L’eroe tipico di questo mondo è

...... Achille, a cui nel seno

Nè amor del giusto, nè pietà si alberga,

Ma cuor selvaggio di lïon, che spinto

Dall’ardir, dalla forza e dalla fame

Il gregge assalta a procacciarsi il cibo[4].

E gli altri eroi sono a volta a volta paragonati a quanto vi ha di più

selvaggio e distruttore nel regno animale e nello stesso ordine de’

fenomeni naturali. Ulysse è paragonato a un cignale[5]; i due Aiaci

sono paragonati a due leoni strappanti a’ cani la preda, a un’onda

furente[6]; Aiace Telamonio è paragonato a un’aquila che irrompe in

uno stormo di gru, a un ispido verro di montagna e, pur nell’atto

di salvare, a un leone che salva i lioncini[7]; Achille è simile a

uno sparviero, a un leone truculento, a un incendio divoratore[8];

Sarpedonte, anche esso, è paragonato a un leone, a un avvoltoio,

e, nello stesso morire, a un toro sbranato da un leone[9]; Idomeneo

è simile a folgore, pari a vampa di fuoco[10]; Patroclo è simile a

sparviero, ad avvoltoio, a vento che infuria, a leone[11]; Menelao,

anch’esso, che assalti o che rinculi, richiama l’immagine favorita del

leone[12]; e lo stesso prode e buon Ettore è presentato successivamente

dal poeta come un cinghiale e un leone, un masso rovinoso trasportato

da un torrente, un incendio, un’aquila, un vento che infuria[13].

Sono la terminologia e le similitudini delle iscrizioni

assyro-babilonesi che ritornano qui per un fatale consenso delle cose.

Pure, in mezzo a questo stesso furore di battaglia, con quanta

costanza, con quanto angoscioso desiderio non si fa strada l’immagine

della pace, come uno strappo di cielo sereno, che traspare rapido tra

la nuvolaglia di un dì di tempesta, e appare tanto più desiderato e più

bello, quanto più le nuvole minacciano di velarlo ancora e sottrarlo

alla vista che se ne bea.

Una viva, insistente aspirazione alla pace penetra tutto il canto del

poeta; e dal grembo stesso del canto di guerra sorge la condanna e la

maledizione delle guerre.

Con quale nobile ira e con quanta potenza di sentimento, Menelao non

maledice i Troiani e chi fu cagione della guerra ed esclama:

...... Il cor di tutte

Cose alfin sente sazietà, del sonno

Della danza, del canto e dell’amore.

Piacer più cari che la guerra: e mai

Sazi di guerra non saranno i Teucri?[14].

Quanti intimi impulsi a finire questa guerra, che in ogni modo si

presenta come un crudele decreto del fato: a’ Troiani come una sventura

macchinata col mezzo di Paride da una divinità avversa, a’ Greci come

una fatale impresa di inevitabile rivendicazione e d’imprescindibile

difesa, e che gli uni e gli altri maledicono, intanto![15]. Con

quanta meraviglia non si vede lo stesso amor proprio di uomini, che

pongono in cima a tutto la forza misteriosa, battuto in breccia da un

contrario, altissimo sentimento umano; e si sente Antenore consigliare

a’ Troiani la franca riparazione del mal fatto, rendendo Elena e i suoi

tesori[16], mentre alla mente di Ettore, nell’atto stesso che sta per

muovere contro di Achille, si affacciano pensieri come questi:

Pur, se deposto e lancia e scudo ed elmo,

Io medesmo mi fessi incontro a questo

Magnanimo rivale e la spartana

Donna cagion di tanta guerra, e tutte

Gli promettessi le con lei portate

Di Paride ricchezze, ed altre ancora

Da partirsi agli Achei, quante ne chiude

Questa città; se con tremendo giuro

Quindi i Troiani a rivelar stringessi

I riposti tesori ed in due parti

Dividendoli tutti.....

È un lampo, che tosto si dilegua. Ma quale lampo rivelatore per la

società stessa in cui sorgeva il poema![17].

E questi stessi guerrieri, in guerra così selvaggiamente feroci, hanno

come la nostalgia del loro tetto natio, delle loro gioie familiari.

Non ingaggiano mai la pugna senza che abbiano abbracciato la famiglia

presente, o rivolto il pensiero più affettuoso alla casa lontana[18]. È

questo stesso pensiero che delle volte, per reazione e per attaccamento

alla vita, li rende più spietati. E piangono anche talvolta, il pianto

del forte, quello che si versa per i dolori degli altri!

L’ira turbinosa di Achille, che pure, nel suo rovescio, è affetto

di Patroclo, si piega al dolore di Priamo, e le lagrime del padre

dell’ucciso si confondono insieme con quelle dell’uccisore del

figlio[19].

Pure inevitabile e usuale, com’è la guerra in periodi, quali questi, di

scarsa produzione, quando, imposta dalla difesa, facilmente trascorre

all’offesa; nondimeno l’Iliade stessa ce la presenta come un male

rovinoso che si abbatte per triste decreto del fato sugli uomini. Nella

sua rappresentazione simbolica essa appare, quasi come più tardi nel

grande quadro di Rubens, scortata e corteggiata dallo spavento e dalla

fuga, guidata dalla contesa che va compiendo la triste e dolorosa

opera sua[20]. Quegli stessi spettacoli di zuffe sanguinose, quasi

riflettute in uno specchio del disinganno, si risolvono in un quadro

di desolazione e di tristezza, onde pare che si svolga una voce ch’è di

pietà e di accusa.

Qual di ricco padron nel campo vanno

I mietitori con opposte fronti,

Falciando l’orzo ed il frumento; in lunga

Serie recise, cadono le bionde

Figlie de’ solchi e in un momento ingombra

Di manipoli tutta è la campagna:

Così Teucri ed Achei, gli uni su gli altri

Irruendo si mietono col ferro

In mutua strage. Immemore ciascuno

Di vil fuga, e guerrier contro guerriero

Pugnan tutti del pari e si van contro

Coll’impeto de’ lupi. A riguardarli

Sta la Discordia e della strage esulta

A cui, solo de’ numi, era presente[21].

Queste vite troncate lasciano nel verso del poeta, come nell’animo

di chi legge, un solco di dolore e quasi di rimorso, come di cosa

distrutta per sempre e che non si può rinnovellar più. Con un’immagine

semplice, ma tanto potente quanto evidente, Euforbo abbattuto è

paragonato a un fiorente olivo schiantato.

In quell’ultimo episodio della vita di Ettore, quando il guerriero,

lottando con tutti i tristi presentimenti, va incontro al duello e alla

morte, mentre invano cercano distorglielo Priamo ed Ecuba; in quella

scena del guerriero già fiorente di bellezza, di gioventù, di valore e

ora spento, spogliato, trascinato a ludibrio intorno alle mura della

città ove doveva regnare, mentre i genitori seguono con la vista il

duello, ansiosi e impotenti ad aiutare, e poi veggono di un tratto il

figlio rapito alla patria, alla vita, allo sguardo, agli ultimi baci;

in questa come nella inarrivabile scena delle Porte Scee, il poeta non

solo raggiunge la più alta vetta dell’arte, ma riesce, volendo o no, ad

inspirare, in questo stesso canto di guerra, tale orrore della guerra,

quale forse non si riesce a sentire nemmeno innanzi alla figurazione

plasticamente e immediatamente suggestiva di un quadro come quello

di Landseer, nemmeno — e chi può dimenticarla? — innanzi alla visione

diretta di vite precocemente e violentemente abbattute.

E l’Odyssea è come la proiezione sin nella casa lontana e l’epilogo di

questo inumano conflitto, di questo inestinguibile bisogno di pace. Le

ansie e i dolori di Laerte, di Penelope, di Telemaco sono lo specchio

de’ dolori e delle ansie di tutte le famiglie invano aspettanti il

guerriero che combatte lontano; il lamento cruccioso del padre di

Antinoo è l’eco di tutti i lutti e di tutti i danni di tutto un popolo

avvolto in una guerra[22].

Il pensiero della suprema vanità di una vita di conflitti e la suprema

e sola verità di una vita benefica sembrano sgorgare come ultimo e

migliore insegnamento di tanti casi fortunosi e di tante tristi e varie

esperienze:

Cose brevi son gli uomini. Chi nacque

Con alma dura e duri sensi nutre,

Le sventure a lui vivo il mondo prega

E il maledice morto. Ma se alcuno

Ciò che v’ha di più bello ama, ed in alto

Poggia con l’intelletto, in ogni dove

Gli ospiti portan la sua gloria, e vola

Eterno il nome suo di bocca in bocca[23].

Che cosa sono gli avvolgimenti e le glorie e le fortune e i casi della

guerra di Troia e che cosa divengono di fronte all’immagine del tetto

domestico, che torna a lampeggiare per un momento dinnanzi agli occhi,

di fronte al senso della vita che risorge e si afferma in tutta la sua

forza!

La guerra e la pace nel mondo antico · 第 6 / 20 题