CAPITOLO LVII.

Ultime gesta di Terremoto.

Abbiamo lasciato il protagonista di questa nostra narrazione al

momento, in cui rinchiudevasi affrettatamente, col navichiere

Stefanaccio, entro la propria casuccia e ne sbarrava ed asserragliava

accuratamente la porta. — Egli non avea preso abbaglio circa il

rumore, che lo spingeva a quelle sollecite cautele: erano veramente gli

uomini di Pierluigi, che s’inoltravano nella notte in busca di lui.

— Li capitanava il Trentacoste ed il Bombaglino ed erano in numero

di sedici, tutti a cavallo. — Chi li avea posti su la via era stato

un villano presso cui Terremoto avea sostato un breve momento, per

farsi prestare un cencio di mantello, col quale la sua signora potesse

riparare dal freddo intenso sè e la propria creaturina. — Il villano

stupido — assediato dalle interrogazioni de’ sgherri — non avea saputo

schermirsi e s’era lasciato andare a narrar loro tutto quanto avea

visto e sapeva sul conto de’ fuggitivi. — Il gigante — così avea detto

— era persona del luogo, abitante al di là di borgo San Bernardino, al

di là dello antico castello de’ Camia, in una piccola catapecchia del

villaggio della Chiappa, che incontravasi alle falde di monte Osèro. —

Trentacoste e Bombaglino non desideravano di più.

Erano scorse forse meno di dieci minuti, dacchè il gigante ed il

navalestro s’erano ritirati, quando quelli giunsero sul luogo.

Raccomandarono le loro cavalcature a un gruppo d’alte ed annose querce,

che sorgevano alla loro destra, nel luogo istesso dov’era l’umile tomba

della vecchia Rinolfo; quindi si sparsero in giro dintorno al tugurio e

lo circuirono come d’assedio.

Trentacoste picchiò alla porta sbarrata.

Nessuno rispose.

Tornò a picchiare.

Uguale silenzio.

— Ah, ah! — disse allora — vônno fare i sordi? ebbene, ragazzi miei,

introniamo loro le orecchie con un linguaggio più persuasivo....

gittiamo a terra la porta.

E — col calcio del moschetto — cominciò ad arietarla tremendamente,

mentre quattro o cinque de’ suoi, che gli si erano aggroppati intorno,

facevano altrettanto.

A quell’attacco, risposero tre o quattro colpi di fuoco e due di

loro, mortalmente feriti, dovettero ritirarsi dalla impresa. I colpi

partivano dall’alto del tetto, dove Terremoto erasi inerpicato col suo

grosso archibugio.

Ma non era provisto di munizioni. Fece altri cinque o sei colpi, bucò

la pelle ad altri due o tre de’ suoi persecutori; poi dovette gittare

l’arma come uno inutile peso.

Gli armigeri farnesiani — sgomentiti al principio di quella improvisa

aggressione — ritornarono ad assalire la porta ed anche con maggior

furia di prima.

Terremoto era salito sul tetto, perchè il casolare non avea finestre,

da cui poterli offendere e tener lontani. Da stare lassù ordinò a

Stefanaccio che gli passasse per l’abbaino i pochi mobili e le poche

suppellettili e masserizie, che si trovavano nella casa, e si dètte

a scaraventar loro su la testa tutti quanti i diversi oggetti che

questi, man mano, gli rimetteva. Erano frammenti di panche e di sedie,

arpioni e cunei di ferro, accette e penniti, orci ed orciuoli, ch’egli

lanciava a dovere, mirando e colpendo giusto, poichè il piano nevoso,

su cui coloro spiccavano stipati dinanzi alla porta gli permettesse

benissimo di distinguergli ad uno ad uno, il che essi non poteano fare

di lui, che si perdeva, per così dire, tra l’ombre pesanti del cielo

grigiastro.

La lotta durò per qualche tempo, durò — vale dire — sino a tanto che

Stefanaccio ebbe un oggetto da consegnare a Terremoto. — Ogni novo

proiettile, che rovinava su gli assedianti, spaccando a questo la

testa, a quello schiacciando un occhio od il naso e molti mettendone

però fuori di combattimento; causava loro momenti di confusione, di

scompiglio, d’incertezza e li sforzava a tante successive remissioni

de’ loro tentativi, dimanieracchè il complesso di questi mai poteva

approdare a nissun resultato.

Ma quando Stefanaccio — pur rifrugando e rovistando ogni più

riposto e recondito canto della casa — si fu avveduto che essa nulla

più racchiudeva, allo infuori del modesto scanno, su cui teneasi

accoccolata Bianca, con in braccia la sua bambina; — quando Terremoto

dovette, di conseguenza, smettere dal mitragliare e tenere a stecco i

proprî nimici; — questi, che non duravano fatica molta a indovinare il

motivo di tale desistenza dalle ostilità, rimbaldanzirono di rimpatto

e — con sempre maggiore accanimento — si gittarono tutti — meno due

rimasi a guardia del posteriore della casa — a tempestarne la porta.

— La porta — solidamente affortificata e puntellata nello interno —

opponeva loro una seria resistenza. Ma l’impeto loro faceasi così forte

e continuo, ch’essa molto a lungo non avrebbe potuto durarla. — Già,

infatti, barellava su i cardini e — cigolando con malauguroso lamentìo

— pareva essere giunta allo stremo delle proprie forze. Il chiavistello

schiodato, la toppa smurata, sbalzavano sul pavimento; una parte della

imposta si frangeva piuttosto che cedere e volava in ischegge; un urto

ancora e il varco sarebbe stato dischiuso.

Stando inoperoso, acciapinato e pencolante dalla grondaia, Terremoto

— se non vedeva od udiva — intuiva tutto ciò. — Il pensiero che — tra

poco volgere di minuti — quella bulima di manigoldi avrebbe irrotto

entro la sua povera casa, per impadronirsi e trarre nuovamente prigione

la sua giovane ed amata signora; gli mise per tutto il corpo un

fremito di sublime disperazione, quello istesso, che dee provare il

suicida, quando — dal sommo della eminenza o della sponda del fiume —

misura la sterminata altezza, o la profondità delle aque, per cui od

entro cui sta per gittarsi a volo, onde spegnere anzitempo il corso

dei travagliati suoi giorni. Gli parve che lo spettro del vecchio

Giovanni il Grosso gli sorgesse inanzi mutilo scuoiato, lurido, come

già n’avea visto l’osceno cadavere penzolo dalla croce presso le rive

del Barbarone, a rimbrottargli la sua inazione, la sua vigliaccheria.

Un sentimento, che avea quasi del rimorso, lo addentò al cuore e lo

fece drizzar stecchito sul tetto, come se uno scatto lo avesse sospinto

su di repente. In quel punto, i farnesiani davano l’ultimo cozzo alla

porta, che, sfasciandosi, si spalancava: e in quel medesimo punto,

Terremoto — dato nuovamente di pugno al suo archibugio — si lanciava

giù a pie’ giunti sovra di loro, schiacciandone, massacrandone altri

due col proprio peso.

La caduta impensata di quel vivente proiettile spaurì siffattamente i

cinque o sei uomini, che soli si trovavano ancora a far forza dinanzi

alla porta, da costringerli a rinculare in disordine, — Terremoto

— che, nel cadere, aveva saputo mantenersi eretto — profittò di

quel primo moto regressivo, per impugnare il moschetto a due mani

nell’estremità della canna e girarlo intorno vertiginoso, percotendoli

sconciamente del calcio. Così ad uno spaccò il cranio d’un colpo,

a un altro lacerò in orrido modo la faccia. Quattro soli nimici gli

restavano di fronte: il Trentacoste, il Bombaglino, che digrignava

i denti e bestemmiava come un ossesso, memore tuttora delle botte

cieche, che quel medesimo avversario gli aveva inflitto all’osteria

della Magione, presso il Trasimeno, e due semplici scherani. Altri

due tenevansi sempre a custodia della parte posteriore del casolare.

I restanti della geldra o erano morti, o si trascinavano boccheggianti

su la neve, contorcendosi fra spasimi atroci, o rantolando nell’agonia.

Quattro soli nemici! Terremoto reputavasi già certo della vittoria e —

roteando sempre il formidabile archibugio — s’avanzava minaccioso sopra

di loro, omai securo di sterminarli.

In quella, il Bombaglino — che, al repentino assalto del gigante,

era stato il primo ad indietreggiare ed a farglisi più d’ogni altro

discosto — si trasse di cintola un pistolettone, lo prese alla meglio

di mira tra lo incerto bagliore delle nevi e ne fece scattar la

rotella.

Colpito proprio nel mezzo del petto, Terremoto mandò un urlo disperato,

si rigirò su i talloni e traboccò a terra boccone, mormorando:

— Ah, l’inverno! — l’inverno!

Era morto!...

La predizione di Gerolamo Cardano s’era avverata.

Stefanaccio che — da stare dentro la casa — non poteva nè sapere,

nè imaginare cosa accadesse al di fuori — trattovi da stimolo

d’irresistibile curiosità — osò, in quel punto, affacciarsi e sporgersi

inanzi dalla porta scardinata. Non lo avesse mai fatto.

Il Trentacoste, che — visto cader Terremoto — ritornava in quel

medesimo istante alla riscossa, lo passò fuor fuora col proprio

spadone.

Il misero navalestro stramazzò a sua volta tra i legni ed i ferri, che

già sbarravano la porta e — portandosi le mani al seno trafitto:

— E il còfano!... il còfano!... — sospirò.

— Quale còfano? — gli chiese il Bombaglino, che dopo essersi assecurato

con un calcio che il gigante era ben morto per davvero — sovraggiungeva

tutto esultante.

— Il còfano — tornò a gemere Stefanaccio — quello.... della Torre

Farnese.... oh! oh!...

E la voce gli si spense in un vomito di sangue.

I due capitani passarono sovra il suo corpo, seguiti da’ pochi

satelliti che i colpi di Terremoto aveano risparmiato, e s’inoltrarono

nello interno della casuccia.

Bianca della Staffa, pallida come una statua, tremante come una canna,

sempre assisa su l’umile suo scanno, sempre con la sua bambina tra le

braccia; li stava, per così dire, aspettando, come la vittima aspetta

il carnefice, che dee tradurla allo estremo supplizio.

I due fidi di Pierluigi se la tolsero in ispalla, la posero in sella

d’uno de’ loro corridori e — lasciati i loro uomini a curare i compagni

feriti e a dar sepoltura ai morti — si rimisero di galoppo su la via di

Piacenza.

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