CAPITOLO LIII.

Stefanaccio.

Mentre la meschina donna — ravviluppata con la sua creaturina entro

un grossolano mantello, che il suo fido servo erasi fatto cedere in

cammino da un antico vassallo de’ Camia — cercava un po’ di riposo alle

fatiche ed alle emozioni di quella memoranda giornata; egli — Terremoto

— teneasi, come abbiam detto, in sentinella su la porta del povero

tugurio, affin di vedere se mai — per mala sorte — la sua fuga e quella

della sua signora fosse stata troppo presto scoperta e le cavallerie

del Farnese sguinzagliate a dar loro la caccia.

Nel caso di quella scoperta non c’era altro d’aspettarsi.

Stava da mezz’ora circa in quella postura, allorchè gli parve vedere

inoltrarsi alla sua volta una piccola forma umana che disegnavasi in

nero sul bianco della neve nel modo più strano e grottesco.

Le gambe — perchè due sole — comunque torte e bistorte, apparivano

pur sempre quelle di un uomo, ma il restante — le braccia lunghe

così che quasi toccavano il suolo; la testa avvallata in guisa tra

le spalle da non lasciare nessunissimo posto pel collo; i capelli

irsuti, scarmigliati, lunghissimi tanto da parere piuttosto un fastello

di vetrici o di sarmenti — aveva più che altro dello animalesco e

bestiale.

Terremoto che — lunghesso la via fornita — erasi andato agguerrendo ed

armando di tutto punto, onde essere parato ad ogni possibile evento;

s’impostò all’omero un grosso moschettone, sul quale s’era finallora

appoggiato e stette in attesa.

Quando l’ibrido personaggio, gli fu a portata dell’arma:

— Chi sei? cosa vuoi? — gli gridò con voce tonante.

— Ah, vi riconosco — gli rispose una voce rauca e belante — siete voi,

finalmente, Arcangiolo!

— Ma io non riconoscovi — fece Terremoto, senza levarsi il moschetto di

spalla — e se non vi decidete a ragguagliarmi, e presto, sul vero esser

vostro, giuro al cielo che....

— Non vi mettete in collera, per mia cagione... oh, sarebbe il peggio

de’ spropositi, in cui poteste incapare!... io non vi sono nimico;

al contrario, vengo a voi per faccenda, che v’ha a destare sommo

interesse; vengo a voi per incarico espresso di messere il conte

Giovanni Camia, il Grosso, buon’anima sua!

— Messere il conte?... ma egli è morto da omai nove anni buoni!

— Ed egli è appunto dal momento della sua morte, che io tengo questo

incarico per voi.

— Ma il vostro nome; dunque?

— Domine! e che non l’avete per anco indovinato? ma sono Stefanaccio,

il solo superstite de’ batellieri al navalestro della Nure, tra Camia e

Borgo San Bernardino.

— Oh, che Iddio vi danni — borbottò Terremoto — e perchè non dirmelo a

tutto prima?

E si rimise l’arma al piede, lasciando così che il mal sagomato

navichiere potesse accostarglisi liberamente.

Come gli fu così presso da poterne ben scorgere e riconoscere le laide

sembianze:

— Ah, siete proprio voi — riprese — non c’è rischio di prendere

equivoco.

Forse al lettore sarà caduto di mente; ma noi traemmo Stefanaccio in

iscena sin dal principio di questa nostra narrazione. Lo abbiamo visto

assistere alla tortura ed alla morte di Giovanni Camia, del quale era,

a un tempo e vassallo e figlioccio, e fargli un solenne giuramento, cui

la sua natura sovrammodo superstiziosa non gli avrebbe consentito di

mancare.

— E voi dite — continuò il gigante — che venite a me con un incarico di

messere il conte, già mio ottimo e riverito signore?

— Sì, Arcangiolo mio — rispose il batelliere — ed un incarico che, da

nove anni, mi pesa su la coscienza peggio del più grosso tra i sette

peccati capitali.

— E qual è, dunque? sentiamo!

Lì Stefanaccio gli narrò, in prima, tutte le sevizie e i

maltrattamenti, onde i Nicelli aveano reso vittime il loro antico

signore e, quando fu a dire del momento, in cui quella nidiata di

malandrini, chiamati dai due dei loro, abbandonarono, d’improviso

l’accampamento, non lasciandovi, a vegliarlo, chè un paio di scolte:

— Il conte — seguitò — gemeva e sbuffava corcato supino e col sollione,

che gli bruciava dritto dritto la cappa del cervello.... il pover’omo

avea una sete da Gesù Nazareno e strillava: «aqua! aqua!» ch’era uno

stringimento di core a sentirlo.... Io gliene recai un pochino nella

mia fiasca ed, appanciolatomi di costa a lui, glie ne dètti bevere....

Allora e’ mi guatò di sottecche e, riconoscendomi, mi pregò d’un

servizio e mi fece giurare su la salvezza dell’anima mia di adempierlo

scrupolosamente e di non farne mai verbo se non con la persona, cui

m’avrebbe mandato... questa persona, Arcangiolo, siete appunto voi.

— E cosa vi commise di dirmi?

— Siamo qui al punto.... Io vi ripeto le sue parole, una ad una, tali

quali gli uscirono allora di bocca.... Bada, Stefanaccio; mi disse, a

pena tu mi veda, e mi sappia finito, e corri subito a casa di Arcangelo

Rinolfo, il figliuolo dello antico mio castaldo, e a quattr’occhi,

senza che manco l’aria possa portarti via una parola, digli che, nel

core della notte, si rechi guardingo alla torre Farnese... sapete bene

dov’è la Torre Farnese?

— Sì, sì — rispose Terremoto.

— Adesso la è compiuta e ci risieggono anco dentro que’ cari commessari

di Sua Magnificenza il serenissimo nostro novo duca, che, per spellare

i poveri valligiani, sono il flagello vero di questi nostri paesi; ma

allora e’ non n’erano gittate che le fondamenta.

— Tirate inanzi, Stefanaccio.

— Che si rechi dunque di notte alla Torre e scenda nella casamatta di

destra, verso mezzodì... al piè della scaluccia, che vi conduce, si

situi dritto col tallone proprio rasente l’ultimo gradino e muti cinque

passi in avanti.... a capo di questi, si pieghi e presso lo zoccolo

troverà una pietra del pavimento con in mezzo un piccolo foro....

v’insinui un uncino, un ferro qualunque e tragga a sè la pietra,

che cederà facilmente.... sotto, c’è un còfano di legno di sandalo a

chiodetti di argento.... lo prenda, lo porti seco cautamente, e vada

subito a consegnarlo a donna Costanza Sforza di Santafiora, signora di

Castell’Arquato, dicendole: «questo è il cofanetto, di cui voi tenete

la chiave?»

— Eh sì, donna Costanza.... ma già da due anni, anche donna Costanza

non è più di questo mondo!

— C’è bene sempre il su’ figliolo, messer il conte Sforza Sforza, che,

avendone redato tutte le signorie e sostanze, terrà certo in sue mani

anche quella tal chiave!

— Per la croce.... che mistero c’è sotto in cotesto?

— Grave di molto, Arcangelo, pe’ giuramenti sacrosanti che il povero

messer conte esigette prima di confidarmi il suo segreto.

— E come non pensaste subito?...

— A pena lui morto, corsi diviato qui istesso; ma voi non ci eravate:

rimise allora la cosa all’indomani mattina; ma all’indomani il vostro

babbo in persona mi disse che avevate preso la via de’ monti, nè sapea

quando sareste per ritornare.... vi aspettai, vi aspettai, e son nove

anni che aspetto; ma, prima d’ora, non vi ho più riveduto.

— Avete ragione, Stefanaccio: e vi ringrazio anche per conto dell’anima

riconoscente del nostro defunto signore, che vi terrà conto di lassù

del vostro zelo e della vostra prudenza.

— Lo credete, sì, Arcangelo?

— Ne vo’ certo!

— Egli è che, quando il tiro secco mi colga, de’ conti da regolare

con Nostro Signore Iddio benedetto ce n’avrò parecchi e, se non è

appunto qualche anima buona che s’interponga a blandirne la collera,

temo forte, e dassenno, di non poter scampare a qualche briciolo di

arrostitura!

— Sperate! sperate!

— E non vi parrebb’egli che questa notte medesima fosse momento

opportuno?

— A far che?

— A compiere la missione che v’ha lasciato messere il conte Giovanni?

— Ma non m’avete detto che la Torre Farnese è già occupata da’

Commessari del Duca?

— Vero; ma io ci tengo le mie entrature.... Mastro Pietrone, il

custode, è mio zio dal lato di madre ed è uomo eretico a segno che

di vin battezzato non vuole udirne a parlare.... si potrebbe andargli

a fare una visita; io vi presenterei e, mentre si stesse trincando e

facendogli perdere, com’è facile, il lume della ragione, voi avreste il

campo....

— No, no: questa notte non posso....

— Non siete solo qua dentro?

— Non sono solo.

— E, s’è lecito?...

— Non è lecito, Stefanaccio.

— Bene, bene, come vi aggrada.... ma se in alcuna cosa vi posso tornare

giovevole.... gretto, salvatico, briacone anche se volete, ma sempre

pronto a rendere servigio a un vecchio amico: non avete che ad aprir

bocca.

— Vi ringrazio di nuovo, Stefanaccio; ma.... pel momento....

In quella s’udì un lontano rumore.

— Tsitt — fece Terremoto, protendendo inanzi il collo ed

accartocciandosi la mano intorno all’orecchio, affine di meglio

ascoltare — che è questo mai?

Stettero un momento in silenzio.

— E’ mi pare — fece Stefanaccio — che siano persone, e anche non poche,

dirette verso questa banda.

— Vi pare, sì?

— Lo giurerei.... giurerei eziandio che sono gente a cavallo.

— Santi del Paradiso!

— Cos’avete, Terremoto?

— Ho.... ho.... infine vel posso dire: ho che dentro questa misera

capanna ci stà nientemeno chè la misera nipote del nostro vecchio

signore...

— Donna Bianca della Staffa?

— Appunto.... donna Bianca della Staffa che io sono riuscito a

strappare dalle ladre ugne di monsignor il Duca.

— Gesummio.... cosa sento?

— E cotesti, che vengono, sono senza dubio suoi scherani sguinzagliati

su le nostre traccie.

— Cosa intendete fare?

— Non lo so, Stefanaccio, non lo so; ma difendere sino all’ultimo

respiro la mia giovine signora.

— Ed io con voi, Terremoto.... se nostro Signore Iddio non vuole

tenermi conto del poco bene, che ho fatto sinora, ce ne aggiungerò un

altro tanto, affinchè non mi possa niegare il suo perdono!

— Non c’è più dubio, Stefanaccio: sono uomini a cavallo.... chiudiamo,

chiudiamo la porta, asserragliamola, prepariamoci alla difesa.... oh,

perchè siamo d’inverno!

Il superstizioso Terremoto pensava sempre alla predizione di Gerolamo

Cardano: temeva si dovesse avverare e, non tanto per sè, come sempre,

quanto per l’amata persona, che trovavasi sotto il suo patrocinio.

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