Fra gli abituri che il rinnovamento edilizio di Milano ha trovato sul
suo passaggio e che ha irrevocabilmente sacrificato ai tardi orgogli
delle vie possibilmente larghe e passabilmente diritte, pochi ormai
ricordano due bottegucce da caffè, tanto modeste da non avere quasi
neanche un nome proprio, e che perciò si rifugiarono dietro il nome
vezzeggiativo delle singole proprietarie.
L'una esisteva dietro gli attuali portici occidentali della piazza del
Duomo tra le distrutte vie del Falcone e del Cappello, e si chiamava il
caffè della Peppina; l'altra stava quasi di fronte al maggior Teatro,
in quel massiccio di case che si dovette abbattere per preparare il
giardino dove sorge il monumento a Leonardo da Vinci, e si chiamava il
caffè della Cecchina.
Chi avesse frequentato, con ispirito di osservazione, quei due
bugigattoli, negli anni che corsero dal 1840 al 1848, vi avrebbe
spesse volte notato due gruppi d'amici, stretti a colloqui più intimi
degli altri avventori; facilmente occupati a sfogliare giornali, a
commentarli vivacemente, a ricevere e leggere biglietti, a scrivere
risposte, a mandare e ricevere messaggeri. E forse un osservatore
superficiale, pensando alle abitudini del tempo, all'età di quegli
avventori, all'ubicazione dei due stabilimenti, avrebbe potuto
immaginarsi che tutta quell'attività giovanile avesse per ultimo
risultato i sorrisi delle ballerine e delle cantanti che passavano
dinanzi al caffè della Cecchina o di deità anche minori che brulicavano
nei paraggi del caffè della Peppina.
Eppure proprio in quei due bugigattoli si venivano preparando audacie
grosse, e le due società intime che avevano scelti per le loro
confidenze i tavolini di quei due caffè rappresentavano su per giù
due diverse scuole di movimento politico, che riunendosi avrebbero
provocato la rivoluzione del 1848.
La schiera che si radunava al caffè della Peppina usciva direttamente
dalle numerose fila della _Giovane Italia_; e quando v'era a
dibattere qualche argomento più geloso o più pericoloso dei soliti,
si trasportava nella casa di uno dei suoi più intelligenti e più
risoluti centurioni, Attilio De Luigi, dimorante in una delle vie
curve e deserte dell'antica Milano, S. Ambrogio dei Disciplini. Lì
complottavano, con maggiore o minore efficacia, ma con intera devozione
e con intero sacrificio di sè; e l'osservatore vi avrebbe potuto
notare, tra gli altri, il dottor Pietro Maestri, allora direttore
della Casa di Salute a Porta Nuova, e Alberico Gerli, conosciuto nelle
intimità rivoluzionarie col nomignolo di _Pepe_, e due giovani, che
mescolavano la matematica colla politica, Giovanni Cantoni ed Angelo
Tagliaferri, e quel fiero Pezzotti, che prometteva ai compagni di
uccidersi, se fosse stato arrestato, e doveva più tardi mantenere la
parola; vi bazzicavano, con minore frequenza, ma con eguale attività di
preparazione, un altro matematico, già più alto nella scienza che negli
anni, Francesco Brioschi, e due giovani, destinati a lunga e dolorosa
sanzione di patriottismo, Giuseppe Finzi e il dott. Antonio Lazzati.
La _Giovane Italia_ era rimasta ormai la sola fra le società segrete
di carattere militante, dopo il naufragio che avevano fatto, colle
sconfitte del 18, del 20, del 21 e del 31, i carbonari, i federati, gli
adelfi. L'aveva fondata, nel 1832, un giovane, il cui nome cominciava
ad essere influentissimo sugli elementi patriottici, Giuseppe Mazzini.
Di fede ardente, di vita immacolata, di pensoso ingegno e di stile
concitato, il Mazzini pareva ordito veramente di quella stoffa di
cui si fanno gli apostoli. Dedicatosi giovanissimo alla disciplina
delle congiure, non seppe uscirne più per tutta la vita, e nella
seconda parte di questa meritò il rimprovero di avere qualche volta
sacrificato la realtà dello scopo all'amore del mezzo. La sua comparsa
nel moto politico italiano era stata veramente una scossa di pila
elettrica. Aveva dato alla società che fondava un intento assoluto
di unità nazionale; programma che abbiamo visto inalberato anche
trent'anni prima da pensatori e da uomini di Stato, ma a cui egli s'era
buttato con maggiore speranza d'ogni altro e con quella efficacia
di proselitismo che gli veniva dalla parola ardente, dall'aspetto
simpatico, dall'onnipotente patrocinio femminile. Quei suoi primi
pensieri, raccolti poi in tre volumi, sotto il titolo: _Scritti
letterarj d'un italiano vivente_, avevano ottenuto un grande successo,
specialmente fra i giovani, ai quali parevano aprire orizzonti
nuovi e larghi, meravigliosamente dissimili dai metodi compassati
di letteratura, di filosofia e di critica, a cui si tenevano fedeli
i professori dei licei e delle università. Quei nostri giovanili
intelletti trovavano a tante cognizioni vaghe, a studi pedanti,
troppe volte contrastati dal bigliardo, uno scopo nuovo, imprevisto,
tratteggiato con enfasi, — la patria. Non era più l'arte per l'arte.
La patria era il faro a cui doveva giungere la navigazione affannosa:
l'Italia una e libera, il nodo a cui si allacciavano con iscopi pratici
gli studj morali, i progressi fisici, le indagini di storia e di
geografia. Con questi ideali nell'animo si studiava di più, e lo studio
allargava, colle simpatie pel Mazzini, l'aderenza a' suoi concetti
politici, a' suoi organismi di setta.
Così cresceva l'influenza del grande agitatore genovese, che fu per
alcuni anni lo spauracchio di tutte le polizie d'Europa. Uomo, che ha
lasciato dietro a sè una fama assai contrastata, piuttosto, oseremmo
dire, per colpa dell'ambiente che sua. Certo, la contraddizione umana
non mancò in lui. Ebbe un indirizzo filosofico di alto spiritualismo,
e lasciò troppe volte che dal suo labbro o dalla sua mano uscissero
incoraggiamenti, diretti od indiretti, all'assassinio politico. S'era
dichiarato pronto a sacrificare per l'unità della patria i suoi impulsi
repubblicani, ed è morto nemico implacabile della monarchia che aveva
fatto l'Italia. Passerà nella storia come un gran cospiratore che
non aveva attitudini di governo, e crediamo che in questa, come in
altre occasioni, la storia s'ingannerà. Il Mazzini aveva attitudini di
governo; lo ha provato per pochi mesi, reggendo a Roma in situazione
difficilissima, con sagacia e moderazione maggiori di quelle che gli
si attribuivano. Forse anzi una esperienza più lunga di governo fu la
sola cosa che gli sia mancata, per trarre interamente nell'orbita di
una salutare efficacia le qualità politiche in lui sepolte sotto una
mistica fraseologia. Come cospiratore, era improvvido ed impotente.
Riceveva e dava confidenza, con una facilità di cui troppe volte
abusarono le astute polizie. Non sapeva conservare il segreto. I suoi
biglietti, i suoi indirizzi, le sue giaculatorie venivano sovente
in possesso dei commissarj e dei gendarmi, prima che delle persone
a cui erano dirette. Credeva ciecamente ad ogni informazione che gli
dipingesse sollevamenti pronti, e se ne valeva per prepararne altrove,
sulla base di queste ingannevoli cooperazioni.
È l'influenza personale di Mazzini che ha giovato alla patria; il suo
ingegno pieno di slancio, il suo prestigio di esule; e soltanto una
scuola fanaticamente innamorata d'ogni cosa sua ha potuto confonderne
le egregie qualità del cuore e dell'animo con quegli sforzi inorganici,
che erano invece il difetto o l'eccesso della sua inesperienza pratica.
A Giuseppe Mazzini l'Italia deve memoria grata e rispettosa per la vita
austera, pel lungo esiglio, per l'instancabile apostolato dell'unità
politica, per l'alto intento dato ai giovanili intelletti; non per le
sue cospirazioni, che non sono riuscite mai, in nessuna parte d'Italia,
dalla Calabria alla Valtellina; che dai moti savojardi del 1833 al
6 febbraio 1853 hanno dischiuso innanzi tempo il sepolcro a giovani
ed illusi patrioti, gettando sempre piuttosto impacci che ajuti sul
sentiero del risorgimento nazionale.
Tornando da questo illustre infelice ai più modesti casi del caffè
della Cecchina, bisogna dire che in questo si raccoglieva un'altra
schiera agitatrice, non meno generosa e non meno intelligente della
prima, ma uscita da tutt'altro ambiente e inchinevole a soluzione
diversa. Lì si adunavano specialmente i giovani delle famiglie ricche
e patrizie, che sottraendosi alle influenze, generalmente retrive, dei
vecchi genitori, guardavano al di là del Ticino cercandovi alleati
contro la dominazione straniera. L'osservatore che fosse venuto in
questi paraggi da quelli del Falcone, avrebbe facilmente riconosciuto
fra gli avventori della Cecchina alcuni dei giovani più eleganti e
nel tempo stesso più colti che brillassero nella società milanese:
Carlo e Giovanni D'Adda, Giovanni Curioni, Carlo Taverna, i fratelli
Guy, Alessandro Porro, i fratelli Prinetti, i fratelli Jacini, Rinaldo
e Cesare Giulini della Porta. Questi giovani, per patriotismo e per
tradizione politica, venivano in retta linea dalla generazione del
1821; avevano quasi tutti conosciuto e rispettato il Confalonieri,
dalla cui vita e dalle cui sventure traevano un esempio alto e
quasi un desiderio di patriottici sacrifici. Il loro programma era
sopratutto l'indipendenza; ma, determinati a raggiungerla per ogni
via, preferivano certamente quella che loro additavano i tentativi del
1821 e che da alcuni anni pareva schiudersi a maggiori probabilità per
l'attitudine nuovamente assunta da quell'altro illustre infelice che fu
Carlo Alberto, re di Sardegna.
Dopo le amnistie imperiali, erano ritornati in patria, oltre
i prigionieri dello Spielberg, altri milanesi distinti che le
persecuzioni di polizia avevano per alcuni anni costretto a vivere o a
Parigi o a Londra o a Ginevra o a Bruxelles. I Battaglia, i Majnoni, i
Rosales, Ignazio Prinetti, Francesco Arese, avendo vissuto lungamente
nei centri maggiori della società politica europea, portavano a Milano
le impressioni ultime e vere del loro esiglio; un desiderio cresciuto
di far partecipare la loro patria ai vantaggi di quella vita larga e
intellettuale a cui s'erano avvezzi; e insieme l'intonazione di una
politica non meno rivoluzionaria ma più moderata, di quella politica
che essi avevano veduto riuscire in Francia e nel Belgio a conciliare
le guarentigie della monarchia con quelle della libertà.
Fra questi due gruppi principali d'azione, di cui l'uno penetrava
colle sue influenze tutta la parte viva e popolare della città, l'altro
avvinceva alla causa dell'indipendenza i potenti interessi e le vaste
aderenze interne ed estere dell'aristocrazia lombarda, tenevano una
situazione speciale due notevoli individualità, due uomini indipendenti
allo stesso modo, ma per diversa ragione, da organismi compatti, —
Carlo Cattaneo e Cesare Correnti.
Ingegno facile e largo, indole simpatica piena di scatti, di seduzioni,
di entusiasmi e di mobilità, scrittore vibrato ed efficace di proclami,
di opuscoli, di bollettini e di almanacchi, dai quali l'opportunità
politica e il pensiero patriottico uscivano di mezzo a frasi nuove, a
concisioni nervose, a mistiche oscurità e ad audaci eleganze, Cesare
Correnti s'era buttato di buon'ora nel movimento e vi stava come
uomo determinato a non uscirne senza vittoria. Amico a moltissimi,
esercitava su tutti un ascendente che alcuni accettavano dall'ingegno,
altri dalla vivace parola, altri da un'attività giunta allora al suo
colmo. Che avesse un programma ben definito, nessuno lo saprebbe dire;
forse l'ingegno coltissimo non lasciava nascoste a lui le difficoltà
che ogni programma in quei giorni presentava e che altri non osava
neanche studiare. Ad ogni modo, voleva fortemente l'indipendenza, la
rivoluzione; e questo contribuì forse ad accrescere la sua influenza
e la sua popolarità; perocchè la gran massa della popolazione, per una
certa spensieratezza generosa che fu il carattere distintivo di tutta
quell'epoca, costringeva volentieri ogni programma nella sola formola
del _mandar via gli Austriaci_.
Questa conformità, non facile ad ottenersi, fra un uomo di
pensiero e una folla di azione, fece del Correnti in quei giorni la
personificazione più complessa del movimento. Se la rivoluzione del
48, contro la natura sua e la spontaneità de' suoi scoppj, avesse
potuto darsi il lusso di un capo, forse sarebbe stato lui. Certo s'è
ben lontani dal poter dire che abbia fatto ogni cosa, ma nessuna
cosa importante s'è fatta senza di lui. I vecchi si fidavano del
suo ardore, i giovani della sua dottrina. Quella stessa natura di
letterato e d'artista, che lo rendeva schivo di politiche rigidità,
lo metteva in grado di stare con molti e di agire su tutti con
intento di accordo e di cooperazione. Fra il caffè della Peppina e
quello della Cecchina era il vincolo naturale, la transizione più
utile e più accettata. Coetaneo e condiscepolo degli uni, coi quali
aveva divise, sui banchi universitarj, le aspirazioni della _Giovane
Italia_, era accettissimo agli altri, per l'ingegno elegante e per
le intime relazioni personali che aveva contratte coi Giulini, con
Alessandro Porro, con Francesco Visconti-Venosta. E se agli uni portava
l'assicurazione che il programma albertista non avrebbe impedito
alla nobiltà milanese di spendere denari e sangue per la battaglia
nazionale, garantiva altresì agli altri che nessun vincolo di setta
avrebbe frastornate quelle combinazioni che portassero aiuto di armi
fraterne e di monarchie militari a un popolo desideroso di combattere e
incapace di eccessi. Negli ultimi tempi, questa azione sua, giovata man
mano da altri elementi, da altre giovani e simpatiche individualità,
da Enrico Besana, da Francesco Simonetta, da Manfredo Camperio, da
Luciano Manara, era giunta a risultati completi; sicchè i due centri
d'agitazione patriottica si erano, per così dire, fusi in uno solo; o,
meglio, s'erano sminuzzati e moltiplicati in altrettanti sub-centri,
che, pure annodandosi a quei due principali, assumevano ciascuno
iniziative proprie e preparazioni speciali; certi tutti che qualunque
impulso, qualunque energia, qualunque imprudenza, avrebbe trovato
negli altri centri intera solidarietà, animi disposti ad affrontare
responsabilità e pericoli, comunque creati.
Tutt'altra attitudine aveva assunto, e a tutt'altri impulsi intendeva
l'animo, Carlo Cattaneo.
Era uomo di vasta cultura, di molta operosità intellettuale, di
carattere integro ma diffidente. Come il Correnti, era estraneo a
spiccati sodalizj politici; ma mentre il Correnti lo era perchè avrebbe
bramato essere con tutti d'accordo, il Cattaneo ne rifuggiva perchè
persuaso di avere con pochi solidarietà di opinione. Questi pochi
si radunavano la sera da lui: discorrevano molto di scienza e meno
di politica; erano gente di studio, piuttosto che di azione; antichi
scolari di Gian Domenico Romagnosi, filosofi, economisti, giuristi,
innamorati di cultura pubblica e di quesiti morali, ma che un certo
orgoglio d'intelletto teneva in parte disgiunti dalle impressioni
vivaci ed ingenue a cui la moltitudine si abbandonava con giovanile
ebbrezza.
Politicamente, il Cattaneo era agli antipodi da Giuseppe Mazzini. Dove
questi voleva unità d'Italia, congiure, impeti di popolo, idealità
generose, ma sfumate, di educazione patriottica, quegli voleva
ordinamenti di Stati piccoli, energie amministrative sostituite a
slanci rivoluzionarj, svolgimento di questioni pratiche e di interessi
positivi, di canali irrigatorj, di legislazione commerciale, di finanze
precise.
Sulla questione di repubblica o di monarchia, il Cattaneo non aveva
allora rigidezza di accentuazione. Vi fu un'epoca, dopo l'amnistia del
1838, in cui parve fortemente inchinevole ad accettare istituzioni
autonome e liberali da un principe della dinastia d'Absburgo. E da
alcuni articoli suoi sugli _Annali Universali di Statistica_ e sul
_Politecnico_ questa disposizione si lasciava, tra il prudente viluppo
delle frasi, chiaramente additare. In uno scritto, p. es. del marzo
1839, intorno alla piazza del Duomo, che cominciava a ventilarsi dopo
l'incoronazione dell'imperatore Ferdinando, scriveva con uno spirito
da cui ogni aspirazione repubblicana pareva esclusa: “Il nome di
_regno_, sovrapposto alle ristrette signorie dei tempi andati, divenne
una parola di riordinamento e di concordia; e la Corona Ferrea, non
più controversa reliquia d'età remote, divenne già due volte, fra i
penetrali del Duomo, segno vivo di forza e di unità.„ Non vi pare
di udire un Crispi di quarantasei anni fa, esclamare colla stessa
inspirazione di patriotismo: _La monarchia ci unisce, la repubblica ci
divide?_ Delle due volte in cui questa Corona Ferrea era stata, secondo
il Cattaneo, _segno vivo di forza e di unità_, una volta s'era posata
sopra un capo francese, l'imperatore Napoleone; ma l'altra non s'era
posata che sopra un capo austriaco; o Giuseppe II, o Ferdinando I;
due epoche diverse, ma una sola dinastia. Rincarava poi sulle stesse
idee e sulle stesse disposizioni, soggiungendo: “Una piazza del Duomo,
degna del tempio e della città, e del più bello ed ubertoso fra i
regni d'Europa, è divenuta un desiderio universale. E la rappresentanza
civica interpretò questo pubblico voto, deliberando appunto di aprire
una piazza del Duomo e d'inaugurarla col nome del Principe regnante
e a memoria del giorno solenne nel quale assunse la nostra nazionale
Corona.„
Gli è che veramente, più della repubblica o della monarchia,
l'idea politica fondamentale del Cattaneo era lo Stato piccolo,
la federazione, l'autonomia. Spirito liberale per eccellenza, gli
pareva di scorgere nelle grandi agglomerazioni politiche un pericolo
per gli svolgimenti individuali, e, tenero di questi, contro quelle
diventava feroce. Non si avvedeva che, restando largo nella questione
scientifica, diventava angusto nella questione politica; poichè
tutta l'Europa andava di corsa verso le grandi unità, e a non voler
inaugurare programma di reazione contro l'indirizzo europeo, bisognava
necessariamente, non opporsi ai grandi Stati, ma cercare i modi di far
camminare i grandi Stati colle ragioni della libertà.
Si capisce come, dominato da questi concetti, il Cattaneo vivesse, nei
mesi che precedettero le cinque giornate, sotto la tenda. Non aderiva
alla parte democratica che voleva l'unità mazziniana; non accettava
dalla parte aristocratica il progetto del regno dell'Alta Italia.
Forse si gettò alla repubblica per odio di questo; poichè era
veramente odio l'opposizione ch'egli moveva a tutto quanto sentisse
di albertismo, di piemontese, di unione territoriale coi paesi al di
là del Ticino. Nessuno discuteva con maggior passione di lui certe
questioni irritanti, su cui si cercava allora da tutti di scivolare:
monarchia o repubblica, fusione immediata o dilazione, Statuto o
Costituente, Milano o Torino. Pareva che preferisse, per una certa
asprezza dell'animo, ingrandire d'un tratto tutte le difficoltà d'una
soluzione ch'egli era impotente a sostituire.
S'era fatto da ultimo il vero patrocinatore, il capo d'un
programma municipale, d'uno Stato Lombardo, tutt'al più d'uno Stato
Lombardo-Veneto. Era ammiratore dell'antico Regno d'Italia, su cui
aveva cognizioni nette e profonde, e il suo ideale dell'avvenire non
si allontanava molto dall'ideale di quel passato. Il Piemonte in quel
passato non entrava e però non trovava posto nel suo avvenire. Quando
scoppiò, come un fulmine, l'insurrezione milanese, egli stava scrivendo
il primo numero di un giornale, che intitolava _Il Cisalpino_.
Perfin col nome voleva affermare la risurrezione di una compagine
territoriale, in cui soltanto egli vedeva tradizioni buone di jeri e
speranze migliori per l'indomani.
Chiediamo scusa se ci attardiamo intorno a questa fisonomia, che fu a
quell'epoca una delle più discusse, e che fu più tardi una delle più
ammirate. Appunto perciò ci pare che meriti quello studio largo a cui
gli uomini superiori hanno diritto. Giacchè non è uno dei fenomeni meno
strani che hanno segnalato la rivoluzione delle Cinque Giornate, questa
metamorfosi che ha prodotto nell'organismo politico di Carlo Cattaneo.
Ha trovato un uomo calmo, a istinti pratici, scrittore moderato sotto
governo autocratico, l'ha lanciato per alcuni giorni in una specie di
fornace ardente, e ne lo ha tratto scrittore furibondo contro governo
liberale, uomo politico a forti passioni, consigliero insieme al
Mazzini di audacie nazionali, che un patriota non dubbio come Giorgio
Pallavicino dovette combattere, che un uomo come il generale Garibaldi
dovette respingere come eccessive[52].
Non si potrebbero veramente credere usciti dalla stessa penna e dallo
stesso ingegno gli scritti anteriori al marzo 1848 e alcuni degli
scritti suoi posteriori, segnatamente quell'opuscolo sull'_Insurrezione
di Milano_, che fa così grave torto alla serietà ed all'equanimità del
suo criterio politico.
Negli scritti della prima fase è un ingegno pieno di pensieri; che li
svolge con logica vigorosa e mirabile chiarezza di esposizione; che
trae dalla scienza europea tutto il meglio ed il nuovo, lo assimila con
potente elaborazione, e lo riassume pe' suoi concittadini in opuscoli
ed articoli di rivista, certo i più efficaci e i più attraenti del
tempo suo. Nella seconda fase è uno scrittore pieno di violenza, che
pare abbia perduto il senso delle cose vere e dei fatti possibili;
un uomo a cui la foga della passione ha fatto obliare i caratteri che
distinguono dal libello il dolore patriottico. Nella prima fase è un
benemerito educatore del pubblico; da cui la generazione contemporanea
impara a staccarsi dagli antichi metodismi scientifici e a coordinare
tutte le conquiste intellettuali ad un nesso civile e patriottico;
nella seconda fase, par diventato l'eco d'ogni volgare aberrazione,
il fantastico interprete di quelle illusioni e di quelle millanterie
politiche, verso le quali affettava negli anni antecedenti un disdegno
intellettuale niente dissimulato.
Quale fu la genesi, l'evoluzione di questa mente preclara, or troppo
solitaria, or troppo cacciatasi nella folla?
Certo il Mazzini, per esempio, non iscrisse nulla che rasenti contro
Carlo Alberto il linguaggio a cui s'è creduto autorizzato il Cattaneo.
Il Mazzini, che nella sua famosa lettera a Carlo Alberto gli aveva
promesso d'essere nella liberazione d'Italia insieme a lui, ripeteva
anche nell'autunno del 1848, che se il Piemonte riprendeva la campagna,
lo avrebbe aiutato. E con ciò dimostrava, da uomo politico superiore,
di non credere a tutta quella leggenda d'intrighi, di viltà e di
tradimenti, che intorno a Carlo Alberto s'era ammucchiata, e che
ricorda, per la malata credulità dello spirito pubblico, gli untori del
1630.
Invece il Cattaneo, bollente d'ira dalla prima all'ultima pagina,
crede tutto o scrive come se a tutto credesse. Per lui è _inganno
regio_ il passaggio del Ticino, _tradimento_ la perdita delle
battaglie, _malvagia intenzione_ la venuta del Re a Milano, durante
la ritirata finale. I membri del municipio, del governo provvisorio,
sono _faccendieri_, _ciambellani_, _servi di Corte_; sono infidi,
tentennanti, _traditori_ i generali dell'esercito piemontese. Aveva
gridato il 24 marzo, giorno dell'ingresso delle truppe regie in
Lombardia: _viva il Piemonte, infamia a Carlo Alberto_[53]; chiude
il suo libro, nel settembre 1848 colla frase: _il Piemonte non è
necessario_.
Par di sognare a leggere oggi, dopo tanta esperienza, da un uomo di
tanto ingegno, così grandi fantasticherie. Parla di centomila Italiani
che sarebbero venuti, senza i Principi, a combattere la guerra di
Lombardia; al Comitato di Difesa, negli ultimi giorni, raccomanda
come _prima e suprema di tutte le difese_, nientemeno che questo:
“chiudere le porte, e rompere sotto pena di morte ogni comunicazione
coll'esercito del re, lasciandolo operare nella campagna come gli
convenisse[54].„ Insomma, è il linguaggio d'un uomo in delirio di
rivoluzione, e tale parve a quel venerando Giovanni Arrivabene, quando
s'intese dire da lui: “Arrivabene, buone nuove; i Piemontesi sono stati
battuti; ora saremo padroni di noi stessi[55].„
Appare tanto più eccentrica questa implacabilità del Cattaneo contro
Carlo Alberto, quando si pensa che, proprio in quei giorni, Carlo
Alberto era attorniato e acclamato quasi con entusiasmo da quegli
stessi patrioti ai quali sarebbe spettato il maggiore diritto, pei casi
del 1821, di essere assai guardinghi nella loro amnistia. Giacinto di
Collegno e Moffa di Lisio, cospiratori di quell'epoca e condannati per
quella, erano ministri suoi e nella sua politica intimità. Giorgio
Pallavicino, così atto per l'indole sua e per le acerbe sventure a
diffidare del principe al quale s'era nel 1821 inutilmente avvicinato,
patrocinava con generoso impulso l'immediata annessione delle provincie
lombarde alla corona di Carlo Alberto. E Giovanni Berchet, un altro dei
processati e degli esuli, l'autore delle fiere strofe che assalivano
il Carignano, supplicava in quei giorni gli amici suoi perchè si
stringessero intorno al severo e mistico Re, ch'egli onorava ora pel
suo energico patriottismo, quanto lo aveva nel passato percosso di
sospetti e di versi.
Infatti questo re, in uggia a molti, indovinato da pochi, celatosi
per molti anni quasi a sè stesso, usciva dal proprio paludamento, e si
presentava sulla scena, attore preparato a delusioni e a catastrofi,
risoluto dopo tante esitazioni, liberale dopo tante influenze di
clericato. Giacche egli pure era un patriota; e doveva darne presto
la prova nella più alta misura del sacrificio. Non era una religione
come il Mazzini, non era un sentimento come il Correnti, non era una
dottrina come il Cattaneo; il suo era un patriottismo da principe, non
meno vivo perchè si debba presentare sotto forme frenate, più difficile
perchè deve affrontare maggiori responsabilità. Un principe ha
naturalmente il dovere di cercare che una bandiera di libertà innalzata
a vantaggio d'altri, non provochi pericoli contro l'indipendenza dei
sudditi proprj. Uomini come il Cattaneo, come il Correnti, come il
Mazzini potevano balzare in mezzo ad armi e a congiure, senza che una
sconfitta danneggiasse di molto i paesi che spronavano a mutamenti.
Un uomo come Carlo Alberto doveva badare che moti intempestivi non
aggiungessero in Italia agli Stati già servi quello che i suoi maggiori
avevano, nel corso dei secoli, agglomerato e difeso contro durevoli
servitù.
I tempi e i documenti hanno già sparso una luce assai più benevola
intorno alla parte che spetta a Carlo Alberto nel sobbalzo
costituzionale del 1821. È ad augurarsi che interamente chiara riesca
a produrla, nella pubblicazione che sta preparando, l'autorevole
ingegno di Domenico Berti. Ad ogni modo, se quei fatti avevano reso la
situazione personale di Carlo Alberto dolorosa in faccia ai liberali
italiani, l'avevano anche resa in faccia all'Austria ed alla reazione
europea addirittura pericolosa.
I tentativi del principe di Metternich per dare al duca di Modena,
invece che alla linea di Carignano, l'eredità di Savoja, non avevano
smesso un istante. Abbiamo visto prima d'ora l'acuta ed insidiosa
insistenza con cui s'era cercato dal vecchio diplomatico di strappare
al Confalonieri prigione qualche segreto che potesse giovargli
contro il Carignano. E forse era una reazione di razza contro questi
tentativi, che aveva spinto un re di puro assolutismo come Carlo
Felice, a protestare contro ingerenze austriache e a riconciliarsi
interamente col principe di Carignano, in quel celebre colloquio al
letto di morte, il cui segreto non fu sino ad ora svelato.
Quando salì al trono, poco dopo la rivoluzione francese del 1830,
gli occhi di tutti i principi italiani e di tutti i despoti europei
si posarono con grande sospetto sopra di lui. L'Austria, dal Ticino,
teneva l'indice pronto sull'acciarino de' suoi fucili. Carlo Alberto
aveva bisogno di regnare per appellarsi alla storia contro i torti
della leggenda; e regnò, ostentando in faccia a questa Europa ostile
ipocriti furori di reazione, come i Borboni di Napoli avevano ostentato
dieci anni prima ipocriti amori di liberalismo. La storia giudicherà
quale di queste due ipocrisie abbia avuto dai fatti successivi
maggiori scuse. Onde s'ebbero allora i violenti processi del 1833 e la
prevalenza nelle regioni del governo di uomini freneticamente assoluti,
il Della Torre, il Della Scarena, il conte Solaro della Margherita.
Ma appena la situazione europea permise qualche alito di liberalismo, e
in Italia cominciò una pubblica opinione a preoccupare dei fatti proprj
ciascun governo, la politica di Carlo Alberto si accentuò con lento ma
sicuro cammino verso la guerra d'indipendenza.
Già nel 1838, all'epoca dell'incoronazione, Carlo Alberto non
aveva voluto venire, cogli altri sovrani d'Italia, a Milano. Nel
1840, rifiutava d'inserire nella _Gazzetta Ufficiale del Regno_ una
dichiarazione del governo austriaco, il quale minacciava di intervenire
in qualunque territorio italiano dove scoppiassero dei movimenti.
Nel 1844, diede al suo ministero una spinta liberale assai notata,
chiamando a reggere gli studi Cesare Alfieri, le finanze Ottavio Revel
e l'interno Luigi Desambrois, nomi che si sarebbero ripetuti con lode
anche durante l'epoca statutaria. Nel 1845 iniziava contro l'Austria
una lotta economica, nella quale i sali ed i vini erano pretesto per
affermare con altere parole l'indipendenza della politica sarda. Nel
1846 riceveva Massimo d'Azeglio, parlandogli linguaggio italiano; e più
tardi, salito Pio IX sulla cattedra di S. Pietro, scriveva al marchese
Villamarina: “Una guerra d'indipendenza nazionale che si unisse alla
difesa del Papa, sarebbe per me la più gran fortuna che mi potesse
toccare.„ Frattanto il Gioberti, il Balbo, il Durando pubblicavano
i loro libri, per allora audacemente patriottici. Ilarione Petitti e
Camillo di Cavour scrivevano di strade ferrate come di avviamenti a
solidanza italiana, si fondavano l'Associazione Agraria e l'_Antologia
italiana_, in cui gli uomini di pensiero scrivevano e parlavano
liberamente; si udivano insomma i primi rintocchi della rivoluzione.
Queste notizie cadevano l'una su l'altra sugli animi già commossi
in Milano, ed ognuna aggiungeva un'esca al fuoco, un proselite al
movimento. Nè soltanto le cose del Piemonte agitavano, ma fatti
e notizie piovevano da ogni parte, dall'Italia come dall'Europa;
nascevano in casa. Sorto il pensiero dei Congressi scientifici nelle
varie città, Milano l'ebbe nel 1844; e lo presiedette, con intenti e
destinazione piuttosto di politica che di scienza, il conte Vitaliano
Borromeo. Molti Piemontesi erano venuti allora a Milano; il Petitti,
amicissimo di Alessandro Porro, presentò ai nostri gli amici suoi, e
il Brofferio fece stupire per la vivacità e la libertà dell'ingegno. I
Piemontesi del 1844 fecero affatto dimenticare le diffidenze del 1821
e il programma della Cecchina cominciò a prevalere su quello della
Peppina.
Poi spesseggiarono le notizie più gravi e i commovimenti di carattere
europeo. L'occupazione di Cracovia e le stragi, — pensatamente
provocate dal governo austriaco, — dei proprietarj polacchi,
indebolivano tanto in Europa la politica del principe di Metternich
quanto aumentavano la ragionevolezza delle nostre proteste e la
simpatia che la nostra causa inspirava. Nella Svizzera, la guerra
del Sonderbund dava trionfo agli elementi liberali, e si guardava
con inconscia speranza a quelle milizie vincitrici così vicine, a
quegli ufficiali così propensi a guerra di libertà. L'anno 1846 era
stato, per condizioni climateriche, assai sventurato; il prezzo dei
grani accennava a bisogno di classi popolari; e le nostre signore,
doppiamente entusiaste per la carità e per la politica, raccoglievano
denari, cucivano abiti, portavano soccorsi negli ospedali e nelle case,
frammischiando alla parola del conforto quella parola della concordia
ch'era nell'animo di tutti e che si rivolgeva contro un nemico
impotente a trattenerla su labbra gentili.
Finalmente la morte di Gregorio XVI viene a stappare l'ultima valvola
del movimento italiano. Il 13 giugno 1846 s'era aperto il Conclave
e il 15 era già nominato il nuovo Papa. La pressione dello spirito
pubblico era stata così viva che il consesso cardinalizio aveva dovuto
ubbidirle. Quella politica papale tutta a processi, a sbirri e a
sanfedisti, che era stata lo sforzo di Gregorio XVI, non poteva reggere
più. Tutti lo sentivano, ma nessuno osava dirlo.
L'osò uno statista italiano, che l'ingegno suo e l'amicizia di Guizot
avevano fatto ambasciatore del governo francese. Pellegrino Rossi,
complimentando il Conclave, in nome del corpo diplomatico, uscì dalle
forme tradizionali fino a dire “essere miserabile la situazione degli
Stati Romani, gravi i falli del governo passato, urgenti i bisogni
del popolo, necessarie le riforme.„ Chiuse augurandosi, in nome
degli Italiani e del corpo diplomatico “che il Conclave scegliesse un
uomo capace di comprendere la grandezza del tempo e la volontà delle
popolazioni.„
Un tale linguaggio sulla bocca di un tale uomo era fatto per produrre
molta impressione sugli eccelsi elettori. Videro che bisognava far
presto e sceglier bene. Abbandonate le antiche gare e gli antichi
partiti, il Conclave si divise subito in due schiere: l'una che
voleva un Papa riformatore, l'altra che voleva un Papa di resistenza.
Il cardinal Lambruschini era il candidato di quest'ultima schiera;
gli altri erano incerti tra il cardinal Gizzi e il cardinale Mastai.
Parendo più probabile la scelta del primo, l'ambasciatore d'Austria si
affrettò a buon conto a valersi del suo privilegio per escluderlo. E un
biglietto ricevuto dal cardinal Lambruschini sotto la doppia etichetta
d'una bottiglia di Champagne, lo incoraggiava a lottare, poichè era in
viaggio il cardinale Gaisruck arcivescovo di Milano, che avrebbe col
suo grande ascendente rafforzata la schiera conservatrice.
Ma, poichè è destino che in ogni cosa debba cercarsi la _femme_,
anche il cardinale Bernetti, di parte liberale, riceveva, nel manico
cesellato d'un coltello da tavola, da cui si strappava la lama, un
altro biglietto d'una principessa romana, amica sua, in cui lo pregava
a votare e far votare pel cardinale Mastai[56].
La lama di coltello vinse la bottiglia di Champagne; e la parte
riformatrice del Sacro Collegio votò compatta pel Mastai-Ferretti
con 36 voti sopra 51. Le premeva di non lasciar giungere cardinali
avversari. E infatti il cardinale Gaisruck passava in quel giorno
i confini della Toscana. Aveva in tasca l'esclusione austriaca pel
cardinale Mastai. Quante cose diverse al mondo se il cardinale Gaisruck
fosse partito da Milano un giorno prima!
Il nuovo papa Pio IX giustificò subito, coi suoi primi andamenti,
le speranze che la sua elezione aveva destate. Riforme, amnistie,
larghezze di stampa e di riunione, parole di pace e di progresso che
uscivano da quelle labbra, da quelle sale, risuonavano per tutta la
penisola e afforzavano dappertutto il programma dell'indipendenza e
delle riforme interne. In sei mesi, Pio IX era l'uomo più popolare
d'Italia; non v'era angolo di paesuccio dove il suo ritratto non
fosse appeso alle pareti; non v'era donna o fanciullo che non
portasse medaglia o anello o ciondolo coll'immagine sua. Tutto si
faceva coll'invocazione, sotto il patrocinio di Pio IX; e nulla può
dare un'idea del fremito di emozione che corse dalle Alpi all'Etna,
quando s'udì che dal Vaticano il Pontefice aveva detto ad alta voce:
_benedite, gran Dio, l'Italia_.
Fu un terribile quarto d'ora pel vecchio e cocciuto principe di
Metternich, il quale diceva al marchese Ricci, inviato sardo: che
al mondo aveva tutto preveduto, — tranne un Papa liberale. Proprio
questa tegola gli cadeva sul capo; ed egli non potè renderne men grave
il colpo. Mandava a Roma esortazioni e ammonimenti che il cardinale
Gizzi, Segretario di Stato, riponeva sotto il calamajo. Sperando meglio
dall'antica violenza, ordinò al maresciallo Radetzki di occupare
la cittadella di Ferrara, come avvertenza minacciosa di non lontano
intervento. Fu peggio che mai. Protestò virilmente il Papa; protestò
la diplomazia; Carlo Alberto offerse le sue truppe a Pio IX, per
respingere gl'invasori; principi e popoli italiani furono d'accordo
contro l'Austria e a favore del Papa; Radetzki dovette sgombrare la
cittadella occupata, e questo nuovo scacco della politica di reazione
finì di eccitare al più alto grado l'entusiasmo delle popolazioni.
Allora si produsse in Lombardia un fenomeno, che non ha il suo simile
nella storia. Un popolo schiavo che diventa libero per la forza della
sua fiducia. Una città che diventa un sol uomo; e quest'uomo che
diventa un fanciullo, colla sua spensieratezza, col suo coraggio, colla
sua innocente allegria.
Quella gran potenza dell'Austria faceva ridere. Se ne burlavano i
monelli nelle strade, la sfidavano spose e fanciulle dai loro balconi
o nei ritrovi pubblici. Ogni giorno se ne inventava una. Dopochè la
religione aveva sanzionata la politica di liberazione, e il clero
milanese s'era unito di cuore ai propositi ed ai preparativi della
popolazione, tutto parve lecito, nessuna cosa imprudente o impossibile.
Un giorno veniva da Roma notizia di qualche liberalità del Pontefice,
e le signore comparivano subito in teatro coll'abito bianco e giallo.
Era la notizia della costituzione di Napoli? tutti gli uomini portavano
in un batter d'occhio il cappello alla calabrese. La polizia proibiva
i cappelli, e tre giorni dopo tutti vestivano abiti di velluto-cotone
della fabbrica di Vaprio. Che cosa voleva dire? nulla; ma la polizia
se ne inquietava ed era una ragione per farlo. Chi desse queste
istruzioni, chi regolasse queste dimostrazioni, non si sapeva e non
si cercava di sapere. Erano nell'aria, nell'istinto, nel cuore. Uno
sconosciuto vi mormorava nell'orecchio: domani a Porta Nuova, e si
andava a Porta Nuova; vi mettevano nelle mani un bigliettino: stasera
in piazza del Duomo, e la piazza del Duomo si stipava di gente.
A far che? non sempre lo si sapeva; nulla, molte volte; ma questa
concordia di voleri, questa facilità di comunicazioni e di diffusione
era una gran disciplina. Bisognava pure sapere se ad un dato momento,
se nell'ora del bisogno, del pericolo, i direttori di una rivolta
avrebbero potuto contare sulla popolazione, sull'attitudine sua a
moversi, a credere, ad ubbidire. A ciò giovavano le _dimostrazioni_.
E chi le pensava o le dirigeva — se erano pensate o dirette — compieva
ufficio serio e patriottico; esercitava a manovre senz'armi un popolo
a cui presto le armi dovevano darsi.
Per non so quale costituzione italiana, si disse un giorno che la
domenica successiva bisognava andar tutti in Duomo all'ultima messa.
La polizia fece spargere voce che avrebbe mandato travestiti trecento
satelliti, i quali, al menomo grido, avrebbero menato le armi a dritta
e a sinistra. Forse diecimila cittadini si assieparono in Duomo,
un migliajo di donne, nobili e popolane; e sulla piazza, dinanzi al
palazzo vice-reale, erano puntati i cannoni, intorno e dinanzi ai quali
si fermavano, con disdegnosa noncuranza, i cocchj dei _dimostranti_.
Il governo fremeva; aveva soldati e bombe e forche e guardie di
polizia, e non riusciva ad impedire una dimostrazione, a spaventare
un monello. Domandava a Vienna che cosa si dovesse fare, e da Vienna
rispondevano, meravigliandosi che non sapesse fare. Voleva trovare
ad ogni costo il _Comitato_ che metteva in tutto questo subbuglio la
città. Si disse allora — o probabilmente un bello spirito immaginò
— che un cittadino, affermando ad un commissario di polizia la sua
conoscenza dei segreti del Comitato, lo avesse condotto sulla guglia
del Duomo, e di là, mostrandogli il circuito delle mura, gli avesse
detto: eccovi il Comitato! Si stampavano e s'introducevano libri,
pubblicazioni, che il governo sapeva distribuite a migliaja e che non
riusciva a sequestrare. Le poesie del Giusti, gli scritti del Mazzini,
del Guerrazzi uscivano da tipografie clandestine. Il _Nipote del
Vesta-Verde_ creava a un linguaggio convenzionale che gli Austriaci non
capivano e che al popolo dava tono e speranze. Il Correnti scriveva
_l'Austria e il suo avvenire_, il Torelli i _Pensieri sull'Italia_
(Anonimo Lombardo), Anselmo Guerrieri, _l'Austria e la Lombardia_,
Luigi Sala intimava, in un opuscolo _Un ultimo consiglio all'Austria_,
le condizioni a cui avrebbe potuto il movimento rivoluzionario
rallentare del suo cammino e della sua energia.
E il governo non sapeva nulla, non trovava nulla. Arrestava a tentoni,
sbandiva ora l'uno ora l'altro, credendo di colpir giusto. Frugava
nomi tra la borghesia e la nobiltà; ora mandava a domicilio coatto
Ignazio Prinetti e Manfredo Camperio; ora deportava il conte Rosales,
il marchese Soncino, il principe Falcò.
Ma il _Comitato_ non si trovava; le dimostrazioni continuavano; i
monelli crescevano d'audacia e d'impunità. Sulla porta della casa
Arconati, dove abitava il maresciallo Radetzki, s'era scritto, proprio
a ridosso della sentinella: _appartamento d'affittare_; ogni notte
_l'Uomo di pietra_ era fregiato di motteggi e di _bosinate_; _infamia
a Bolza_, fu trovato una mattina inciso in pietra dinanzi alla porta
della sua casa; da un balcone di un palazzo disabitato sul corso di
Porta Romana penzolò per molte ore un pomo appeso ad un filo, colla
leggenda sopra un cartello: _il pomo è maturo_.
Gli studenti liceali erano oggetto di molta sorveglianza; ma era
materia difficile a plasmare. Un giorno, nel liceo di Porta Nuova,
compare con gran solennità il conte Folchino Schizzi, Direttore delle
Scuole; Achille Mauri, che faceva la sua lezione, cessa di parlare
senza scendere dalla cattedra. E noi zitti e attenti. Il conte Schizzi,
dopo un preambolo, ci spiega che il governo non può approvare, —
probabilmente per le condizioni dell'Europa — l'abitudine da noi
presa di portare la fibbia del nastro dei nostri cappelli a sinistra
piuttosto che a dritta. In un baleno le fibbie furono slacciate e i
nastri piovvero a dozzine sul pavimento. Il conte Schizzi si ritira in
buon ordine. Ma il giorno dopo s'era inventato di portare il cappello
senza nastro e di strisciare a rovescio una parte del pelo, in modo
da sembrare una piuma. La polizia s'inquietò ancora di queste piume.
Rinunciammo ai cilindri e adottammo il cappello all'Ernani. Si sarebbe
continuato così per mesi ed anni.
I giovani, a cui l'esperienza odierna dei pubblici affari è stata
maturata dalla fortuna di libertà già fatte e di più facili studj,
potranno certamente sorridere di queste politiche e di questi
entusiasmi. Ma gli uomini che vi sono passati attraverso, colla
coscienza di aver preparato con quegli entusiasmi la possibilità delle
future politiche, una cosa sola desidererebbero: poter cambiare qualche
anno di vita con una settimana di quella sublime spensieratezza; con un
giorno di quella forte voluttà della patria, cui nulla allora turbava,
— nè tarlo di sfiducia, nè ire implacabili di fazione, nè presagio
d'incredibili indifferenze.
Stanca di far ridere, l'Austria cercò di far piangere. E vi riuscì.
Quello a cui non riusciva mai, era d'impedire, di trattenere.
In tutto l'anno 1847 di collisioni sanguinose non v'era stata che
un'occasione, l'8 settembre, quando si celebrò con grande solennità
civile e chiesastica l'ingresso dell'arcivescovo Bartolomeo Romilli.
Il cardinale Gaisruck era morto alcuni mesi prima; austriaco di
nascita e di convinzioni, ma uomo assennato, benevolo, conciliante,
largo nelle idee religiose e nel consorzio sociale. Lo si diceva, —
con fondamento — figlio illegittimo dell'imperatore Leopoldo; certo
del padre aveva le tradizioni prudenti e riformatrici nelle questioni
ecclesiastiche. Voleva i preti in chiesa; avverso ai conventi, che
nella sua diocesi, finchè visse, non lasciò pullulare, teneva in
casa sua riunioni settimanali, di uomini e di signore. Migliore nel
complesso del successore suo; ma questi era italiano, era nominato
da Pio IX; bastava perchè destasse senz'altro l'entusiasmo o le forme
pensate dell'entusiasmo. L'illuminazione, la folla, le grida diedero
sui nervi alla polizia. _Viva il Papa_, era allora un grido fazioso, ma
era quello che sopratutto i popolani ripetevano con maggiore frequenza.
Il direttore generale Torresani se ne aperse coll'antico stromento
d'ogni iniquità poliziesca, il conte Bolza. Questi era uomo spregevole;
padre di famiglia, viveva in concubinato e lasciava che la moglie si
procurasse compensi; spartivano gli utili. Il governo austriaco se
ne serviva, ma lo dipingeva sinistramente; in un rapporto, trovato in
seguito, fra gli atti della Direzione generale di Polizia si dice di
lui: “Suo idolo è il danaro, da qualunque parte venga, poco importa;
napoleonista fanatico sino al 1815, dopo, austriaco in egual grado,
e domani turco, se entrasse Solimano in questi Stati; capace d'ogni
azione, tanto contro il nemico, quanto contro l'amico; non si conosce
la sua morale nè la sua religione.„ Turco non divenne, perchè Solimano
non era venuto; ma è morto vecchissimo, pochi anni fa, a Menaggio, in
odore di repubblicano.
Il Bolza era però uomo risoluto e non recedeva da nulla. Appostò
parecchie dozzine di satelliti nel cortile dell'arcivescovado, e
quelli, ad un ordine dato, uscirono sulla piazza Fontana e calarono
sulla folla fendenti di daghe. La folla, inerme, reagì; l'arcivescovo,
inorridito, scese tra il popolo a rimpiangere, a benedire; e la scena
si ripetè per due giorni. Parecchi rimasero feriti, uno fu morto. Il
municipio denunciò i fatti al Governatore, protestò altamente contro
i soprusi della polizia. S'incoarono processi contro arrestati, e i
processi finirono, — pure essendo tribunali austriaci — colla condanna
di agenti di polizia.
Nel complesso, quei fatti non ebbero altra conseguenza che di stringere
in maggiore solidarietà le masse popolari coi patrizj e coi borghesi,
di rendere più intenso ed universale il proposito della rivoluzione.
Visto che quel sangue non era bastato, si deliberò versarne in maggior
copia. E poichè della polizia trionfavano i tribunali, entrò di mezzo
l'esercito ad assumere francamente il cómpito dell'assassinio.
Il maresciallo Radetzki da lungo tempo domandava sussidio di truppe
e poteri militari straordinarj, per sostituire quella che gli pareva
fiacca politica dell'autorità civile, del Governatore, del Vicerè. Si
vantava che avrebbe fatto rinnovare a Milano le stragi di Tarnow; e
infatti s'era inviato a Pavia per contenere gli studenti il colonnello
Benedek, trucemente mescolatosi in quelle stragi, e a Brescia si
mandava un giudice Breindl, fratello al noto carnefice degli insorti
polacchi.
Ma il Metternich si baloccava in dispacci. Aveva pensato e scritto
per quarant'anni che gl'Italiani erano impotenti a battersi, e non
voleva all'ultima ora ammettere d'essersi potuto ingannare. Per far
qualche cosa mandò un diplomatico, il conte di Ficquelmont. E se ne
attendeva _mirabilia_. Sono veramente miserabili le istruzioni che
dettava, in circostanze così imponenti, il principe di Metternich. Al
Vicerè scriveva essere chiaro che “le Gouvernement lombardo-vénitien
reste paralisé s'il lui manque l'élément politique et diplomatique.
Il fallait donc offrir à Vôtre Altesse le concours de la diplomatie,
et c'est pour cela que le comte de Ficquelmont a été mis à votre
disposition. Je n'aurais pas pu faire un meilleur choix.„
A questo inviato poi, che doveva essere il _tocca e sana_ del Governo
lombardo-veneto, dava norme e informazioni meravigliose per ingenuità.
Lo incaricava, a quei lumi di luna, di “chercher à faire rentrer le
Piémont dans notre alliance.„ Trovava tutto il guajo in due cose:
_l'influence du club des Lions e le manque d'action gouvernementale
chez ceux qui sont chargés de gouverner_. Dichiarava che se avesse
governato a Milano, non avrebbe esitato — coraggio antico — a chiudere
il club; e, quanto al secondo guajo, ordinava con un decreto una
Conferenza giornaliera a Milano, composta del Vicerè, del Ficquelmont,
del generale Wratislaw, del Torresani e del barone Salvotti; metteva
questa Conferenza in relazione diretta con un'altra che si teneva a
Vienna sotto la presidenza del conte di Hartig. E, avendo così regolato
con due organismi burocratici _l'action gouvernementale_, credeva
d'essersi liberato della rivoluzione.
Questa intanto aveva preso, dalla missione stessa del Ficquelmont,
un avviamento anche maggiore. Agli antichi centri d'agitazione
patriottica, della borghesia, del patriziato, del clero, dei
popolani, se n'era aggiunto un altro, l'ultimo al quale si avrebbe
potuto pensare, l'unico che mancava: l'alta burocrazia, il partito
conservatore. L'Austria non aveva più nessuno per sè.
Alla Congregazione Centrale, larva rappresentativa di città e
di provincie, che aveva posto e grado e uniforme di magistratura
governativa, un bergamasco, il consigliere Giovan Battista Nazzari
presentò formale istanza perchè “scegliesse una Commissione, composta
d'altrettanti deputati quante sono le lombarde provincie, incaricata
di redigere un rapporto sulla condizione del paese e sulle cause del
malcontento del popolo.„ Come si vede, la proposta era discreta.
Una Commissione! quante non se ne nominano al dì d'oggi? Pure, la
situazione era così piena di brage, che l'atto parve audacissimo e
destò un altro entusiasmo. La Congregazione Centrale accolse subito
la proposta; le Congregazioni speciali delle varie provincie vi fecero
adesione; il Governatore tentò invano di snaturare la proposta; Nazzari
tenne fermo, e al suo domicilio furono portati quattro mila biglietti
di visita. Il maresciallo Radetzki dichiarò che quei quattro mila
biglietti esigevano quaranta mila soldati.
La mozione, discussa e votata dalla Congregazione Centrale, conchiudeva
a quella domanda di Costituzione speciale pel Lombardo-Veneto che il
generale Bellegarde aveva promesso fin dal 1814 e che era stata così
slealmente dimenticata.
Ma il principe di Metternich aveva, sulla questione lombarda, altre
idee. Scriveva al conte di Ficquelmont[57]: “Voulez-vous un jugement
de ma part que vous n'avez peut-être point encore entendu prononcer,
et qui, à mon avis, renferme la vérité sur l'une des grandes fautes
commises par notre Gouvernement dans ses relations avec ses administrés
italiens? vous le trouverez dans ce peu de mots: “Nous les avons
_ennuyés_.„ Le peuple qui veut le _panem et circenses_ ne veut pas être
_ennuyé_. Il veut être _gouverné_ avec une main ferme et _amusé_.„
E per tradurre in pratica un programma così solennemente annunciato,
il principe di Metternich e il conte di Ficquelmont deliberavano la
grave risoluzione politica di mandare a Milano.... Fanny Elssler, prima
ballerina nel teatro alla Scala.
A questa gran macchina politica rispose uno dei soliti inviti anonimi,
di cui amiamo citare un brano perchè ci riconduce nel più fitto di quel
singolare movimento: