AI MILANESI.

“Un altro sacrificio, fratelli! Bisogna assolutamente astenersi dal

teatro alle rappresentazioni dell'Elssler. Cedete il luogo ai Tedeschi

che vorranno applaudirla anche in nome nostro. L'Elssler fu benefica

verso i poveri, ed abbiasi tutta la riconoscenza, non il sacrificio

del nostro decoro. Perchè non si possa dire: i Milanesi furono vinti

dai vezzi di una ballerina, è necessario esserne lontani. La silfide

può diventare una sirena ed ammaliarvi. Il silenzio di mille può essere

guasto dall'applauso di pochi.„

È inutile soggiungere che il consiglio fu rigorosamente rispettato. La

Elssler danzò ad esclusivo uso e consumo degli ufficiali austriaci.

L'impresa della Scala fu una delle prime vittime del patriotismo. In

una di quelle sere non s'aprirono che quattro palchi e si fecero nove

biglietti. Una sera soltanto, gran folla e grande allegria; tutti i

palchi pieni di dame. Gli ufficiali austriaci non sapevano che pensare

di questa novità; — era giunta la notizia dell'insurrezione di Palermo.

Il teatro tornò vuoto il giorno dopo.

Fu ai primi di gennajo che il dramma volse a tragedia.

La dimostrazione escogitata pel primo giorno dell'anno era di

carattere più serio delle altre. Bisognava astenersi dal fumare,

per danneggiare anche ne' suoi cespiti più vitali la finanza degli

oppressori. L'invito che a quest'uopo era stato diramato s'appoggiava

ad argomenti curiosissimi. Diceva fra le altre cose: “mal s'addice il

fumo del tabacco fra le dolci aure olezzanti dei fiori d'Italia.„ La

rettorica fu perdonata al _Comitato_ in grazia della politica. Non era

un pensiero nuovo. Già fin dal 1760 in Lombardia s'era adottato per

alcuni giorni questo partito per dimostrare l'antipatia che suscitava

la Ferma Generale. In America, la rivolta delle colonie inglesi era

appunto cominciata con un'agitazione di questa natura, astenendosi

di prendere il thè per non pagare la gabella che lo aggravava. In

ventiquattr'ore, come al solito, il nuovo espediente fu conosciuto

in tutta la Lombardia, e dappertutto, come al solito, vi si obbedì.

Vecchi ed ostinati fumatori buttarono sulla via le loro provvigioni di

zigari e da un'ora all'altra quella che pareva abitudine impossibile a

sradicarsi completamente cessò.

Più che il danno, l'ira tolse ogni lume di moderazione alle autorità

militari. Senza accordi nè col Fiquelmont, nè col Governatore, nè col

Vicerè, trattarono Milano come paese di conquista. Il primo giorno, si

limitarono a fare sfoggio di zigari sulle labbra dei loro ufficiali. A

questi la moltitudine non si oppose; erano le persone in abito civile

che s'invitavano, prima colle buone, poi colle brusche, a gettare lo

zigaro. Solamente a un atto provocante di un giovane capitano, uscito

da magnanimi lombi, che sulla porta di un caffè[58] affettava di

cacciarsi in bocca tre o quattro zigari, fu risposto con una ceffata

che ruppe fra i denti gli zigari al petulante ufficiale. Era il

conte Gustavo di Neipperg, figlio di quell'Adamo Adalberto, conte di

Montenuovo, che trent'anni prima aveva consolato de' suoi omaggi la

moglie, non ancor vedova, del prigioniero di Sant'Elena.

Il secondo giorno, torme di sgherri travestiti, di canaglia uscita

dalle prigioni, percorsero, provocando, le vie, a zigaro acceso,

gettando il fumo negli occhi ai passanti. Alcuni si schivarono, altri

reagirono; vi furono baruffe, arresti, ma tutto finì senza sangue. Al

terzo giorno, si sguinzagliarono le torve brutalità. Lo Stato Maggiore

distribuì trentamila zigari alla guarnigione; poi, venuta la sera,

lanciò granatieri, croati, ussari, dragoni per le vie della sventurata

città, con istruzione di fumare, di obbligare altri a fumare, di

provocare, di usare delle armi. Si può immaginarsi che risultati doveva

produrre in quei cervelli ottusi, in quei corpi ebbri, il consiglio

d'essere turbolenti, — il disordine imposto in nome della disciplina.

Fu una terribile sera, il cui ricordo, oggi ancora, a 38 anni di

distanza, ci scuote l'animo come la visione di una tregenda.

Quei cittadini passeggiavano tranquilli, colle spose al fianco,

coi bimbi innanzi, sui noti selciati pacificamente percorsi da

quarant'anni. Irrompevano soldati, a due, a dieci, a cinquanta insieme

raccolti. Uscivano da un vicolo, da una bettola, affrontavano,

inseguivano, gridando, agitando braccia, sguainando sciabole,

bestemmiando. Le famigliuole fuggivano, le botteghe si chiudevano, le

lampade municipali illuminavano di fioca luce la scena. E in quella

semi-oscurità accaddero cose orrende. Giovanetti che si vollero

obbligare ad accendere uno zigaro, e che, resistendo, vennero colpiti

di bajonetta; uomini inoffensivi, padri di famiglia, operaj che

tornavano dal lavoro, inseguiti, gettati a terra, percossi di piatto

e di punta. Il terrore faceva fuggire alcuni, l'ira e il coraggio

facevano resistere altri. Ma erano inermi contro armati, pochi contro

molti. La zuffa era breve. Poi s'udiva lontano, dal fondo della via,

sorgere e crescere un romore noto e pauroso: la cavalleria. E questa

giungeva a galoppo, spazzava le contrade, calpestava i caduti, feriva

di lancia chi non era pronto a schermirsi. Poi, i dragoni dai mantelli

bianchi si allontanavano, e restavano sulla via deserta, oscura, i

poveri feriti, i poveri morti.

Pajono racconti da far paura ai bimbi, e son cose vere! Nessuna parte

della città fu risparmiata da questi assassinj. A Porta Comasina,

a S. Angelo, a S. Celso, all'Orso Olmetto, sul corso dei Servi. Chi

scrive s'è trovato con un amico appiccicato ad uno spigolo della chiusa

profumeria di Pasquale Scandelari nella Galleria De Cristoforis,

mentre un centinajo di granatieri ungheresi l'avevano invasa e la

percorrevano con libertà forsennata. Ebbimo urti e bestemmie e fumo

negli occhi, ma nessuna offesa. Un quarto d'ora dopo, a due passi

di lì, il settuagenario Manganini, consigliere d'appello e amico del

Torresani, ebbe il capo spaccato da un fendente di sciabola. Altrove,

trovossi nella folla investita, e perì di lancia, il cuoco del conte

di Ficquelmont[59]. Nella Piazza dei Mercanti, un sicario immergeva un

pugnale nei cuore ad un fabbro-ottonajo, perchè aveva preso le difese

d'un ragazzo maltrattato. Si disse allora e si stampò sulle bugiarde

effemeridi che erano stati trenta i feriti in quella occasione. Si sa

oggi, pei documenti raccolti, che furono _cinquantanove_ le vittime

dell'eccidio, _cinque_ morti sul colpo.

La carneficina del 3 gennajo ebbe un'eco immensa in Italia. In Milano

fu veramente il _boute-selle_, il rullo di tamburo della rivoluzione.

Dal Piemonte Roberto d'Azeglio, autorevole personaggio, rispose, con

un brindisi ad una società di fabbri-ferraj, augurandosi che presto non

avrebbero solamente usato il ferro come industria, ma come arma contro

nemici assassini. A Torino, a Genova, a Firenze, si fecero solenni

funerali per le vittime di Lombardia; e accorrevano in grande uniforme

i ministri e i diplomatici presso le Corti; da Vicenza, da Verona,

da Treviso, dove i funerali erano impossibili, giungevano soccorsi in

denaro e indirizzi di fratellanza; le contesse Bentivoglio e Michiel

sfidavano a Venezia le ire poliziesche, facendo pubblicamente questue

pei feriti di Milano; a Roma, la principessa di Belgiojoso organizzava

splendide esequie, a cui interveniva in pompa il gran dignitario

ecclesiastico milanese, monsignor Borromeo.

Ma dove le proteste suonavano ancora maggiori di virtù e di efficacia,

per l'aperto pericolo, era nella stessa città.

Il conte Gabrio Casati, podestà di Milano, non aveva potuto sfuggire

nella giornata del 3 gennajo alle improntitudini della sbirraglia.

Preso in mezzo da una pattuglia, mentre alzava la voce contro le

ignobili provocazioni, fu trascinato a pugni e a calciate di fucili.

Riconosciuto, lungo la via, da un delegato di pubblica sicurezza, non

volle essere posto in libertà, ma esigette d'essere condotto innanzi

al Direttore generale, barone Torresani, perchè vedesse come agivano i

suoi dipendenti. Uscito di lì, corse dove sperava poter trovare pronti

gli elementi d'una deputazione, al Casino allora dei Nobili, oggi

dell'Unione. Quattordici o quindici persone ivi raccolte lo seguirono

tutte, fra le quali ricordiamo Carlo D'Adda, Cesare Giulini, Manfredo

Camperio, Enrico Besana. Andarono al vicino palazzo Marino, dove

alloggiava il conte di Ficquelmont. Appena entrati nel cortile, le

porte si chiudono e si trovano in mezzo ad un vero accampamento, che

li guarda con bieca ostilità. Pochi minuti dopo, ecco scendere dallo

scalone lo stesso conte di Ficquelmont, accompagnato dal governatore,

conte di Spaur. Gabrio Casati si avanza come capo della deputazione

ed espone con vive parole lo stato della città e l'eccidio che vi si

consuma. Aggiunge fiere ed eloquenti parole il conte Cesare Giulini

Della Porta. I due alti dignitarj rispondono imbarazzati, con parole

incoerenti: “certo è deplorabile... daremo ordini... ma la colpa è

degli individui che provocano le autorità.„ Qui s'ode una voce, quella

di Carlo d'Adda che domanda con tono fra l'ironico e lo sdegnoso:

“forse che il cuoco del signor conte di Ficquelmont era d'accordo con

noi per provocare gli Austriaci?„

Il giorno dopo, le proteste diventano ancora più solenni e più gravi.

Il venerando arciprete del Duomo, monsignor Opizzoni, vecchio di 85

anni, si presenta al Vicerè e gli dice: “Altezza, ho visto a' miei

tempi i Russi, i Francesi e gli Austriaci invadere come nemici la

nostra Milano; ma un giorno come quello di jeri non lo vidi mai; si

assassinava per le strade, il mio ministero mi obbliga a ripeterlo, si

assassinava.„

Il conte Vitaliano Borromeo, fregiato del più eccelso ordine

cavalleresco dell'Austria, scriveva al Vicerè che se non si dava

soddisfazione al paese avrebbe restituito il Toson d'Oro, macchiato

di sangue. E l'arcivescovo, predicando dal pergamo del Duomo, diceva:

“unite le vostre preghiere alle mie, onde quelli che ci governano siano

più giusti e serbino modi più umani.„

Forse ancora più significativo e più caratteristico della situazione

era il contegno assunto dalle stesse autorità civili austriache, dagli

uomini più miti del partito conservatore.

Il conte Giorgio Giulini, padre di Cesare, era uno dei patrizj

che nel 1814 avevano contribuito, nella Reggenza di Governo, alla

ristorazione del regime austriaco. Ed egli era stato incaricato dal

conte di Ficquelmont di presentargli, insieme coll'avvocato Robecchi,

un rapporto sullo stato degli animi e sulle misure da prendersi. Questo

rapporto era finito e copiato il 1.º gennajo. Lo presentarono il giorno

4 con un breve poscritto che i due onorandi cittadini chiudevano così:

“Il sangue scava un abisso fra governanti e governati. Questi possono

essere ancora compressi dalla forza brutale; ma il regno della forza è

breve.„

Il cav. Decio, consigliere di Governo, presentò le sue dimissioni,

allegando di non voler più oltre servire sicarj. Il Delegato

Provinciale Bellati, uomo di studj e di coscienza, firmò la protesta

pei fatti del 3 gennajo, aggiungendovi una frase dolorosa: “colui che

diventò infame pel suo troppo attaccamento al governo austriaco.„

Più vigoroso di tutti, nella schiera dell'alta burocrazia, fu il

Procuratore Camerale Enrico Guicciardi[60], che, armandosi d'un

articolo elastico del Regolamento organico, denunciava al Governatore i

Capi supremi della polizia e dell'esercito come responsabili, per abuso

di competenza, degli ultimi fatti; e domandava, con alto sentimento del

proprio ufficio, che la sua denuncia fosse mandata a Vienna, qualora il

Governatore non si sentisse abbastanza autorizzato a provvedere, contro

questi abusi, da sè.

Quella protesta, che infatti venne spedita a Vienna, è un atto

notevole per la novità ardita e per l'acuta esposizione dei criterj

d'indole amministrativa e politica. Voleva essere, secondo le forme

burocratiche, un atto d'ufficio contenente “rispettose osservazioni.„

Ma a giudicare che tono avesse assunta in quei giorni, fra impiegati

italiani e superiorità austriache, una “rispettosa osservazione„

basterebbero questi periodi: “.... oltre l'abuso della forza di polizia

è intervenuta la forza militare per uccidere e ferire in seguito a

provocazioni del genere di sopra da me indicato, per parte di molti

militari, od isolati, od uniti in numero ben sensibile„. E altrove:

“.... A sedare i disordini si è usata la forza di polizia e la forza

militare. Come la medesima siasi usata, è troppo noto all'E. V. _Si

commisero degli atti che la sola barbara legge di guerra scuserebbe

in una città presa d'assalto._„ Chiudeva dicendo: “L'intervento della

forza militare, non richiesta da V. E., costituisce per subordinato

avviso del procuratore camerale, _un abuso di competenz_a delle

attribuzioni esclusivamente demandate dalle Sovrane Patenti all'E. V.

perchè _fa sottomettere alla polizia militare queste provincie, da S.

M. assoggettate unicamente alla polizia civile_„[61].

Che cosa fu risposto a tutte queste proteste?

Il Guicciardi fu immediatamente destituito; gli fu negato ogni diritto

a pensione e tolta anche la facoltà di esercitare privatamente

l'avvocatura. Il Vicerè pubblicava il 5 gennajo un proclama

ipocritamente mellifluo, nel quale deplorava “che la condotta dei

cittadini paralizzasse le sue più fondate speranze di ottenere dal

trono di S. M. benigni provvedimenti.„ Il Comando Militare faceva

leggere il giorno 6 alle truppe un _Befehl_ (ordine del giorno) nel

quale lodava “l'obbedienza e la fermezza mostrata dai militari nella

giornata del 3 corrente.„ L'imperatore Ferdinando pubblicava “non

essere inclinato a fare ulteriori concessioni; fidarsi unicamente

nella fedeltà e nel valore delle sue truppe.„ Finalmente, al giorno

22 febbrajo giunge l'ultima risposta e l'ultima concessione — la

proclamazione dello stato d'assedio col giudizio statario. Il Vicerè,

il Governatore, le alte autorità di governo partivano o stavano per

partire; il Regno Lombardo-Veneto era consegnato senza guarentigie

nelle mani dell'inflessibile maresciallo, che aveva detto, a proposito

dei casi di gennajo: _tre giorni di terrore, trent'anni di pace_.

Qui ha termine lo stadio di preparazione, e comincia lo stadio della

rivoluzione, di cui ci occuperemo più innanzi.

In tutto questo cupo periodo, un solo atto di bene scende dalle eccelse

regioni del governo straniero.

Da Vienna arriva un giorno un plico suggellato all'ufficio che dirigeva

la colletta apertasi pei feriti del 3 gennajo in casa Borromeo.

Conteneva diecimila lire, e le mandava l'imperatrice d'Austria, quella

Maria Anna, figlia di Vittorio Emanuele I, re di Sardegna, morta due

anni or sono.

Ci par bene e giusto ricordare che da una donna, da una italiana, da

una principessa di Casa Savoja era partita in quei giorni, frammezzo a

così truce ribollir di passioni, l'unica inspirazione alta di politica

e di umanità.

Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici · 第 20 / 33 题