescovato di Jorch in Inghilterra creduto

allora vacante, benchè tal non fosse, con altre rendite; o purchè a'

suoi nipoti fossero concedute in vicariato le città di Faenza, Forti,

Orvieto, Corneto ed altri luoghi. Ma i saggi cardinali non crederono di

aver tanta autorità da poter promettere ed eseguir le promesse. L'amor

de' parenti, siccome vediamo, facea perdere a questo pontefice di mira

il buon cammino; e si sa che eglino tutto dì gli mettevano davanti agli

occhi pericoli e rovine, s'egli dimetteva la sacra tiara[2294]. Ora

l'antipapa per far bene credere quanto contrario l'animo di Gregorio,

altrettanto disposto il suo alla riunione, giacchè l'altro non si volea

ridurre in Savona, venne maggiormente ad avvicinarsi a lui[2295]; cioè

servito da sei galee passò a Genova, e nel dì 20 di dicembre vi fece la

sua solenne entrata.

_Paolo Orsino_ in quest'anno con due mila lancie andò a Toscanella,

dove fu ben ricevuto da quel popolo[2296]. Ma da lì a qualche tempo,

col pretesto che quei cittadini avessero tramata contra di lui una

congiura, mise a sacco tutta quella nobil terra, e se ne fece padrone.

_Luigi de' Casali_ nel mese d'ottobre[2297] uccise _Francesco_ suo

zio, oppur cugino, signore di Cortona, e ne usurpò egli il dominio.

_Lodovico de' Migliorati_, siccome già accennai, divenuto signore

d'Ascoli, in premio d'aver ceduta quella città al re Ladislao, fu

creato conte di Monopello; ma poco ne godè, perchè Ladislao, a cui il

mancar fede poco costava, gli ritolse quello Stato. Altre terre della

marca d'Ancona furono prese da esso re; e _Berardo Varano_, signore

di Camerino, collegatosi con lui, e ribellatosi al papa, s'impossessò

anch'egli di varii luoghi. Dopo la perdita di Pisa era venuto a Milano

_Gabriello Maria Visconte_, e, raccomandatosi al duca _Giovanni-Maria_

suo fratello, fu creato suo consigliere, e crebbe molto in autorità.

Si prevalsero della di lui lontananza i Genovesi[2298], e _Bucicaldo_

lor governatore, per impadronirsi di Sarzana, città rimasta in

potere d'esso Gabriello. Il danaro fece tutto; e i governatori di

quelle fortezze l'un dietro all'altro nel mese d'agosto, ricevuto

il contante, le consegnarono ai Genovesi, i quali ne presero il

possesso a nome proprio e del re di Francia. Durava la confusione,

anzi più che mai cresceva in Milano per le opposte fazioni de' Guelfi

e Ghibellini[2299], mancando maniere al giovinetto duca di calmare

i loro tumulti. Lo stesso castello fortissimo di porta Zobia a lui

non ubbidiva. Mostravano tutti in apparenza qualche rispetto a lui,

e che i loro fossero movimenti privati per atterrar cadauno la parte

contraria. Intanto _Facino Cane_ gran guerriero di questi tempi, che,

per attestato di Andrea Redusio[2300], si potea appellare un altro

Alessandro, venne a Milano in soccorso de' Ghibellini con ischiere

numerose di armati. Allora fu[2301] che, veggendosi a mal partito,

i Guelfi, ricorsero per aiuto a _Jacopo del Verme_, e questi con

ingorde promesse trasse colà _Ottobuono de' Terzi_ con altre brigate

di combattenti. Trovandosi Ottobuono in vicinanza di Binasco, terra

occupata da Facino e da Gabriello Maria Visconte[2302], nel dì 21 di

febbraio si mosse in ordinanza di battaglia per assalire il nemico

Facino; e per accidente anche Facino era in armi co' suoi per fare lo

stesso. Incontratisi dunque gli eserciti, ne seguì un crudel fatto di

armi con istrage e prigionia di moltissimi. La notte sola cessar fece

il combattimento. Era toccata la peggio ad Ottobuono, ed, irritato

per questo, dopo aver ricevuto un rinforzo da Jacopo del Verme, andò

con gran furore, non so se in quella oppure in altra notte, ad assalir

di nuovo il campo di Facino sul primo sonno. Non si aspettava Facino

questa scortese visita; e però furono ben tosto messe in rotta le sue

genti. Vi restarono prigionieri circa mille uomini d'armi; Facino si

ricoverò in Binasco; _Marquardo dalla Rocca_, valoroso condottiere

d'armi, fatto prigione, ed interrogato da Ottobuono, ove fosse Facino,

rispose di non saperlo, e quand'anche lo sapesse, che non l'avrebbe

rivelato. L'infuriato Ottobuono allora gli passò colla spada la gola,

e il lasciò morto. Ritirossi Facino ad Alessandria; Ottobuono per opera

del Verme fu introdotto in Milano. Di che peso fosse costui, non tardò

quel popolo a sentirlo. Si studiarono i cittadini di farlo partire,

ma non partì senza aver prima cavato dalle borse più di cento mila

fiorini d'oro; e poi si unì a Monza con _Astorre Visconte_ bastardo di

Bernabò, per far guerra a Milano. Racconto io in poche parole tutti

questi fatti, perchè l'assunto mio non mi permette di più. Nè si dee

tacere che Jacopo del Verme, già passato al soldo de' Veneziani, e

spedito in Levante contro de' Turchi, quivi lasciò poi gloriosamente la

vita. In questo anno a dì 17 di marzo _Francesco da Gonzaga_ signore

di Mantova, principe assai rinomato pel suo valore, terminò la sua

vita, con succedere a lui _Gian-Francesco_ suo figliuolo in età di

circa quindici anni[2303]. Corse subito a Mantova _Carlo Malatesta_,

siccome zio materno d'esso novello principe, per dare buon sesto a quel

governo. Erasi intanto ritirato a Parma Ottobuono, e perchè il costume

suo era di vivere di rapine, passò con più di due mila cavalli, benchè

nemicizia dichiarata non vi fosse, sul territorio della Mirandola e di

San Felice, fermandosi quivi più d'un mese. Immenso fu il saccheggio

ch'egli diede non solamente a quella contrada, ma anche a tutto il

basso Modenese. Nè bastò questo alla crudel prepotenza. Sette navi

grosse di mercatanti milanesi e veneziani, cariche di mercatanzie per

valore di più di cento cinquanta mila fiorini d'oro, andavano giù per

Po alla volta di Venezia. Aveano passaporto dello stesso Ottobuono, e

a nulla servì; tutto fu preso dall'insaziabile ed infedel tiranno.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 155 / 216 题