CARLO DOSSI[6]

In un libro come quello che il Gautier intitolò _Les Grottesques_

il Dossi, _per ora_, potrebbe avere il primo posto. La stranezza del

suo ingegno è quasi uguale alla vigoria d’esso, e aggiungo subito che

questa non è poca davvero. Io ho letto tutti i suoi scritti. Pubblicati

da parecchi anni, son rimasti per gran parte del pubblico roba

inedita. L’autore ne stampava, per conto proprio, in belle edizioni

in ottavo, un centinaio di copie e le regalava agli amici: nascevano,

si può dire, una rarità bibliografica. Qualche copia se ne trovava di

quando in quando sopra un banco di rivenditore di libri vecchi, e la

scancellatura di un nome sulla copertina raccontava l’odissea del mal

capitato regalo. Fu così che nel 1871 mi venne in mano _L’Altrieri,

nero sul bianco_, stampato nel 68, un volumetto in 16º, una eccezione,

perchè il Dossi sembra avere una specie di predilezione per l’_ottavo

grande_. Mi sorprendevo che oggi si lasciasse, come tanti altri,

stampare anche lui _in elzeviro_; ma ora so che non pubblica più per

conto proprio: finalmente si è persuaso di rassegnarsi a un editore.

Così son venute fuori, l’anno scorso, _La Desinenza in A_, una

filippica contro le donne, la ristampa della _Colonia felice_, una

utopia, ed ora _Gocce d’inchiostro_, un’altra ristampa di novelline

e di schizzi spannati dai suoi varii scritti, come dice l’avvertenza

dell’editore. Domani avremo forse un nuovo volume, il rovescio della

medaglia della _Desinenza in A_, un panegirico della donna.

Però il nome del Dossi non era rimasto oscuro neanche quand’era

mezzo inedito. Aveva presto trovato degli ammiratori entusiasti e dei

detrattori arrabbiati. Non saprei valutare esattamente chi gli abbia

nociuto di più. Potrebbe darsi, con un carattere come il suo, che non

abbiano nè gli uni nè gli altri influito molto sopra di lui.

Una vera _forma artistica_ indica una maniera di vedere e di sentire

molto fuor del comune. Quando la forma ha una spiccata singolarità,

vuol dire che questa proviene dal solido impasto dell’organismo. Si

tratta di un _fenomeno_; e la critica, che non deve lasciarsi sfuggire

nessun argomento serio, ha l’obbligo di penetrarlo, d’intenderlo, di

_vederlo fare_. Un caso letterario equivale ad un bel caso patologico.

Io chiamo _caso letterario_ un’opera d’arte dove si riveli un

complesso di ottime qualità, di qualità di prim’ordine (forza di

rappresentazione evidente, potenza di colorito, di movimento, di vita,

insomma) che, producendo sul lettore, coll’energico effetto della

realtà, una sensazione acuta, un’eccitazione interiore, gli svegli

nell’immaginazione e nel cuore facoltà addormentate per mezzo delle

quali egli rifà con identico processo, sebbene in modo effimero, la

stessa creazione dell’autore; e dove, insieme alle ottime qualità, alle

qualità di primo ordine, si trovino quasi colle stesse proporzioni

qualità inferiori, difetti ed eccessi sia nel disegno generale, sia

nei particolari dello stile e della lingua; stonature e stridori di

colorito, contorsioni di linee, esagerazioni di _maniera_, caricature

di forme, qualcosa di mescolato, d’affastellato, d’arruffato che

intanto (si scorge bene) è un vero organismo, non un’accidentalità o un

capriccio.

La volgarità, l’impotenza, l’anemia, l’aborto, non sono dei _casi

letterarii_. Ci vuol poco a capire, in simili casi, che il preteso

autore si sia sbagliato di mestiere, che il commediografo avrebbe

fatto benissimo a diventar farmacista, che il romanziere avrebbe fatto

meglio a procacciarsi un posto di scrivano nello studio d’un notaio,

che il poeta doveva lasciar in pace la Musa e restar semplicemente un

fannullone, quando non poteva occuparsi d’altro. Nel _caso letterario_

si tratta d’un vero ingegno d’artista o sviato, o mancante d’una delle

più importanti facoltà, quella delle proporzioni e della misura.

La prima curiosità di chi vuol spiegarsi tal _fenomeno_ si rivolge

naturalmente sulla vita intima dell’autore. Dicono: la vita intima è

sacra: la persona dello scrittore è _inviolabile_. L’opera d’arte dà

abbastanza da poter essere giudicata da sè stessa. — Sì; parecchie

volte, fino a un certo punto, essa può essere impersonale; ma delle

altre non la è: mostra troppo la foga del sangue, l’eccitazione dei

nervi dell’autore. Allora la curiosità non solamente diventa legittima,

ma diventa anzi un dovere. Infine l’opera d’arte è _un fatto_; e un

fatto non s’intende, non si spiega se non se n’hanno sotto gli occhi

tutti gli elementi, dai più sostanziali fino ai più insignificanti.

Studiamo dunque l’uomo per intender l’artista.

Non lo conosco di persona, ma ne ho visto un ritratto. È magro,

quanto di più magro si può essere senza apparire uno scheletro. Ha la

testa grossissima, la fronte dilatata, così dilatata che il suo viso

prende la figura d’una trottola. Nato di sette mesi, per violenza di

paura il giorno della battaglia di Novara, nel disordine d’una fuga,

dirimpetto a una casa che incendiava, risentì sempre gli effetti della

sua precoce venuta al mondo. Lottò fino alla virilità tra la vita e la

morte, impressionabile come una sensitiva, strano fanciullo, taciturno,

divoratore di libri che non intendeva, appassionato collezionatore

di medaglie, di sassi, di ogni cosa sin dai sette anni, schivo della

compagnia degli altri ragazzi, ruminatore, timido e imperioso a seconda

delle circostanze. Tutta la storia della sua fanciullezza egli ce l’ha

data, coi più minuti particolari, nella _Vita di Alberto Pisani_ che

sembra un romanzo ed è un’autobiografia bella e buona, vera perfino nel

nome del protagonista, Carlo Dossi essendo un pseudonimo.

Si è, letterariamente, educato da sè, nella sua selvaggia libertà di

sentire e di pensare fuor d’ogni regola, fuor d’ogni legge, spesso

contro ogni legge. Nella solitudine del suo castello di Montalto (leggi

Montecarlo) un casone, com’egli dice, _già frateria, dalla mobiglia

che dì e notte stiantava e di cui la più piccola sala avrebbe con

tutta comodità, tenuto un grosso elefante_, la sua natura malaticcia

e sensibilissima si fortificò a poco a poco in un mondo tutto suo,

un mondo di fantasticheria sublime e di realtà uggiosa o triviale,

che lo urtava da ogni parte; e il suo carattere vi si temprava

aristocraticamente, sprezzoso del comune, avido della singolarità,

elevato, generoso, nutrito di profonda poesia. Nel 1866 Carlo Dossi,

quasi maturo, pubblicava le prime sue cose. D’allora in poi Alberto

Pisani perdè, come artista, il suo legittimo nome.

Il Dossi ha una coltura estesissima. Può leggere i classici di otto

o dieci lingue tra antiche e viventi: la sua lingua conosce meglio

di qualche altro, ma spesso la crede impotente a rendere coi mezzi

ordinarii le sfumature del suo pensiero e dei suoi sentimenti; allora

s’abbandona a quelle tremende violenze contro il vocabolario che fanno

stupire ed hanno una sola ragione, la sua natura o, qualche volta,

il suo capriccio; cosa che non vuol dire una buona ragione. Sembra

ch’egli pensi: — La lingua è uno strumento, una forma accidentale,

convenzionale. Perchè dovrò io rispettar l’accidente, il convenzionale

degli altri e non far valere e imporre ad essi anche il mio? Perchè, se

trovo un nome, e non debbo foggiare un verbo? Perchè se il dialetto ha

una parola che rappresenti meglio la mia idea ed io non debbo torla ad

imprestito e darle il marchio di _parola di lingua_? Perchè sdegnerò di

dar _corso forzoso_ a vocaboli di lingue affini? Perchè d’un concetto

astratto, d’un nome astratto non potrò farne un che di vivo e di

moventesi? Forse perchè molt’altri, perchè tutti non ne sentono il

bisogno? Lo sento io, e lo soddisfo: m’importa un corno degli altri.

E infatti fa così. Ma in quell’arruffio, in quell’imperversare

di parole indiavolate e di imagini enormi, c’è una meticolosità

straordinaria, uno scrupolo sconfinato. Tutti quei suoi aggettivi sono

accuratamente calcolati; calcolate le sue parole di nuova foggia.

Le imagini, la giacitura dei periodi, le ellissi, tutto v’è posato

ed ordinato in vista d’uno scopo artistico, per un’intenzione di

rapporti di linee, di gamma di colori, di accordi armonici e stavo

per aggiungere sinfonici. C’è insomma la stessa esattezza, la stessa

meticolosità, la stessa forza di riflessione e di volontà dalle quali è

regolata la sua vita.

Il Dossi è l’uomo più straordinariamente ordinato del mondo. Sopra

il suo scrittoio, che non sembra quello d’un artista, nè una penna,

nè un taglia carte, nè un fogliolino fuor di posto: neppur la più

piccola macchiolina d’inchiostro. Egli scrive con uguale accuratezza

una pagina d’un racconto e una lettera al sarto o al calzolaio.

Anzi non scrive nemmeno un semplice biglietto senza farne prima una

bozza e senza averla corretta, dopo letta e riletta. Le sue lettere

familiari riboccano delle stesse _preziosità_ ch’egli versa a piene

mani nei periodi delle sue opere. Se _preziosità_ non pare esatto, dirò

bizzarrie.

Aggiungete che è timido ed impacciato nella conversazione, massime

con gente che vede la prima volta: aggiungete che per tant’anni, la

sua opera d’arte fu una continua conversazione con sè stesso, una

vera cristallizzazione di sentimenti e di pensieri che gli erano cari,

destinata soprattutto alla propria soddisfazione e poi alla confidenza

di pochi amici (le sue costose edizioni a cento esemplari non

significavano altro) e capirete subito che doveva importargli ben poco

se un’immagine o una parola non potevano valere per gli altri quello

che valevano per lui. È la colpa d’origine della sua opera d’arte,

ora diventata natura. Probabilmente il Dossi più non cercherà di

moderarsi o di correggersi: temerà di perder qualcosa della sua fiera

individualità e ostinerassi a rimanere qual’è. Ha torto? Chi lo sa?...

Potrebbe anche darsi che no.

La prima impressione dei suoi lavori è questa: non si capisce

nettamente se l’autore scriva a quel modo per canzonare il lettore.

L’_Altrieri_ mi parve scritto in arabo: _La Colonia felice_ una

traduzione appena abbozzata da una lingua barbarica. Sembrava che

il traduttore non trovando lì per lì, sulla punta della sua penna,

la parola più adatta a rendere il testo, avesse messo come un

appunto o la parola del testo italianizzata, o la parola italiana

violentemente contorta a un significato tutto diverso dal proprio.

Si passa di sbalordimento in isbalordimento. La frase ora si snoda

come un serpente, ora guizza, ora scoppietta, ora si distende lunga,

interminabile, cheta. L’immagine abbaglia coi suoi mille colori, colla

sua varietà formicolante, immensamente grande, straordinariamente

minuscola, sproporzionata quasi sempre. Fa pensare ad un occhio che

continuamente patisca una diversità di _altonismo_ per la quale non

vegga più i colori nel loro stato naturale, e che da una singolar

conformazione della pupilla sia forzato a veder le cose ora come se

le guardasse con un cannocchiale rovesciato, ora come se le guardasse

colle lenti d’un mirabile microscopio. Par di sentire un accento

vigoroso, pieno di sdegni, irrompente, brusco, rauco e, da un momento

all’altro, soave, commosso, quasi femminile, dolcissimo.

Si riman male; ma si è colpiti. L’impressione è così complicata che

vien la voglia di distrigarla. Allora, se la tentazione di rileggere

ci vince, l’impressione comincia a modificarsi. Si prova lo stesso

effetto che innanzi un quadro del Cremona. Iniziati nel segreto di

quella _maniera_, l’arte ci apparisce subito, come una bella visione.

Però bisogna essere curiosi, critici d’istinto, artisti di nascita e

d’educazione, pei quali il _processo_, la _fattura_ è molto, è tutto;

gente infine che guarda in un’opera d’arte ciò che il grosso pubblico

non ha l’obbligo di guardare, e che, a seconda dei gusti, perdona, in

grazia di certe _difficoltà superate_, le difficoltà ch’era giusto

e desiderabile fossero superate ugualmente. Non è raro che un’opera

d’arte faccia andare in visibilio gli artisti e lasci freddo il

pubblico e gl’ispiri perfino repugnanza.

Il pubblico non ha torto, tutt’altro! Ma anche gli artisti hanno

ragione.

I libri del Dossi sono di questo genere. Non posseggono nessuna delle

qualità per riuscire gradite al maggior numero dei lettori: ne hanno

molte da urtare, da irritare il gusto corretto, severo, meticoloso di

coloro che amano nell’opera d’arte l’equilibrio, l’armonia, la perfetta

corrispondenza del concetto e della forma in guisa che non si possa far

distinzione tra forma e concetto. Rimarranno una _curiosità artistica_,

ma una curiosità di gran valore.

Ed io, dal canto mio, non nascondo la mia simpatia pel Dossi,

quantunque non sia disposto ad imitarlo, quantunque non consigli ad

altri di seguirne l’esempio.

Bado ad una sola cosa: all’efficacia delle impressioni che mi produce.

Insomma lo prendo com’è e confesso che mi turba, che mi commove;

confesso che, appena vinta la prima ripugnanza, lo accompagno ora con

diletto, ora con ammirazione, indifferente mai; e che lo rileggo,

malgrado la sua stranezza. È giusto osservare che sul conto della

stranezza i suoi detrattori hanno molto esagerato; così, pel merito

artistico, i suoi ammiratori col levarlo troppo alle stelle.

Il Dossi, _per ora_, è un artista incompleto. Le sue figure

ordinariamente non si vedono fuori del suo cervello, ma dentro d’esso,

in una mezza personalità che li rende grotteschi, come avvolti nel

fumo della sua fantasia in ebollizione. Ma quanta potenza in quel

grottesco! Le sue imagini se fanno sorridere, fanno anche pensare:

sono stravaganti, ma non vuote; ed è molto. Di tante più regolari, più

compassate, più linde, più armoniose, non si può affermar sempre che

abbiano dentro qualche cosa.

Ecco una pagina delle _Gocce d’inchiostro_. La trascrivo per intiero,

colla sua bizzarra ortografia irta di accenti. È uno _specimen_ che

basta a dare un’idea netta della maniera del Dossi a chi non ha letto

nulla di lui.

Studii sulla letteratura contemporanea · 第 11 / 48 题