Oggi fa giusto un mese in un’appendice del giornale: _Il Corriere
della Sera_, lei ha parlato di quella che fu dal 1865 al 1870 la
_giovine letteratura torinese_ e del Circolo _Dante Alighieri_ che
essa creò, e nel quale essa prese nome e persona. Ne ha parlato con
simpatia sincera e calda, con retto giudizio e conoscenza, come di
suo vivo ricordo, ed ha svegliato in me un doloroso desiderio di
rivedere un’altra volta quei giorni, di rappresentarmi le nostre
figure, quelle degli amici dispersi, ed anche la mia, se vuole,
ringiovanita di dieci anni.
A Torino, la Società _Dante Alighieri_, se pure vi fu conosciuta,
è ora del tutto dimenticata; appena se qualche volta dopo i rari
pranzi e le più rare cene artistiche e letterarie, trovandosi a
braccetto per via, due di quelli d’allora, e incalorati, più che
dal vino, dalle ciarle rammentataci, uno dei due scappa a dire: ti
ricordi della _Dante_?
O altre volte incontrando, a zonzo, qualche viso che non ci par
nuovo, e frugando in giù nella memoria, per trovare a chi darlo,
dopo un gran cercare, ed un grande smarrirsi, ci sovviene ad un
tratto: l’ho veduto alla _Dante_.
E sempre quel nome: _la Dante_, ci apparisce sul fondo scuro delle
reminiscenze confuse; come una parola scritta a pagliuzze di oro
vivo, scintillanti e sfolgoreggianti, e sorgono daccanto ed in coda
a quella memoria, mille memorie di giovinezza, di illusioni, di
forza, di poesia.
La Società _Dante Alighieri_ segue ora dopo morta la sua brava
evoluzione. Quando fioriva, nessuno di noi la teneva in più conto
che non meritasse; ci passavano per la mente delle idee, le quali
si risolvevano quasi di per loro o in un capitolo di prosa o in
qualche centinaio di versi, e a noi pareva la cosa più naturale
del mondo, che ci fosse un luogo apposito dove smaltire quei versi
e quelle prose. Nessuno di quelli che _lavoravano_ sognò mai di
crescere importanza alla Società, o di farsene scalino per salire
in riputazione.
Leggevamo i nostri lavori, li discutevamo a viva voce, sostenendoli
contro gli attacchi degli amici, e non erano censure e difese fatte
per esercizio di dialettica; e le forme parlamentari non ci avevano
sempre molto a vedere. Un giornaluccio ringhioso d’allora, chiamava
la nostra, una Società di mutuo incensamento: (una di quelle frasi
vili che non si possono mai ribattere).
Ma non era. La tabe accademica non offese mai quel ricco e giovane
sangue. Mi ricordo che, negli ultimi anni, un uomo di età matura,
un medico napolitano, fiore di cortesia, iscrittosi come socio,
soleva, nominando la società, chiamarla Accademia, e tutte le volte
che la nominava correva per la sala un mormorìo di protesta. Fu
così poco accademica che appena il suo pubblico salì in numero
e qualità e le sue discussioni dovettero farsi più compassate;
essa cessò di vivere quando più pareva che le fossero cresciuti
gli elementi di vita. Morì, senza languori e senza malattia,
cosciente di morire, anzi volente, fedele alla sua bandiera, dove
in quei giorni si potevano scrivere queste superbe parole: Arte ed
Inutilità.
Prima di scendere a particolari ritratti mi lasci soffermare un
poco alla fisonomia generale della società. Le formole riassuntive
che oggidì sono tanto in moda vi erano affatto sconosciute; non
si sposavano partiti e non si facevano classificazioni. L’arte si
chiamava arte, e nulla più, la si coltivava ingenuamente, la si
adorava caldamente, e la si metteva sopra tutte le cose di questa
terra. Eravamo quasi tutti disotto i venticinque anni, alcuni
non ne contavano venti, ed ora che la guardo di lontano mi avvedo
che il quadro doveva essere bello e confortevole, e non è certo
a stupire se in alcuni dei soci ancora superstiti all’arte, si
riverbera anche oggi qualche raggio del calore che irradiava da
quel gran fuoco di fedi e di entusiasmi.
Due o tre volte la società aveva corso pericolo di mutare la
originaria natura, e di sciuparsi in una utilità pratica immediata.
Bisogna sapere che tre quarti dei soci erano addottorati in
legge e, di questi, due buoni terzi, o avvocati fatti o in
via di divenirlo, freschi di studi, convinti della importanza
dell’avvocatura, impazienti di gettarsi alle lotte della sbarra,
orgogliosi della toga recente, questi avrebbero voluto convertire
la società in una palestra forense, dove porre e risolvere i
maggiori problemi del diritto moderno e dove esercitarsi alle
battaglie della parola. Vi furono tentativi di riforme statutarie,
si lessero dissertazioni di indole puramente legale, alle quali
noi, mostrando di non vedere dove mirasse il colpo, battevamo
furiosamente le mani incocciandoci a considerarle, a dispetto della
verità e del buon senso, come lavori d’arte. Prendere il toro per
le corna non volevamo, perchè ci pareva che discutere intorno alla
supremazia dell’arte fosse un mancare di rispetto a quell’arte
istessa che avremmo impreso difendere.
Una domenica, nel 1871, fummo a un pelo d’essere suonati. Uno dei
più arrabbiati utilitari era arrivato a convincere molti di noi di
queste due incredibili verità.
La prima che eravamo oramai degli uomini seri; la seconda, che come
tali ci bisognava metterci di proposito a lavori di più conto che
non fossero le prose letterarie ed i versi arcadici. Quest’ultima
parola, che molti fraintendono anche oggi, dopo che se ne è
fatto tanto spreco, produsse allora un effetto terribile. Noi, i
prosatori letterarii ed i poeti arcadici, contavamo esterrefatti
il numero dei voti favorevoli e lo vedevamo così diminuito da non
lasciarci neanche l’ombra di una speranza. Si stava per votare,
quando entrò nell’aula uno dei poeti, un finissimo disegnatore e
coloritore di paesaggi in versi, ora grave e rigido magistrato,
il quale, intesa appena qualche proposizione, più pallido e
con voce più cavernosa dei solito, tenendo in mano un dispaccio
telegrafico, tremando per un’emozione profondissima, disse queste
parole: _Mentre noi diciamo delle corbellerie, bruciano al Louvre i
capi-lavori di Rubens e di Van-Dik_.
Fu un affare finito e non se ne parlò mai più.
Un’altra volta era venuta in campo e aveva sollevate vere burrasche
la questione della _riabilitazione sociale della donna_. Già da
qualche mese s’era la politica insinuata nelle nostre riunioni,
non la politica platonica che aveva suggerita al Faldella ed
al Galateo l’eroica apologia dei romanzi di Garibaldi, ma una
politica irosa, velenosa, traditrice e pettegola, una politica
da giornale clandestino e da mitingaio. C’erano state delle
avvisaglie; qualcheduno dei nostri, stuzzicato abilmente, s’era
lasciato imprudentemente tirare ad assumere la difesa di nomi
rispettabili, ingiustamente vituperati; cominciava a serpeggiare
un senso di malessere nuovo, nascevano diffidenze e sospetti, si
meditavano prudenze riguardose, si facevano frequenti invocazioni
alla concordia, in nome dell’arte! (e qui le tirate rettoriche
cogli aggiunti di arte serena, arte imparziale, ecc.) che prima non
c’era mai bisogno nè di invocare, nè di nominare: insomma, non ci
sentivamo più in casa nostra e non sapevamo ben dire chi mai ce ne
avesse cacciati.
Venne la discussione intorno la _condizione sociale della donna_,
e pareva che una tale discussione dovesse dare un nome a tutte
le ire e rinfocolarle e farle apertamente divampare così da
mettere a pericolo l’esistenza stessa della società. Qui il
paciere involontario fu un prete. I frequentatori della _Dante
Alighieri_ lo rammentano tutti quel prete, un buon diavolaccio
di apostolo riformatore, che voleva esser socio senza pagare,
parlare senza essere socio, che non voleva sapere nè di presidente,
nè di regolamenti, nè di colleghi, nè di pubblico; interruttore
nervosissimo insofferente di interruzioni, ingenuo come chi
cascasse dalla luna, cocciuto come chi ci volesse tornare, focoso,
bilioso, distributore di prese di tabacco, assiduo sempre al
suo posto, dove ingannava i mal sopportati silenzi, poppando,
rosicchiando, graffiando e carezzando il pomo d’avorio ingiallito
di un lungo bastone da parroco di campagna.
Quel poveraccio voleva migliorata la condizione sociale della
donna, e non passava seduta che non battesse o tentasse di battere
il suo chiodo. S’immagini quando fu posto da altri il tema che le
ho detto! Quando egli prese a parlare, la disputa era violenta
e velenosa. Cominciò senz’altro con un racconto. Pochi giorni
prima egli era andato a Pinerolo, e tornandone alla stazione aveva
trovato che _il bigliettaro_ era una donna. Questo fatto lo aveva
tanto commosso che egli s’era affacciato allo sportello e aveva
detto alla signorina: _Oh! Come godo...!_
Voleva raccontarci il seguito della sua apostrofe esclamativa, e
dirci che godeva di vedere finalmente iniziata la grande riforma
sociale o giù di lì, ma gli fu impossibile seguitare. Quelle tre
parole le aveva profferite con tanta enfasi, quell’Oh! egli lo
aveva trascinato attraverso una tal fila di inespremibili dolcezze,
la sua voce era diventata così sonora, oserei dire, così sincera
in quel momento, che mai effetto più comico fu prodotto da una più
seria intenzione. Fu una risata generale, lunga e singhiozzante;
egli rimase un momento sospeso, ci guardò tutti con una dolcezza
grave, poi sorrise per forza e si rimise a sedere. Da quel giorno
non prese più la parola, fu meno assiduo e poi lasciò affatto di
venire. Poveretto, o pazzo, o savio, il suo era un’ideale, e dalla
contemplazione estatica di quell’ideale la nostra risata lo aveva
strappato violentemente per sbatterlo a terra.
Rido ancora a pensarci, ma quelli che come me videro e sentirono
il suo sguardo dolce e mite chiederci con meraviglia il perchè di
quello strappo brutale, provano certo come me a quel ricordo un
senso di amarezza che sa quasi di rimorso.
Non ho mai saputo il nome di quel prete, nè che sia seguito di lui.
Non era ricco, e forse non era sempre in senno. A buon conto la
sua parte di paciere l’ha fatto, perchè dopo d’allora discutere di
politica e sentire esclamare in tono: _Oh! come godo!_ fu sempre
una cosa sola.
=Giuseppe Giacosa.=