Il fine di Pierluigi Farnese.
Siamo agli sgoccioli.
Neruccio, che — da tanti mesi — si struggeva indarnamente su la
presumibile sorte di Terremoto e della sua Bianca; Neruccio, cui le
ciniche rivelazioni di Olimpia Marazzani avean posto l’inferno nel
core; fu de’ primi a trovarsi al convegno, che i suoi complici nella
ordita cospirazione contro Pierluigi, s’erano indetto pel dì successivo
al loro ritrovo nel castello di Luigi Gonzaga.
Era il 10 settembre 1547.
Radunati tutti prima ancora del rompere dell’alba, l’Anguissola
espose il proposito di compiere la impresa entro quel medesimo dì e
di scegliere il mezzogiorno, siccome l’ora, «nella quale solevano
le guardie di cittadella parte tornarsene alle case loro, parte
spensierate, e disattente impiegarsi nelle ciarle, e nel giuoco.» Un
buon numero de’ più animosi, fra’ quali — oltre agli altri quattro
designati dalla sorte, vale dire: il Confalonieri, Agostino Landi ed
i fratelli Alessandro e Camillo Pallavicino — si contavano il nostro
Neruccio e Francesco Maria Anguissola; doveano essergli compagni
nell’arduo cimento. Egli stesso, con altri pochi, proponevasi di
penetrare nello interno de’ quartieri e di adossarsi il più grosso
della faccenda. «Gianluigi Confalonieri prese l’assunto di stare
alla sala per sopraffare le guardie, e impadronirsi del posto; e il
conte Agostino Landi, ed Alessandro e Camillo fratelli Pallavicini si
disposero a prender la porta di cittadella, levarne il ponte, e frenar
coll’armi alla mano chiunque avesse ardito di far ostacolo.»
Ciò prestabilito si sciolsero, per intendere ciascuno ai dovuti
apparecchi nell’attesa dell’ora deputata.
Ed ora diamo la parola al buon padre Ireneo Affò.
«Era da qualche tempo costume del Duca d’uscir la mattina per visitar
i lavori della fortificazione; onde anche nel fatal giorno seguito da’
suoi cortigiani fece lo stesso. Pretendevasi dal Goselini, e scritto fu
anche dal Villa, che il giorno addietro fosse a lui mandato da Cremona
l’avviso d’una vicina congiura: contro alla quale volendosi premunire
nell’atto, che ritornò alla cittadella per girsene a pranzo, diede
ordine segreto al mastro di campo Alessandro da Terni, che avvertisse i
cavalleggieri suoi di star pronti ad ogni comando, e ritornasse poscia
dopo il desinare a lui.»
E qui osserveremo, che l’avviso della congiura non fu già mandato
a Pierluigi da Cremona; ma datogli bensì da Pellegrino di Leuthen,
il quale — sebbene nulla avesse potuto risapere di quanto la sua
disgraziata compagna di spionaggio era giunta a scuoprire nella
loro notturna escursione al castello Gonzaga — tanto, per altro, già
conosceva della procella, che andava addensandosi sul capo del duca da
potergli dire.
— Fostre Magnificensce stare molte ficilante.... suoi centilfomini
stare macchinanto cranti macchinascioni... tonna Olimbia afer sorprese
iersere crante complottascione.... io niente sapere positife; ma crante
bericole minacciare Fostre Magnificensce!
Ed ecco il perchè Pierluigi aveva impartito ordini segreti a mastro
Tommasoni da Terni.
Ma ritorniamo all’Affò.
«Il conte Giovanni, che seguito egli pur l’aveva nel giro della
mattina, fermossi nell’anticamera, quasi in atto di volersi trattener
ragionando col Duca, poichè avesse pranzato, e gli altri tutti
dell’accompagnamento sbandati, e dispersi andarono pei fotti loro.
Anche un buon numero di cortigiani mancava in quel dì, o partissi
allora di corte dietro al segretario Apollonio Filareto, che per
occasione di certe nozze dava di fuori un solenne banchetto. Sicchè
non rimanevano che alquanti _Lanzi_ alla sala, i quali deposte le armi
attendevano a ragionare, e giuocare, e le guardie della porta, e del
ponte a tutt’altro attente che a badare a chi entrava, ed usciva. Il
conte con aria d’uomo spensierato guatava da’ balconi risguardanti
la piazza della cittadella, quando venissero i compagni. Ed ecco
giugnere il Confalonieri con alquanti del suo seguito, che montate
le scale unironsi a ragionare con quei soldati che le guardavano.
Di poi entrarono con altre persone Alessandro e Camillo Pallavicini,
che a guisa d’uomini di varie faccende parlanti fermatisi abbasso, ed
aggirandosi nel cortile stavano attenti all’arrivo di Agostino Landi;
il qual poichè venne, e ritiratosi in un salone terreno diè segno con
un tiro di pistolla, esser venuto il momento di far faccenda, sorse per
tutta la cittadella un feroce tumulto. Lanciatisi alcuni più forti, e
risoluti alle catene del ponte, l’alzarono in un momento, ed occupate
l’armi delle atterrite guardie a un tratto le sottomisero. Lo stesso
fece nella sala il Confalonieri.»
Il conte Giovanni Anguissola colse il destro di quel momento di
confusione e di trambusto, per penetrare con altri due, nella stanza
del duca, il quale — al dire dell’autore delle _Tre Congiure_ —
trovavasi con Camillo Fogliani e col dottore in leggi Giulio Coppelato.
Per quanto all’uno dei due compagni del conte, lo stesso autore dice:
«Accompagnava l’Anguissola, Francesco Maria Anguissola.» Per quanto
all’altro, ce lo indica il Rossi, nelle sue _Storie Piacentine_, con le
parole: «Il conte Anguissola entrò con Giovanni Osca da Valènza (vale
dire: il nostro Neruccio) che dètte il primo colpo, e un altro.»
Fu, dunque, il nostro Neruccio — siccome colui, che, più d’ogni altro,
sentivasi animato da odio acerrimo e profondo — quello, che si avventò
pel primo su Pierluigi Farnese e lo trafisse d’una pugnalata. Allo
infelice suo zio, al moriente Cosimo Gheri, vescovo di Fano; egli
aveva quasi promesso di perdonare; ma non lo aveva ugualmente promesso
alla tradita sua Bianca: con quel colpo, e’ vendicava, ad un tempo, e
l’amante e il congiunto.
I due Anguissola seguirono il suo esempio e, con altre due pugnalate,
stesero morto il Farnese.
Egli erasi drizzato a stento d’in su la sedia, che sosteneva le
attrappite sua membra e — come Cesare alla vista di Bruto — aveva
sclamato, scorgendo, l’Anguissola:
— Voi.... signor conte?
Ma non gli ressero le forze a dir altro; s’accasciò su la persona e
ricadde cadavere a terra.
Facciamo parlare di nuovo il buon biografo bussetano.
«Udendosi un tanto sconvolgimento da’ cittadini si alzò ben tosto
rumore. Alessandro da Terni venne con mille fanti sulla piazza, e
dall’incerta plebe gridavasi = Duca! Duca! = I congiurati a chiarir il
popolo, che il duca non v’era più, ne appesero fuori d’una finestra
l’insanguinato cadavere, indicando d’aver tolto dal mondo un tiranno,
e liberata la patria dall’oppressione. Nè per questo acchetandosi
il tumulto, forse perchè non credevasi, che veramente quel fosse
il corpo di Pierluigi, lasciato che l’ebbero penzoloni per alcuni
momenti, precipitaronlo nella sottoposta fossa, onde in quelle
sfigurate sembianze ravvisassero i cittadini, essere estinto colui,
che chiamavano. Intanto Girolamo Pallavicino da Scipione, che aveva
il segreto della congiura, girando per la città, e promettendo al
popolo giorni in avvenir più tranquilli, fece non solo che ognuno si
ritirasse, ma eziandio che una gran parte si disponesse alla difesa
della libertà. Armata quindi la cittadella coll’artiglieria si diè
segno co’ spari della medesima alle vicine città di Lodi, e di Cremona,
esser il colpo già fatto, onde Girolamo Pallavicino di Busseto, il
quale era governatore in Lodi, subito mandò la novella a Don Ferrante
in Milano....
«Ma per dir le cose occorse la stessa giornata in Piacenza,
osserveremo, che in quel primo tumulto volendosi il Priore, gli
Anziani, e i Richiesti della città tener fedeli alla Chiesa,
scrissero dolentissime lettere al Papa, ed al Cardinal Farnese
pubblicate dal Fontanini, e dal Poggiali, ove manifestando l’acerbo
evento, protestavano essere la città innocente, e voler perseverare
nell’ubbidienza consueta. Fecero poi quanto poterono affin di
tener vivo il partito farnesiano, ma con assai poco successo perchè
prevalendo il favore de’ congiurati, e facendosi già creder vicine
l’armi spagnuole, lo stesso Alessandro da Terni si ritirò nel castello,
e lasciò di opporsi ad una piena; che non avrebbe potuto affrontare.
«Aveano saputo i congiurati impadronirsi d’una porta della città:
però spogliata ch’ebbero, e saccheggiata delle cose più preziose la
cittadella uscì l’Anguissola accompagnato dal Confalonieri, e da lui
poscia dividendosi, e lasciandolo a guardia di dètta porta, recossi,
come si crede, a Lodi ad incontrar il Gonzaga. Giaceva intanto
inonorato, e vilipeso il cadavere del Duca in quella fossa con alcuni
altri rimasti morti nel conflitto: del che prendendo compassione
Barnaba del Pozzo dottor di leggi, e Prior del comune, andò con
servitori suoi a levarlo, e fattolo portare nella vicina chiesa di
S. Maria degli Speroni, detta di S. Fermo, ve lo fece tenere a porte
chiuse tutta la notte, e la mattina seguente collocatolo in una cassa
di legno, diedegli sepoltura.
«Radunato la stessa mattina, che era giorno di domenica, il popolo
nella chiesa di S. Francesco per ordine degli altri congiurati,
apparvero eglino a giustificarsi pubblicamente, e a protestare, che
per solo amor della patria avevano posto a sì manifesto pericolo la
vita loro. Fu il conte Agostino Landi, che arringò, e propose esser
necessario di darsi sotto protezione di qualche gran potentato, per la
difesa comune, escludendo però il Papa come di Casa Farnese, la Francia
come troppo lontana, e lodando il collegarsi coll’Imperatore signor
tanto potente, e vicino. Il tutto fu conchiuso in questa maniera,
che il popolo ad essi, ed al conte Giovanni diede ampia autorità di
capitolare con quella potenza, che loro fosse paruta più propizia, e
meno dannosa alla città.
«Poco dopo giunsero milizie condotte da Alvaro di Luna, castellano
di Cremona, ed altre ne arrivarono da Lodi, che introdotte dal
Confalonieri per la porta da esso lui custodita si distribuirono in
varj posti della città. Don Ferrante giunto da Milano a Lodi, non solo
fu ivi incontrato dall’Anguissola, ma da altri malcontenti piacentini,
già dal Farnese esiliati, tra’ quali qui si trovarono specialmente
Girolamo Pallavicini da Cortemaggiore, ed Oliviero dalla Casabianca,
cui avea posto il Farnese gravissima taglia; e da questi, e da molti
signori accompagnato cavalcò a’ 12 verso Piacenza, ove assai bene
accolto dai cittadini fece l’entrata. La prima delle sue cure fu di
chieder conto del cadavere del Duca, e avendo inteso come fosse stato
sì poco nobilmente sepolto, lo fece disotterrare, e visitato che
fu, coll’intervento ancora di Girolamo e d’Oliviero già mentovati, i
quali in quelle lacere spoglie trovar dovettero compiacimento della
tanto desiderata vendetta, ordinò, che riposto in altra cassa chiusa,
e munita del suo proprio sigillo, e di convenienti arredi coperta si
trasferisse alla chiesa della Madonna allora de’ minori osservanti, e
oggi de’ riformati.»