NOTE:

[1387] Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.

[1388] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Johannes de Bazano, Chron.

Mutinense, tom. eod.

[1389] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom.

18 Rer. Ital.

[1390] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

[1391] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 34. Gazata, Chron. Regiens.,

tom. 18 Rer. Ital.

[1392] Giovanni Villani, lib. 12, cap. 25.

[1393] Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCXLV. Indizione XIII.

CLEMENTE VI papa 4.

Imperio vacante.

Fu memorabile quest'anno per l'orrida tragedia della morte d'_Andrea_

fratello di Lodovico re d'Ungheria, e marito di Giovanna I regina di

Napoli[1395]. Dolevasi egli di veder la corona sul capo alla moglie, e

sè stesso privo di quell'onore, e, per conseguente, di poca autorità,

contro i patti già stabiliti nel suo accasamento. Tanto maneggio si

fece in Avignone, che papa _Clemente VI_ finalmente ordinò la sua

coronazione, e deputò un cardinale legato per la funzione. Allora

fu che la regina, la quale non amava di aver compagni sul trono, e

taluno dei Reali, aspiranti al trono medesimo, e i malvagi ministri,

de' quali abbondava allora la corte di Napoli, determinarono di

togliere di vita questo principe, prima ch'egli giugnesse a prendere

in mano le redini del governo. Qui, secondo le passioni ordinarie

degli storici, gran discordia si truova in assegnar le cagioni

dell'avversione di Giovanna al principe marito. Alcuni ci rappresentano

essa Giovanna innocente, ed Andrea per giovane di poco senno, barbaro

ne' suoi costumi, circondato da ministri ungheri più barbari di lui e

insolenti[1396]. Sognarono ancora ch'egli non era atto a soddisfare ai

doveri del matrimonio. Altri poi cel dipingono[1397] per un agnello e

principe dotato di molta virtù, ed essere solamente stato imprudente

nel lasciarsi scappare di bocca che gastigherebbe chiunque allora

si abusava della confidenza colla regina, in obbrobrio d'essa e in

danno del pubblico. Aggiungono che Giovanna s'era data ad una vita

libertina, e, vivendo in adulterio, e in una corte, dove trionfava

il vizio, non potea sofferire che il marito giugnesse al comando, per

cui anche a lei sarebbe toccata la briglia. Quel che è certissimo, nè

osa negarlo Tristano Caracciolo[1398], il qual pure prese, un secolo e

più dipoi, a difendere la fama di questa regina, essa fu consapevole

dell'infame trattato contro il marito. Venuta quella corte a diporto

ad Aversa, nella mezza notte del dì 18 di settembre i camerieri

svegliarono _Andrea_, e col pretesto che in Napoli fosse tumulto, il

fecero uscir di camera della regina. Ma non così tosto fu uscito, che

i congiurati gli misero un laccio alla gola e lo strozzarono; poscia

da una finestra gittarono il di lui corpo giù nel giardino, come se

colà fosse caduto da sè stesso. Che orrore, che strepito facesse un

sì barbaro assassinio in Aversa, in Napoli, anzi per tutta Europa,

non si può dire. Nella Cronica Estense[1399] è narrato diffusamente

il fatto. Piena allora di paura corse la regina Giovanna a Napoli, e,

sentendo vicina una sollevazione, non potè di meno di non permettere

che fosse formato processo: laonde aspra giustizia si fece d'alcuni, ma

senza toccare _Carlo duca_ di Durazzo, creduto manipolatore di tanta

iniquità; e molto men contro la regina, la quale tanto al papa quanto

al re d'Ungheria volle far credere d'essere innocente, senza nondimeno

che ne restasse persuaso alcuno. Infiniti malanni produsse poi questo

esecrando eccesso, che accenneremo fra poco.

Terminò sua vita in quest'anno nel dì 25, oppure in uno de' seguenti

giorni di marzo, _Ubertino da Carrara_ signore di Padova[1400], con

lasciar dopo di sè la memoria d'essere stato uomo violento, perduto

nella libidine, ed implacabil persecutore de' suoi ribelli. Dichiarò

suo successore ed erede _Marsilietto Pappafava_ della casa da Carrara,

e suo parente, ma lontano. Era quest'uomo dabbene e giusto, prometteva

perciò un buon governo al popolo suo; ma non seppe il misero ben

guardarsi dall'ambizione altrui. _Jacopo da Carrara_, figliuolo di

Niccolò e nipote del suddetto Ubertino, parendogli fatto gran torto

nell'anteporre a lui Marsilietto, dopo aver guadagnato con belle

promesse alcuni dei di lui familiari[1401], nella notte del di cinque,

oppure nove di maggio introdotto con molti armati nella camera di

esso Marsilietto, quivi a man salva l'uccise. Servitosi poi del di lui

sigillo, prima che si divolgasse il micidiale eccesso, fece prendere

la tenuta di Monselice e delle altre fortezze, si assicurò de' nipoti

di Marsilietto, e dal popolo, che non potea di meno, venuto il dì,

fu proclamato signore. Non bastò a _Filippino Gonzaga_ d'aver fatto

l'insulto ad _Obizzo marchese_ d'Este, che narrai nell'anno precedente;

mosse anche aperta guerra a lui, e a _Mastino dalla Scala_ di lui

collegato. _Luchino Visconte_ era quegli che facea forte colle sue

genti il Gonzaga, ridendosi della tregua non ancor finita coll'Estense.

Nel dì 22 di gennaio marciò Filippino sul Veronese coll'esercito suo a'

danni degli Scaligeri, e vi si fermò alquanti giorni. Capitò in questi

tempi in Lombardia un legato del papa con far correre voce di voler

mettere pace fra i principi; ordinò anche molti parlamenti, ma senza

giovare ad alcuno. Ebbe nondimeno l'avvertenza di giovare a sè stesso,

perchè fu ben regalato da tutti; e quasi che fosse venuto solamente per

rallegrar la sua borsa, senza prendersi maggior briga, se ne andò con

Dio.

Durando tuttavia la guerra del suddetto _Luchino Visconte_ contra

de' Pisani[1402], spedì egli in Toscana con gran gente il suddetto

Filippino. In tali angustie si trovarono allora i Pisani, che

cominciarono a trattare di comperar la pace; e buon per loro che

allora il Visconte e il Gonzaga ebbero bisogno di accudire ai loro

affari di Lombardia, e di richiamar di Toscana le loro milizie.

Promisero i Pisani di pagare a Luchino ottanta mila fiorini d'oro

(il Villani dice cento mila[1403]) per una volta sola, ed ogni anno

un palafreno e due falconi, e di rendere i lor beni ai figliuoli di

Castruccio. Ecco se sapeva il Visconte far ben profittare l'armi sue

in questi tempi. Intanto _Obizzo marchese_ d'Este avea stretta una

buona lega con _Mastino dalla Scala_ e con _Taddeo de' Pepoli_ contra

di Luchino e dei Gonzaghi, per difesa della sua città di Parma[1404];

e, quantunque il Pepoli promettesse molto, ed attendesse poco, pure

colle sue forze e con quelle poche che potè ricavar da essi alleati,

nel dì 16 di marzo cavalcò sul Reggiano, ed impadronissi di San Polo,

delle quattro castella, di Covriago e d'altri luoghi. Nel dì 4 d'aprile

i Rossi cogli altri Ghibellini di Parma, attizzati dal segreto favore

di Luchino, fecero una sollevazione in Parma. Il _marchese Francesco

d'Este_, vicario ivi per Obizzo, coi Sanvitali e coi Guelfi prevalse

all'empito loro; laonde molti furono presi e decapitati. Venuto poscia

un buon rinforzo di Tedeschi a Parma, inviato colà da Mastino, nel dì

26 di giugno si mosse da Parma l'esercito estense, e, all'improvviso

presentatosi alla città di Reggio, diede la scalata alle mura, e

gran gente v'entrò combattendo fino alla piazza[1405]. Quel popolo,

trovandosi troppo tenagliato, nulla più desiderava che di rimettersi

sotto gli Estensi. Ma perchè non giunse a tempo, per mancanza di

scale, l'aiuto che occorreva, furono respinte da _Filippino_ le

genti dell'Estense, e molti vi rimasero presi, uccisi ed annegati

nelle fosse. Tornate poi che furono in Lombardia le soldatesche di

Luchino[1406], maggiormente si rinforzò la guerra. Grossissima era

l'oste del Visconte e de' Gonzaghi; questa, dopo aver preso Soragna e

Castelnuovo, si accampò a Colecchio. Uscì anche di Parma il marchese

Francesco Estense, e si mise a fronte dell'esercito nemico. Andò

il guanto della disfida per una giornata campale, che fu esibita

ed accettata da esso marchese; ma quando pur si credea imminente il

conflitto, le genti del Visconte si ritirarono, ed ebbero dipoi alcune

spelazzate da quei dello Estense.

Ribellossi nel mese d'agosto di questo anno ai Veneziani la città di

Zara[1407]. Un potente esercito per mare e per terra fu spedito colà

affine di ricuperarla. Furono fatte molte bastie intorno alla terra, e

dati de' furiosi assalti; ma quel popolo con gran vigore si sostenne, e

soffrì l'assedio per tutto il verno seguente. Quando si credea rimessa

la pace in Genova per l'elezione di _Giovanni da Murta_ doge[1408],

dovendovi rientrare senza armi i fuorusciti, si sconcertarono più

che mai gli affari. Non fu permesso ai nobili il ritorno alla patria;

anzi il popolo sollevossi, e li costrinse coll'armi a ritirarsi dai

borghi della città; e dipoi, formato un esercito, marciò per ricuperar

dalle mani d'essi nobili Porto Maurizio, Diano e Oneglia; e in fatti

ritornarono in lor potere que' luoghi. Per mettere fine a questa

confusione, fu rimessa a _Luchino Visconte_ la decision delle loro

liti; e questi, dopo avere nel dì 18 di giugno intimata la tregua fra

essi, nel dì 6 di luglio proferì poi il laudo della pace, per cui fu

permesso ai fuorusciti di tornare in Genova, a riserva d'alcuni degli

Spinoli, Grimaldi e Fieschi, obbligati a stare dieci miglia lungi dalla

città. Passò in questo anno per Genova e Bologna _Umberto Delfino_ di

Vienna[1409], spedito da papa _Clemente VI_ per generale d'un esercito

di crociati contra de' Turchi, facendo predicar dappertutto la medesima

crociata. Giunto a Ferrara, fu ben ricevuto e ragalato dal marchese

Obizzo, e di là passò in Levante, ma senza farvi alcuna prodezza: il

perchè impoverito se ne tornò indietro, e gli affari dei cristiani in

Oriente seguitarono ad andar peggio che prima. Scorretto dee essere il

testo della Cronica Veronese, mentre scrive che in quest'anno[1410]

_Bernabò Visconte_ nipote di Luchino prese per moglie _Beatrice_,

soprannominata Regina, figliuola di _Mastino dalla Scala_. Succederono

tali nozze dopo la morte d'esso Luchino, e nell'anno 1550, siccome dirò

andando innanzi.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 93 / 216 题