CAPITOLO LVIII.

Il fine di Pierluigi Farnese.

Siamo agli sgoccioli.

Neruccio, che — da tanti mesi — si struggeva indarnamente su la

presumibile sorte di Terremoto e della sua Bianca; Neruccio, cui le

ciniche rivelazioni di Olimpia Marazzani avean posto l’inferno nel

core; fu de’ primi a trovarsi al convegno, che i suoi complici nella

ordita cospirazione contro Pierluigi, s’erano indetto pel dì successivo

al loro ritrovo nel castello di Luigi Gonzaga.

Era il 10 settembre 1547.

Radunati tutti prima ancora del rompere dell’alba, l’Anguissola

espose il proposito di compiere la impresa entro quel medesimo dì e

di scegliere il mezzogiorno, siccome l’ora, «nella quale solevano

le guardie di cittadella parte tornarsene alle case loro, parte

spensierate, e disattente impiegarsi nelle ciarle, e nel giuoco.» Un

buon numero de’ più animosi, fra’ quali — oltre agli altri quattro

designati dalla sorte, vale dire: il Confalonieri, Agostino Landi ed

i fratelli Alessandro e Camillo Pallavicino — si contavano il nostro

Neruccio e Francesco Maria Anguissola; doveano essergli compagni

nell’arduo cimento. Egli stesso, con altri pochi, proponevasi di

penetrare nello interno de’ quartieri e di adossarsi il più grosso

della faccenda. «Gianluigi Confalonieri prese l’assunto di stare

alla sala per sopraffare le guardie, e impadronirsi del posto; e il

conte Agostino Landi, ed Alessandro e Camillo fratelli Pallavicini si

disposero a prender la porta di cittadella, levarne il ponte, e frenar

coll’armi alla mano chiunque avesse ardito di far ostacolo.»

Ciò prestabilito si sciolsero, per intendere ciascuno ai dovuti

apparecchi nell’attesa dell’ora deputata.

Ed ora diamo la parola al buon padre Ireneo Affò.

«Era da qualche tempo costume del Duca d’uscir la mattina per visitar

i lavori della fortificazione; onde anche nel fatal giorno seguito da’

suoi cortigiani fece lo stesso. Pretendevasi dal Goselini, e scritto fu

anche dal Villa, che il giorno addietro fosse a lui mandato da Cremona

l’avviso d’una vicina congiura: contro alla quale volendosi premunire

nell’atto, che ritornò alla cittadella per girsene a pranzo, diede

ordine segreto al mastro di campo Alessandro da Terni, che avvertisse i

cavalleggieri suoi di star pronti ad ogni comando, e ritornasse poscia

dopo il desinare a lui.»

E qui osserveremo, che l’avviso della congiura non fu già mandato

a Pierluigi da Cremona; ma datogli bensì da Pellegrino di Leuthen,

il quale — sebbene nulla avesse potuto risapere di quanto la sua

disgraziata compagna di spionaggio era giunta a scuoprire nella

loro notturna escursione al castello Gonzaga — tanto, per altro, già

conosceva della procella, che andava addensandosi sul capo del duca da

potergli dire.

— Fostre Magnificensce stare molte ficilante.... suoi centilfomini

stare macchinanto cranti macchinascioni... tonna Olimbia afer sorprese

iersere crante complottascione.... io niente sapere positife; ma crante

bericole minacciare Fostre Magnificensce!

Ed ecco il perchè Pierluigi aveva impartito ordini segreti a mastro

Tommasoni da Terni.

Ma ritorniamo all’Affò.

«Il conte Giovanni, che seguito egli pur l’aveva nel giro della

mattina, fermossi nell’anticamera, quasi in atto di volersi trattener

ragionando col Duca, poichè avesse pranzato, e gli altri tutti

dell’accompagnamento sbandati, e dispersi andarono pei fotti loro.

Anche un buon numero di cortigiani mancava in quel dì, o partissi

allora di corte dietro al segretario Apollonio Filareto, che per

occasione di certe nozze dava di fuori un solenne banchetto. Sicchè

non rimanevano che alquanti _Lanzi_ alla sala, i quali deposte le armi

attendevano a ragionare, e giuocare, e le guardie della porta, e del

ponte a tutt’altro attente che a badare a chi entrava, ed usciva. Il

conte con aria d’uomo spensierato guatava da’ balconi risguardanti

la piazza della cittadella, quando venissero i compagni. Ed ecco

giugnere il Confalonieri con alquanti del suo seguito, che montate

le scale unironsi a ragionare con quei soldati che le guardavano.

Di poi entrarono con altre persone Alessandro e Camillo Pallavicini,

che a guisa d’uomini di varie faccende parlanti fermatisi abbasso, ed

aggirandosi nel cortile stavano attenti all’arrivo di Agostino Landi;

il qual poichè venne, e ritiratosi in un salone terreno diè segno con

un tiro di pistolla, esser venuto il momento di far faccenda, sorse per

tutta la cittadella un feroce tumulto. Lanciatisi alcuni più forti, e

risoluti alle catene del ponte, l’alzarono in un momento, ed occupate

l’armi delle atterrite guardie a un tratto le sottomisero. Lo stesso

fece nella sala il Confalonieri.»

Il conte Giovanni Anguissola colse il destro di quel momento di

confusione e di trambusto, per penetrare con altri due, nella stanza

del duca, il quale — al dire dell’autore delle _Tre Congiure_ —

trovavasi con Camillo Fogliani e col dottore in leggi Giulio Coppelato.

Per quanto all’uno dei due compagni del conte, lo stesso autore dice:

«Accompagnava l’Anguissola, Francesco Maria Anguissola.» Per quanto

all’altro, ce lo indica il Rossi, nelle sue _Storie Piacentine_, con le

parole: «Il conte Anguissola entrò con Giovanni Osca da Valènza (vale

dire: il nostro Neruccio) che dètte il primo colpo, e un altro.»

Fu, dunque, il nostro Neruccio — siccome colui, che, più d’ogni altro,

sentivasi animato da odio acerrimo e profondo — quello, che si avventò

pel primo su Pierluigi Farnese e lo trafisse d’una pugnalata. Allo

infelice suo zio, al moriente Cosimo Gheri, vescovo di Fano; egli

aveva quasi promesso di perdonare; ma non lo aveva ugualmente promesso

alla tradita sua Bianca: con quel colpo, e’ vendicava, ad un tempo, e

l’amante e il congiunto.

I due Anguissola seguirono il suo esempio e, con altre due pugnalate,

stesero morto il Farnese.

Egli erasi drizzato a stento d’in su la sedia, che sosteneva le

attrappite sua membra e — come Cesare alla vista di Bruto — aveva

sclamato, scorgendo, l’Anguissola:

— Voi.... signor conte?

Ma non gli ressero le forze a dir altro; s’accasciò su la persona e

ricadde cadavere a terra.

Facciamo parlare di nuovo il buon biografo bussetano.

«Udendosi un tanto sconvolgimento da’ cittadini si alzò ben tosto

rumore. Alessandro da Terni venne con mille fanti sulla piazza, e

dall’incerta plebe gridavasi = Duca! Duca! = I congiurati a chiarir il

popolo, che il duca non v’era più, ne appesero fuori d’una finestra

l’insanguinato cadavere, indicando d’aver tolto dal mondo un tiranno,

e liberata la patria dall’oppressione. Nè per questo acchetandosi

il tumulto, forse perchè non credevasi, che veramente quel fosse

il corpo di Pierluigi, lasciato che l’ebbero penzoloni per alcuni

momenti, precipitaronlo nella sottoposta fossa, onde in quelle

sfigurate sembianze ravvisassero i cittadini, essere estinto colui,

che chiamavano. Intanto Girolamo Pallavicino da Scipione, che aveva

il segreto della congiura, girando per la città, e promettendo al

popolo giorni in avvenir più tranquilli, fece non solo che ognuno si

ritirasse, ma eziandio che una gran parte si disponesse alla difesa

della libertà. Armata quindi la cittadella coll’artiglieria si diè

segno co’ spari della medesima alle vicine città di Lodi, e di Cremona,

esser il colpo già fatto, onde Girolamo Pallavicino di Busseto, il

quale era governatore in Lodi, subito mandò la novella a Don Ferrante

in Milano....

«Ma per dir le cose occorse la stessa giornata in Piacenza,

osserveremo, che in quel primo tumulto volendosi il Priore, gli

Anziani, e i Richiesti della città tener fedeli alla Chiesa,

scrissero dolentissime lettere al Papa, ed al Cardinal Farnese

pubblicate dal Fontanini, e dal Poggiali, ove manifestando l’acerbo

evento, protestavano essere la città innocente, e voler perseverare

nell’ubbidienza consueta. Fecero poi quanto poterono affin di

tener vivo il partito farnesiano, ma con assai poco successo perchè

prevalendo il favore de’ congiurati, e facendosi già creder vicine

l’armi spagnuole, lo stesso Alessandro da Terni si ritirò nel castello,

e lasciò di opporsi ad una piena; che non avrebbe potuto affrontare.

«Aveano saputo i congiurati impadronirsi d’una porta della città:

però spogliata ch’ebbero, e saccheggiata delle cose più preziose la

cittadella uscì l’Anguissola accompagnato dal Confalonieri, e da lui

poscia dividendosi, e lasciandolo a guardia di dètta porta, recossi,

come si crede, a Lodi ad incontrar il Gonzaga. Giaceva intanto

inonorato, e vilipeso il cadavere del Duca in quella fossa con alcuni

altri rimasti morti nel conflitto: del che prendendo compassione

Barnaba del Pozzo dottor di leggi, e Prior del comune, andò con

servitori suoi a levarlo, e fattolo portare nella vicina chiesa di

S. Maria degli Speroni, detta di S. Fermo, ve lo fece tenere a porte

chiuse tutta la notte, e la mattina seguente collocatolo in una cassa

di legno, diedegli sepoltura.

«Radunato la stessa mattina, che era giorno di domenica, il popolo

nella chiesa di S. Francesco per ordine degli altri congiurati,

apparvero eglino a giustificarsi pubblicamente, e a protestare, che

per solo amor della patria avevano posto a sì manifesto pericolo la

vita loro. Fu il conte Agostino Landi, che arringò, e propose esser

necessario di darsi sotto protezione di qualche gran potentato, per la

difesa comune, escludendo però il Papa come di Casa Farnese, la Francia

come troppo lontana, e lodando il collegarsi coll’Imperatore signor

tanto potente, e vicino. Il tutto fu conchiuso in questa maniera,

che il popolo ad essi, ed al conte Giovanni diede ampia autorità di

capitolare con quella potenza, che loro fosse paruta più propizia, e

meno dannosa alla città.

«Poco dopo giunsero milizie condotte da Alvaro di Luna, castellano

di Cremona, ed altre ne arrivarono da Lodi, che introdotte dal

Confalonieri per la porta da esso lui custodita si distribuirono in

varj posti della città. Don Ferrante giunto da Milano a Lodi, non solo

fu ivi incontrato dall’Anguissola, ma da altri malcontenti piacentini,

già dal Farnese esiliati, tra’ quali qui si trovarono specialmente

Girolamo Pallavicini da Cortemaggiore, ed Oliviero dalla Casabianca,

cui avea posto il Farnese gravissima taglia; e da questi, e da molti

signori accompagnato cavalcò a’ 12 verso Piacenza, ove assai bene

accolto dai cittadini fece l’entrata. La prima delle sue cure fu di

chieder conto del cadavere del Duca, e avendo inteso come fosse stato

sì poco nobilmente sepolto, lo fece disotterrare, e visitato che

fu, coll’intervento ancora di Girolamo e d’Oliviero già mentovati, i

quali in quelle lacere spoglie trovar dovettero compiacimento della

tanto desiderata vendetta, ordinò, che riposto in altra cassa chiusa,

e munita del suo proprio sigillo, e di convenienti arredi coperta si

trasferisse alla chiesa della Madonna allora de’ minori osservanti, e

oggi de’ riformati.»

Terremoto · 第 85 / 98 题