LA RIVOLUZIONE.

Un moto popolare di natura politica ha bisogno, per essere efficace, di

tre diversi stadj o fenomeni: la preparazione morale, la preparazione

materiale e l'azione. Sopprimiamo la prima, avremo ordinariamente un

tumulto; sopprimiamo l'ultima, resteremo nei limiti di una congiura;

togliamo la preparazione materiale, cadremo, nove volte su dieci, in

una ribellione repressa.

Il moto milanese del 1848 fu una vera e propria rivoluzione, coronata

di successo, perchè non gli è mancato nessuno dei tre fenomeni

necessarj.

Abbiamo visto quanta _preparazione morale_ avessero ammassata gli anni

anteriori al 1848; dal 18 al 23 marzo l'_azione_ non poteva essere

più decisa e più vigorosa; ma il primo trimestre dell'anno aveva

veduto svolgersi una _preparazione materiale_, che sarebbe ingiusto

dimenticare, perchè non ebbe minori ostacoli nè minore virtù.

Infatti, le brutalità del 3 gennajo ebbero questo effetto immediato,

di persuadere i direttori del movimento che la preparazione morale era

completa e di spingerli a tutt'uomo verso la preparazione materiale.

Della popolazione non si poteva più dubitare. Aveva chiaro l'istinto

della situazione rivoluzionaria, aveva dimostrato di possedere in

grado eminente il desiderio e l'intelletto della disciplina. Occorreva

quindi stringere accordi rivolti a scopi pratici, avvicinarsi con altre

operazioni al momento decisivo, che le occasioni avrebbero determinato.

Rinnovatesi a Pavia le stragi di Milano, una circolare segreta

avvertiva che, per evitare nuovo sangue, si sarebbe posto fine alle

dimostrazioni di carattere pubblico. “Adesso possiamo aspettare senza

vergogna„ diceva; e infatti si aspettò, ma con una aspettazione piena

di febbrile energia.

L'intento della concordia s'era ormai raggiunto al di là d'ogni

previsione patriottica. I popolani ardevano dal desiderio di vendicare

i loro morti e feriti, e traevano da questo stesso desiderio una

fiducia, che nulla poteva scuotere, nei misteriosi scrittori dei

bollettini. La parte più conservativa del patriziato aveva smesso,

dopo il 3 gennajo, ogni esitazione; il conte Vitaliano Borromeo aveva

voluto conoscere di persona Cesare Correnti, e in un colloquio tenuto

in casa del marchese Anselmo Guerrieri, patrizio di scuola mazziniana

e di larghissime aspirazioni, s'erano appianate le ultime difficoltà,

schiarite e accettate le ultime modalità del programma.

Bisognavano denari, armi, alleanze; i tre nervi, le tre basi d'ogni

guerra.

Le collette raccolte in casa Borromeo avevano fruttato più di 150 mila

lire; primo fondo che servì a comperare utensili e mantenere operaj,

ad organizzare un po' di spionaggio e di stazioni nelle campagne. Ma

non era quella pel momento la maggiore preoccupazione. I forzieri del

patriziato si sapevano pronti ad ogni richiesta, e infatti, appena

sorsero le occasioni opportune, furono visti gareggiare di liberalità

e il duca Litta e il conte Arese e il duca Scotti e il marchese

Arconati e il conte Annoni e il duca Visconti di Modrone e quanti

insomma avevano pari all'antichità della stirpe o alla tradizione del

patriotismo la larghezza del censo[62].

Di alleanze non si poteva cercarne che al di là del Ticino. Un solo

Stato in Italia aveva esercito valido e politica indipendente; un solo

sovrano aveva mostrato da qualche tempo comunanza di aspirazioni coi

rinnovatori lombardi.

Carlo Alberto aveva infatti mantenuta ed accentuata, col progredir

degli eventi, la situazione politica e personale da lui presa in

Italia. Era sempre il Re cauto, ma deliberato, che fronteggiava

l'Austria nella questione italiana. Non aveva smesse ancora le forme

assolute di governo, ma se ne valeva per moversi più liberamente

nell'orbita sua, con intonazioni democratiche, di cui forse un

ministero costituzionale non gli avrebbe lasciato libertà. Visitando

Genova, durante il Congresso degli scienziati, s'era lasciato

avvicinare, senza titubanza, da un giovane, non illustre allora, ma

caldo di patriottismo, che ponendogli la mano ardita sulle briglie

del cavallo, gli aveva detto, con voce squillante: “Maestà, bisogna

prepararsi a combattere.„ Era Nino Bixio. Assai più tardi, recandosi a

Casale per inaugurarvi congressi d'agricoltura, aveva detto a Lorenzo

Valerio: “Quando l'ora sarà suonata, monterò a cavallo e combatterò per

la patria come Sciamyl combatte nel Caucaso.„

Coi patriotti lombardi aveva sempre conservato indirette comunicazioni,

specialmente per opera del suo segretario particolare, il conte di

Castagneto, uomo di specchiata probità e di lealissimi sensi, a cui

l'Italia deve, per quel periodo, una parte notevole della riconoscenza

che sembra avere esclusivamente serbata per altri. Col Castagneto

carteggiavano da parecchi mesi alcuni rappresentanti del patriziato,

segnatamente il conte Gabrio Casati, col quale si dibattevano, senza

chiasso, parecchie delle questioni fondamentali che l'unione presagita

del Piemonte e della Lombardia metteva in primissima linea. Dopo il

3 gennajo, parve che a queste relazioni indirette fosse necessario

sostituire azione più viva; che all'orecchio di Carlo Alberto dovesse

giungere, con maggiore frequenza ed intimità, la parola di chi fosse

più attivamente mescolato a tutta la situazione lombarda degli ultimi

tempi.

Carlo D'Adda fu scelto a questa missione; ed egli recossi, secondo

il desiderio degli amici, a Torino, dove il conte di Castagneto

lo accolse con grande simpatia e lo presentò senza indugio a Carlo

Alberto. Furono relazioni curiose quelle che si stabilirono allora fra

questo Re di diritto divino ed un inviato, senza credenziali, d'un

Comitato senza poteri. Carlo D'Adda saliva ordinariamente dal Re in

ore eccentriche, in abito dimesso, condotto dal Castagneto per usci

secreti, per corridoj polverosi, come un ladro... o come un adultero.

Il Re lo riceveva ad ogni richiesta, accettava senza esitazione questi

andamenti cospiratorj, voleva informazioni di persone e di fatti, dava

assicurazioni, non si sdegnava di consigli. Uscito di lì, ripigliava la

maschera severa, il linguaggio riservato e l'occhio freddo del monarca

legittimo. Nessuno avrebbe indovinato il patriota sotto quella rigida

fisonomia di Re; pochi si sarebbero accorti del Re, intrattenendo

famigliarmente il patriota.

Nessuno ha finora raccontato pubblicamente un aneddoto caratteristico.

Un giorno, si aspettavano a Novara certe condotte di polveri, che

dovevano essere tragittate in Lombardia. Le polveri non erano giunte

col tramite per cui dovevano essere state inviate. Carlo D'Adda riceve

un biglietto dal Comitato di Novara; un biglietto, scritto secondo

lo stile di quei giorni, come l'impeto dettava, in fretta e in furia:

“Nulla è arrivato, Carlo Alberto ci tradisce, come nel 1821.„ D'Adda

si reca difilato dal Castagneto e il Castagneto lo conduce difilato

dal Re. Ma v'è Consiglio di Ministri, e il Re non può assolutamente

ricevere. La cosa pareva al D'Adda pressante. “Vuol far passare quel

biglietto nelle mani di Sua Maestà?„ gli dice il conte di Castagneto.

L'inviato milanese lo guarda meravigliato; ma l'aspetto severo, sicuro,

dell'uomo non gli permette dubbio. E il biglietto crudele, naturalmente

anonimo, è portato, in una busta, sul tavolino del Re. Dieci minuti

di aspettazione, diciamo pure di ansia. Poi, un servitore gallonato,

riporta, chiuso in un'altra busta, lo stesso biglietto, con un breve

poscritto di mano reale: “Caro D'Adda, ho dato ordine in questo punto

che le polveri partano.„

Quel biglietto è andato smarrito. Oggi sarebbe uno dei documenti più

importanti e più curiosi della rivoluzione italiana.

Le polveri non si potevano adoperare senza le armi da fuoco. E a

questo pure si pensò in quei due mesi; e se molto non potè farsi,

certo si fece assai più che non consentissero le difficoltà e i rischj

gravissimi dell'impresa, più che non sia comunemente noto per le

pubblicazioni uscite intorno a quei fatti.

Nelle case dei cittadini saranno stati un trecento fucili da caccia,

non più; poche pistole, pochissime armi da punta e da taglio; la

vigilanza sulle botteghe d'armajuolo grandissima, e tale da non potersi

eludere senza provocare immediate misure di cittadino disarmo. Si

dovette dunque ricorrere all'importazione od alla riduzione di armi

vecchissime ed inservibili, esistenti in casse o in soffitte, talune

fin dall'epoca del primo Regno d'Italia. Pure, in poco tempo parecchie

case di Milano furono tramutate in depositi d'armi; quasi tutte si

munirono almeno di una per le sperate battaglie. I giovani del club

della Cecchina trovarono modo, a peso d'oro, d'introdurre in città

cento carabine inglesi e se le distribuirono. In casa Trotti, in casa

Porro, in casa Dandolo, in casa Spini, nelle case Prinetti, Simonetta,

Besana, in cento case v'era accolta di fucili e di pistole; Alessandro

Antongini aveva riempiuto d'armi un magazzino fuori porta; ma il

difficile era introdurle, e non si potè farlo che lentamente, senza

giungere in tempo a farlo completamente. Si recavano i giovani, come a

sollazzo, nelle osterie suburbane: rientravano, con apparenze gioconde,

portando sotto il tabarro invernale o sotto il panciotto una canna, un

calcio, una baionetta, i grilletti, tutte insomma le varie parti del

fucile che si sarebbero più tardi ricomposte. Vera giudizio statario;

ma chi vi badava? talvolta i pezzi non combaciavano, e la vita s'era

arrischiata per nulla; si ritornava il giorno dopo a prendere i pezzi

che combaciassero. Si diceva che queste armi erano male fabbricate, che

sarebbero scoppiate in mano agli insorgenti nel giorno della battaglia.

E altri giovani si prendevano il rischio e il compito di verificare le

cose. Andavano in una cascina suburbana, proprietà d'un patrizio, il

cui nome non permetteva sospetti austriaci, il conte Mellerio. S'erano

procurati la doppia complicità patriottica d'un fittabile e d'un

armajuolo; provavano le armi, facevano accomodare quelle che apparivano

difettose, le reintroducevano su carri agricoli, preparate e impagliate

come peri o albicocchi.

Nelle case poi, smessi gli usati passatempi, le signore fabbricavano

cartuccie, gli scienziati preparavano projettili e cotone fulminante;

gli esercizi d'arme e lo studio dei manuali militari, delle opere di

Iomini, di Montecuccoli, di Dufour, avevano sostituito i componimenti

rettorici e la lettura dei trattati politico-legali pubblicati

dai professori dell'Università di Pavia. Luciano Manara, Carlo de

Cristoforis, Francesco Simonetta attingevano a questi studj coscienza

di attitudini e di responsabilità militari; li seguivano, per ardore di

belliche discipline, giovani minori d'anni, ma eletti di mente, Pietro

Rasnesi, Emilio ed Enrico Dandolo, e quel simpatico e vivace ingegno

di Emilio Morosini, che avrebbe certamente occupato un posto notevole

nella vita politica contemporanea se una palla francese non gli avesse

spezzato, sulle mura di Roma, il giovane cuore.

Dei vivi non parliamo; son molti e prodi. Parlandone, offenderemmo

lunghe e silenziose modestie, provocheremmo vibrazioni importune di

commossi ricordi. D'altronde agli uomini di quell'epoca una coscienza

rimane intera: quella di non dovere, in così grande solidarietà di

fatti, rammaricarsi di nulla e di nessuno.

Un popolo intero era riuscito a vincere la legge delle eccezioni; e in

un tempo in cui il segreto della patria era su tutte le labbra, non si

ebbe ad arrossire nè di una corruzione nè di una viltà. Nessun'epoca

della storia dimostrò più validamente come un gran sentimento

patriottico equivalga a un gran sentimento morale.

Tutta questa agitazione non era sfuggita e non poteva sfuggire ai

dominatori. Sicchè non mancavano tentativi di seduzione, indagini,

sorprese, perquisizioni. Ma la complicità di tutti era all'erta contro

i pericoli di ciascuno. E quando la polizia si moveva, un istinto, un

Nume invisibile indicava dove sarebbe andata a scendere. Il vetturino

allungava la strada, il portinaio alzava la voce perchè udissero al

primo piano, il monello correva ad avvertire un amico, il cameriere

non aveva la chiave d'un uscio, la cuoca offriva alle guardie un

manicaretto, gl'inquilini aiutavano, le carte sparivano, le armi

uscivano o per gli abbaini o per le fogne; e la polizia ritornava il

più delle volte convinta d'essere stata mistificata, ma, come il demone

della Basvilliana:

Vuota stringendo la terribil ugna.

Quando l'Austria fu stanca di queste inutili attività, venne finalmente

il decreto che ordinava le perquisizioni generali e l'immediato

disarmo, sotto le pene del giudizio statario. Ma allora era già

scoppiata la rivoluzione francese del 24 febbrajo, era già stato

proclamato lo Statuto di Carlo Alberto. Dappertutto in Europa suonava

il _dies iræ_. Giuseppe Sandrini, segretario del Governo, che aveva

intelligenze coi liberali, trovò modo di far differire di alcuni

giorni il principio delle perquisizioni. Quei giorni bastarono perchè

scoppiasse la rivoluzione di Vienna e perchè a Milano giungesse il

17 mattina la notizia che gli studenti e i Polacchi avevano fatto le

barricate e che il principe di Metternich abbandonava, ramingo, la

capitale dell'Impero.

Qui comincia veramente il periodo attivo della rivoluzione.

Le notizie di Vienna, producendo in Milano sulle varie autorità e

sui gruppi cittadini eguale commozione, avevano mosso impressioni e

risoluzioni assai diverse.

L'autorità governativa civile era piombata addirittura nello

scoraggiamento. Il Vicerè, subodorando gli eventi, aveva lasciato

la città fino dal giorno prima. Il Governatore Spaur, il conte di

Ficquelmont lo avevano preceduto a Vienna per altri provvedimenti.

Restava solo in Milano a sostenere una sterminata responsabilità il

Vice-presidente del Governo, conte O'Donnell, burocratico di buoni

istinti, ma affatto inadeguato a tempi e cose difficili. Aveva fatto

subito pubblicare un telegramma da Vienna, annunciante che s'era

abolita la censura e che pel giorno 3 luglio sarebbero state convocate

le rappresentanze lombardo-venete. Sperava che questo avrebbe calmata

la popolazione, e l'accese. Parvero promesse ridicole, e lo erano.

Annunciavano però una debolezza politica del governo straniero e il

momento opportuno per approfittarne.

Sulle autorità militari l'impressione fu alquanto diversa. Persuaso

che Milano fosse inetta a sforzi militari e che il terrore sparso

nelle giornate di gennajo avesse fiaccata efficacemente ogni reazione

cittadina, il maresciallo Radetzky s'adagiò nella fiducia che le

concessioni di Vienna avrebbero, almeno per qualche tempo, dato un

altro indirizzo alla pubblica agitazione. In questo senso parlò a'

suoi ufficiali e li prevenne che non dessero importanza a prossime

adunanze di popolo perchè sarebbero state dimostrazioni di gioja e

di fiducia nelle autorità. Non avevano veramente di queste illusioni

ne il Torresani nè i suoi commissarj di Polizia; ma posti fra lo

scoraggiamento dell'autorità civile e le ingenue speranze dell'autorità

militare, si sentivano recisi i nervi ad ogni iniziativa di lotta.

Per questa triplice inazione, la cittadinanza fu, nei giorni 17 e

18, interamente padrona del campo. E in tutto il giorno 17, e nella

notte dal 17 al 18, fu per la città, in tutte le riunioni private,

un gran discorrere di quello che s'avesse a fare il giorno dopo, un

grande incrociarsi di proposte, di piani, di accordi, di messaggi, di

combinazioni.

V'erano tre opinioni, tre metodi principali in contrasto.

Carlo Cattaneo si manteneva risolutamente fedele all'attitudine

presa. Non credeva opportuno e non giudicava fertile di successo un

movimento armato. Estraneo a tutte le dimostrazioni[63] che s'erano

fatte, e favorevole, tra queste, soltanto a quelle di carattere più

conservativo, come ai reclami delle Congregazioni e delle Camere

di Commercio, voleva che si facessero passi più larghi su quella

via, ma non fuori di quella[64]. Non credeva che esistessero armi,

disposizioni, attitudini militari. In una riunione che si tenne, la

sera del 17, in casa sua, alla presenza del Brioschi, del Gadda, di

Enrico Cernuschi, di altri, manifestò schiettamente questa opinione

sua; sconsigliò pronunciamenti popolari di carattere rivoluzionario;

disse doversi approfittare dei casi di Vienna per “stringere il

governo alla vita„ per “tenere i nemici nel duro e spinoso campo della

legalità„ per “estorcere immantinenti all'attonito governo quanto più

si potesse di armamenti e di libertà„[65]. Con questi intendimenti

preparava il primo numero del giornale che avrebbe pubblicato il giorno

dopo, e certo l'avrebbe scritto da par suo.

A siffatto metodo, che in circostanze ordinarie sarebbe parso il più

savio e il più sicuro, non s'acconciavano gli uomini del partito

d'azione, i giovani che da tanti mesi arrischiavano la loro vita

per adunare elementi d'insurrezione e di lotta. Temevano questi, —

e a ragione, — che dopo tanti eccitamenti dati alle classi popolari,

inalberare il vessillo della prudenza proprio nel momento in cui tutto

pareva favorire quello dell'audacia, avrebbe ingenerato sfiducie

o diffidenze difficili poi a dissipare più tardi. E d'altronde, il

moto di Vienna poteva essere represso; una nuova reazione succedere

nell'indirizzo del governo, e precipitare quelle misure di disarmo

che si erano fino allora così fortunatamente evitate. A queste idee

s'inspiravano i crocchi più attivi e più numerosi della città, e in una

riunione tenutasi, pure in quella sera, nella trattoria del Rebecchino,

alla presenza di Angelo Tagliaferri, del dott. Pietro Lazzati e di

altri, Cesare Correnti aveva promesso pel giorno dopo novità grosse ed

ardite.

Una terza schiera si proponeva d'agire con misti temperamenti. Si

raccoglieva intorno al Municipio e specialmente al Podestà, conte

Gabrio Casati, che per le sue molte aderenze cittadine, per le sue

relazioni col governo piemontese, per la condotta vigorosa tenuta nelle

giornate del settembre e del gennajo pareva l'uomo adatto a capitanare

programma di cose nuove.[66] Far capo al Podestà, funzionario di

nomina governativa, a nessuno doveva parere programma rivoluzionario.

Nel tempo stesso, la scomparsa o lo sgomento delle altre autorità

civili, autorizzava lo stesso Podestà ad assumere iniziative e poteri

nell'interesse della pubblica sicurezza. Il Municipio si sarebbe

tramutato man mano da autorità cittadina in autorità politica,

senza provocare immediate ostilità militari e guadagnando alcuni

giorni di tempo, per disporre l'insurrezione e sollecitare gli ajuti

dell'esercito piemontese.

Come di solito accade, le risoluzioni prese non rispondevano a nessuna

rigidità di programma; lasciavano al tempo, ai casi, all'energia delle

persone gli svolgimenti dell'avvenire.

All'alba del 18, ciò che era stato possibile di concertare fu

concertato. Nel pomeriggio, la popolazione si sarebbe agglomerata per

le vie; avrebbe accompagnato, senz'armi, una deputazione municipale

che si sarebbe recata dal Broletto al palazzo di governo per chiedere

riforme d'urgenza; poi si sarebbe pubblicato un proclama, si sarebbero

aperti gli arruolamenti per una guardia civica; poi si sarebbe veduto.

Alle due pomeridiane il programma era già sorpassato. La folla che

accompagnava Gabrio Casati al palazzo di governo aveva tutta quella

concitazione, quel fremito che non permette indugi, che non tollera

transazioni. La rivoluzione era già nell'ambiente. Il Podestà era

vestito di nero, con una coccarda tricolore all'occhiello, fra quattro

pompieri non armati; lo precedeva una bandiera dai colori nazionali;

forse ventimila persone lo seguivano. I balconi, le finestre, i tetti

delle case si riempivano di uomini, di signore, già deliranti di

entusiasmo, che agitavano fazzoletti, buttavano coccarde, gridavano:

“viva l'Italia.„ I monelli s'arrampicavano sulle colonne, sui

cornicioni. “Abbasso gli uomini„ si gridava dalla folla; e gli uomini

scendevano, ingrossavano il corteo, e le donne applaudivano, e la

commozione patriottica prorompeva.

Il primo sangue fu versato innanzi alla porta dello stesso palazzo.

Allo apparire sul ponte di S. Damiano, di quella folla imponente, due

sentinelle avevano commessa l'imprudenza di scaricare il fucile. Un tal

Zafferoni, studente, uscito di seminario, cavò una pistola di tasca e

ne uccise una; l'altra fu trapassata d'un colpo di bajonetta. Poi la

moltitudine invase il palazzo; il conte Giulio Porro Lambertenghi ebbe

la presenza di spirito di chiudere a chiave l'appartamento dove stava,

colla sua famiglia, la contessa Spaur ed impedì probabilmente qualche

deplorevole eccesso[67]. Enrico Cernuschi stanò il Vice-presidente

O'Donnell, che cercava nascondersi, e lo condusse in una stanza dove

Gabrio Casati, Anselmo Guerrieri, Marco Greppi, Antonio Beretta, Carlo

Taverna, il Correnti, il Clerici, l'Oldofredi stavano deliberando.

Fu lì che il povero rappresentante del governo austriaco firmò,

tramortito, i tre famosi decreti laconici, che istituivano la guardia

civica, destituivano la Direzione di Polizia, e incaricavano il

Municipio di provvedere alla pubblica sicurezza. E di lì, ottenuti

questi decreti, si restituiva la Deputazione municipale al Broletto,

conducendo seco prigioniero il conte O'Donnell; allorchè, giunta a

mezzo la via del Monte Napoleone, una scarica partita da un drappello

di soldati appostato al sommo della contrada, uccise un popolano,

Pietro Rainoldi; la folla si sbandò gridando armi e correndo a

cercarne; il Casati ed i suoi si chiudevano nella casa Vidiserti,

divenuta per dodici ore il quartier generale dell'insurrezione.

Mentre queste cose accadevano. Cesare Correnti aveva scritto il primo

proclama che domandava una Reggenza provvisoria del Regno, la libertà

della stampa e la riunione dei consigli comunali per la nomina dei

delegati all'Assemblea nazionale. Il difficile era di trovare in

quei momenti un tipografo abbastanza coraggioso da stampare siffatto

proclama. Due amici di Correnti s'incaricano della cosa; vanno dal

tipografo Guglielmini e gli mostrano il manoscritto. Il tipografo

resiste, reagisce, ricorda le disposizioni del giudizio statario,

dichiara che non cederebbe fuorchè alla violenza. Subito fatto. I due

amici estraggono tranquillamente un pajo di pistole e le appuntano al

petto del tipografo, che allora passa il manoscritto in stamperia. Ohi

ha conosciuto di persona questi due sicarj, questi uomini facinorosi

così pronti alla violenza ed al sangue, dovrà stupirsi sapendo che

portavano il nome di due fra i più colti e più miti uomini di lettere

del tempo nostro: Giulio Carcano ed Angelo Fava. _Haec mutatio dexteræ

excelsi_, avrebbe potuto dire anche in questa occasione il cardinal

Federigo[68].

Ritornava da questa spedizione Angelo Fava quando trovò nel vicolo di

Bagutta Carlo Cattaneo che s'avviava verso la contrada del Monte.

Il fiero dottrinario s'era bisticciato il mattino con alcuni amici

suoi che volevano trarlo nel movimento. Chiedeva quanti combattenti

avessero, quanti fucili, quali capi. E quelli rispondevano, colla

fede dell'entusiasmo, che tutta la città sarebbe sorta, che v'era il

Comitato, che v'erano fucili e più se ne attendevano dal Piemonte.

E quegli replicava scettico: “andate prima a vedere se sono

arrivati„[69]. Non s'erano potuti intendere ed egli era andato dallo

stampatore a consegnare il manoscritto del suo giornale. Angelo Fava

lo ferma e gli chiede de' suoi propositi per la giornata. “Quando i

fanciulli scendono in piazza,„ risponde Cattaneo “gli uomini vanno

a casa.„ Angelo Fava corse a casa egli pure; da buon cattolico, fece

udire una messa ai suoi allievi, Dandolo e Morosini; poi li baciò, li

vide armarsi, scendere sulla via; prese un fucile e scese con essi.

Il primo combattimento ebbe luogo al ponte di S. Damiano. Dopo quella

tumultuosa invasione del palazzo e dopo il suo sgombro, un drappello di

soldati, furiosi per l'uccisione delle due sentinelle, s'era raccozzato

e dal bastione di Monforte minacciava penetrare nell'interno della

città. In fretta e in furia s'innalzò la prima barricata a ridosso

del ponte. Tavoli, sedie, travi, mattoni, il selciato delle vie, tutto

servì a costruire quella prima difesa, a cui tante centinaja dovevano

seguitarne. Una buona donna cala da un terzo piano un suo mobiluccio e

raccomanda che glielo si guasti il meno possibile. Passava sul ponte

un carro, pieno di bariletti, quali vuoti, quali ancor pieni. In

un attimo, il carro è rovesciato e i bariletti si accatastano l'uno

sull'altro, a duplice uso, di terrapieno e di feritoja. Strilla il

bottajo, che vede sciupata in un baleno la merce a cui forse aveva

consacrati gli ultimi suoi risparmj. E quei reclami non sembrano,

neanche in quella pressura di casi, privi di ragione. Qualcuno fa

appello, come s'usava in quei giorni, alle borse guernite. Son lì

presso, e sentono questo appello, due patrizj che aiutavano a fare la

barricata. Giacomo Visconti Ajmi si fruga nelle tasche, non ha che

sessanta lire e le dà; il conte Litta-Modignani straccia una pagina

dal suo portafoglio, vi scrive un bono per L. 6000 e lo porge al

suo vicino, Antonio Lazzati, perchè se ne serva per quel caso e per

casi analoghi. Era il sistema finanziario delle cinque giornate che

s'inaugurava.

Da questo punto la storia perde la sua traccia e cominciano gli

episodj. Ciascuna contrada ha il suo, ciascun quartiere la sua epopea,

ciascuna casa il suo prode. Inutile cercar di riassumere in quadri

sinottici o in rubriche cronologiche centoventi ore di febbre d'una

città; impossibile delineare i sussulti, le depressioni, i delirj,

i periodi, le allucinazioni. Se ogni sintesi è ardua, quando i fatti

escono da volontà prefinite e disciplinate, eccede addirittura l'umano

intelletto, quando si tratta di iniziative individuali, sparse,

indipendenti, uniche nello scopo, ma affatto slegate nei mezzi e

nel tempo. Le cinque giornate milanesi furono come l'assedio di

Troja; Ajace che combatte da un lato; Diomede che resiste altrove;

Ettore che è vinto in una terza località; Minerva sola vede tutto

dall'alto dell'Olimpo, e scende dove la traggono le sue simpatie. Dove

appariva un nemico, cominciava un combattimento; ogni edificio dove

si chiudeva un drappello determinava un assedio. E l'ansia di quelle

lotte parziali, di quei certami quasi individuali riempiva il tempo,

l'attività d'ogni quartiere, d'ogni contrada, e non permetteva di

allargare a movimenti d'insieme un'offensiva che ciascuno concentrava

con energie personali intorno a sè. Pochi abbandonavano, per

informazioni, per intelligenze col quartier generale, la barricata

che avevano difeso, la caserma che avevano conquistato, l'amico che

s'erano visti cadere allato. Ciascuno pensava, combattendo e vincendo,

che tutti gli altri, vicini e lontani, avrebbero saputo combattere e

vincere. Quando v'era un'ora di tregua, si rafforzava una barricata

sfasciata dal cannone o se ne alzava un'altra venti metri più in là.

E al nemico che si allontanava d'altrettanto, trasportando morti

e feriti, rispondeva una nuova scarica dei combattenti, un nuovo

urlo di gioja dai tetti delle case, dove uomini, donne, fanciulli,

noncuranti delle granate che fendevano l'aria, tenevano pronti vasi,

tegole, mattoni, projettili, per lanciare sui nemici, a piedi o a

cavallo, che tentassero riprese offensive. E allora quei venti metri

di terreno rappresentavano una grande conquista, equivalevano ad una

grande vittoria. E si spiccavano messaggieri per annunciare al Comitato

questo trionfo; e il Comitato, che riceveva nel tempo stesso venti di

questi annunci, li riassumeva in un proclama che presagiva dappertutto

successi definitivi; e questi proclami, affissi sulle muraglie o

sulle barricate, destavano nuovi entusiasmi, determinavano impeti più

vigorosi e un'altra conquista di avamposti nemici.

Tutte le case erano aperte ai combattenti; di notte come di giorno.

Quando s'aveva fame o sete, s'infilava il primo uscio e si trovava

un domestico che vi offriva del pane, una fanciulla che vi porgeva

da bere. Le distinzioni, le antipatie della vita erano sparite

dinanzi al gran pensiero, al gran desiderio di tutti; il popolano

aveva dimenticato le invidie, il ricco non aveva più esclusivismi nè

ripugnanze. Vitaliano Borromeo faceva la guardia alle barricate con una

bajonetta ed una pistola; Giorgio Trivulzio era ferito da una fucilata

al ponte di S. Celso; la signora Beretta, visto cadere ferito un

giovane popolano in mezzo allo spesseggiare della mitraglia, stava per

lanciarsi essa a raccoglierlo, se quattro altri popolani non l'avessero

prevenuta. Non un furto disonorava quella fraterna e illimitata

larghezza di ospitalità. Le grandi case dei Belgiojoso, dei Trivulzio,

dei D'Adda, dei Beretta, dei Borromeo erano divenute istituti di

pubblica necessita; vi si fondevano palle da fucile, vi si conducevano

feriti da fasciare, prigionieri da custodire, provvigioni e munizioni

da distribuire; e le gentili padrone di casa, fattesi per l'occasione

infermiere, carceriere e magazziniere, sorreggevano dei loro entusiasmi

le cose difficili, correggevano le cose dure colla loro bontà.

Per questo s'è potuto vivere e vincere in quei giorni; perchè gli

elementi simpatici dominavano colla loro influenza le incognite del

pericolo e del terrore; perchè la gentilezza patrizia e la virtù

popolare, affratellate in un santo pensiero di resistenza, creavano

un ambiente di patria così alto, così sereno, che gli uomini vi

combattevano colla gioja sul viso, vi morivano colla speranza sul

labbro.

La battaglia cittadina s'è continuata per cinque giorni sotto questi

auspicj, in mezzo a queste effervescenze; dominate a loro volta

da un altro fenomeno costante, universale, di effetto strano, ma

irresistibile; il romore delle campane a martello, che per cinque

giorni e per cinque notti, da tutte le torri della vasta città,

interpretò, per così dire, l'anima guerriera della popolazione; romore

ora stridente, ora cupo, pieno di vibrazioni e di minaccie; che di

notte irritava i nemici, di giorno incoraggiava i cittadini; una

specie di _tam tam_ selvaggio che nè bombe, nè mitraglie valevano a

far tacere; la fanfara delle barricate, — che portava lontano, fra le

campagne e i villaggi, un grido di soccorso ed un appello all'esempio,

— che piombava sugli Austriaci come un suono pregno d'ignoti spaventi,

colla sua implacabile e fantastica continuità.

Alessandro Manzoni ha scolpito in una delle sue grandi pagine il

linguaggio della campana notturna, che atterrisce i bravi e libera

Menico. Moltiplicate quell'effetto per cinque giorni e per cinque

notti, unitelo al rombo dei cannoni e al crepitare della moschetteria,

ed avrete una pallida impressione di quel molteplice scampanío.

Dal labbro dei nemici si potrà, anche meglio che da qualunque

descrizione, ritrarre il meraviglioso spettacolo di quelle giornate.

“Milano è sconvolta dalle fondamenta„ scriveva il maresciallo Radetzki

al conte di Ficquelmont “la natura di questo popolo mi sembra per

incanto trasformata.„ E due ufficiali austriaci, fatti prigionieri a

San Celso e chiusi in una anticamera, udendo di un forte assalto che

i loro compagni davano in quel punto ad una delle barricate maggiori,

espressero il desiderio di poter seguire da una finestra le fasi del

combattimento. Al vedere quelle barricate imponenti, che si alzavano

ai secondi piani delle più alte case, quel formicolio di combattenti

e di difensori, quel coraggio con cui si affrontava la morte, quei

balconi e quei tetti pieni di offensori e di offese, all'udire quelle

grida umane, quei rintocchi del bronzo, quegli spari d'archibugio

che s'incrociavano, partendo dalle finestre, dalle vie, dai tetti,

dagli spiragli delle cantine, i due prigionieri si ritrassero attoniti

nell'interno della stanza, dicendo: “Misericordia! e il maresciallo

crede di poter riprendere questa città!„

Si capisce come, in una situazione siffatta, i partiti e i gruppi

sorti di poi abbiano potuto sbizzarrirsi a reclamare, ognuno per sè,

le glorio maggiori. Gli orizzonti erano molti e divisi, e ciascuno si

onorava giustamente del proprio, credendolo più vasto o più importante

degli altri. Probabilmente tutti i partiti furono veri nei fatti

esposti a merito proprio; soltanto può darsi che nessuno sia stato

esatto nell'esporre quelli a merito altrui. Ed anche può accordarsi a

tutti la mitigante della buona fede; giacche, non essendovi stata mai

una situazione dominante, molti possono credere d'essere stati i soli

od i primi a far ciò che altri pure, tratti dagli stessi casi e dalle

stesse necessità, avevano già fatto in altri luoghi, senza che gli uni

potessero sapere degli altri.

Lo storico solo può rendere a tutti ragione severa ed imparziale; può

dire che il popolo è stato sublime di coraggio e di devozione; che le

classi medie e patrizie hanno gareggiato di energia direttiva, non

risparmiando nè vita, nè ricchezze, nè responsabilità. Lo storico

può dire che, come esigeva Nelson alla vigilia della battaglia di

Trafalgar, tutti hanno fatto in quei giorni il loro dovere; può e

deve dire di più, — che chi volesse scemare ad alcuno fra gli attori

di quella rivoluzione qualche briciolo del loro patriottismo non

riuscirebbe ad altro che a far dubitare del proprio.

Queste le impressioni, questi i caratteri generali della rivoluzione

milanese.

Chè se si volesse tentare di riassumere in qualche modo con metodi

sintetici quella moltiplicità di episodj, bisognerebbe forse

raggrupparli intorno a tre questioni fondamentali; la questione

strategica, la questione politica, la questione diplomatica.

L'ultima può esaurirsi senza molte complicazioni. Non ebbe e non poteva

avere altro intento che l'ajuto del Re e dell'esercito piemontese.

Al primo rompere delle fucilate, il giorno 18, l'idea di spedire

immediatamente a Torino persona di fiducia per annunciare il moto di

Milano e chiedere l'intervento, era balenato agli uomini di senno,

qualunque fosse la loro opinione politica. Enrico Cernuschi, fin dalla

prima riunione in casa Vidiserti, ne aveva fatto formale proposta[70].

Ma già lo aveva prevenuto Luigi Torelli, che s'era recato dal conte

Francesco Arese, sollecitandolo ad incaricarsi di questa necessaria

missione.

L'Arese, messo alle strette dagli amici, rinuncia a malincuore alla

lotta in cui sperava essere attore. Si reca da una cognata[71] e le

consegna una forte somma in denaro, con ordine di distribuirne a quanti

si presenteranno a richiederne per bisogni patriottici. Poi, si ficca

in un carrozzino e corre alla più vicina barriera. Riesce a passarla,

alcuni minuti prima che le porte si chiudano; ma al Ticino trova

maggiori ostacoli, li supera e giunge a Torino la sera del 19.

Prima però ch'egli potesse adempiere la sua missione, il Re, avuto

sentore del movimento, aveva mandato a chiamare Carlo D'Adda, che,

ricevendo notizie per altra via, le aveva comunicate a Carlo Alberto

insieme colle più vive preghiere per un immediato intervento. Il Re

non gli aveva nascosto la risoluzione di venire alla guerra, ma gli

soggiungeva scherzando “sicchè dovrò andare a Milano a proclamare la

Repubblica.„ “Certo è, Sire„ rispondeva il D'Adda “che la Repubblica

sarà proclamata se Vostra Maestà non parte.„ Erano, su per giù,

le stesse parole che due giorni dopo il Cattaneo stampava nel suo

proclama: “la parola _gratitudine_ è la sola che possa far tacere

la parola _repubblica_.„ Da che si vede come, in situazioni diverse,

uomini diversissimi giudicassero pure con eguali criterj.

Subito dopo questo discorso, il conte Enrico Martini era stato inviato

a Milano con una missione confidenziale, ed era già partito quando il

conte Arese si presentò il 19, a tarda ora, e fu ricevuto dal Re.

A quell'egregio patriota ripetè Carlo Alberto con maggior precisione

quello che già aveva detto al D'Adda e al Martini; anzi lo invitò a

venire la mattina seguente nella piazza Castello per vedervi sfilare,

avviata alle frontiere, la brigata delle Guardie[72].

Dopo aver veduto anche il ministro degli affari esteri e dopo avere

assistito a quella consolante sfilata, l'Arese ripartiva immediatamente

per Novara, sperando poter rientrare in Milano. Ma trovati ostacoli

assai maggiori, e sapendo che il Martini aveva istruzioni più precise

delle sue, insofferente d'ozio, si mischiò ad una colonna di volontarj

improvvisati, varcò con essi il Ticino poco lungi da Oleggio e si

diresse verso la città bloccata, non più diplomatico, ma bersagliere.

Intanto Enrico Martini s'era aggirato per molte ore intorno alla

cinta esterna dei bastioni, senza trovar modo d'entrarvi. Finalmente,

la mattina del 21, combinatosi col signor Angelo Cattaneo, commesso

delle gabelle, che doveva portare del sale alle caserme in città, si

travestì da garzone del magazzino, si caricò d'un sacchetto di sale, e

potè non senza ostacoli e rischi, penetrare fino al quartier generale,

presentando le sue commendatizie.

Il Re desiderava due cose: che una mossa d'insorgenti o di disertori

trascinasse il nemico a qualche violazione del territorio sardo: che

gli venisse spedito un indirizzo, firmato da quanti più si potesse

cittadini notabili per censo, per intelletto, per ufficj coperti,

per influenze personali. Enrico Martini aggiungeva di suo, che si

costituisse subito un Governo Provvisorio, col mandato di offrire a

Carlo Alberto il dominio della Lombardia.

Quest'ultima proposta parve a tutti ancora intempestiva e non fu

da nessuno accettata. Lo furono le due prime; e mentre alcuni fra

i combattenti s'incaricavano di combinare una finta presso alla

frontiera, Achille Mauri stese l'indirizzo, che fu portato subito

da parecchi in giro per le case e fra le barricate, raccogliendo in

poche ore parecchie centinaja di firme. V'era tra queste il nome

di Alessandro Manzoni, che al conte Martini diceva: “prevenga Sua

Maestà che se la mia firma è un po' tremolante, non è perchè io

abbia paura, ma perchè sono vecchio.„ Parole che ricordano le altre

celebri dell'antico _maire_ di Parigi, Bailly, quando, trascinato alla

ghigliottina in gennajo, diceva: “je ne tremble pas de peur, mais de

froid.„

Queste trattative erano necessarie per attutire un po' i romori della

diplomazia europea; che a Torino pareva ostile ad ogni intervento

piemontese; tanto che lo stesso ministro della nuova Repubblica

Francese consigliava prudenza, e il ministro d'Inghilterra, signor

Ralph Abercromby aveva in quei giorni dipinto al suo governo sotto

cattivo aspetto la missione del conte Arese. Ad ogni modo, l'indirizzo

non fu portato a Carlo Alberto che il giorno 23, poichè nè il 21 nè il

22 era stato possibile al conte Martini di sorpassare i bastioni. E il

23 mattina, come si sa, Milano era libera.

Le prime notizie di questa liberazione erano ancora giunte, dai

paesi tra Milano e il Ticino, a Carlo D'Adda. E il Re lo aveva ancora

mandato a chiamare per saperle; poichè erano tempi in cui i semplici

cittadini conoscevano le cose prima dei governi. Giungono intanto

gli speciali inviati del Governo provvisorio lombardo; Enrico Martini

col suo indirizzo, e il conte Annoni con una lettera di Gabrio Casati

pel conte di Castagneto, in calce alla quale Pompeo Litta, storico e

veterano delle campagne napoleoniche, aveva aggiunto questo poscritto

pel Re: “_J'attends mon astre_, è una medaglia che mi fu spedita e

da me pubblicata. Le occasioni sono straordinarie e perciò rare. È la

Provvidenza, è Iddio che le manda. Possiamo rifiutarci?„

Carlo Alberto lesse questo poscritto con molta emozione e incaricò

Castagneto di esprimere all'illustre patriota i suoi sentimenti.

Frattanto una grande agitazione invadeva Torino. In quel giorno stesso,

era comparso sul _Risorgimento_, il periodico del patriziato liberale

piemontese, quell'energico articolo di Camillo Cavour che incominciava:

“L'ora suprema della dinastia sabauda è suonata.„ Già i volontarj

s'organizzavano e partivano in colonne da varie parti del Regno. Il

ministero, frenato sempre dalla diplomazia, esitava ancora a lanciare

la dichiarazione di guerra. E la moltitudine, desiderosa di risoluzioni

governative, s'assiepava intorno al palazzo reale, domandando notizie.

Era notte fatta, e la folla cresceva. Allora Carlo Alberto, questo re

dalle forme rigide e compassate, esce sul balcone, avendo da un lato

il Martini, dall'altro il D'Adda, con due valletti che portano, a

sinistra e a dritta, le torcie. E lì, dal balcone, di notte, con questo

apparato, a quella folla clamorosa, che all'inconsueta apparizione si

chiude in un silenzio religioso, il Re annuncia con brevi parole la

liberazione di Milano, e prendendo l'estremità di una fascia tricolore

che il D'Adda portava ai fianchi, l'agitò con gesto sicuro intorno

al suo capo, come simbolo di una bandiera sventolata. Equivaleva,

in quell'ora e da quell'uomo, a una dichiarazione di guerra. L'urlo

d'entusiasmo che si levò da quella folla in delirio è più facile

immaginarlo che descriverlo.

Poi, non essendo questa folla ancor soddisfatta, Carlo D'Adda scende

alla porta; vi trova una carrozza a due cavalli che stava attendendo

uno degli ospiti del palazzo; sale sul predellino del cocchiere, e in

piedi, sventolando un fazzoletto, patriottico novelliere, snocciola

lì per lì le notizie più diffuse e gli ultimi particolari della

liberazione di Milano. E allora la folla è soddisfatta e si scioglie.

Fu nella stessa sera che il Re convocò il Consiglio dei Ministri, per

notificare la deliberazione, già da lui presa, della guerra immediata

e per redigere il proclama da indirizzarsi alle popolazioni lombarde.

A quel Consiglio furono invitati i due inviati milanesi, Martini e

D'Adda; e bene intonava la situazione il vedere fra quelle Eccellenze,

tutte gravi, tutte in uniforme, due giovani in abito da viaggio o

da camera, che portavano la coccarda tricolore al posto degli ordini

cavallereschi e dei medaglioni.

Il conte Sclopis leggeva ad alta voce lo schema del famoso manifesto;

e il Re, volgendosi ai due milanesi, a preferenza che agli altri

ministri, diceva loro: “va bene così?„ Interpellati direttamente,

quelli credettero dover esporre la loro opinione. Nel manifesto si

faceva accenno alla protezione di Dio, ma non si parlava punto di

Pio IX. Carlo D'Adda si levò a suggerire che non mancasse in quel

solenne documento il nome dell'uomo, allora così acclamato, sotto

la cui invocazione tanti sacerdoti e tanti popolani s'erano battuti.

L'osservazione parve giusta e l'inciso relativo a Pio IX fu inserito

nel manifesto[73].

Della questione politica, durante le cinque giornate, si può sbrigarsi

anche in minori parole.

Il Municipio, posto dagli avvenimenti di fronte a una situazione così

piena d'ignoto e grossa di responsabilità, ebbe fin da principio un

concetto fondamentale generico: uscire il meno possibile dalla legge;

posarsi fra la città e il governo militare come autorità tutrice

e intermedia, che non ostentasse risoluzioni implacabili, ma che

rigettasse su altri la colpa d'uno stato di guerra, contro cui era ben

necessario che la popolazione si premunisse.

Per ciò, ad una prima brutale intimazione del maresciallo Radetzki, che

la sera stessa del 18 marzo, alle 6 e mezzo pom. ordinava al Municipio

di pubblicare immediatamente un proclama di biasimo e di disarmo,

sotto pena di bombardamento e con una spavalda allusione a centomila

uomini e a duecento cannoni, Gabrio Casati rispondeva con molta e

savia tranquillità: “Quanto il Municipio ha operato precedentemente,

lo ha fatto d'accordo col Capo attuale del Governo civile. La

Congregazione deve quindi riservarsi fino a domani per deliberare; ed

intanto interessa l'E. V. a sospendere ordini, atti a null'altro che a

partorire danni incalcolabili _per tutti_.„

Non era infatti nè il primo nè il secondo giorno d'un movimento, il cui

risultato pareva ancor dubbio ai più animosi, che il Municipio, tutore

naturale della città, dovesse spogliarsi interamente d'ogni mezzo e

d'ogni possibilità di una futura influenza mitigatrice. Di audaci la

città in quei giorni non aveva difetto; ed era pur bene che, seguendo

le costanti oscillazioni dei fatti umani, s'incaricasse qualcuno di

tener deste le ragioni della prudenza.

Sicchè al mattino del giorno 20, senza mutar nome, nè dare alla

propria autorità intonazioni ufficialmente provocatrici, il Municipio

si aggiunse sei collaboratori, che parevano ed erano richiesti dalla

maggior mole d'affari venuta a cadere sulle spalle della civica

magistratura. Scelse a tal uopo il conte Francesco Borgia, il generale

Teodoro Lechi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, Anselmo Guerrieri

e Giuseppe Durini.

Era così riuscito ad evitare fino allora nel centro dirigente

dell'insurrezione la questione politica. Chi ve la portò fu, proprio

in quel giorno stesso, Carlo Cattaneo, apparso nelle sale del quartier

generale dopo due giorni di un'astensione gelosamente mantenuta e quasi

accentuata.

Fu assai rimproverata al Cattaneo questa sua tarda partecipazione ad un

movimento, in cui molti altri cittadini, di minore ingegno e di minore

influenza, avevano fin dal primo giorno risolutamente gettata la loro

responsabilità.

Forse questo rimprovero non è giusto. L'esitazione del Cattaneo

non moveva da mancanza di patriottismo; bensì da minor fede

nell'opportunità, nel consenso, nei mezzi della rivoluzione.

Era un'opinione, già lo abbiamo detto, assai rispettabile, e che

autorizzava per lo meno l'uomo da cui partiva a non assumere inziative

da lui giudicate imprudenti. E non torna a suo biasimo, sibbene a sua

lode se, esaminati gli andamenti di quei due giorni, e convintosi forse

che ad ogni modo era giunta l'ora di spingere a fine quanto non s'era

potuto da principio trattenere, il Cattaneo abbia creduto dover uscire

dalla sua inazione ed offrire ai capi del movimento l'ajuto del suo

consiglio e della sua attività.

Dove il Cattaneo ebbe torto fu nell'accentuare immediatamente un

dissidio politico; e nello atteggiarsi quasi a censore ed a giudice

degli uomini che fino allora, senza e prima di lui, avevano accettato,

in faccia ad un nemico implacabile, quel posto d'onore e di pericolo

che la forza delle cose, se anche non l'ingegno eminente, aveva loro

additato.

Il Cattaneo portò un'idea e posò una questione. Quella era buona,

questa era ingiusta. L'idea era di costituire un nucleo direttivo,

esclusivamente preoccupato delle cose di guerra, lasciando in disparte

ogni argomento relativo ad ordinamenti politici. E la proposta fu

subito accolta, restando anzi il Cattaneo stesso investito di siffatto

incarico, col Cernuschi, col Terzaghi, con Giorgio Clerici.

Ma egli aveva anche sollevata una questione di nomi. Diffidava così

dei membri del Municipio come dei loro collaboratori. Per lui, Casati

cercava un _padrone_; Durini e Porro erano _cortigiani_; non voleva

i Giulini, i Strigelli, i Borromei, perchè i loro padri, trentacinque

anni prima, erano stati coll'Austria contro Beauharnais; trattava con

un disdegnoso epiteto Enrico Guicciardi, che in quell'ora istessa

i generali austriaci cercavano a morte, invadendogli la casa e

cacciandone, tra le fucilate, i molti e piccoli figli.

Era strano che un pensatore come Cattaneo facesse così ricadere sui

figli, secondo la teoria biblica, le colpe dei padri. Ed era anche più

strano che proprio in quei giorni egli credesse necessario scoraggiare

con dure parole quei giovani, di cui appunto il patriottismo aveva

dovuto superare una prova maggiore, vincendo tradizioni di famiglia e

vincoli di paterna autorità.

Ad ogni modo, nè il Cattaneo trovò intorno a sè adesioni bastevoli a

rovesciare le influenze che non gli parevano buone, nè gli uomini da

lui combattuti posero il menomo ostacolo all'azione ed al patriottismo

di chi li combatteva.

Il Comitato di Guerra e la Commissione Municipale coesistettero,

durante il combattimento, senza intralciarsi; altri comitati anzi

furono istituiti per disciplinare le sussistenze, la polizia, le

finanze; la Commissione Municipale accentuò meglio ogni giorno la

sua trasformazione politica, e finalmente, ricostituitasi il giorno

22, sotto forma e nome di Governo Provvisorio, ne proclamava i

nuovi componenti. Casati, Borromeo, Durini, Pompeo Litta, Strigelli,

Giulini, Antonio Beretta, Marco Greppi, Alessandro Porro e Anselmo

Guerrieri. Cesare Correnti era nominato Segretario Generale; e,

secondo la richiesta dello stesso Cattaneo, Pompeo Litta era destinato

a presiedere un nuovo Comitato di Guerra, a cui si aggiungevano il

Lissoni, il Ceroni, il Carnevali, Luigi Torelli.

Fu nello stesso giorno che il Governo Provvisorio, posto fra diverse

esigenze, emanò quel proclama che doveva più tardi essere cagione di

tanti contrasti: “A causa vinta i nostri destini verranno discussi e

fissati dalla nazione.„

In quell'ultimo giorno la concordia politica era già piuttosto nei

sottintesi che nei propositi. Ad ogni modo, il dissidio sorse e si

mantenne nella piccola cerchia degli uomini che governavano, turbò ed

agitò assai più tardi gli uomini che combattevano.

In questi risiedeva davvero la questione strategica della rivoluzione;

questione difficile a cogliere, forse impossibile a precisare, ma

intorno a cui si svolsero pure gli episodj principali e i più numerosi

delle cinque giornate.

Uno dei caratteri più salienti di quella strategia fu l'assoluta

mancanza di capi strategici. Nei primi due giorni non ve ne fu neanche

il tentativo; al terzo giorno ne apparve uno, degnissimo, Augusto

Anfossi, che, appena nominato, cadde morto all'attacco del Genio

Militare. Teodoro Lechi, vecchio generale napoleonico, era stato

nominato comandante di tutte le forze insurrezionali, ma era stato

fatto prigioniero al Broletto, fino dal primo giorno del movimento. Al

quarto giorno si cercò dal Consiglio di Guerra sostituire in qualche

modo il generale in capo. Senonchè, rispettabilissimi per patriottismo

e per intelletto, quegli uomini parevano l'ironia del nome, nessuno

d'essi avendo fatto la guerra. D'altronde, i loro ordini non sempre

giungevano, traverso alle barricate, dove importava che giungessero.

E se giungevano, non sempre erano obbediti; conseguenza del tipo

necessariamente autonomo e dei molteplici ambienti di quella battaglia.

L'ottimo Torelli racconta a questo proposito un incidente occorsogli e

che basta a dipingere intera quella situazione strategica.

Era stato nominato _Direttore delle pattuglie_, e in tal qualità si

recava nel quartiere di Porta Ticinese per esaminare un posto. Al

piede d'una barricata due individui armati lo arrestano. Declina il

suo nome e il suo grado. “Ma che capo di pattuglie?„ rispondono “che

Governo Provvisorio? Noi riceviamo i nostri ordini dal Comitato di

casa Trivulzio e non da altri. Venga con noi.„ E il Direttore generale

di tutte le pattuglie dovette farsi riconoscere da un gentiluomo di

casa Trivulzio, perchè i popolani di Porta Ticinese lo lasciassero in

libertà. Questo era davvero discentramento.

L'istinto della difesa e il senso comune supplivano a questa mancanza

di direzione centrale. Ogni mattina il bisogno suggeriva l'attitudine

e ciascun giorno aveva la propria destinazione. Senza disposizioni

di Stato maggiore, può dirsi che in tutte le parti della città il

programma di quei cinque giorni fu identico.

Il 18 fu una sorpresa; l'insurrezione parve un problema a quelli

stessi che l'avevano incominciata; la sera e la notte passarono in una

completa incertezza sul carattere, sulle proporzioni, sulle conseguenze

del moto.

Il 19 cominciò la difesa; fu la giornata classica delle barricate; ogni

quartiere le innalzò coi mezzi e colle materie che aveva sotto mano,

nei punti da cui si poteva più facilmente respingere la cavalleria o

paralizzare l'artiglieria. I seminaristi adoperarono i loro letti e i

lastroni del Corso; al teatro alla Scala, le sedie e le panche della

platea; a Porta Romana, le carrozze di Corte trovate nella soppressa

chiesa di S. Giovanni in Conca; agli archi di Porta Nuova i materiali

di fabbrica del cominciato palazzo d'Adda; al Cordusio, i bollettarj

e le balle di carta degli ufficj di finanza; a S. Vicenzino, lastre

di granito e terra e attrezzi di ferro, legati con solide catene

attraverso la via. Si lasciava un pertugio della larghezza d'una

persona; vi si metteva un uomo di guardia, perchè domandasse una

parola d'ordine.... che tutti sapevano; e al buon umore ambrosiano non

era mancata l'idea di collocare sulla cima della barricata il gatto

tradizionale del proverbio lombardo[74].

Il 20 potrebbe dirsi la giornata della preparazione; si vollero sgombri

i posti nemici collocati nell'interno della città; il Duomo, il palazzo

di Corte, la Direzione di Polizia, il Broletto, le caserme. Fu in

quel giorno che il conte Bolza venne trovato nascosto in un abbaino

sotto un mucchio di fieno, allibito e contraffatto per la paura. Forse

in quell'ora gli passarono dinanzi alla corrotta coscienza le molte

vittime sue e il povero Confalonieri da lui ghermito con funesto ghigno

in un altro abbaino. È nota la condotta generosa che il popolo serbò

verso di lui e la frase, veramente alta e inspirata, di Carlo Cattaneo:

“se lo ammazzate, fate una cosa giusta; se non lo ammazzate, fate una

cosa santa.„

Il 21 l'operazione generale è l'attacco. Ciascuna zona, fattasi

le spalle sicure, cerca di allontanare l'inimico, di allargare

e indebolire la sua cerchia, di respingerlo agli ultimi baluardi

dell'esterna periferia. Questo è già concetto strategico, e alla sera

del quarto giorno l'operazione può dirsi riuscita; l'esercito nemico,

stanco e scorato, bivacca tutto sulle mura di Ferrante Gonzaga, ormai

cacciato dall'interno della città.

Finalmente il giorno 22 ha luogo la mossa definitiva, l'impeto sopra

un punto del cordone nemico, per isfondarlo e romperlo in due, aprendo

il varco alle comunicazioni colle campagne e colle città insorte di

Lombardia. Il Cattaneo aveva proposto a tal uopo l'attacco di Porta

Ticinese; fu scelta invece la Porta Tosa, e lì accadde il combattimento

più lungo e più ostinato dei cinque giorni; dove Luciano Manara si

coperse di gloria pel suo coraggio, dove Antonio Carnevali immaginava

quelle fascine rotolanti, dietro a cui s'avanzavano i nostri in fitte

schiere; dove si distinsero per freddo valore il pittore Borgo Carati e

Andrea Cazzamini e il Croff e il Mangiagalli e il Dal Bono molti vivi.

Quando Luciano Manara, avanzandosi a petto scoperto contro le palle

nemiche, appiccò di sua mano il fuoco a Porta Tosa, potè dirsi che

lo scopo dell'insurrezione cittadina era raggiunto. Milano otteneva

un risultato che in tutto il corso dei secoli non s'era visto mai:

rovesciare fuor dalle mura un esercito straniero che vi si era

accampato da anni e fornito di tutto ciò che ai cittadini mancava:

capi, armi, disciplina, stromenti di distruzione.

Come s'erano lasciati vincere i quattordici mila uomini del maresciallo

Radetzki? da quali armi s'erano lasciati snidare da tante caserme,

da tanti palazzi, così facilmente difendibili? da poche centinaja di

fucili buoni, da qualche migliaio di fucili cattivi, da 1523 barricate,

dal suono incessante di cento campane a martello. Tutto ciò, ben

inteso, aggiunto al valore individuale, che può essere elemento nuovo

o mirabile in cittadini, ma che è o dovrebb'essere caratteristica

costante e consueta in eserciti organizzati.

Questi combattenti borghesi potevano classificarsi in tre categorie.

— La prima comprendeva quei pochi avanzi dell'antico esercito italico

che avevano visto le guerre serie e i generali giganti. Ma erano per

la massima parte vecchi, acciaccosi e, per le stesse rimembranze delle

molte città conquistate e saccheggiate, poco inchinevoli a credere

nell'efficacia delle barricate e delle campane a martello. D'altronde,

Teodoro Lechi era stato, come dicemmo, fatto prigione fin dal primo

giorno della rivolta e non fu liberato che il 23. Pompeo Litta,

ballottato fra il Casati e il Cattaneo, s'ingegnava di metter pace

fra i due, perchè una seconda guerra non s'aggiungesse alla prima. Il

Lissoni, il Ceroni, il Iacopetti, il Cima si chiamavano ad organizzare

i nuovi istituti militari in formazione, piuttosto che a dirigere il

fuoco delle contrade. Soltanto Antonio Carnevali, ingegnere militare

distinto, aveva potuto a Porta Tosa prestare attivamente l'opera sua.

La seconda categoria di combattenti constava di uomini che, senza avere

partecipato a guerre importanti, avevano indossato assise militari

e preso parte a combattimenti, in eserciti e paesi stranieri, o in

Ispagna, o in Grecia o in Africa. Erano pochi, ma si distinsero tutti

per coraggio e per energia. Giuseppe Broggi, tiratore meraviglioso,

aveva, quasi solo, impedito nei primi due giorni, l'avanzarsi degli

Austriaci oltre i ponti di S. Damiano e del Corso, abbattendo gli

ufficiali superiori, il generale Wocher fra gli altri. Una palla di

cannone lo uccideva nel pomeriggio del giorno 19. Augusto Anfossi,

dopo avere diretto l'occupazione degli archi di Porta Nuova e del

palazzo del Genio, moriva di fucilata il giorno 20. Girolamo Borgazzi,

ispettore delle ferrovie, trovava modo di scalare ben quattro o

cinque volte le mura, per combinare col Comitato di Guerra attacchi

simultanei; e cadeva all'ultimo giorno, mentre più di quattromila

uomini radunati da lui davano a Porta Comasina l'ultimo assalto.

Il conte Ottaviano Vimercati diresse con fermezza il giorno 21 un

tentativo contro la Porta Vigentina, che alcune centinaja d'insorti

raccoltisi nelle campagne avrebbero voluto sfondare per portare

soccorsi nella città.

Ma la categoria di gran lunga più numerosa di combattenti era quella

dei cittadini rimasti quasi tutta la vita entro le mura della loro

città, e che per la prima volta imparavano a caricare una pistola

o a scaricare un fucile. E fra questi troviamo Luciano Manara,

elegantissimo, che il soffio di patria tramuta in un eroe di Plutarco;

Giovanni Meschia, lattivendolo, che, appostato dietro il fumaiuolo d'un

camino a Sant'Eustorgio, uccide ad uno ad uno i soldati saliti sopra

il campanile per moschettare le vie; Pasquale Sottocorno che, vecchio

e zoppo, correva a portar paglia e fuoco a Manfredo Camperio, mentre

abbatteva con una scure il portone del Genio; e Giuseppe Guy e Luigi

Stelzi, vittime dei primi giorni; e i Dandolo e Morosini e Mozzoni,

studenti di 18 anni, che si trovavano dappertutto dove si combatteva

e si moriva, al ponte di Porta Renza, agli archi di Porta Nuova, al

palazzo del Genio, all'assalto di Porta Tosa.

Che dinanzi a siffatti elementi il maresciallo Radetzki dovesse

trovare difficoltà grosse e lotte aspre, facilmente si capisce; ma

che abbia dovuto soccombere, co' suoi quattordicimila uomini, i suoi

duecento cannoni, il suo castello munito e le forti posizioni occupate

nell'interno della città, sarebbe un fenomeno nella storia delle guerre

quasi eccezionale, se non concorressero a spiegarlo altre ragioni

affatto estranee alla strategia.

Già era stata una sorpresa per gli Austriaci come pei cittadini la

giornata del 18 marzo. Se l'insurrezione avesse avuto un capo, nulla

sarebbe stato più facile che impadronirsi d'un colpo di tutto lo Stato

Maggiore austriaco; poichè il maresciallo, col generale Wallmoden,

tre altri generali e parecchi ufficiali, usciva dopo il tocco dalla

casa Cagnola dov'era la cancelleria militare, senza il menomo sentore

dell'agitazione che in quella stessa ora aveva già guadagnato le altre

parti della città.

Se ne accorse quando vide chiudersi le botteghe e scendere i primi

armati per le vie. E allora corse a furia in castello e deliberò la

prima ed unica operazione offensiva di qualche importanza che in quei

cinque giorni abbia potuto eseguire.

Pensando che alla sede del Municipio sarebbe stato il focolare della

sommossa e la residenza dei capi, mandò verso sera buon nerbo di truppe

ad accerchiare il Broletto, e dopo breve combattimento se ne impadronì.

Colse infatti parecchie dozzine di cittadini che stavano preparando

i quadri della guardia civica, e li fece trasportare, indegnamente

maltrattati, in castello. V'erano anche tra questi dei personaggi

d'influenza e di conto, il delegato Bellati, l'assessore Marco Greppi,

il generale Teodoro Lechi, tre conti Porro, Guglielmo Fortis, Pietro

Maestri, un Litta-Modignani, il Brioschi, il Tagliaferri ed altri. Ma

quelli che intorno al Casati costituivano veramente il nucleo direttivo

del movimento, fermati al palazzo Vidiserti da quella scarica di

fucileria, non avevano potuto più ricondursi al Broletto, e s'erano

invece trasportati, come in località più centrale e più difendibile,

nel palazzo del conte Carlo Taverna in Via dei Bigli.

Dopo quella mossa offensiva riuscita a mezzo, parve che il maresciallo

Radetzki avesse rinunciato ad ogni risoluto disegno di ostilità.

Il secondo giorno lo passò in attitudine piuttosto di osservazione

che di attacco. Lanciava da ogni largo imbocco di via scariche di

plotone, che uccidevano o ferivano, ma non riuscivano ad impedire la

costruzione delle barricate. Faceva avanzare drappelli di cavalleria,

che retrocedevano di galoppo alla prima viva fucilata venuta dai

cittadini. Eppure non è dubbio che, avendo in quel giorno ancora

occupate militarmente tante forti posizioni nell'interno della città, e

non essendo la difesa di questa nè completata dall'intero sistema delle

barricate nè spinta, come nei giorni successivi, al più alto grado

dell'energia e della cooperazione universale, un vigoroso movimento

di ripresa che fosse partito simultaneamente da tutte le porte della

città, aiutato dalla sortita di tutti i presidii collocati nelle

caserme e nei palazzi governativi, sarebbe bastato, certo non senza

molta lotta e molta strage, a strozzare l'insurrezione.

Ma evidentemente non vi fu nei consigli militari austriaci in quei

giorni nè calma, nè intelligenza. Lo scoppio così imprevisto di

una così grossa rivolta paralizzò i verbosi ardimenti del vecchio

maresciallo. Forse, le comunicazioni interrotte gli fecero credere

sorpresi e prigionieri fin dal secondo giorno i corpi di guardia

interni. Certo, pensava assai maggiore che non fosse la preparazione

strategica della città; poichè al Ficquelmont scriveva: “è chiaro

che direttori militari prestati dall'estero stanno a capo della

sollevazione.„ Era la stessa impressione che faceva scrivere un

dispaccio alla _Presse_ di Parigi: “25 mille insurgés armés sont

descendus dès le premier jour dans la rue„[75].

S'aggiungano le notizie di Vienna che, non lasciando ancora scorgere

intere le proporzioni e le conseguenze del moto, non permettevano di

abbandonarsi ai vecchi criteri di repressione militare sfrenata, coi

quali potevano trovarsi in aperto contrasto nuovi indirizzi di governo

e di governanti.

Tutto ciò rendeva in quei primi due giorni pieni di curiosa incertezza

gli andamenti dell'autorità militare. Pareva quasi ansiosa di trovare

ogni pretesto per mostrare spirito conciliativo. E alla duchessa

Litta che, valendosi di antiche relazioni personali, aveva scritto al

maresciallo, lagnandosi di guasti arrecati dalle truppe al suo palazzo,

rispondeva quegli con molta umiltà “avrebbe provveduto a che non si

rinnovassero, ma esortare egli pure la duchessa a non lasciare che le

sue genti maltrattassero o provocassero soldati.„

Finalmente al terzo giorno, quando vede tutta la città asserragliata

e l'insurrezione divampare minacciosa, si decide a moltiplicare i

colpi. Ma allora si accorge altresì che le munizioni da guerra non

rispondono agli intenti di distruzione. Quei trentaquattro anni di pace

avevano lasciato un po' di ruggine sui ferri del dominio straniero. Le

racchette fendevano l'aria e cadevano sui tetti senza scoppiare; le

bombe scoppiavano con tanto ritardo che, dopo le prime esperienze, i

fanciulli avevano il tempo di toglierne i luminelli e renderle innocue.

Forse quest'ultima ragione o le due insieme spinsero il maresciallo a

desiderare proposte di accomodamento.

E cominciarono allora quelle pratiche per un armistizio, che diedero

così gran pascolo alle immaginazioni ed alle passioni di parte.

Dai documenti del tempo, dai libri fra loro comparati e dalle

attestazioni dei testimonj superstiti si può ad ogni modo cogliere

intera la verità anche intorno a questo episodio.

Il maresciallo Radetzki aveva rilasciato sulla parola uno de' suoi

ostaggi, il conte Marco Greppi, assessore municipale, perchè si recasse

in città e giudicasse della convenienza di venire a qualche sospensione

d'armi. Contemporaneamente si presentava al quartier generale di casa

Taverna un ufficiale croato, il maggiore D'Ettinghausen, non già

come inviato del maresciallo, ma coll'offerta individuale di farsi

latore presso il maresciallo stesso “di proposizioni che valessero ad

arrestare l'effusione del sangue.„

La Commissione Municipale esaminò la situazione militare, considerò

la situazione politica e la propria responsabilità. S'era a mezzo di

quel terzo giorno, in cui la rivoluzione non aveva preso ancora il

suo maggior slancio. Per quanto le barricate fossero quasi dappertutto

compiute, nessun posto importante era stato occupato; i nemici erano

ancora padroni del tetto del Duomo, della Direzione di Polizia, del

palazzo del Genio, del Gran Comando, di tutte le grandi caserme della

città interna; dal di fuori non si sapeva nulla; il movimento delle

provincie non si conosceva; nelle campagne circostanti appena qualche

indizio di assembramenti si notava dall'alto dei campanili; nessuna

notizia dal Piemonte, nessun'altra da Vienna; non una informazione

sicura intorno allo spirito morale ed all'armamento del nemico che ci

stringeva da tutti i lati. In questo cumulo d'incertezze, respingere

qualunque proposta di accomodamento parve, e sarebbe stata, da parte

della Commissione Municipale, una vera temerità. Essa poteva dirsi

ancora rimasta nei limiti del suo primo programma; era autorità legale,

non potere rivoluzionario. Se una sconfitta, pur possibile, fosse

seguita, quante maledizioni non sarebbero piombate su quei poveri

capi, responsabili d'una risposta, e che sarebbero stati accusati

d'imprevidenza da quelli stessi che, dopo il successo, li accusarono di

debolezza!

Però, la Commissione Municipale propose patti larghissimi. La città

doveva avere libere comunicazioni, da tutte le porte, col vicino

contado. Il maresciallo doveva tener chiuse in otto determinati

punti tutte le truppe. La guardia civica doveva essere organizzata

regolarmente; mantenute tutte le situazioni occupate dai cittadini

e conservato in istato pienamente servibile il sistema di difesa

adottato. Su queste basi, la Commissione Municipale avrebbe autorizzato

il Podestà a trattare col maresciallo Radetzki per un armistizio di

quindici giorni.

Al barone d'Ettinghausen queste basi parvero inaccettabili. E allora

la Commissione Municipale, volendo persuaderlo ch'esse erano le più

moderate, anzi le uniche possibili, dirimpetto all'ardore guerriero

dei combattenti, invitò nella sala le persone che si trovavano nel

vicino appartamento del Consiglio di Guerra; ed entrarono infatti

Carlo Cattaneo, Achille Mauri, Cesare Correnti, Giulio Terzaghi,

Faustino Sanseverino ed Enrico Cernuschi. Esposta a questi signori la

situazione, furono tutti d'accordo che le basi proposte dal Municipio

erano anche troppo modeste; che i difensori delle barricate non

avrebbero probabilmente accettato neanche quelle; e Carlo Cattaneo

aggiunse che la conciliazione diverrebbe possibile soltanto quando il

maresciallo acconsentisse a ritirare dal regno le truppe straniere e a

comporre le guarnigioni con soldati italiani[76].

Discusso questo punto fra il Cattaneo e il maggiore croato, questi

dichiarò che non avrebbe osato proporre al maresciallo simili

condizioni; e la Commissione Municipale, facendo constatare al maggiore

che la propria autorità era naturalmente limitata dalla forza delle

cose, lo incaricò di riferire al maresciallo l'esito del colloquio,

lasciando a lui, se veramente era desideroso di umani procedimenti, il

considerare se altre basi gli paressero da proporre.

Fu allora che il D'Ettinghausen, sperando di trovare qualche

appoggio maggiore presso gli uomini forniti, a' suoi occhi, di

più alta responsabilità, si rivolse al conte Vitaliano Borromeo,

ch'egli considerava, quale dignitario del Toson d'Oro, come cugino

dell'imperatore, e gli domandò che cosa dovesse dire in suo nome al

maresciallo Radetzki. Cattaneo ha obliato nel suo libro di riferire la

risposta del conte Borromeo, che fu questa: “Dica al signor maresciallo

che se continuerà la battaglia, i nobili di Milano sapranno farsi

seppellire sotto le rovine dei loro palazzi.„

Le pratiche per l'armistizio non finirono lì. Furono riprese per

iniziativa dei Consoli esteri la mattina seguente, il giorno 21; e

furono essi che si presentarono al Castello, preceduti dal conte Marco

Greppi, il quale, andate a vuoto le trattative del giorno prima, veniva

lealmente a riconsegnarsi. Qui il maresciallo non volle essere meno

magnanimo del suo prigioniero; ma, ammirando il contegno suo, gli

concesse, senz'altre condizioni, la libertà. E, ristrettosi a colloquio

coi Consoli, li incaricò di portare altre proposte alla Commissione

Municipale.

Senonchè in questo frattempo la situazione militare e politica s'era

mutata d'assai. Nella giornata antecedente i successi dell'insurrezione

erano cresciuti; erano caduti in mano nostra parecchi dei presidj e

dei punti militari interni; s'era cominciato a vedere che i mezzi di

distruzione del maresciallo erano fiacchi; più, era giunto il messaggio

del conte Martini, e il prossimo intervento dell'esercito piemontese

appariva già una questione di ore. Non trattavasi dunque più d'un

armistizio di due settimane per lasciar luogo a trattative politiche

o ad istruzioni di Vienna; trattavasi d'un puro e semplice armistizio

militare, limitato a tre giorni, che ciascuna delle parti combattenti

doveva considerare sotto il solo punto di vista delle convenienze di

guerra.

Queste prestavano pure argomento a discussione. E discussione vi

fu. L'uomo che aveva visto, fra tutti quei governanti, le maggiori

battaglie, a cominciare da quella d'Austerlitz, il conte Pompeo Litta,

che il Cattaneo aveva scelto a presiedere il Comitato di Guerra,

si mostrò subito favorevole all'armistizio. Questo avrebbe dato,

si diceva, modo ai nostri di rifornirsi d'armi e di vettovaglie,

di ricomporre le barricate lacere dal cannone, e sopratutto avrebbe

lasciato giungere l'esercito piemontese in tempo da offrire battaglia

nelle più favorevoli condizioni. E non è dubbio infatti che se in

quell'ora si fosse trovato fra i generali di Carlo Alberto un uomo di

genio, in tre giorni si sarebbe trovato per la via di Piacenza sulla

linea dell'Adda, e l'esercito austriaco, preso fra quelle fresche

schiere e la città vittoriosa, non avrebbe potuto sottrarsi ad una

catastrofe.

Però non mancavano altre ragioni opposte, e prima fra tutte

l'impossibilità di esercitare sui combattenti cittadini l'autorità

necessaria per farli desistere, se l'armistizio non fosse stato nei

loro intendimenti. Correnti e Fava, presenti a quella discussione,

suggerirono allora che si mandassero persone a interrogare, prima di

decidersi, il voto dei combattenti. Furono scelti a tale incarico il

conte Sanseverino, il Mauri, il Cattaneo, il Cernuschi e il Terzaghi. E

non ebbero a far molta strada, perchè, al primo sentore delle proposte

conciliative, giungevano da tutti i quartieri della città incaricati

speciali, con raccomandazioni vivissime che non si scoraggiasse o si

sminuisse, con tregue d'incerto carattere, lo zelo dei valorosi ormai

determinati e certi di vincere.

Ritornati dunque nella sala i delegati, e apertasi la discussione

finale, il presidente Casati espose i patti proposti. Giuseppe Durini

parlò perchè fossero accolti, ed appoggiò questa opinione con alcune

parole il conte Borromeo. Parlò primo contro l'armistizio Achille

Mauri, e parlò con tanta evidenza che subito il Durini dichiarò di

rinunciare alla proposta sua. Parlarono poi, aggiungendo ragioni contro

l'armistizio, Carlo Cattaneo e Luigi Torelli; alla votazione che ne

seguì, su _quindici_ presenti, _tre_ soli opinarono per l'armistizio.

Il Casati disse ad alta voce: dunque non si accetta, e Cesare Correnti

portò primo fuori della sala la notizia del rifiuto, che fu accolta con

grandi applausi e subito fatta conoscere di barricata in barricata ai

combattenti giulivi.

Queste furono le circostanze fra cui si svolse il duplice episodio

dell'armistizio; circostanze che abbiamo scrupolosamente vagliate, e

sulle quali non temiamo di essere smentiti da nessuno dei testimonj

o degli attori, fortunatamente ancor vivi, dell'episodio stesso. Ora

ognuno può agevolmente vedere quanto dovrebbero allontanarsi dal vero

quelli che volessero adoperare dei morti per inasprire le passioni dei

vivi.

S'è tentato di sfruttare questo episodio per rimpicciolire il

significato grande del pensiero di una città. S'è acuito l'orecchio,

fra un coro innumerevole di negative, alla negativa di un uomo solo,

per farne l'onore esclusivo di quest'uomo.... o l'accusa di altri. E il

famoso no di Cattaneo è passato dall'immaginazione politica di Alberto

Mario[77] alle immaginazioni drammatiche del palco scenico[78].

La storia è tutta composta di sì e di no; ed un partito politico che

abbia lo sguardo nell'avvenire non ha interesse a confiscare questi

monosillabi che si ritorcerebbero in troppe altre occasioni contro di

esso. Infatti, se dei no si volessero fare delle bandiere politiche, vi

sono altri partiti che potrebbero reclamare per sè il _no_ di Vittorio

Emanuele al maresciallo Radetzki, dopo la battaglia di Novara, o il

no del barone Ricasoli ai diplomatici francesi che insistevano per

l'autonomia toscana, o il no del generale Lamarmora all'imperatore

d'Austria, che offriva di cedere il Veneto a patto che si lasciasse

sola la Prussia.

Fare di questo _no_ del 1848 il merito d'un solo cittadino, per quanto

illustre, equivale ad abbassare la meravigliosa unanimità di voleri che

fu il fenomeno caratteristico delle cinque giornate.

Forse che se Cattaneo avesse avuto, in un quarto d'ora di debolezza,

l'inspirazione di sostituire un sì ad un no, forse che il popolo

l'avrebbe seguito? lo ha seguito forse due giorni prima, quand'egli

voleva, con un altro _no_, che si sostituissero agitazioni pacifiche a

insurrezione popolare? Che sugo c'è, quando si hanno parecchi cittadini

a cui far risalire l'onore di una decisione virile, nel volerla

attribuire a beneficio di uno solo?

È tutta perdita per una nazione l'essere in pochi, peggio poi l'essere

uno solo a veder giusto. E a noi fa meraviglia come la democrazia,

smentendo di sè stessa la parola e l'idea, si affanni talvolta a

sfrondare essa di questa gloria la cittadinanza milanese, consultata

ne' suoi combattenti, per farne il patrimonio esclusivo di un uomo

che, quand'anche ne avesse avuto la volontà, non aveva in quell'ora il

potere di agitare, come Argante, fra le pieghe del suo mantello o la

pace o la guerra.

Quanto meglio avremmo provveduto alle ragioni del vero ed alla dignità

della nostra rivoluzione, se, abdicando almeno per cinque giorni sopra

un secolo alle passioni di parte, avessimo francamente riconosciuto la

lealtà e il patriottismo di tutti.

Giacchè è un'altra esagerazione, — è un'altra ingiustizia, dopo avere

fatto merito ad uno solo dell'opinione trionfante, l'avere addossata a

troppi l'opinione sconfitta. Quelle tre o quattro persone che l'avevano

patrocinata erano uomini rispettabili, di sicuro amor patrio, e i cui

argomenti, se anche non riconosciuti opportuni, s'inspiravano però a

quello stesso programma d'indipendenza a cui si appoggiava l'opinione

contraria. Negandolo, non si fa della storia, si scrivono dei libelli.

E il Cattaneo, che nella sua violenta pubblicazione non rifinisce

di chiamare i suoi avversarj del Governo Provvisorio i _servili_ o i

_ligi_ o i _municipali_ o i _ciambellani malcontenti_ o i _faccendieri

regi_, dimentica troppo che questi stessi uomini, poco tempo dopo,

respingevano, _contro il desiderio di Carlo Alberto_, la pace al

Mincio offerta loro dall'Austria; e ciò per un'altra preoccupazione

d'italianità, che oggi si può discutere, che si può forse biasimare, ma

che ad ogni modo moveva da intenti assai diversi e affatto contrarj a

quelli che il Cattaneo costantemente loro suppone[79].

Guai se l'orgoglio del successo ci fa dimenticare il quarto d'ora

dell'incertezza! guai se portiamo nel giudizio postumo sugli eventi

politici quella stessa intransigenza che talvolta è necessaria per

compierli!

Gli uomini che avrebbero accettato l'armistizio come un modo più sicuro

di vincere, non hanno poi esitato ad assumere intera, coi loro atti

e coi loro nomi, la responsabilità e le conseguenze dell'opinione

contraria, accettata dalla gran maggioranza. È tutto quello che si

può domandare, in una discussione patriottica, ad uomini di cuore.

Nè la storia giudica minore, nella spedizione di Marsala, la gloria

di Sirtori, benchè, nel consiglio che la precedette, avesse espresso

opinione contraria all'impresa.

Ci siamo alquanto dilungati intorno a questa pagina della rivoluzione

milanese, perchè ci pare veramente una di quelle, intorno a cui le

passioni o i pregiudizj di parte hanno piuttosto addensato il bujo che

cercato il vero.

Ora, noi pensiamo che uno storico — per minuscolo che sia il suo nome

o il valor suo — da nessuna passione deve lasciarsi investire, da

nessun pregiudizio dominare. Anzi, dove scorge o gli pare di scorgere

un pregiudizio od una passione, ivi è dover suo accumulare chiarezza

di esposizione e lealtà di argomenti perchè solo rifulga il vero, che

mette al loro posto uomini e partiti.

Viviamo in un tempo in cui l'indagine universale chiama alla propria

sbarra gli scrittori del tempo antico, per controllare le loro

asserzioni al lume di una critica inesorabile. Si sono pubblicati dei

volumi per dimostrare inesatto un passo di Erodoto o appassionata

un'affermazione di Tito Livio. Ci parrebbe dunque di andar contro

allo spirito dell'epoca nostra, lasciando, per quanto sta in noi, che

di cose accadute meno di quarant'anni fa, mentre son vive ancora le

persone a cui quegli eventi s'annodano, si radichi senza contrasto un

concetto sintetico pieno d'ingiustizia e di esagerazione. Le verità che

urtiamo del gomito non debbono esserci meno sacre di quelle da cui ci

dividono duemila anni.

E tanto più dobbiamo cercare e constatare lealmente questa verità

contemporanea, perchè il travisarla o l'abbujarla parrebbe non avere

ormai altro scopo che di gettare un'ombra sulla riputazione di tre o

quattro cittadini, a cui tutti abbiamo riconosciuto onestà di vita

e azione patriottica; mentre un morboso furore di riabilitazioni

umanitarie ci spinge a disseppellire Tiberio, Lucrezia Borgia e Filippo

II per rifar loro possibilmente fisonomie più dolci e virtuose.

Di errori nel 1848 se ne fecero più troppi che pochi; e la storia

imparziale li additerà. Forse nessuno, al suo cospetto, andrà immune

da rimproveri per quello che ha fatto o detto. È bene dunque cercare

fin d'ora che le fonti, a cui attingeranno gli storici futuri, siano

serene, e che a ciascuno si attribuisca non più e non meno di quello

che ha detto o fatto.

Le cinque giornate toccarono alla più alta espressione dei loro

entusiasmi la mattina del 23 marzo, quando, dopo il terribile

cannoneggiamento dell'intera notte, corse per la città il grido

frenetico che gli Austriaci erano partiti. Fu un'emozione immensa,

insuperabile, il cui ricordo oggi ancora fa dare un tuffo al sangue;

fu la frenesia della gioja, che per ventiquattr'ore fece di Milano una

sola famiglia, — che faceva prodigare a sconosciuti le dimostrazioni

d'affetto ordinariamente serbate all'intimità.

Il maresciallo Radetzki, decidendo di ritirarsi la sera del 22, ci

lanciava però un nuovo tizzone che avrebbe più tardi ridestata un'altra

delle nostre ardenti discussioni politiche.

Fu l'insurrezione cittadina o la sicurezza dell'intervento piemontese

che consigliò la ritirata del maresciallo? ecco il tema, che parve

di grande interesse il discutere alla massima parte di quelli che non

avevano combattuto. Eppure nessuna questione è più oziosa, nessuna è

più chiara. Gli eventi politici non hanno quasi mai una sola cagione. E

quanto sarebbe odioso il negare che l'insurrezione milanese sia stata

una vera e propria vittoria, altrettanto sarebbe puerile l'affermare

che, senza la marcia offensiva dell'esercito piemontese, Radetzki

avrebbe dovuto ritirarsi a Verona. Forse nessuno dei superstiti delle

cinque giornate oserebbe oggi sostenere siffatta tesi.

Nè questa è necessaria alla gloriosa riputazione di quella battaglia

cittadina. La quale, ripetutasi pochi mesi dopo, e certo con eroismo

non minore, fra le patriottiche mura di Brescia, è finita con una

tremenda catastrofe, appunto perchè nessun ajuto d'esercito ha potuto

secondare in campo aperto la difesa delle contrade.

Non torturiamo i fatti per trarne più di quello che possono dare.

Bisogna essere orgogliosi delle Cinque Giornate, perchè rappresentano

una somma di attività morali e di virtù militari, che il patriottismo

solo ha saputo far sorgere e disciplinare a splendidi risultati.

Non bisogna però avvezzare l'animo nostro a credere riassunta la

virilità di una nazione in questi scatti d'audacia; disinganni durevoli

seguirebbero da vicino la passeggiera vanità.

Dopo l'epopea delle cinque giornate, è venuta pur troppo un'elegia:

elegia lunga e dolorosa, di cui furono in gran parte responsabili

quelli stessi che erano stati fattori dell'epopea.

Vuol dire che nella vita dei popoli, come in quella degli individui, il

dolore tien dietro presto alla gioja e rompe i facili orgogli.

Quei cinque giorni di virtù, di concordia, di devozione a grandi ideali

partorirono quattro mesi di fiacchezze, di rancori, di lotte intestine

e ingenerose. Sembrammo indegni di una libertà che s'era conquistata

con tanto vigore. E la libertà ci abbandonò, infatti, presto. Ma,

fuggendo da noi, sostò al di là del Ticino, in mezzo ad una popolazione

forte, solidale con principato gagliardo.

E mentre essa rifaceva istituzioni, armi e politica, da noi si

rifacevano gli animi. Ci persuadevamo che a popoli moderni l'eroismo

non basta. Imparavamo a nostre spese che alle virtù necessarie per

crearsi una patria bisogna saper aggiungere, sotto pena di morte, le

virtù necessarie per conservarla.

Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici · 第 22 / 33 题