Ultime gesta di Terremoto.
Abbiamo lasciato il protagonista di questa nostra narrazione al
momento, in cui rinchiudevasi affrettatamente, col navichiere
Stefanaccio, entro la propria casuccia e ne sbarrava ed asserragliava
accuratamente la porta. — Egli non avea preso abbaglio circa il
rumore, che lo spingeva a quelle sollecite cautele: erano veramente gli
uomini di Pierluigi, che s’inoltravano nella notte in busca di lui.
— Li capitanava il Trentacoste ed il Bombaglino ed erano in numero
di sedici, tutti a cavallo. — Chi li avea posti su la via era stato
un villano presso cui Terremoto avea sostato un breve momento, per
farsi prestare un cencio di mantello, col quale la sua signora potesse
riparare dal freddo intenso sè e la propria creaturina. — Il villano
stupido — assediato dalle interrogazioni de’ sgherri — non avea saputo
schermirsi e s’era lasciato andare a narrar loro tutto quanto avea
visto e sapeva sul conto de’ fuggitivi. — Il gigante — così avea detto
— era persona del luogo, abitante al di là di borgo San Bernardino, al
di là dello antico castello de’ Camia, in una piccola catapecchia del
villaggio della Chiappa, che incontravasi alle falde di monte Osèro. —
Trentacoste e Bombaglino non desideravano di più.
Erano scorse forse meno di dieci minuti, dacchè il gigante ed il
navalestro s’erano ritirati, quando quelli giunsero sul luogo.
Raccomandarono le loro cavalcature a un gruppo d’alte ed annose querce,
che sorgevano alla loro destra, nel luogo istesso dov’era l’umile tomba
della vecchia Rinolfo; quindi si sparsero in giro dintorno al tugurio e
lo circuirono come d’assedio.
Trentacoste picchiò alla porta sbarrata.
Nessuno rispose.
Tornò a picchiare.
Uguale silenzio.
— Ah, ah! — disse allora — vônno fare i sordi? ebbene, ragazzi miei,
introniamo loro le orecchie con un linguaggio più persuasivo....
gittiamo a terra la porta.
E — col calcio del moschetto — cominciò ad arietarla tremendamente,
mentre quattro o cinque de’ suoi, che gli si erano aggroppati intorno,
facevano altrettanto.
A quell’attacco, risposero tre o quattro colpi di fuoco e due di
loro, mortalmente feriti, dovettero ritirarsi dalla impresa. I colpi
partivano dall’alto del tetto, dove Terremoto erasi inerpicato col suo
grosso archibugio.
Ma non era provisto di munizioni. Fece altri cinque o sei colpi, bucò
la pelle ad altri due o tre de’ suoi persecutori; poi dovette gittare
l’arma come uno inutile peso.
Gli armigeri farnesiani — sgomentiti al principio di quella improvisa
aggressione — ritornarono ad assalire la porta ed anche con maggior
furia di prima.
Terremoto era salito sul tetto, perchè il casolare non avea finestre,
da cui poterli offendere e tener lontani. Da stare lassù ordinò a
Stefanaccio che gli passasse per l’abbaino i pochi mobili e le poche
suppellettili e masserizie, che si trovavano nella casa, e si dètte
a scaraventar loro su la testa tutti quanti i diversi oggetti che
questi, man mano, gli rimetteva. Erano frammenti di panche e di sedie,
arpioni e cunei di ferro, accette e penniti, orci ed orciuoli, ch’egli
lanciava a dovere, mirando e colpendo giusto, poichè il piano nevoso,
su cui coloro spiccavano stipati dinanzi alla porta gli permettesse
benissimo di distinguergli ad uno ad uno, il che essi non poteano fare
di lui, che si perdeva, per così dire, tra l’ombre pesanti del cielo
grigiastro.
La lotta durò per qualche tempo, durò — vale dire — sino a tanto che
Stefanaccio ebbe un oggetto da consegnare a Terremoto. — Ogni novo
proiettile, che rovinava su gli assedianti, spaccando a questo la
testa, a quello schiacciando un occhio od il naso e molti mettendone
però fuori di combattimento; causava loro momenti di confusione, di
scompiglio, d’incertezza e li sforzava a tante successive remissioni
de’ loro tentativi, dimanieracchè il complesso di questi mai poteva
approdare a nissun resultato.
Ma quando Stefanaccio — pur rifrugando e rovistando ogni più
riposto e recondito canto della casa — si fu avveduto che essa nulla
più racchiudeva, allo infuori del modesto scanno, su cui teneasi
accoccolata Bianca, con in braccia la sua bambina; — quando Terremoto
dovette, di conseguenza, smettere dal mitragliare e tenere a stecco i
proprî nimici; — questi, che non duravano fatica molta a indovinare il
motivo di tale desistenza dalle ostilità, rimbaldanzirono di rimpatto
e — con sempre maggiore accanimento — si gittarono tutti — meno due
rimasi a guardia del posteriore della casa — a tempestarne la porta.
— La porta — solidamente affortificata e puntellata nello interno —
opponeva loro una seria resistenza. Ma l’impeto loro faceasi così forte
e continuo, ch’essa molto a lungo non avrebbe potuto durarla. — Già,
infatti, barellava su i cardini e — cigolando con malauguroso lamentìo
— pareva essere giunta allo stremo delle proprie forze. Il chiavistello
schiodato, la toppa smurata, sbalzavano sul pavimento; una parte della
imposta si frangeva piuttosto che cedere e volava in ischegge; un urto
ancora e il varco sarebbe stato dischiuso.
Stando inoperoso, acciapinato e pencolante dalla grondaia, Terremoto
— se non vedeva od udiva — intuiva tutto ciò. — Il pensiero che — tra
poco volgere di minuti — quella bulima di manigoldi avrebbe irrotto
entro la sua povera casa, per impadronirsi e trarre nuovamente prigione
la sua giovane ed amata signora; gli mise per tutto il corpo un
fremito di sublime disperazione, quello istesso, che dee provare il
suicida, quando — dal sommo della eminenza o della sponda del fiume —
misura la sterminata altezza, o la profondità delle aque, per cui od
entro cui sta per gittarsi a volo, onde spegnere anzitempo il corso
dei travagliati suoi giorni. Gli parve che lo spettro del vecchio
Giovanni il Grosso gli sorgesse inanzi mutilo scuoiato, lurido, come
già n’avea visto l’osceno cadavere penzolo dalla croce presso le rive
del Barbarone, a rimbrottargli la sua inazione, la sua vigliaccheria.
Un sentimento, che avea quasi del rimorso, lo addentò al cuore e lo
fece drizzar stecchito sul tetto, come se uno scatto lo avesse sospinto
su di repente. In quel punto, i farnesiani davano l’ultimo cozzo alla
porta, che, sfasciandosi, si spalancava: e in quel medesimo punto,
Terremoto — dato nuovamente di pugno al suo archibugio — si lanciava
giù a pie’ giunti sovra di loro, schiacciandone, massacrandone altri
due col proprio peso.
La caduta impensata di quel vivente proiettile spaurì siffattamente i
cinque o sei uomini, che soli si trovavano ancora a far forza dinanzi
alla porta, da costringerli a rinculare in disordine, — Terremoto
— che, nel cadere, aveva saputo mantenersi eretto — profittò di
quel primo moto regressivo, per impugnare il moschetto a due mani
nell’estremità della canna e girarlo intorno vertiginoso, percotendoli
sconciamente del calcio. Così ad uno spaccò il cranio d’un colpo,
a un altro lacerò in orrido modo la faccia. Quattro soli nimici gli
restavano di fronte: il Trentacoste, il Bombaglino, che digrignava
i denti e bestemmiava come un ossesso, memore tuttora delle botte
cieche, che quel medesimo avversario gli aveva inflitto all’osteria
della Magione, presso il Trasimeno, e due semplici scherani. Altri
due tenevansi sempre a custodia della parte posteriore del casolare.
I restanti della geldra o erano morti, o si trascinavano boccheggianti
su la neve, contorcendosi fra spasimi atroci, o rantolando nell’agonia.
Quattro soli nemici! Terremoto reputavasi già certo della vittoria e —
roteando sempre il formidabile archibugio — s’avanzava minaccioso sopra
di loro, omai securo di sterminarli.
In quella, il Bombaglino — che, al repentino assalto del gigante,
era stato il primo ad indietreggiare ed a farglisi più d’ogni altro
discosto — si trasse di cintola un pistolettone, lo prese alla meglio
di mira tra lo incerto bagliore delle nevi e ne fece scattar la
rotella.
Colpito proprio nel mezzo del petto, Terremoto mandò un urlo disperato,
si rigirò su i talloni e traboccò a terra boccone, mormorando:
— Ah, l’inverno! — l’inverno!
Era morto!...
La predizione di Gerolamo Cardano s’era avverata.
Stefanaccio che — da stare dentro la casa — non poteva nè sapere,
nè imaginare cosa accadesse al di fuori — trattovi da stimolo
d’irresistibile curiosità — osò, in quel punto, affacciarsi e sporgersi
inanzi dalla porta scardinata. Non lo avesse mai fatto.
Il Trentacoste, che — visto cader Terremoto — ritornava in quel
medesimo istante alla riscossa, lo passò fuor fuora col proprio
spadone.
Il misero navalestro stramazzò a sua volta tra i legni ed i ferri, che
già sbarravano la porta e — portandosi le mani al seno trafitto:
— E il còfano!... il còfano!... — sospirò.
— Quale còfano? — gli chiese il Bombaglino, che dopo essersi assecurato
con un calcio che il gigante era ben morto per davvero — sovraggiungeva
tutto esultante.
— Il còfano — tornò a gemere Stefanaccio — quello.... della Torre
Farnese.... oh! oh!...
E la voce gli si spense in un vomito di sangue.
I due capitani passarono sovra il suo corpo, seguiti da’ pochi
satelliti che i colpi di Terremoto aveano risparmiato, e s’inoltrarono
nello interno della casuccia.
Bianca della Staffa, pallida come una statua, tremante come una canna,
sempre assisa su l’umile suo scanno, sempre con la sua bambina tra le
braccia; li stava, per così dire, aspettando, come la vittima aspetta
il carnefice, che dee tradurla allo estremo supplizio.
I due fidi di Pierluigi se la tolsero in ispalla, la posero in sella
d’uno de’ loro corridori e — lasciati i loro uomini a curare i compagni
feriti e a dar sepoltura ai morti — si rimisero di galoppo su la via di
Piacenza.