(DAL 1849 AL 1859).
Nulla è più triste del 1849. Fu un'epoca di squallore del pensiero
politico in tutta Italia, un'epoca di naufragio dei sentimenti
ragionevoli e generosi.
Mentre la reazione od aveva vinto o si preparava a stravincere, il
liberalismo si nascondeva sfiduciato, e la rivoluzione sperdeva in
audacie, talvolta generose, ma sempre isolate e insufficienti, le
forze materiali e morali che il pensiero nazionale aveva faticosamente
raccolte.
Nessun governo indipendente in Italia, tranne quel piccolo Piemonte,
strozzato dalle indennità di guerra e dall'occupazione militare
austriaca. Radetzki padrone di Alessandria, D'Aspre di Firenze, Oudinot
di Roma, Hoyos di Bologna, Haynau di Brescia; a Milano si bastonavano
le donne, a Napoli s'accoppiavano Poerio e Spaventa cogli assassini;
Garibaldi si trafugava per tutte le sinuosità dell'Appennino,
traccheggiato da quattro eserciti e da cinque polizie; Venezia moriva
di bombardamento e di colera; l'Ungheria, svenata, cadeva bocconi
ai piedi dello Czar; e le nostre popolazioni, tradite nelle loro
speranze, vacillanti nella loro fede, erano malmenate da giornali e da
giornalisti senza pudore, che dopo averle abbeverate, nei giorni lieti,
d'odio e di menzogna, s'erano rifugiati, nei giorni tristi, fra le
schiere degli oppressori, mescolando il loro scettico ghigno al romore
delle fucilazioni dei patrioti, da loro aizzati e abbandonati[80].
Alle catastrofi militari s'aggiungeva la catastrofe intellettuale
e morale. Nulla di organico aveva potuto resistere ai colpi della
sfortuna. Le autorità personali erano sfatate; i metodi di governo
screditati; l'energia rivoluzionaria si svaporava in proclami, in
coccarde, in feste, in saturnali di palazzo e di piazza; si diffidava
degli onesti; si credeva ai birbi, che degli onesti sorgevano
accusatori. Gli elettori politici, traviati dall'orgia delle idee
false, preferivano un Pansoya al conte di Cavour. I patrioti erano
diventati traditori, i traditori diventavano a loro volta patrioti.
Era insomma un'aberrazione di menti da ricordare le follíe degli
untori, — un palleggiarsi di accuse e di recriminazioni, che lasciava
nelle maggioranze un infinito disgusto di cose pubbliche. I partiti
politici erano saliti.... o discesi alla più acuta espressione
dell'intolleranza. Monarchici e repubblicani, radicali e moderati,
unitarj e federali parevano odiarsi fra loro ancora più che non si
odiassero gli stranieri da ciascuno di loro. A Roma non si accordavano
Mazzini e Garibaldi; a Firenze, Montanelli e Guerrazzi si tenevano
il broncio; in Piemonte spesseggiavano le crisi ministeriali; Genova
insorgeva contro Torino, Napoli inveiva contro Messina. Lo stesso
esercito piemontese, — l'unica speranza dell'avvenire — era lacerato
dalle fazioni; e una parte dei soldati non volevano battersi, perchè
turbati da seduzioni clericali, e il generale Ramorino non si batteva
perchè corrotto da seduzioni repubblicane.
È facile immaginare che effetti dovesse cagionare lo spettacolo di
quest'anarchia italiana sulla popolazione milanese, ripiombata, dopo
quattro mesi di romorosa illusione, sotto un regime reso senza paragone
più duro dall'ebbrezza della vittoria e dal ricordo delle vicendevoli
offese.
Forse anzi fu questa stessa durezza che la salvò. Fu la terribile
realtà delle conseguenze che produce nella vita dei popoli la rettorica
sostituita all'esperienza, la petulanza sostituita all'ingegno,
che abbreviò meravigliosamente per Milano, e in genere per tutte
le provincie ricadute sotto la dominazione straniera, il periodo
della convalescenza. Milano si trovò come un ebbro sotto la doccia.
Quel bagno gelato dissipò in un minuto i fantastici orgogli e le
allucinazioni delle fibre eccitate. La città si trovò nuovamente di
fronte alle altere uniformi bianche, allo strascico delle sciabole
sui selciati, agli aspri suoni del linguaggio straniero, alle brutali
intimazioni di pattuglie e di sentinelle, alla pettoruta insolenza di
una bieca e irresponsabile polizia. Comprese che tutto ciò voleva dire
la fine di un'egloga e il principio di un dramma. Si guardò intorno e
si vide sola. Nessun ajuto possibile dall'interno, nessuna speranza,
neanche lontana, da fuori.
Allora Milano rientrò in sè stessa; vide di essere la sentinella
avanzata di un esercito impotente a riprendere l'offensiva; sentì la
nobiltà della sua missione, la fiera ma gloriosa inesorabilità del
suo dovere. Deliberò di restare al suo posto, finchè dietro ad essa
l'esercito avesse potuto ricomporsi. Raccolse le sue forze; non contò
i nemici, ma li guardò in faccia senza paura; e cominciò quella lotta
giornaliera, multiforme, implacabile contro ogni elemento, contro ogni
esigenza di dominio straniero; una lotta che il conquistatore leggeva
in ogni sguardo e sospettava in ogni parola; una lotta che avvolgeva in
una salda solidarietà d'affetti e d'intenti tutti i partiti, tutte le
classi, tutti i gruppi della cittadinanza; — quella lotta che, dal 1849
al 1859, fu una pagina illustre della virtù nazionale.
Questa lotta fu combattuta da tutti, in tutti i modi, secondo le forme
ed i metodi che a ciascuno, in ciascuna occasione, parvero preferibili.
Noi non pretendiamo raccontarla, cercheremo riassumerla nelle sue linee
principalissime. Chi la racconterà — assai più tardi — potrà essere
giusto con tutte le persone; noi non potremo ora che essere giusti
rispetto alle cose. Delle persone diremo con sobrietà quello soltanto
di cui siamo sicuri. E non di tutte; giacchè, naturalmente, nè tutte
conoscemmo, nè di molte sarebbe ancor bene dir tutto. A quelli che,
pur essendo stati in prima linea, fossero o si credessero dimenticati,
mandiamo fin d'ora schiettissime le nostre scuse. Si vendichino,
dicendo che questo nostro non è neanche un riassunto, è semplicemente
una sfumatura del poema. Noi non li smentiremo. Saremo paghi se gli
uomini imparziali riconosceranno la nostra imparzialità, e se diranno
che, avendo pure scritto il vero, abbiamo scritto soltanto il vero a
noi noto.
Caduta, con Venezia, l'ultima fioca speranza di ripresa politica,
l'opinione pubblica milanese subì un periodo sussultorio, quello che
segue davvicino inevitabilmente le grandi catastrofi. L'onda commossa
continua a spumeggiare sul lido lungo tempo dopo che la tempesta in
alto mare è cessata. Però il periodo fu breve; e il partito nazionale
si adagiò virilmente nella considerazione dell'avvenire, frazionandosi,
secondo l'indole delle cose e la fisonomia morale degli individui, in
tre compagini principali, che si proposero di camminare, con proprj
metodi, verso l'intento comune dell'indipendenza.
Queste compagini ebbero subito e necessariamente capi locali, mezzi
locali, direzioni indipendenti e locali. Le autorità intellettuali
che avevano creato il movimento, le influenze statevi fino allora
prevalenti erano tutte sparite. Gli uomini di maggiore notorietà
del precedente periodo avevano dovuto subire le conseguenze della
sconfitta. Il Cattaneo s'era ritratto a Lugano, inutilmente e
ingiustamente sdegnoso; il Correnti cercava di rifar programmi a
Torino, accarezzato pel fervido ingegno e per l'inquieto ideale;
Casati, Borromeo, Arese, Mauri, Burini, Torelli, Guerrieri-Gonzaga,
Giorgio Pallavicino, emigrati volontarj o forzati, reclutavano aderenze
e simpatie fra i nuclei politici a cui appartenevano, o a Genova o
a Torino o a Parigi. Luciano Manara era morto eroicamente coll'armi
in pugno; Cernuschi e Maestri, appartati dal movimento paesano o
imbronciati con esso, avevano trovato a Parigi, con diversa fortuna,
nuove occupazioni e nuove clientele.
Ned era facile allora — come fu possibile poi — avviare cogli emigrati
intelligenze dirette e costanti. Oltrechè, le necessità milanesi
esigevano evoluzioni così rapide e così varie, che ogni direzione da
fuori sarebbe stata inevitabilmente o tarda o inefficace o disastrosa.
Bisognò dunque, sino dai primi giorni, rifare i quadri; e trarre
da nuovi elementi, presenti sempre ed attivi, le virtù nuove rese
necessarie dalla mutata natura delle difficoltà e dei pericoli.
Per chiarezza e semplicità di programma, se non per numero — allora —
di aderenti, primeggiava quel nucleo di giovani patrizj che avevano
risolutamente accettata, fin dal primo stadio della rivoluzione,
l'iniziativa liberale e la direzione politica della monarchia
piemontese. Si dicevano e si lasciavano chiamare _albertisti_,
perchè in Carlo Alberto avevano confidato, come confidavano nel
giovane ed energico suo successore. Conservatori per educazione e per
interessi sociali, non erano men risoluti di ogni altro a volere, con
inflessibile tenacia, l'indipendenza; ma credevano che per raggiungerla
non fosse di troppo avere per sè le forze — momentaneamente impacciate
— d'un vecchio Stato, d'un esercito regolare, d'una illustre e leale
famiglia di principi italiani e costituzionali. L'esperienza delle
discordie politiche e delle impotenze amministrative durate nei quattro
mesi li avevano disgustati d'ogni soluzione provvisoria. Nè i capi, nè
i programmi repubblicani, sorti durante lo stesso periodo, erano lor
parsi tali da dover inspirare invincibili simpatie. Sicchè il Piemonte
restava l'unico faro che illuminasse di qualche luce il tetro avvenire;
ed essi, pur accettando dai loro amici di programma diverso ogni
necessità di cospirazione o di lotta contro i governanti stranieri,
mettevano la loro fede negli organismi della monarchia liberale;
coordinavano la loro azione, il loro impulso, la loro propaganda
morale alle situazioni che vedevano create o accettate da quelli fra
i loro amici rimasti a Torino, per appoggiare delle loro influenze
e rappresentare col loro nome la continuazione di una politica
d'indipendenza.
Autorevole in questo nucleo per solidità di studj e di convinzioni era
Alessandro Porro, ingegno calmo e colto, avvezzo a meditare prima di
risolvere, a non pentirsi dopo avere risolto. Più spigliato d'indole
e più mescolato agli aneddoti sociali ed a vivacità battagliere,
Carlo D'Adda ajutava questo programma di tutte le intimità che il suo
carattere e la sua schiettezza gli avevano ottenuto presso la Corte in
Torino, dove Carlo Alberto gli era stato largo di così patriottici e
confidenti colloquj. Uomini gravi e giovani intelligenti fra i Taverna,
fra i Prinetti, fra i Greppi, fra i Trotti, fra i Litta-Modignani
caldeggiavano simili aspirazioni, alle quali non mancava l'adesione,
piena di modesto riserbo, dell'uomo più illustre che contasse in Italia
il partito unitario, Alessandro Manzoni.
Due giovani però spiccavano sopra gli altri, in questo nucleo politico,
pei loro precedenti e per la vasta azione, — il conte Cesare Giulini e
il conte Emilio Dandolo.
Quest'ultimo, giovanissimo ancora e già ricco di fama, apportava al
gruppo _albertista_ tutto il profumo della squisitissima indole sua,
tutto il prestigio della leggenda, che cominciava già a formarsi
intorno alle vittime e ai difensori di Roma. Fratello, più che amico,
di Manara e di Morosini, morti entrambi, si può dire, nelle sue
braccia, Emilio Dandolo aveva potuto fare, a vent'anni, un'esperienza
degli uomini che pochi sanno acquistare a quaranta, un'esperienza del
dolore, che non lasciava più in lui nulla di frivolo o di spensierato.
Era stato sulla breccia, coll'armi in pugno, finchè in Italia era
rimasto un palmo di terra da difendere contro stranieri. Cessata la
lotta, ridiventava uomo di pensiero ed aveva scritto un opuscolo:
“_I volontarj ed i bersaglieri lombardi_„ nel quale affrontava con
molto coraggio civile alcuni fra i pregiudizj che avevano allora più
corso fra l'inesperta gioventù liberale. Il volontario, fido soldato
di Garibaldi e di Medici, non temeva di affermare che solamente da
eserciti regolari doveva l'Italia attendere la sua liberazione; il
valoroso difensore della Repubblica romana sosteneva vigorosamente
il programma dell'Italia monarchica, sotto la guida della dinastia di
Savoja. Più tardi, un'altra idea savia e feconda avrebbe sostenuto, in
apparente contrasto coll'azione sua giovanile, — l'alleanza con quella
Francia, i cui soldati avevano rotta, colle loro palle, la vita dei più
cari amici che avesse al mondo, suo fratello Enrico, il Morosini, il
Manara.
Ma non era da lui che potesse uscire il grido di un egoismo, o di una
passione, pure larvata da patriottiche ipocrisie. Entusiasta, come
lo s'è a vent'anni, sapeva però discernere un affetto individuale
dal grande interesse della patria. Sapeva che nelle grosse questioni
di politica internazionale, non sempre possono i governi — regni o
repubbliche — lasciarsi guidare dai soli impulsi simpatici. Vedeva
chiaro che gl'interessi della Francia avrebbero, tosto o tardi,
combaciato coi nostri, e faceva volontieri il sacrificio delle sue
rimembranze ai nuovi bisogni e alle nuove amicizie del suo paese.
Stringersi oggi a chi si ha combattuto jeri, o viceversa, è la legge
storica di tutte le relazioni internazionali, l'andamento normale di
quasi tutte le emancipazioni politiche. Guai se, adottando una politica
di fanciulli o di furibondi, c'immaginassimo che i nemici trovati
un giorno sopra un campo di battaglia vi fossero perchè ci odiavano!
Tramuteremmo l'Europa in altrettanti campi trincerati quanti sono i
popoli che, in una od altra epoca, si sono affrontati, e prostituiremmo
le alte necessità della patria dinanzi alle volgari manifestazioni del
rancore o della vendetta.
Uno Stato forte e intelligente prova anzi una certa voluttà virile
nell'avvicinarsi ad una potenza contro cui s'è lottato sul campo o
nella diplomazia. Le amicizie militari meglio sorrette dalla reciproca
stima nascono ordinariamente, dopo la pace, fra gli ufficiali che si
sono vigorosamente battuti durante la guerra. E se da un governo o da
un principe che ci ha offesi, viene l'istante in cui la patria trae
servigio o vantaggio, la grandezza d'animo consiste nel ricordarsi di
questo, non nel piatire, come un compratore fedifrago, per scemare il
prezzo d'una merce che s'è chiesta e accettata.
Così comprendeva il patriotismo Emilio Dandolo; e così, crediamo,
lo avrebbe compreso in ogni futura epoca della sua vita, se non
avesse dovuto soccombere, pochi anni dopo, al fiero morbo che già in
quell'epoca si leggeva devastatore sull'emaciato e pallido viso.
Per ora, il nobile giovane, in cui l'Italia ha certamente perduto un
uomo politico di prima riga, si accontentava d'essere un elemento
di coesione e di forza in mezzo a tante cause di sfiducia e di
dissoluzione. Simpatico di persona e di nome, gentile di modi, vigoroso
di animo, gettato così presto nel vortice delle grandi emozioni, il
Dandolo sentiva che il fragile tessuto della sua vita si logorava
rapidamente. Questa sicurezza dava ordinariamente al suo viso una
tinta di melanconia, ma nel tempo stesso — com'è natura del morbo —
gli rendeva più dolce l'indole e più fine l'ingegno. Di tutti gli amici
suoi, — di tutte le amiche — era l'idolo, e lo meritava. Nessuna cosa,
può dirsi, facevasi intorno a lui, senza il consiglio suo. Ed egli
della sua influenza non usava che per cose alte e fiere. Era di quegli
uomini destinati a servire, persin morendo, la patria che amano.
Lo precedeva d'una decina d'anni il conte Cesare Giulini Della Porta,
che alle stesse doti di animo e di cuore univa una vasta cultura appena
dissimulata sotto la semplicità del discorso, una portentosa memoria,
punto vulnerata dalle eccentriche distrazioni in lui proverbiali.
Gentiluomo d'antico stampo e di largo censo, usava d'ogni forza
sua, economica, intellettuale o sociale, per intenti di patria e di
progresso. Nessuna iniziativa di studj[81], di beneficenza, di vigore
politico, trovava chiusa la sua borsa o freddo il suo cuore. Le
numerose relazioni personali ch'egli manteneva e accresceva con una
instancabile corrispondenza, l'autorità che gli veniva dall'essere
stato nel Governo Provvisorio di Lombardia, la considerazione di
cui godeva in tutta l'aristocrazia lombarda e il molto bene che gli
volevano le classi popolari da lui beneficate[82], lo rendevano anche
rimpetto al Governo austriaco un uomo importante; ed egli ne approfittò
per osare quello che altri forse non avrebbe potuto, ma che, scoperto,
avrebbe tolto a lui come ad altri la libertà e probabilmente la vita.
In tutto il periodo che precedette i movimenti militari del 1859, fu il
conte Giulini il centro e l'anima di quel vasto movimento di volontarj
che s'avviavano ogni giorno al di là del Ticino, per accrescere
combattenti all'esercito piemontese e sottrarne alle coscrizioni
nemiche. Giovato dalle molte sue conoscenze e dall'affetto che avevano
per lui gli affittuarj e i coloni delle sue varie tenute, il Giulini
aggiungeva a questo lavoro quello di raccogliere tutti i dati relativi
ai concentramenti ed alle dislocazioni delle truppe austriache; dati
quasi sempre esattissimi e che, trasmessi giornalmente al quartier
generale dell'esercito franco-sardo, gli furono parecchie volte
d'inapprezzabile aiuto. Sprofondato in questa doppia bisogna egualmente
pericolosa, ma il cui vantaggio pratico per la causa nazionale era
egualmente chiaro, Cesare Giulini stette fino agli ultimi giorni in
Milano, malgrado che la polizia militare avesse occhi attenti sopra
di lui. Lo si vedeva nei soliti ritrovi serali, lo si incontrava
per le solite vie coll'abito negletto, il passo obliquo e il sorriso
distratto; ma la mente era pensosa, il cuore saldo, e tutte le sue
nobili facoltà si concentravano operose in quello che per allora gli
pareva il dover suo e il modo più immediato di giovare alla patria[83].
Il programma _albertista_ non era però nei primi anni diviso da un
altro nucleo di giovani intelligenti e coltissimi, che al Giulini, al
Dandolo, al D'Adda erano congiunti dai più stretti vincoli di stima e
di amicizia personale.
Erano gli antichi avventori del caffè della Peppina, a cui s'era
aggiunta la schiera, anche più giovane, degli scrittori e dei
pubblicisti maturati alla breve esperienza liberale dei quattro mesi.
Caduta Milano, avevano girovagato qua e là per l'Italia, scrivendo,
cospirando, stringendo relazioni letterarie e politiche, a Firenze,
a Roma, a Torino. Rientrando, dopo le catastrofi italiane, sotto il
domestico focolare, sentirono il bisogno di raccostarsi, di riprendere
il filo delle antiche intimità, di coordinare, se era possibile, la
loro singola azione allo svolgimento di un programma comune.
Quest'ultima ipotesi sembrava e si dimostrò infatti difficile. Le
impressioni individuali non erano identiche e condussero presto alla
formazione di due correnti patriottiche, concordi nello scopo, divise
nel metodo.
Una prima schiera accettò presto l'indirizzo che proponeva, con pensato
vigore, un uomo rimasto fino allora piuttosto soldato che capitano,
Carlo Tenca.
Ingegno più solido che vasto, più preciso che immaginoso, di
convinzioni austere, di alta coscienza e d'irremovibile tenacità,
il Tenca univa a tutte le fiere qualità della sua origine popolana
l'amore a tutte quelle eleganze d'intelletto, di studj e di istinti,
che sogliono ordinariamente essere la base educativa delle classi
superiori. Preparato alla politica, come tutta la gioventù d'allora,
dai libri del Foscolo e del Mazzini, durante i quattro mesi della
nostra effimera liberazione aveva scritto per qualche tempo nel
giornale ufficiale del Governo Provvisorio, da cui s'era allontanato
in seguito per desiderio di azione politica più indipendente. Non era
stato partigiano dell'atto di fusione colla monarchia piemontese, e
si mostrò severo censore di parecchie delle disposizioni che, a quello
scopo, s'erano prese o si travedevano.
Quando giunse l'epoca dei rovesci, e si trattò di sostituire al Governo
Provvisorio un Comitato di Difesa, che assumesse una specie di potere
dittatorio, il Tenca si oppose apertamente alla prima combinazione,
che si basava sui nomi del colonnello Varesi, del conte Francesco
Arese e di Cesare Correnti. Gli pareva una combinazione d carattere
troppo _fusionista_, e fu principalmente per le insistenze sue che
si procedette ad un'altra combinazione, in cui entrarono il generale
Fanti, il dottor Maestri e l'avvocato Restelli, rimanendo il Correnti
segretario del Comitato. Dopo l'infausta giornata del 5 agosto[84],
il Tenca, con altri amici suoi milanesi, s'era condotto a Firenze,
dove, seguendo sempre il concetto della rivincita popolare, collaborò
a giornali e ne fondò, aiutando talvolta, contrastando più spesso
l'indirizzo governativo, che gli pareva or fiacco or violento, di quei
governanti, in ispecie del Guerrazzi e del Montanelli.
Nel complesso, lo spettacolo di quei saturnali politici aveva fatto
grande impressione sul retto ed austero animo suo. Tornava a Milano,
dubitoso della efficacia d'ogni programma di azione immediata,
sconfortato delle prove fatte, dolorosamente persuaso che, se poco
felice era stata l'iniziativa del principato liberale, anche peggiore
era stata quella delle torbide democrazie. Sicchè patrocinava un
programma di ricostruzione intellettuale e morale, da lui posto come
base unica e logica d'ogni futura azione. Disposto a spingere, come
gli altri e più degli altri[85], il contegno di intransigenza contro
ogni elemento e contro ogni istituzione d'indole straniera, non credeva
però ad efficacia di congiure e non intendeva mescolarvisi. Voleva che
si lasciasse per allora deporre alla rivoluzione il suo limo, e che si
preparasse, con civile rinnovamento di studj filosofici, giuridici,
politici, economici, la generazione atta a governare più tardi con
maggiore competenza e maggiore esperienza l'ulteriore movimento che i
tempi avrebbero consigliato.
All'opinione sua aderirono presto parecchi fra quelli che a somiglianti
discussioni prendevano parte; e si deliberò la fondazione di un
giornale che a siffatte idee desse tono e avviamento. Così nacque il
_Crepuscolo_, che fu per nove anni l'efficace stromento di una vera
educazione pubblica, e di cui scrisse recentemente la storia uno dei
più autorevoli fra i suoi fondatori e scrittori[86].
Ma questo programma, di cui nessuno disconosceva la serietà e
l'utilità, sembrò non bastare ad un'altra schiera di giovani, o più
dominati da un prepotente bisogno di combattività, o meno disillusi
dei primi sull'antico meccanismo delle cospirazioni politiche. E
questi, raccogliendo intorno a sè gli antichi compagni e rannodando
le antiche fila, deliberarono di continuare, per loro conto e con loro
pericolo, quei metodi di propaganda rivoluzionaria che già erano parsi
buoni molti anni prima, e da cui speravano poter trarre ancora utili
occasioni di fortunate audacie.
Così venivano designandosi i tre partiti fra cui si sarebbero
suddivisi, secondo le varie attitudini, tutti gli elementi politici
della città. Partiti, diversi dagli attuali in ciò, che mentre questi
si combattono con accanimento, quelli non solo si rispettavano, ma si
aiutavano a vicenda; perchè certi che, qualunque programma trionfasse,
qualunque metodo prevalesse, erano programmi e metodi di uomini onesti,
devoti all'indipendenza, più che ad ogni altra fisima di organismi
speciali.
I primi avevano il loro programma deciso, l'unione alla monarchia
liberale; i secondi aspettavano che la monarchia facesse migliori
prove, preparando intanto vigorosi elementi intellettuali e morali a
una futura amministrazione politica; gli altri mantenevano la loro
fede all'ipotesi repubblicana, collegandosi ai primi ed ai secondi
ogniqualvolta il concetto dirigente della resistenza alla dominazione
straniera rendesse necessario accrescere e accomunare le forze.
Principalissimo in quest'ultima schiera, per vigore d'animo e studio
indefesso di ordini militari, era Carlo De-Cristoforis, un altro audace
di antica tempra, che la prima campagna garibaldina lasciò cadavere,
e che avrebbe forse emulato, nelle successive, i Sirtori, i Medici,
i Bixio. Gli era eguale per influenza e per attività quell'Attilio
De-Luigi che abbiamo già visto centro di preparazioni politiche e
militari, prima delle Cinque Giornate. E, senza notare i moltissimi,
ricordiamo fra i molti di questo nucleo il Pezzotti, il Majocchi, il
Gerli, i Lazzati, il Guttierez, il Piolti de' Bianchi, e un giovane
pavese allora in molta intrinsichezza coi nostri, Benedetto Cairoli.
Teneva una situazione quasi intermedia fra questi e il gruppo
capitanato dal Tenca, un altro giovane, di cui cominciava a farsi
autorevole il giudizio e simpatica l'influenza presso tutti gli
elementi patriottici di Milano, — Emilio Visconti-Venosta.
Nessuno infatti avrebbe potuto in quell'epoca, meglio di lui,
rappresentare quell'insieme di movenze che era necessario a tener
vivo e continuo il nesso fra le compagini politiche milanesi. Accetto
al patriziato liberale per le aderenze famigliari e personali e per
una certa eleganza di educazione che ne lasciava intatta la solidità;
amicissimo al Tenca e a' suoi collaboratori, fra i quali pigliava un
posto notevole pei suoi articoli magistrali di critica e di dottrina
politica; era nel tempo stesso in intime relazioni cogli uomini del
programma avanzato, delle cui speranze e delle cui illusioni era stato
fino allora e continuava, fino ad un certo punto, ad essere partecipe.
Il Visconti-Venosta usciva infatti politicamente egli pure da
quell'ardente atmosfera dell'apostolato mazziniano, in cui s'era
tuffata, come in un bagno di vapori patriottici, tutta la generazione
del tempo suo. Anch'egli chiamava Mazzini il _maestro_ e Mazzini
gli rispondeva non sappiamo se _figlio_ o _fratello_. Aveva scritto,
durante i quattro mesi, sull'_Italia del Popolo_, articoli ridondanti
di quella fraseologia mistica ed armoniosa che la scuola mazziniana
traeva, esagerandola forse, dal suo fondatore. E quando, negli
ultimi giorni, cessata la ragione dello scrivere, pareva ritornasse
l'opportunità del combattere, il discepolo seguì religiosamente il
maestro in quella colonna di volontarj a cui l'armistizio Salasco tolse
presto ogni occasione possibile di sacrificio.
Gli avvenimenti del 1849 avevano esercitata sul pensoso intelletto
suo, come su quello del Tenca, la loro azione o piuttosto la loro
reazione. Più giovane del Tenca, egli durò tuttavia, più a lungo in
quella cerchia di pensieri da cui aveva prima tratto la sua educazione
politica. Nelle discussioni che s'erano agitate intorno al futuro
indirizzo del partito nazionale, aveva optato per un programma di
cospirazione. E, pur lavorando cogli amici suoi del _Crepuscolo_
a creare un ambiente elevato negli ordini intellettuali, la sua
attitudine accennava ad azione più vibrata e a maggiori vincoli colla
parte democratica ancor dominata da ideali di popolari riscosse.
Così non fu degli ultimi a caldeggiare la ripresa di un'agitazione
rivoluzionaria disciplinata da concetti organici; e stancava in quei
giorni le vetture cittadine, recandosi con altri amici a raccogliere,
di casa in casa, i voti per la costituzione di un Comitato centrale
milanese, che riuscì infatti composto di Attilio De-Luigi, di Alberico
Gerli, del Pezzetti e di qualche altro.
Le condizioni, per così dire, strategiche della lotta che Milano si
preparava di nuovo a sostenere, s'erano mutate notevolmente, — così in
meglio come in peggio — dalle epoche antecedenti. Dal 1820 al 1844,
i combattenti appartenevano quasi esclusivamente alle classi nobili
o molto agiate della città. Dal 1844 al 1847 era scesa in campo,
ricca di forze, anche la borghesia. Ma la classe popolare, operaia,
era stata fino allora piuttosto spettatrice simpatica che energica
cooperatrice alla lotta. Solamente negli ultimi mesi innanzi al 18
marzo, l'entusiasmo bellicoso l'aveva guadagnata; ma più avevano potuto
sovr'essa le mistiche influenze del papato liberale e le giuste collere
provocate dalla ferocia dell'8 settembre e del 3 gennaio, anzichè una
chiara e viva percezione delle necessità che hanno i popoli di vivere
di vita loro, senza vincolo di esterne dominazioni.
Però i cinque giorni di combattimento e i quattro mesi di libertà
politica avevano prodotto anche fra le masse popolari un salutare
rivolgimento intellettivo. Ora si affacciavano alla resistenza, per
impulso proprio e per virtù di opinione, non solamente per vaghezza
di novità o per adesione a programmi altrui. Avevano visto riunioni,
letto giornali, discusso governi e governanti; cominciavano a capire
che della libertà erano partecipi, della schiavitù politica soltanto
stromenti o vittime. Sicchè le schiere nostre aumentavano di densità
e di tutta quella forza che apportano elementi nuovi e robusti,
sopratutto avvezzi, pei casi precedenti e per la fiducia personale
vicendevolmente cementata, a subire la disciplina, non a discuterla.
D'altro canto, s'aveva però di fronte un avversario più deciso, più
agguerrito, più inesorabile di prima. Tornando a Milano, dopo la
guerra, l'Austria non aveva più o non fingeva più di avere illusioni
di sorta. Sapeva di rientrare in una città nemica e di dover restarvi
colla miccia accesa e i cavalli sellati. Ogni ipocrisia di linguaggio o
di nomi era sparita. Gli Schwartzemberg, i Strasoldo, i Montecuccoli, i
Burger si alternavano, con intonazioni di maggiore o minor durezza, al
potere civile; ma il carattere intrinseco del governo era e restava una
dittatura militare, temperata soltanto dai varj e mutabili interessi
politici della dinastia imperiale. Sicchè gli stessi metodi della
lotta dovettero essere profondamente modificati. Bisognava evitare
assembramenti, che sarebbero subito diventati facile scopo a cariche di
cavalleria. Le _dimostrazioni_ cessarono, perchè non v'era più bisogno
di affermare la disciplina e v'era bisogno di risparmiar vite e sangue.
Ma cessarono nelle vie, per durare in permanenza nei ritrovi e nelle
sale private; rinunciarono ad essere collettive, per diventare più
tenacemente e più audacemente individuali.
Intorno agli elementi austriaci si fece il vuoto. Gli ufficiali
militari, gli alti impiegati del Governo civile e politico trovarono
chiuse le porte dei ritrovi famigliari e delle associazioni cittadine.
Nei teatri, pochissimi palchi d'affitto erano aperti all'ufficialità,
nessuno di proprietà privata. Si stipavano nelle sedie chiuse, al di là
della sbarra; e dava già per sè indizio della situazione morale, quel
vedere ogni sera, da un lato tutte uniformi, dall'altro tutti abiti
neri. Se ad un ballo, ad una cerimonia si prevedeva l'impossibilità
di escludere, per qualunque ragione, un ufficiale austriaco, il ballo
non si dava, la cerimonia si sospendeva. Ai balli che davano le alte
autorità politiche o militari, non intervenivano che impiegati o mogli
d'impiegati, costrette dalla pressione ufficiale. Se qualche signora
della società milanese osò talvolta od ebbe la debolezza di accettare
alcuno di questi inviti, leggeva subito la riprovazione sul viso dei
conoscenti e degli amici. Il vuoto si allargava anche intorno a queste
belle colpevoli di peccati veniali. La necessità della resistenza
politica rendeva inesorabili; si sacrificava al programma anche la
cortesia, anche l'educazione, anche l'amore.
I giovani poi s'erano fatta una legge di non tollerare, in faccia
agli elementi militari, neanche l'apparenza di una provocazione. Per
un gesto, per una parola, per uno sguardo rivolto ad una dama, si
flagellava l'ufficiale austriaco d'una fiera parola, d'una osservazione
umiliante che conduceva al duello. Luigi Della Porta iniziò questa
nuova forma di guerra, e ne restò sventuratamente la vittima. Il
Camperio, il Fadini, il Viola, il Battaglia, il Carcano, altri ancora
si misurarono sul terreno, con varia vicenda, non transigendo mai,
non accettando scuse, affermando altamente lo scopo e il carattere di
queste contese. Era veramente una guerra; ma non potendosi combattere,
alla moderna, coi grossi battaglioni, si combatteva, all'antica,
colle zuffe individuali, come i capitani d'Omero. Nè, a completare
la tradizione epica, mancava a quei combattenti l'aiuto delle Dee.
Minerva e Venere non scendevano sulla terra, ma v'erano già. Preludendo
ad un concetto che il generale Garibaldi svolse più tardi ne' suoi
proclami, il sorriso delle donne era serbato ai forti. L'implacabilità
politica non era meno consueta alle signore che agli uomini; forse,
per l'indole loro, più provocatrice. Certo, ebbero larga ed onorevole
parte in tutta questa disciplina di affetti e di rigori patriottici. E
fra le gentildonne che tenevano in quell'epoca riunioni più numerose
e più ricercate, non si possono dimenticare, per la gentile e fiera
influenza, Marianna Trivulzio, Mariquita d'Adda, Carolina Crivelli,
Ermellina Dandolo, Carmelita Manara. Sopra tutti va ricordato il
salotto letterario e politico di Clara Maffei; dove tutti gli elementi
nazionali od esteri di qualche valore trovavano libertà d'accesso e
intimità di ritrovi; e dove la padrona di casa, vincendo per necessità
politica l'indole sua, accettava dai suoi amici quella disciplina
d'intransigenza contro cui protestava la sua costante ed inesauribile
amabilità.
Indispettiti da questa giornaliera implacabilità di contegno, da questo
muro di bronzo che vedevano elevato fra essi ed ogni agevolezza di
vita sociale, gli ufficiali reagivano, accentuavano la loro qualità
di conquistatori e padroni, — aiutavano per ciò solo i desiderj
degli avversarj e il programma della resistenza. Talvolta, acciecati
dall'impotenza, diventavano brutali, perdevano il sentimento dei loro
doveri di uomini e di gentiluomini.
In uno dei giorni onomastici dell'imperatore d'Austria, avendo una
baldracca, molto intima cogli elementi soldateschi, Annetta Olivari,
esposto un tappeto giallo e nero sul suo balcone, posto quasi
dirimpetto alla Piazza del Duomo, lungo l'antica via dei Borsinari, un
assembramento minaccioso di popolani e popolane tentò invadere quella
casa e strappare quella bandiera. Si fecero degli arresti, e il giorno
dopo ufficiali austriaci non sentirono l'onta di assistere nel cortile
del Castello ai colpi di bastone che furono applicati sulle ignude reni
di due o tre fanciulle artigiane.
Questi esempj e questi spettacoli esacerbavano naturalmente l'animo
dei popolani, fra i quali trovò presto cooperatori audaci e sicuri la
frazione politica che mirava a congiure e a sommovimenti.
Com'è abitudine e necessità di questi programmi, l'unità dirigente
veniva meno. Gli organismi rivoluzionarj si moltiplicavano secondo i
gruppi d'amici personali, secondo le diverse solidarietà sociali da
cui partivano. Assumevano nomi speciali[87], avevano capi molteplici,
che ordinariamente non erano conosciuti dai settarj minori. I loro
scopi, i loro mezzi d'azione erano esclusivamente locali; abbozzavano
progetti, li mutavano, li abbandonavano, secondo le diverse esigenze
dei singoli avvenimenti milanesi. Solamente il Comitato Centrale, che
abbiamo visto presieduto da Attilio De-Luigi, s'era posto in diretta
comunicazione con Mazzini e con quel centro rivoluzionario europeo che
allora dirigeva da Londra una vasta agitazione, a cui, col Mazzini,
partecipavano il Kossuth, il Ruge, il Sirtori, Ledru-Rollin.
A poco a poco questo organismo di cospirazione era riuscito a darsi una
specie di ordinamento stabile, mediante sub-centri o Comitati, che in
ogni capoluogo di provincia agivano secondo le istruzioni del Comitato
Europeo. Il Mazzini osò allora quello che nessun cospiratore aveva
osato prima di lui, e che nessuno probabilmente oserà più, — aprire
un prestito rivoluzionario di dieci milioni, con apposite cartelle,
che si collocavano presso i privati di fede sicura o creduta sicura,
dagli agenti dei Comitati, incaricati poi di spedire a Londra i fondi
raccolti. Non sappiamo quanti di questi milioni siano giunti nelle
casse del Comitato Europeo; certo se ne devono essere perduti alcuni
per via. Ad ogni modo, il movimento di persone e di lettere, che
un'impresa di questa natura determinava, non potè lungamente tenersi
celato alle indagini di polizia.
Un tristo, il dottor Vandoni, protomedico addetto al Governo, denunciò
un impiegato suo, il dottor Ciceri, quale possessore di cartelle
del prestito Mazzini. Il denunciato non isfuggì al processo ed al
carcere. Ma non isfuggì il denunciatore alla vendetta settaria. In
pieno giorno, nella via del Durino, sotto gli occhi della famiglia,
che dal balcone aspettava il suo arrivo, Vandoni fa pugnalato e il
sicario sparì. L'indegnazione contro l'ucciso temperò quella contro
l'uccisore; perocchè è triste privilegio delle situazioni consimili di
abbuiare, nell'opinione pubblica, la limpidezza dei criterj morali.
Però da quel giorno, la tensione politica divenne ancora più aspra e
vibrata. L'autorità piegò maggiormente a tirannia, la cospirazione si
sprofondò ne' suoi metodi, il terrore dominò da una parte e dall'altra
le relazioni sociali.
Frattanto accadeva in Francia, il 2 dicembre 1851, il colpo di Stato
napoleonico; un'altra pagina storica che non si può giudicare nè a
tuono di frase nè a lampi di passione; ma che, indipendentemente da
ogni genesi e da ogni effetto francese, ebbe sulle cose d'Italia e
specialmente sull'attitudine dei Milanesi, un'influenza immediata e
profonda.
Il partito d'azione, che fino allora aveva sperato nella Repubblica
Francese, piuttosto per istinto che per ragionamento, sentì prepararsi
in Europa una situazione politica nuova, contro cui l'azione del
Mazzini e le sue iniziative sarebbero state impotenti. Quelli fra i
cospiratori — ed erano di gran lunga i più — ai quali la Repubblica
era parsa non altro che un metodo per raggiungere l'indipendenza,
cominciarono a raccogliere più severamente i loro pensieri, a guardare
con risorta fiducia verso il Piemonte, nelle cui sfere governative
era apparso intanto un astro nuovo, pieno di vita, d'incognite e
di speranze, — il conte Camillo di Cavour. Il gruppo dei patrioti
monarchici crebbe d'influenza e di riputazione; molto più essendosi
saputo che al conte Arese, amicissimo suo, il nuovo Presidente di
Francia aveva detto, poche settimane dopo la rivoluzione da lui
operata: “laissez-moi donner un peu d'ordre à la France, et puis je
penserai à l'Italie.„
Frutto di questa doppia modificazione fu la risoluzione presa dal
Comitato Centrale di temperare per qualche tempo la propria azione
e di invitare i Comitati provinciali a frenare essi pure l'ardore di
eccitamenti, sui quali la polizia stava già dappertutto in agguato. Fra
i Comitati provinciali lombardi, il più attivo ed ardito pareva quello
di Mantova, presieduto da un prete pio e deciso, Enrico Tazzoli, e di
cui teneva le fila e le carte Luigi Castellazzo. A Mantova dunque si
credè appunto necessario spedire un messaggiero di speciale fiducia,
per esprimere interi i concetti del Comitato, e fu scelto a tal uopo
il dottor Antonio Lazzati. Questi andò, parlò coi membri del Comitato
mantovano, assistette ad una riunione anche più numerosa in cui le
esigenze della situazione furono ventilate e discusse; ritornò a
Milano, fiducioso che la sua gita dovesse servire a rendere più cauta
e più segreta l'azione dei patrioti.
Invece, poco tempo dopo il suo ritorno, eccoti spesseggiare le indagini
e i sospetti della polizia. Il primo che si arresta è Pezzotti, uno dei
membri del Comitato Centrale. Quell'arresto mette in guardia tutti, ed
ognuno dei compromessi provvede a precauzioni speciali. Ma pochi giorni
dopo[88], il carceriere, entrando nella cella, vede il suo prigioniero
appiccato per un fazzoletto all'inferriata del carcere. L'infelice
giovane, presago di torture morali più che materiali, temeva che una
reticenza, che una frase imprudente conducesse gli acuti interrogatori
sulle traccie della cospirazione. Aveva promesso agli amici che,
arrestato, si sarebbe ucciso; — mantenne la parola. Tali erano e tali
si accettavano in quell'epoca le conseguenze delle audacie politiche,
divenute talvolta in seguito così impunemente verbose![89]
Pareva che la morte di quell'eroico taciturno avesse dovuto
interrompere le indagini, sviare gli andamenti dell'autorità. Ma
pochi mesi dopo cominciano arresti, a Mantova, a Verona, a Brescia.
I Comitati Provinciali forniscono il maggior contingente alle
persecuzioni; qualche viltà le accresce; la polizia vede e colpisce
giusto; in poco tempo più di duecento patrioti popolano le prigioni
lombardo-venete e si apre il cupo ed omicida processo di Mantova.
Alle vittime di questo processo, che non è cómpito nostro riassumere,
Milano diede il contingente minore. Il Cairoli, il De-Luigi, il Gerli
poterono sottrarsi a tempo e distruggere ogni traccia rivelatrice della
loro azione; Lazzati osò rimanere e fu arrestato con altri dei suoi
fratelli. Prigioniero, non ismentì la sua fama di robustezza fisica e
morale. Fu di quel glorioso manipolo che col Pinzi, col Cavalletto, col
Pastro, col Mori, con alcuni altri, attinse all'implacabile negativa
la virtù di non dare nè una traccia nè un nome all'insidiosa ricerca
dell'auditore militare. Condannato, perchè il segretario del Comitato
di Mantova, Castellazzo, affermò in suo confronto di ravvisare in lui
il messaggiero del Comitato milanese, sfuggì al patibolo, resistendo
sempre al laccio in cui caddero il Montanari, il Tazzoli ed altri, — di
dir qualcosa per guadagnarsi la grazia. Ad un uomo contro cui non s'era
potuto provar nulla di grave, la sentenza finale attribuì quindici
anni di ferri. Stette chiuso a Josephstadt fino all'amnistia imperiale
del 1857. Ne uscì col Finzi e cogli altri amici, a tempo per essere di
nuovo utili alla patria, per vederla libera, e per amarla sempre, — se
anche non sempre giusta.
È facile pensare che il tragico risultato di queste agitazioni[90]
contribuì ad allargare quella evoluzione che già vedemmo disegnarsi
nel pensiero politico milanese. Il consolidamento del nuovo ordine
di cose in Francia, mediante il plebiscito che creava l'Impero del 10
dicembre 1852, tolse interamente ad ogni spirito assennato l'illusione
che a moti repubblicani potesse sorridere eventualità d'appoggio
europeo. Le fila della cospirazione lombardo-veneta erano interamente
sgominate; fuggiaschi o prigionieri o impiccati i suoi capi. D'altro
canto la politica del Piemonte cominciava a dimostrare una saldezza ed
una saviezza che s'ammiravano in Europa; e il movimento parlamentare
avvenuto in quel torno di tempo, con notevole spostamento dei vecchi
partiti politici piemontesi, annunciava già nel conte di Cavour il capo
intelligente e risoluto di un vero partito nazionale italiano.
L'opinione pubblica milanese non tardò a divinare la nuova via
di salute apertasi innanzi al paese. L'iniziativa rivoluzionaria
autonoma perdette seguaci; ne acquistò il programma moderato, che
già abbandonava il suo nome di _albertista_ e preludeva a chiamarsi
_cavouriano_. Emilio Dandolo rese più frequenti le sue gite a Torino;
il Tenca accentuò nel _Crepuscolo_ questo indirizzo degli spiriti,
mediante la corrispondenza politica dal Piemonte e i forti studj di
economia rinnovatrice che vi andò pubblicando Antonio Allievi. Soltanto
il Mazzini, infervorato nei metodi suoi, architettando da Londra o da
Lugano un'Italia artificiale su cui studiava diagnosi e rimedj punto
consoni alla verità delle cose, — soltanto il Mazzini, diciamo, non
aderì a nessuna modificazione di condotta politica. Ricompose alla
meglio i suoi comitati e le sue centurie, sostituendo ai vecchi e
noti vessilliferi dell'idea repubblicana nuovi luogotenenti, devoti
ai cenni suoi, ma privi di larghe influenze fra le varie notabilità
cittadine. L'organismo rivoluzionario si restrinse e si sprofondò,
invece di salire e di allargarsi. La setta, impostasi al partito
politico, reclutò nella classe operaja _adepti_ di forte indole e di
forti passioni, come quell'eroico Sciesa, a cui Milano ha consacrata
una lapide, più giusta di molte altre[91].
Ricominciarono i viaggi di emissarj segreti, le segrete distribuzioni
di stili e di denari. Il Mazzini, che ad ogni primavera vedeva l'Europa
pronta a mettersi in fiamme, immaginò che Milano, nel 1853, doveva
essere il punto da cui l'incendio partisse. E così venimmo alla fatale
giornata del 6 febbrajo.
Ma l'instancabile cospiratore non pensò mai, fra tanta mole di
pensieri, ad un assioma confermato dagli insegnamenti della storia e
dall'esperienza della sua vita stessa. Le rivoluzioni che riescono non
sono ordinariamente quelle che si preparano. E la prova delle Cinque
Giornate non era lontana.
Il moto milanese del 6 febbrajo 1853 non era stato una sorpresa per
tutti. Se n'era discussa l'opportunità, la strategia, la data. Al
generale Klapka il Mazzini l'aveva annunciato tre giorni prima come
una grande rivoluzione. N'ebbe un fiero dolore quando seppe che era
riuscito un tragico tafferuglio.
Eppure nessuno dei patrioti di qualche esperienza in Milano aveva
creduto che siffatta congiura potesse ottenere effetti maggiori o
migliori. A tutti aveva inspirata una grande inquietudine la conoscenza
anticipata di così temerario divisamento. E alcuni avevano cercato di
sconsigliarla, prevedendone vittime inutili e ribollimento di reazioni
militari. Nel fatto, nessuna preparazione dello spirito pubblico a
rivolture violente; armi poche o punte: il Piemonte inteso a febbrile
riordinamento di partiti, di finanze, di esercito; la Francia nella
piena luna di miele d'una reazione politica; l'Austria armata fino ai
denti; l'Europa sospettosa d'ogni susurro, per timore di propagande
napoleoniche. Ed era in mezzo a queste condizioni generali europee
che il Mazzini si preparava tranquillamente a scagliare duecento
popolani contro le sentinelle austriache. Fossero stati duemila, era
difficile che la sorpresa scompigliasse le autorità militari più di
ventiquattr'ore. Il giorno dopo, da Mantova, da Verona, da Piacenza
sarebbero venute truppe e cannoni a josa. Eravamo ben lontani dalla
situazione specialissima del 1848. L'esercito austriaco in Italia era
forte per numero, per disciplina, per esatti armamenti. Nè Vienna era
in subbuglio, nè l'Ungheria minacciava, nè Pio IX benediceva l'Italia.
Per sognare che contro queste avversità estere una insurrezione
improvvisa, e di soli elementi milanesi, potesse riuscire, bisognava
davvero che la mente del Mazzini navigasse in un pelago sterminato di
illusioni e di fanatismi.
Nè questi nè quelle facevano velo in Milano agli uomini che fino
allora avevano diretta la politica di resistenza. Vedevano chiaro
che l'impresa progettata avrebbe finito con lutti e supplizj. Il
Majocchi, audacissimo di pensiero e d'azione, era assai esitante nel
favorirla; gli antichi combattenti delle Cinque Giornate ricusavano di
parteciparvi; la sconsigliarono fortemente il dottor Pietro Lazzati,
Carlo De-Cristoforis ed Enrico Besana, patriota d'ogni occasione,
d'ogni coraggio, d'ogni attività[92]. Piolti de Bianchi, sprofondato
più d'ogni altro in quella preparazione, invitò Emilio Visconti-Venosta
a dire le ragioni degli opponenti in un ritrovo di cospiratori. Ed
egli v'andò; parlò linguaggio di ragione e di patriotismo in mezzo
a gente inebbriata di visioni fantastiche[93]. Non fu ascoltato; si
ritirò mesto e scorato, colla risoluzione di uscire da sodalizj, dove
la discussione non era più considerata che come una ribellione alla
volontà di Mazzini. Nondimeno fece un ultimo tentativo per prevenire la
tragedia. Con Enrico Besana cercò di raggiungere il Mazzini a Lugano e
di persuaderlo a dare il contr'ordine. Partivano infatti; ma la neve,
la mancanza di vetture, la sorveglianza della polizia impedirono loro
di oltrepassare il confine. Tornarono inquieti a Milano; il giorno dopo
scoppiava il moto.
Lo aveva disposto, ne' suoi concetti strategici, un ingegnere Brizzi,
emissario mazziniano, delle provincie meridionali. Avrebbe dovuto
capitanarlo di persona un Assi, fabbricatore di cappelli, presidente
della _Fratellanza Repubblicana_[94]. Nè l'uno nè l'altro furono visti
nell'ora pericolosa. I popolani reclutati si avventarono animosi. Si
credevano parecchie migliaja, — furono centocinquanta. Avevano avuto
per istruzione di assalire le sentinelle e pugnalarle; ne uccisero
dieci, ne ferirono cinquantadue; povere vittime anch'esse della
medesima tirannia, che le traeva dai lontani tugurj di Croazia e di
Boemia per gettarle contro odj e vendette, di cui nemmeno capivano la
ragione.
Fu tutto. Due ore dopo, i Corpi di Guardia erano in pieno assetto di
guerra; le pattuglie di cavalleria spazzavano le contrade; settanta
popolani furono arrestati; sedici, impiccati due giorni dopo; e fra
questi, come sempre, degli innocenti: Alessandro Scannini per tacer
d'altri.
Quel sangue, — degli uni e degli altri — destò compassione ed
orrore; non parve a nessuno utilmente versato. Ben altra era la lotta
che i combattenti delle Cinque Giornate avevano cinque anni prima
inaugurata; ben altra quella che sosteneva tutta la cittadinanza
milanese, disdegnando apertamente ogni giorno relazioni coi dominatori
o affrontando colla spada alla mano ufficiali stranieri, colpevoli
personalmente, perchè liberi di continuare o di cessare il loro ajuto
all'oppressione di un popolo. A questa lotta di uomini si trattava ora
di sostituire una lotta di fiere; una sfida tra il pugnale e la corda.
Il sentimento pubblico vi ripugnava; onde l'effetto del 6 febbrajo fu
per alcuni giorni piuttosto di depressione che di ritempera.
Ne approfittarono senza indugio i governanti, racimolando firme ad un
indirizzo, che fu spedito all'imperatore d'Austria, scampato in quei
giorni egli pure a un tentativo d'assassinio politico. Lo firmarono un
centinajo di persone o appartenenti all'alto patriziato conservatore
o membri di Istituti Pubblici, di Corpi amministrativi tutelati dal
Governo o dipendenti gerarchicamente da esso; uomini insomma che non
erano stati o avevano cessato di essere nel moto politico attivo, e
che credettero contribuire con questo atto, non contrario a' principj
morali e religiosi, ad una mitigazione della reazione politica che
andava ferocemente invadendo tutto il paese.
La condotta di quei firmatarj fu variamente giudicata; e più tardi
i partiti politici, colla implacabilità che loro è consueta, fecero
alcuni di quei nomi — non tutti — bersaglio a clamorose invettive.
Allora, la situazione terribile del paese e la commozione degli animi
fecero considerare con indulgenza quell'indirizzo. Certo, neanche fra
quelli che lo firmarono, sarebbe parso possibile il 5 febbrajo. Visto
oggi, a più di trentanni dall'epoca, con animo sgombro di passione,
se non di affetto, pare piuttosto un atto di coraggio che di viltà.
Nessuno di quelli che apposero all'indirizzo il loro nome poteva temere
di essere considerato personalmente come partecipe, neanche lontano,
neanche involontario, dei truci fatti. Se la reazione avesse inferocito
anche più, su altri e non su loro ne sarebbero caduti i colpi.
Fu quella dunque — se anche inefficace od improvvida — una
rassegnazione accettata pel beneficio d'altri e non ostentata pel
proprio. E, del resto, in quell'ora, a Milano, non esigeva grande
fortezza d'animo il tacere o lo star nella folla. Il difficile era
d'uscirne.
Le conseguenze dirette ed immediate del tentativo furono proprio le più
opposte che si potessero pensare alla speranza ed all'intenzione di chi
lo aveva promosso.
Il partito repubblicano ne uscì fiaccato di credito e di autorità.
Quella terribile inesperienza, quella spensierata prodigalità di
vite umane indarno sacrificate allontanarono dalle sue fila il
nucleo più numeroso e più intelligente degli uomini che mettevano lo
scopo al disopra del metodo. In una sua celebre lettera ad Emilio
Visconti-Venosta, il Mazzini mostrò sentire la necessità di questa
ricomposizione politica; e si congedò da una parte de' suoi antichi
seguaci, esprimendosi con un tono di mestizia profetica, sotto cui
primeggiava quell'orgoglio de' proprj pensieri, che gli procurò più
tardi dal generale Garibaldi giudizio così severo[95]. I patrioti
milanesi accettarono senza esitazione questo distacco dal Mazzini; non
dimenticando i servigi resi dall'uomo e il rispetto che gli si doveva,
ma altrettanto convinti che r azione sua si trovava ora in completo
disaccordo col pubblico sentimento e non poteva giovar più agli scopi
nazionali, ormai avviati a soluzione diversa. Il ravvicinamento
fra le tre correnti politiche di cui s'afforzava il programma di
resistenza divenne sempre più stretto. Gli antichi albertisti trovarono
nell'appoggio di elementi giovani e vigorosi una ragione a mosse più
sicure e a maggiori ardimenti. Gli antichi repubblicani, scostatisi
dal Mazzini, si confusero colla schiera capitanata dal Tenca, da cui
soltanto questioni di opportunità li avevano anche in passato divisi.
D'altronde l'imperversare della reazione militare aveva costretto i più
noti cospiratori ad allontanarsi da Milano; il De-Cristoforis n'era
uscito, travestito da cocchiere d'un patrizio beneviso al Governo,
il Majocchi, sotto il vano d'una cassa in un carro pieno di calce. I
popolani, avvezzi all'impulsione delle società segrete, accettarono
quella che loro veniva da uomini noti e rispettati in paese, dei quali
conoscevano o la vita integra o l'indole generosa.
Senza essere ancora precisamente legati ad un vero programma comune
d'indole politica, tutti questi elementi cooperarono però d'allora in
poi con vicendevole stima e vicendevole responsabilità. Si rifaceva,
sotto la pressione delle necessità nazionali, una situazione cittadina
moralmente identica a quella che aveva precorso le Cinque Giornate; la
stessa fiducia nelle influenze patriottiche moderate; lo stesso vigore
di manifestazioni individuali; il disdegno egualmente calmo di tutte
le affettazioni di forza che il Governo moltiplicava. Solamente v'era
un'esperienza più seria delle cose pubbliche, — quella che il dolore
aveva maturata. Si comprendevano e si apprezzavano, meglio che nel
48, le relazioni fra gli Stati, le complesse necessità della politica
e della diplomazia. Il patriottismo era rimasto, la rettorica era
sparita. Non si metteva più la speranza della liberazione nei Polacchi,
nei Magiari, negli Slavi, nei Rumeni; la si sentiva nell'attitudine
operosa e virile della monarchia liberale italiana, nella vivace
fierezza del suo grande ministro, nell'insieme — pure sconnesso
e oscillante — della politica napoleonica, di cui la popolazione
milanese, con quell'istinto che viene dalla cotidiana e indagatrice
osservazione dei sofferenti, presagiva già inevitabile l'ultimo
postulato, — la guerra all'Austria. Gli studj accennavano ad una
rinata robustezza di fibra intellettuale e si volgevano ad argomenti
di pratica attualità. Il _Crepuscolo_ dava all'eletto manipolo de' suoi
scrittori un vastissimo campo di affermare criterj nuovi nel progresso
letterario e scientifico; un giovane di alto avvenire, Stefano Jacini,
pubblicava un libro pensato e fortunato sulle condizioni agricole ed
economiche del paese; alla Cassa d'Incoraggiamento d'Arti e Mestieri,
dov'erano ancor fresche le feconde iniziative del Kramer e del Mylius,
s'abbozzava un programma di laboriosità e di rinnovamento industriale,
sotto l'impulso di Lorenzo Taverna, di Ignazio Vigoni, di Antonio
Allievi, di Guido Susani.
Così si veniva preparando un'opinione pubblica illuminata, progressiva,
atta a sostenere o a combattere programmi di governo. L'intransigenza
politica, restando fiera, diventava effetto di logica più che di
passione. Cominciò allora la prevalenza di quel complesso di metodi e
di pensieri, che fa più tardi battezzato come politica moderata e che
durò in Milano fin verso gli avvenimenti parlamentari del 1876. Certo,
il Mazzini, dopo quell'epoca, non ebbe più in Milano l'efficacia da
trascinare nè una massa ne un uomo. Il prestigio delle sue dottrine
era caduto col mutarsi delle condizioni politiche a cui s'affacciava
l'Italia. La sua decadenza politica era incominciata. Conservò ancora
qualche influenza nelle provincie, dove la difficoltà di conoscere
nelle sue origini e ne' suoi particolari l'impresa del 6 febbrajo
prolungò di qualche anno le illusioni repubblicane. Ma il sistema suo
di consigliare insurrezioni, sempre e dappertutto, lasciando credere
che, dappertutto e sempre, vi fossero solidarietà insurrezionali,
unicamente sognate nel credulo e mistico ambiente in cui egli viveva,
svezzarono presto anche i più giovani dal metodo inefficace e antiquato
della cospirazione mazziniana.
Quando sorsero gli avvenimenti del 1859, si udì con meraviglia che una
quarantina d'individui in Italia aveva protestato contro l'alleanza
francese e contro l'arrivo dell'esercito che avrebbe combattuto a
Magenta e a Solferino. Parve una monomania come un'altra, e ne fu
discorso per cinque minuti. Poi cominciò a risplendere l'astro di
Garibaldi, e quello del vecchio profeta si ecclissò. A Samuele era
successo Davide, che uccideva i giganti a colpi di fionda. Quanto v'era
di patriotismo serio e bollente nella gioventù italiana stette con
Davide, che conduceva a guerre meravigliose e a smaglianti vittorie.
Samuele ebbe il torto di prolungare, oltre ogni misura, un periodo di
predicazione che gli avvenimenti avevano sopravanzato. La vecchiaja
di Mazzini fu triste. Ed è triste per tutti che un uomo della sua fede
non abbia potuto passare gli ultimi anni, tranquillo e rispettato, in
quella patria alla cui formazione aveva pur contribuito. Non fu colpa
certo de' suoi concittadini; fu sua. E Iddio, in cui egli credeva, gli
avrà certamente perdonato l'eccesso d'orgoglio, che è il tarlo della
sua fama e fu quello della sua pace.
La reazione militare che susseguì al tumulto del 6 febbrajo fu, come
accennammo, violenta.
Proclamato lo stato d'assedio e mantenuto per lungo tempo con tutte le
sue rigidezze; sfrattati tutti gli Svizzeri del Canton Ticino perchè
sospetti di relazioni rivoluzionarie; colpiti di sequestro i beni
dei fuorusciti, anche di quelli a cui il Governo stesso aveva negato
il ritorno e l'amnistia; chiuse le porte delle città; proibito il
circolare delle vetture; proibito il suono delle campane; impedito a
più di tre persone il raccogliersi; tutte le spese militari a carico
della città; ronde e pattuglie ad ogni ora, di giorno e di notte; le
sentinelle ricoverate entro recinti d'inferriate, quasi affettando
di considerare un sicario in ognuno dei cittadini. Vi furono dei
sordo-muti freddati dalla carabina delle scolte, per non aver potuto
udire nè rispondere al lugubre _halt wer da?_ (chi va là?) che ad ogni
tratto risuonava.
La cittadinanza lasciava passare questi furori e non mutava contegno.
Anzi la disciplina politica parve degli stessi furori avvantaggiarsi.
Le questioni dei ticinesi e dei sequestri, diventando internazionali,
provocavano difficoltà diplomatiche, da cui l'Austria non usciva sempre
con riputazione. Le note piemontesi crescevano di energia; Vienna
e Torino si restituivano a vicenda i loro ambasciatori, preludio di
maggiori ostilità. Milano si sentiva fatta il nodo della questione
italiana, e sopportava lietamente le proprie sofferenze, perchè
convinta che queste affrettavano i tempi nuovi.
Tutto ciò ebbe a mutare di punto in bianco sul principio dell'anno
1857. Allora la Lombardia parve divenuta il beniamino, il cucco della
dinastia degli Absburgo. L'imperatore Francesco Giuseppe venne a
Milano, preceduto da una completa amnistia pei prigionieri di Stato;
mostrò intenzioni piene di benevolenza; regalò milioni, a beneficio di
comuni, di terreni inondati, di teatri, per la costruzione del giardino
pubblico a Milano, per l'erezione di un monumento a Leonardo da Vinci.
Che cosa era avvenuto? nulla, di carattere milanese. Ma s'era in questo
frattempo combattuta e terminata la campagna di Crimea; s'era conchiusa
la pace di Parigi; il fiero plenipotenziario austriaco aveva dovuto
subire, da pari a pari, i rimproveri del plenipotenziario piemontese; e
la voce mesta ed affranta, ma interamente presaga, del vecchio principe
di Metternich, aveva esclamato: “il n'y a plus qu'un diplomate en
Europe, mais c'est le comte de Cavour.„
L'accoglienza simpatica che l'areopago europeo aveva fatta ai reclami
politici del ministro piemontese contro i governi di Napoli e di Roma
urtava in pieno petto, malgrado le ipocrisie ufficiali, l'Austria
dispotica in Lombardia. A Vienna sentirono che bisognava mutar tono
per non precipitare le cose, e fu deciso di sostituire politica di
concessioni a politica di compressioni.
Sfortunatamente — o fortunatamente — apparve ai centralisti austriaci
più facile proclamare la teoria che mettersi d'accordo sull'entità
e sul numero delle concessioni. I ministri che avevano accompagnato
l'Imperatore a Milano, discussero lungamente il da farsi. Non mancarono
di rivolgersi per consiglio a qualche notabilità cittadina, rimasta
fuori dal movimento politico. E il conte Giuseppe Archinto, gran
proprietario, fra i pochissimi che bazzicassero a Corte, presentò, in
nome d'un gruppo di cittadini, dei quali non si seppe mai precisamente
nè il numero nè la qualità, una Memoria sul nuovo ordinamento da darsi
alle Provincie lombardo-venete. Questa Memoria, a cui pare abbia
largamente cooperato di scritto e di consiglio Cesare Cantù, e che
il re Leopoldo del Belgio aveva veduta e appoggiata, proponeva molte
di quelle istituzioni autonome che settant'anni prima Pietro Verri
aveva chieste all'imperatore Leopoldo, e che nel 1848, Carlo Cattaneo
considerava come i capo-saldi del suo programma di riforme nazionali.
Vi si dimostravano i vantaggi dello scindere amministrativamente il
governo delle provincie italiane dalla centralità dell'Impero; vi
si chiedevano corpi consulenti locali, e forza militare locale, e
impiegati paesani, e finanza propria, con tributo determinato per
le spese generali della monarchia. Si proponeva a capo di questa
specie di Stato autonomo e vassallo l'arciduca Massimiliano, fratello
dell'Imperatore; giovane di qualità brillanti e simpatiche, occupato
in quei giorni a trovarsi una compagna della sua vita, che appunto il
conte Archinto andò poco dopo come ambasciatore suo, a chiedere alla
Corte di Brusselles, — la principessa Carlotta.
Di tutta questa fantasticheria di riforme, i ministri austriaci
accettarono soltanto quella che in fondo lasciava le cose com'erano:
la destinazione dell'arciduca Massimiliano a Governatore generale
del regno Lombardo-Veneto. Il De Bruck, il Bach, lo Schmerling erano
certamente liberali, ma a casa loro. Qui non sapevano spogliarsi della
solidarietà cogli elementi militari, i quali persistevano a dire che
la Lombardia era paese di conquista e non poteva essere trattata come
i territorj nazionali. Al postutto, non avevano torto.
Fu allora che apparve sulla scena politica un gruppo di conservatori,
rimasti fino allora interamente estranei alle varie oscillazioni del
movimento. E si manifestò con una mossa di cui è bene indagare le
origini e le ragioni; perchè valse a creare per qualche tempo una
situazione nuova, e minacciò di complicare con incidenti imprevisti
il programma, fino allora sterile ma immutato, della politica di
resistenza.
Erano appena finite, e non interamente, le pratiche per un nuovo
riordinamento delle ferrovie austro-italiche. S'era divisa la rete
complessiva in due gruppi, e nel Consiglio direttivo della rete che fu
poi detta dell'Alta Italia s'erano voluti introdurre, per garanzia di
molti interessi, alcuni dei patrizj lombardi e veneti di maggior nome
e noti per indole conservativa. Il duca di Galliera aveva proposto
per la Lombardia il cognato suo, duca Lodovico Melzi d'Eril, il conte
Giuseppe Archinto e il conte Renato Borromeo. Fu in tale qualità di
rappresentanti il Consiglio d'Amministrazione delle Ferrovie che il
Melzi e l'Archinto si recarono a ricevere l'Imperatore a Venezia. Nel
colloquio che necessariamente dovettero avere, il monarca austriaco,
venuto per essere famigliare, chiese a Melzi perchè i Lombardi non
fossero contenti del governo che annunciava con larga amnistia le sue
intenzioni rinnovatrici. Stretto dalla necessità di rispondere ad una
domanda che probabilmente non aveva preveduta, il patrizio milanese
affermò che di queste intenzioni i cittadini non potevano saper nulla,
perchè tra essi e le autorità politiche s'era innalzata la muraglia
della China. Il motto, data la qualità dei tempi e degli interlocutori,
potè sembrare audace e come tale fu ripetuto nelle sale dell'alta
società viennese.
Ma quando l'arciduca Massimiliano, accettata l'alta sua carica, venne a
Milano ad assumere le redini del Governo, si guardò intorno per cercare
su quali elementi cittadini avrebbe potuto appoggiarsi. Il colloquio
di Venezia indicava naturalmente fra questi il duca Melzi; e il conte
Zichy, presidente del Consiglio d'Amministrazione delle Ferrovie,
sollecitò vivamente il duca ad accettare presso il nuovo Governatore
del Regno un posto indipendente di fiducia, nel quale avrebbe potuto —
diceva lo Zichy — essere utile al paese, rimovendo equivoci e facendosi
interprete di molti bisogni.
I consiglieri intimi dell'Arciduca erano uomini rispettabili per
carattere e per ingegno; il conte di Bombelles, suo amico e confidente,
il conte Hadig, ungherese, di opinioni assai liberali, suo primo
ajutante di campo, il barone di Kubeck, suo consigliere diplomatico,
che fu poi ambasciatore a Roma presso il governo del Re d'Italia.
Il conte Andrea Cittadella Vigodarzere aveva accettato d'essere
gran maggiordomo dell'arciduchessa Carlotta, e il conte Pietro Bembo
collaborava come segretario arciducale ai progetti di materia economica
ed amministrativa, in cui era abbastanza versato.
A questo onorevole sodalizio, in cui lo si pregava di entrare, non
seppe il Melzi opporre un rifiuto; e vi stette per diciotto mesi,
vedendo frequentemente l'Arciduca, che gli confidava i suoi progetti o
le sue speranze di riordinamento italiano.
Per verità, il fratello dell'imperatore d'Austria esponeva, circa la
sua missione in Italia, concetti larghi, nei quali è dubbio ancora se
avesse vera fede o semplice compiacenza. Forse era un po' dell'una e un
po' dell'altra, poichè l'animo suo, naturalmente generoso ma disadatto
a serie meditazioni, oscillava spesso fra l'utopia e lo scoramento.
Rassomigliava in ciò grandemente al suo amico e protettore — pur troppo
inefficace pochi anni dopo — l'imperatore Napoleone III.
Politicamente, appoggiava il programma della federazione, presieduta
dal Papa; risalendo alle aspirazioni italiane di nove anni prima[96],
ma dimenticando che da quell'epoca in poi aveva mutato il Papa, come
aveva mutato l'Italia. Avrebbe aumentato dei Ducati transpadani il
territorio piemontese; voleva sbarazzarsi, con una pensione, del
duca di Modena; far pratiche perchè al regno Lombardo-Veneto si
aggiungessero le Legazioni. Pel conte di Cavour diceva nutrire gran
simpatia, e ad una signora molto intima di casa Melzi aveva detto, non
esser difficile ch'egli potesse ricevere ospite festeggiato a Milano il
re Vittorio Emanuele. Tanto sognava!
Amministrativamente poi, — e qui ci pare che la sua buona fede possa
essere stata intera, — voleva molta autonomia, una rappresentanza
del paese in due rami, con forme di elezione, un grande sviluppo
d'istruzione pubblica, la polizia sottratta ad ogni ingerenza militare
e data ai Comuni, le truppe austriache limitate alle due grandi
fortezze, e nel resto del territorio guarnigioni italiane con ufficiali
italiani.
Si capisce come un simile programma abbia potuto esercitare qualche
attrazione sul piccolo gruppo di Italiani che gli si erano avvicinati
e che potevano forse non avere nessuna precisa nozione delle molte
probabilità che già presentava in quell'ora il programma di una intiera
indipendenza, sotto monarchia nazionale e con guarentigie parlamentari.
Ed è giustizia ricordare che in quei giorni l'imperatore Napoleone,
quasi arbitro dell'Europa, ostentava larghissime simpatie per la
persona e per la politica di Massimiliano. Sicchè ad uomini tenutisi
o tenuti al bujo delle pratiche personali e quasi della cospirazione
diplomatica che il Cavour conduceva coll'imperatore francese, poteva
sembrare interesse vero di libertà l'accoglimento di quel largo
programma riformatore che le circostanze mutavano invece in un pericolo
per la formazione della patria.
E pericolosa veramente per qualche tempo sembrò al programma unitario
l'attitudine assunta dall'Arciduca in Lombardia. I liberali milanesi
dovettero accentuare anche con maggiore asprezza il loro contegno
intransigente, involgendovi pur quelli fra i loro concittadini che ai
propositi dell'Arciduca sembrassero poco o punto piegare. Il conte di
Cavour non si dissimulava le difficoltà che la sua politica avrebbe
potuto trovare in una transazione, anche di breve durata, fra la
popolazione lombarda e il suo governo. Mandava dire al conte Giulini:
“fate piuttosto mettere Milano in istato d'assedio.„ E in un colloquio
importante, ch'ebbe luogo in quell'anno tra Emilio Visconti-Venosta ed
Emilio Dandolo, questi espose lungamente, per espresso incarico del
Cavour, le trattative avviate e le ardite risoluzioni del Piemonte
e gli impegni in cui era già entrato l'imperatore Napoleone. In quel
colloquio furono gettate le basi di un'intima e definitiva adesione
dei liberali lombardi al programma ed alla direzione politica del conte
di Cavour; accordo che andò poi sempre crescendo e che non fu inutile
nè all'unità della patria nè alla fortuna politica del grande uomo di
Stato.
Una dopo l'altra, venivano poi ad avere sonora eco in Milano le notizie
delle altre parti d'Italia; la spedizione di Sapri, la questione
diplomatica pel _Cagliari_, la pubblicazione del libro _Toscana ed
Austria_, la dichiarazione del rispettato Manin, che con Garibaldi, con
Pallavicino, con La Farina, innalzava la bandiera: _Italia e Vittorio
Emanuele_. Tutto ciò rendeva Milano pensosa e decisa; sentiva essa che
finalmente, e non senza merito suo, la questione austro-lombarda s'era
tramutata in austro-italica; fiduciosa nella virtù nazionale, aspettava
il futuro, noncurante per esso dei dolori e dei sacrificj presenti.
Ad una popolazione munita di siffatti antidoti offriva invano
l'Arciduca Governatore i lenocinj della sua carezzevole
amministrazione. Faceva infatti studiare progetti e miglioramenti
d'ogni natura; largheggiava cogli artisti e coi letterati; dava
splendidi balli.... a quelle dieci o dodici ballerine che accettavano
d'intervenirvi; nella speranza d'essere grato al popolo, sfoggiava
eleganze nuove di cavalli, di equipaggi, di uniformi; e il popolo,
acuto e burlesco, ne storpiava il nome con un bisticcio di lontano
significato: “l'arciduca Mazza-Milano.„
Mandava ogni giorno a chiedere notizie del Manzoni ammalato; sperando
sopra un'occasione di visita o di colloquio, che il fiero vecchio
non accordò mai. Quando cominciò a discutersi dal _Crepuscolo_
e nei pubblici ritrovi la questione dei disastri agricoli nella
Valtellina, pregò Stefano Jacini di scrivere sull'argomento; e
l'opuscolo dell'egregio scrittore fu un'acerba requisitoria contro
l'amministrazione austriaca in quella provincia. Volendo far qualcosa e
non sapendo che fare, vi si recò di persona col Bembo e col Valmarana.
Da quelle autorità municipali ottenne fredde accoglienze e vigorosi
reclami. Vi lasciò del denaro, — la solita goccia d'acqua che è la
panacea dei dolori, pei principi assoluti e per gli amministratori
impotenti.
Senonchè queste armi benevole si rintuzzavano non solamente contro
la corazza patriottica dei milanesi, ma anche contro la disdegnosa
ostilità degli alti personaggi dell'Impero, militari e civili.
A Vienna si canzonavano queste velleità liberali del giovine principe.
Il barone di Burger, suo luogotenente in Lombardia, gli moveva una
sorda guerra e otteneva spesso dal Ministero imperiale istruzioni
affatto opposte a quelle che l'Arciduca gli soleva impartire. A queste
istruzioni poi l'Arciduca disubbidiva, e una sanatoria dell'augusto
fratello veniva ordinariamente a por fine a simili conflitti. Ma
il prestigio dell'autorità sua non ne avvantaggiava. Quando morì il
maresciallo Radetzki, e il suo successore Giulay trasportò da Verona
a Milano la residenza del Gran Comando militare, l'azione politica
di Massimiliano ne subì effetto d'indebolimento. S'annullò quasi
interamente, allorchè la nascita dell'arciduca Rodolfo diede al partito
centralista dinastico un dominio indisputato nelle eccelse regioni del
Governo imperiale. Fu agevole persuadere all'imperatore d'Austria che
il programma di Massimiliano, non aiutato neanche da nessun principio
di successo politico, metteva in pericolo quell'unità dell'Impero che
ormai trovava nel nato erede un nuovo avvenire di solidità.
L'Arciduca raccolse le sue casse di studii e di progetti, e si recò
a Vienna, nella speranza di vincere personalmente gli ostacoli che da
lontano lo trattenevano. Fu accolto cordialmente, ma non riuscì a far
discutere i suoi progetti. Lo tennero a bada, come uomo con cui fosse
pericoloso inimicarsi, ma di cui fosse inutile conoscere le idee.
Fu in quell'epoca, nell'estate del 1858, che il duca Lodovico Melzi,
trovandosi a Vienna, manifestò all'Arciduca la sua intenzione di
partire per Parigi. Massimiliano gli diede una lettera per l'imperatore
Napoleone, sulla quale fu allora almanaccato fra i giornali politici,
avvezzi a credere sempre fecondo di cose grosse ogni incidente di
carattere italiano.
Nel fatto, quella lettera non aveva altro obbiettivo che di cortesie
e di affari privati dell'arciduca Massimiliano. Questi però aveva
inspirato di sè tali diffidenze, che il Melzi parve ambasciatore
pericoloso, e il plenipotenziario austriaco, barone di Hübner,
colmandolo di gentilezze, seppe trovar modo che non vedesse Napoleone
da solo a solo.
Escluso dunque ogni discorso politico, Napoleone invitò Melzi alle
caccie di Fontainebleau, e frattanto partì per Plombières, dove ebbe
luogo il famoso colloquio col conte di Cavour. Di questo colloquio,
e della situazione che si stava preparando agli affari d'Italia, il
patrizio milanese ne potè sapere quanto bastava a persuaderlo che le
iniziative dell'arciduca Massimiliano mancavano ormai da un lato e
dall'altro di ogni solida base.
Ritornato a Milano, radunò subito i suoi colleghi, e propose loro di
dare le dimissioni, per non separarsi dal nuovo indirizzo che il paese
seguiva con migliori probabilità di successo. Anche all'Arciduca espose
rispettosamente i suoi dubbi, e lo pregò a considerare se non gli
convenisse personalmente rinunciare alla sua missione in Italia, avendo
perduto coll'appoggio dell'imperatore Napoleone la maggior forza su cui
poteva contare per l'esplicazione del suo programma.
L'Arciduca rispose che la sua fedeltà verso l'Imperatore d'Austria
gli imponeva di continuare una missione, di cui non si dissimulava
l'inutilità[97]. I conti Bembo e Cittadella dichiararono che, per
riguardi personali, non potevano abbandonare Massimiliano. Il duca
Melzi rassegnò per conto proprio il suo incarico a Corte e si ritirò a
Genova fino dopo gli avvenimenti del 1859.
Tale fu lo svolgimento e la fine di questo singolare episodio, di cui
fu discorso allora e dopo, nè con perfetta conoscenza di fatti, nè con
perfetta giustizia di apprezzamenti.
Fu assai rimproverata, specialmente al duca Melzi, la partecipazione
a siffatte trattative. E forse si può credere che non abbia il duca
interamente misurata la responsabilità impostagli dall'illustre
antenato, che aveva sostenuto quarantadue anni prima così diversa
politica.
È certo però che la condotta degli uomini pubblici vuol essere
considerata in rapporto alle circostanze, in rapporto all'ambiente che
suole determinarla.
Gli uomini che s'erano lasciati attrarre dalla soluzione politica
impersonata nell'arciduca Massimiliano avevano posto in prima riga
una questione di riforme liberali, laddove il momento storico dava
la preferenza ad una questione di agglomeramenti nazionali. Può
essere stata da parte loro mancanza di previdenza, non più. E, come
già abbiamo notato, nessuna ingerenza in altre politiche, in altre
speranze, probabilmente ignorate, può aggravare in questo caso la
mancanza di previdenza.
Appunto è dovere di quelli, al cui programma è stata prospera
la fortuna, di non ispingere più in là del bisogno di lotta la
riprovazione di un programma che è stato sconfitto. Le ipotesi che
valgono a salvare od a perdere una nazione son molte, e la certezza
della vittoria rade volte soccorre anche i capitani più eccelsi. Ned
era senza preoccupazioni il partito della resistenza intransigente,
pensando all'incerta fine di una politica, che una mancanza di successo
all'ultimo istante avrebbe potuto far apparire, nell'opinione delle
masse oscillanti, o meno savia o meno generosa di quello che fu.
Napoleone III avrebbe potuto soccombere al pugnale di un sicario,
la battaglia di Magenta poteva non essere una vittoria, il conte di
Cavour poteva essere assalito due anni prima dal morbo che lo spense
nel 1861. Ognuna di queste cause avrebbe obbligato ad una dura sosta
il programma belligero e data, di ripicco, un'auge impreveduta al
programma riformativo. D'altronde, al partito conservatore, che in
ogni epoca è un numero, in ogni Stato una forza, in ogni istituzione
una garanzia, non poteva negarsi il diritto di esprimere, col
primo spiraglio di tolleranza, le proprie idee. Le quali, a voler
essere giusti, rasentavano in quell'ora piuttosto l'audacia che la
timidezza riformatrice; talchè avrebbero potuto servire perfettamente
di base alla ricostruzione di uno Stato liberale, se la questione
dell'indipendenza non avesse di tanto soverchiato quella dell'assetto
organico. Ogni partito ha modi proprj di agire, che non si possono
mutare senza distruggere con essi la stessa fisonomia del partito.
E nella mutabilità dei pensieri e dei casi, vien sempre l'ora in cui
un partito può rendere alla patria servigi che altri non potrebbero
renderle più.
Sicchè, a voler guardare dopo trent'anni, e con criterj storici,
l'episodio dell'arciduca Massimiliano in Lombardia, non ci pare
che la tradizione italiana debba punto arrossirne. A buon conto ha
dimostrato due cose: che, nella fatale ipotesi del rovescio di una
politica, v'erano pronti degli elementi per sostituirne un'altra, atta
a frenare le inevitabili reazioni; e che il paese aveva una fibra così
energica e un apprezzamento così sicuro delle situazioni, da tracciare
direttamente esso la via a' suoi consiglieri e a' suoi duci. Nel 1848
aveva risposto al Cattaneo: piuttosto la rivoluzione che le riforme;
nel 1857 rispose al Melzi, all'Archinto, al Cantù: piuttosto che
le riforme, la tirannia. “Nous ne demandons pas que l'Autriche nous
gouverne bien„ scriveva da Parigi il Manin “nous lui demandons qu'elle
s'en aille.„ Si può oggi e si poteva allora discutere sulla maggiore o
minore convenienza pratica di questo concetto; ma non si può negare che
il concetto fosse alto, e che torni a grande onore dell'intelligenza
e della virtù nazionale l'averlo sostenuto in così diversi periodi con
tenacità così fiera.
Le ultime pagine spiccate di questo decennio di lotta s'aggirano
intorno a due tombe, a due funerali.
Quando morì, sul principio del 1858, vecchio di novantun anni, il
maresciallo Radetzki, alle pressioni governative perchè il Municipio
milanese onorasse della sua presenza il trasporto funebre, quei
magistrati, pur non eletti dai loro concittadini, ma nominati dal
Governo stesso, opposero un rigido rifiuto; memori di uno schifoso
decreto del 1853 che poneva a carico del tesoro municipale le corde
adoperate per le impiccagioni del 6 febbrajo. E v'erano pure fra quelli
uomini, tali che potevano sembrare d'indole assai temperata per avere
firmato in quell'epoca l'indirizzo all'imperatore d'Austria.
Ma quando, circa un anno dopo, si sparse per Milano la notizia che
il lungo morbo aveva finalmente spenta la vita di Emilio Dandolo,
la città si mosse tutta per onorare nel giovane morto l'eccellenza
di quegli affetti e di quegli ardori da cui i vivi si sentivano
penetrare. Fu invano che la polizia, indovinando questo scoppio di
patriotismo, desse istruzioni severe e scaglionasse gran forze intorno
alla casa, alla chiesa di S. Babila, lungo il percorso del corteggio
funereo. Forse cinquantamila persone accompagnarono al cimitero quella
nobile bara, trascinando in un fiotto irresistibile le stesse guardie
incaricate di fermarlo e respingerlo. Nessuna misura precauzionale
della polizia potette riuscire, nessun divieto suo fu rispettato.
Sul feretro, portato da giovani patrioti e da intimi della famiglia,
Lodovico Mancini ardì collocare una gigantesca corona di fiori, da cui
spiccavano distintissimi i tre colori nazionali, e che nessun agente di
polizia potè nè trattener prima, nè ghermir poi. Al cimitero parlarono
con vivaci intonazioni d'attualità politica Antonio Allievi e Gaetano
Bargnani. La polizia dovette quel giorno lasciar fare e lasciar dire,
perchè impotente a reprimere.
Il giorno dopo, osò più sicura. Mandò a perquisire e ad arrestare
quelli che trovò, un Carcano, il dottor Signoroni, Costantino
Garavaglia; si sottrassero a tempo altri, cercati, come Lodovico
Trotti, i fratelli Visconti-Venosta, Allievi, Bargnani, i fratelli
Mancini. Ma erano più sgomenti gli arrestatori che gli arrestati.
A questi i carcerieri si raccomandavano per essere perdonati della
forzata custodia; si offrivano di portar loro abiti, cibi, giornali.
La potenza era già passata dal terribile impero che aveva sul luogo
duecentomila bajonette, a quei giovani inermi che rappresentavano
unicamente un'idea.
Ma l'idea s'inoltrava. Già l'imperatore Napoleone aveva espresso al
barone di Hübner il dispiacere di non essere più d'accordo col suo
Governo; già il re Vittorio Emanuele aveva fatto echeggiare l'aula
del Parlamento di quel maschio “grido di dolore„ che scosse dal sommo
all'imo tutta l'atmosfera italiana. Contro queste due frasi l'Austria
inviava cannoni e squadroni di cavalleria e truppe croate e boeme, che
avrebbero voluto incutere terrore, e che i milanesi accoglievano con
battimani, perchè dinotavano l'irrevocabilità della guerra. E la guerra
si dichiarava proprio a voce alta nel teatro alla Scala, dove ogni
sera al famoso coro della Norma il pubblico della platea e dei palchi
si univa fremente d'entusiasmi, e a cui rispondevano irritati gli
ufficiali austriaci stipati nelle sedie chiuse, gesticolando minacciosi
ed estraendo a mezzo le sciabole dai foderi[98]. Nè queste erano guerre
che si sarebbero fermate alle strida; poichè ogni sera ed ogni mattina
i giovani schiamazzatori partivano solitarj o a drappelli, traversando,
dove potevano e come potevano, il Po o il Ticino o il Lago Maggiore,
per inscriversi nelle file dell'esercito sardo, o fra i volontarj di
Garibaldi, o nelle scuole di Pinerolo e d'Ivrea.
L'Austria faceva dire alle sue gazzette che erano settarj, sobillati
dalle fazioni anarchiche o mazziniane; e il conte di Cavour,
soffregandosi le mani, additava nelle sue lettere e ne' suoi colloquj
coi diplomatici europei i più bei nomi del patriziato storico lombardo,
gli eredi dei Trivulzio, dei Litta, dei Visconti, dei Belgiojoso,
dei Taverna, dei Del Majno, dei Borromei, arruolatisi come semplici
coscritti nei battaglioni sardi, e pronti, per sentimento di patria, a
portare sulle loro spalle le fascine pel rancio dei loro compagni.
In questa attitudine, che l'Austria avrebbe voluto più rivoluzionaria
per poterla colpire, ma che trovava modo di rendere la rivoluzione
efficace, trasportandola dall'interno all'estero, durò Milano fino alla
battaglia di Magenta ed al memorabile ingresso di Vittorio Emanuele e
di Napoleone III, dall'arco del Sempione.
In quell'urlo di entusiasmo, che ai superstiti dell'epoca servirà
sempre di antidoto contro le indifferenze o le ingiustizie dei posteri,
Milano estingueva, per così dire, il periodo millenario della storia
lombarda e si rannicchiava serenamente in un cantuccio della futura
storia italiana.
E noi chiuderemo a nostra volta la serie di queste ricordanze, dalle
quali avranno tratto certamente maggior noja i nostri lettori che noi.
Abbiamo voluto indagare come nascessero e da chi fossero fecondati in
Milano i germi di quella politica nazionale, che una legge storica
quasi costante, benchè inavvertita, condusse, attraverso i secoli,
alla fusione dei grandi municipj italiani nella sintesi di una patria.
E siamo giunti, quasi senza avvedercene, dal 300 al 1859, evocando
tipi e studiando caratteri, di cui ignoravamo noi stessi i contorni e
l'influenza.
Noi non affronteremo il problema politico, — se la nuova Italia
abbia fatto ne' suoi ordinamenti moderni una parte sufficiente a
questi illustri focolari dell'antico senno italiano, — se abbia
tratto durevole virtù di organismo da quel concetto unitario che le
popolazioni hanno seguito, piuttosto tratte da un alto istinto politico
che da una pensata filosofia.
A noi è bastato lumeggiare in parte il problema storico, citare
innanzi ai contemporanei gli attori del passato, per trarre da loro la
testimonianza delle necessità che ci hanno spinti su quella via e delle
virtù che ce l'hanno potuta spianare.
Ed ora che la fatica è finita, abbiamo voluto, come Renzo, cercare
se da questi fatti si possa imparare qualcosa. E ci par questo: che,
nelle cose pubbliche, il male è facile, il bene difficile; e che, a
voler servire davvero la patria e non un partito, bisogna diffidare
sopratutto di quelle conclusioni individuali, che paiono giuste
unicamente perchè rispondono ad una passione, — lottare contro le
impressioni momentanee, che il pregiudizio ingrossa in ventiquattr'ore,
ma che la ragione impiega degli anni, — talvolta dei secoli, — a
dissipare.