NOTE:

[1496] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.

[1497] Corio, Istoria di Milano.

[1498] Matteo Villani, lib. 1.

[1499] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.

[1500] Cronica di Bologna, tom. eod.

[1501] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1502] Matteo Villani, lib. 1, cap. 95.

[1503] Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.

[1504] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1505] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Estense, ubi supra.

Anno di CRISTO MCCCLII. Indizione V.

INNOCENZO VI papa 1.

CARLO IV re de' Romani 7.

Fu questo l'ultimo anno della vita di papa _Clemente VI_[1506].

Infermatosi egli in Avignone, passò all'altra vita nel dì 6 di

dicembre. Lasciò dopo di sè la lode d'essere stato pontefice d'animo

grande, liberale e limosiniere. Acquistò Avignone alla Chiesa, e in

quella città fece di sontuose fabbriche, per eternar ivi il soggiorno

de' papi, se avesse potuto, con grave mormorazion degl'Italiani, e

specialmente di Roma. Non si guardò neppur egli d'impiegare il danaro

della Chiesa in guerre. Attese, benchè con poco frutto, a seminar la

pace fra tutti i principi cristiani, non avendo preso partito se non

nella guerra di _Filippo re_ di Francia contra dell'Inglese: nel che

consumò molto tesoro. Il Baluzio[1507], che si sforza di difendere i

suoi papi avignonesi dalle querele e censure degl'Italiani, i quali non

si possono ritenere dal detestare la permanenza de' papi in Provenza,

siccome cagione di tanti disordini della corte pontificia, di Roma

ed anche dell'Italia; dovette credere picciola cosa l'essere divenuti

que' pontefici schiavi delle voglie dei re di Francia e di Napoli; e la

dissolutezza in cui cadde la lor corte fra le delizie d'Avignone. Sotto

lo stesso Clemente VI non solamente essa non migliorò, ma peggiorò

di molto, perchè, per attestato di Matteo Villani[1508], questo papa

in ingrandire ed arricchire i suoi parenti, non conobbe limite, e

_la Chiesa rifornì di più cardinali suoi congiunti, e fecene di sì

giovani e di sì disonesta e dissoluta vita, che ne uscirono cose di

grande abbominazione_. Nè il papa stesso fu in ciò esente da taccia,

non essendosi, allorchè era arcivescovo, guardato dalle femmine: e

neppur nel papato si seppe contenere, andando a lui le grandi donne,

come i prelati; e specialmente la contessa di Turena tanto fu possente

in cuore di lui, che per lei facea gran parte delle grazie. Giunse

poi l'avidità di far danaro ad innumerabili riserve ed espettative

di benefizii, e a conferire a molti lo stesso benefizio, che in fine

toccava a chi avea la fortuna di carpire il breve dell'_Anteferri_.

Lascio gli altri disordini della corte avignonese, onde nacquero non

pochi scandali, in guisa che taluno diede il nome di Babilonia, non

già alla santa Chiesa romana, sempre salda nelle vere dottrine, ma al

dissoluto vivere di quella corte, nel mentre che Roma, legittima sede

e vescovato proprio de' romani pontefici, andava di male in peggio per

la lontananza de' suoi pastori, e tutte le sue città erano ormai cadute

in mano de' tiranni. Nel dì 18 del suddetto dicembre s'affrettarono

i cardinali di eleggere un papa a lor modo, per prevenire il re di

Francia, che veniva in fretta ad Avignone per farne uno a beneplacito

suo[1509]. Cadde l'elezione nel _cardinale Stefano di Alberto_,

nato nella diocesi di Limoges, vescovo allora d'Ostia, personaggio

provveduto di molta scienza, zelo e giustizia, che prese il nome

d'_Innocenzo VI_. Non tardò egli a riformare alcuno de' più gravi abusi

che correvano sotto il suo antecessore, annullando le riserve di tanti

benefizii e tante commende, delle quali non erano mai sazii i porporati

e prelati d'allora, ordinando ancora la residenza ai vescovi e agli

altri benefiziati, che dianzi correvano a darsi bel tempo alla corte

pontificia, e ad uccellar nuovi benefizii. Riformò ancora il lusso

della sua corte e de' cardinali, che era giunto all'eccesso; e cominciò

a conferire i benefizii a persone di merito, laddove prima si davano

per raccomandazione de' favoriti senza esame di dottrina e di costumi.

Nel dì 13 di febbraio dell'anno presente vennero in vicinanza di

Costantinopoli i Veneziani e Genovesi, tutti pieni d'odio e d'invidia

gli uni contra degli altri[1510]. Menavano i primi un'armata di

settantacinque galee tra le proprie e le armate da' Catalani, e quelle

di _Giovanni Cantacuzeno imperador_ de' Greci loro confederato. Ne

era generale _Nicoletto Pisani_. La flotta de' Genovesi, comandata

da _Paganino Doria_, ascendeva a sessantaquattro galee. Terribil fu

quella battaglia, fatta in più parti e con più rimesse. Vi si sparse

gran sangue, e in fine parve che la vittoria fosse de' Genovesi.

Imperciocchè il generale de' Catalani, e molti nobili e più di due

mila persone dalla parte dei Veneziani e Catalani vi rimasero uccise;

e furono prese da' nemici quattordici galee venete, dieci de' Catalani

e due de' Greci, e circa mille e ottocento uomini. Ma avendo anche i

Genovesi perdute tredici loro galee, oltre a sei che erano fuggite,

ed essendo morti nel conflitto più di settecento della lor gente,

fra' quali non pochi de' principali cittadini di Genova, neppur essi

cantarono il trionfo. Si ritirarono i Veneziani, perchè più malconci

degli altri, e si accinsero a riparare il danno, per tentare miglior

fortuna in un altro combattimento. I Genovesi all'incontro, per

vendicarsi del Cantacuzeno, chiamati in loro aiuto i Turchi, che vi

andarono con sessanta legni armati, e ricevute da Genova dieci altre

galee, si misero ad assediar Costantinopoli, e ridussero a tale quella

città, che nel dì 6 di maggio obbligarono l'imperadore greco a dimandar

la pace, che fu stabilita con molto loro vantaggio pel commercio, e

coll'espulsione de' Veneziani e Catalani da Costantinopoli, ma con

vergogna del nome cristiano. Seguì nell'anno presente in Napoli la

coronazione del _re Luigi_ e della _regina Giovanna_ per mano di un

legato apostolico, correndo la festa della Pentecoste nel dì 27 di

maggio. Con gran solennità fu eseguita quella funzione[1511], essendovi

intervenuti quasi tutti i baroni e vassalli del regno, a' quali fu

conceduto un generale indulto di tutte le passate ribellioni: con che

tornò a fiorir la pace in quelle contrade. Ma il papa permise al re

Luigi la corona, a condizione che, se mai premorisse a lui la regina

Giovanna senza figliuoli, il regno pervenisse a _Maria_ di lei sorella,

e Luigi dimettesse il titolo di re, con riassumere quello di principe

di Taranto. Per cacciar poscia dal regno Corrado Lupo, il quale con

grosso corpo di Tedeschi s'era afforzato a Nocera de' Pagani, altro

mezzo non ebbe il re Luigi che di adoperar l'efficace ricetta dell'oro,

ottenendo da lui quanto volle, collo sborso di trentacinque mila

fiorini. Fece anche ritornare alla sua ubbidienza la città dell'Aquila.

Ma perchè era rimasto nel regno _fra Moriale_, che cogli Ungheri teneva

tuttavia il castello, ossia la città d'Aversa, mandò il re Luigi per

_Malatesta da Rimini_ con dargli il titolo di vicario del regno. Andò

colà Malatesta con quattrocento cavalieri, e continuò a perseguitare

i ladroni, a tener nette e sicure le strade, e a far pagare le colte.

Finalmente si voltò contra di fra Moriale, ed assediò Aversa, tenendola

talmente stretta per tutto il dicembre, che il costrinse a renderla, e

insieme tutto il tesoro da lui adunato con tante ruberie, fuorchè mille

fiorini d'oro che il re per sua bontà gli permise di asportare.

Furono guerre nell'anno presente in Toscana. Quivi sussistevano

tuttavia sparse qua e là molte soldatesche di _Giovanni

Visconte_[1512]. Francesco Castracani degli Interminelli, dopo aver

tenuto l'assedio più di quattro mesi a Barga, terra de' Fiorentini

in Garfagnana, sconfitto da essi Fiorentini, lasciò ivi gli arnesi

e molti prigionieri nel mese di ottobre. Bettona, terra ricchissima,

che non la cedeva alle città[1513], fu assediata dai Perugini, presa

ed interamente disfatta. Pier Saccone dei Tarlati ebbe delle percosse

da' Fiorentini. Gravissime scosse di tremuoto gran danno recarono in

Toscana ed in altre parti. Spezialmente in Borgo Santo Sepolcro[1514]

nel dì 26 di dicembre e ne' susseguenti si rovesciò la maggior parte

degli edifizii, colla morte di circa due mila persone. Roma in questi

tempi, per le civili discordie de' nobili e del popolo, provava

anche essa non pochi affanni. Ne fu cacciato Luca Savelli da Rinaldo

Orsino senatore. Fecero anche i Romani esercito contra Viterbo, ma

vergognosamente se ne tornarono a casa. Nel dì 15 del mese di marzo

infermatosi in Ferrara _Obizzo marchese_ d'Este[1515], fatti a sè

venire i cinque suoi figliuoli, cioè _Aldrovandino, Niccolò, Folco,

Ugo_ ed _Alberto_, a lui nati da Lippa dagli Ariosti, e poi legittimati

col matrimonio, li fece cavalieri, e compartì lo stesso onore ad altri

nobili ferraresi, modenesi, padovani e d'altre città. Poscia nel dì

19 o 20 d'esso mese compiè il corso di sua vita, lasciando nel popolo

un gran desiderio di sè e un giusto motivo di lagrime. Il maggiore

de' suoi figliuoli, cioè _Aldrovandino_, nel giorno seguente fu nel

pieno consiglio di quella città, e così in quello di Modena, eletto

signore. Se l'ebbe a male _Francesco Estense_, figliuolo del _marchese

Bertoldo_, che fin allora era stato in isperanza di succedere in quel

dominio; e però nel dì 2 d'aprile, fingendo di non vedersi sicuro in

Ferrara, se ne absentò, e ritirossi a Padova, poscia in Milano, dove

si diede ad ordir delle tele contra del marchese Aldrovandino, delle

quali parlerò a suo luogo. Per testimonianza del Gazata[1516], storico

di questi tempi, nè suddito della casa d'Este, Aldrovandino era signor

buono, persona d'onore, giusto e savio.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 100 / 216 题