Su la soglia di quel medesimo e misero tugurio della Chiappa, a’ piedi
di monte Osèro, dove già scorreva una vita tranquilla e modestamente
lieta la famigliuola dei Rinolfo e che, da lungo — dopo la morte del
vecchio Luca — trovavasi muta, diserta, spalancata a’ quattro venti e
dominio de’ topi e delle lucertole; teneasi adesso in atto sospettoso e
quasi in vedetta il protagonista di questa nostra istoria.
Il verno era in tutto il suo stridore; le circostanti campagne e
massime i colli ed i monti, coperti interamente da un altissimo strato
di neve, biancheggiavano al raggio della luna, spandendo tutto intorno
un luciore vivo insieme e melanconico, su cui spiccavano nere e
taglienti le ombre pesanti della notte.
Non percepivasi suono il più lieve per quanto s’acuisse l’udito; la
terra pareva una sterminata necropoli, in cui tutto fosse morto; gli
uomini come gli animali, gli alberi come le erbe.
Solo — di tratto in tratto — uno squillo lontano, lontano, flebile come
il sospiro ultimo di un moriente, fendeva l’aria diacciata e andava a
perdersi per le convalli, ripercosso in vibrazioni infinitesimali, che
pareano il tremolìo di un’arpa, toccata non dalla mano dell’uomo, ma
dal soffio di tramontana.
Era probabilmente la campana di Cogno San Savino, che suonava
l’_Angelus_ e le _Avemmarie_ della sera.
Dentro il casolare — nella più riposta sua stanza — ascondevasi una
donna tutta imbacuccata in un grossolano ferraiolo virile, tra le
pieghe del quale studiavasi amorosamente d’avvolgere una bambinetta
poco più in su dei due anni.
Quella donna noi l’abbiamo vista una prima volta a Parma, sin dal
principio di questa narrazione, in circostanza del solenne ingresso
che vi fece papa Paolo III; l’abbiamo riveduta nella rôcca di Camia,
al momento in cui vi facevano invasione e massacro i Nicelli; poi a
Castell’Arquato presso i signori di Santafiora; poi a Perugia, durante
la guerra del sale, e finalmente l’abbiamo perduta di vista a Castel
Leone di Cremona, d’onde l’aveano presumibilmente allontanata le
insidie di Pellegrino di Leuthen e di Olimpia de’ Marazzani.
Quella donna, era la nostra Bianca della Staffa.
Ma, ohimè, quanto cangiata!
Era sempre giovine, ma di quella giovinezza infelice che già
fievolmente combatte contro gli assalti di una precoce maturità; — era
sempre bella, ma di una bellezza pallida, meditabonda, severa, assai
più fatta per ispirare la reverenza e la pietà che non i dorati sogni
d’amore.
E stava seduta, o piuttosto, accoccolata s’uno scannello, con in
braccio quella bionda creaturina, che sbatteva i denti pel freddo, e
— a quando a quando — volgeva all’uscio uno sguardo insieme ansioso
e trepidante, come sperasse o temesse di là dovesse giungerle qualche
fausto od infausto annunzio.
Come accadeva tutto ciò?
Spiegamolo al lettore.
Terremoto — come frequentemente ci corse obligo di avertirlo — non
brillava nè per intelligenza nè per perspicacia. Contento però d’aver
contribuito — e come! — al rovescio de’ malaugurosi progetti macchinati
dai Fieschi ed anche un poco da Pierluigi Farnese; e’ se ne riedeva
a Piacenza, preoccupato solo di adempiere allo incarico affidatogli
da’ suoi due signori ed amici, ch’era quello di speculare come si
trovassero le faccende in seno alla novella corte farnesiana e di
riferirne loro a pena fossero di ritorno.
Mai più s’imaginava il dabbene, che qualcuno degli uomini, spediti dal
duca in soccorso de’ Fieschi e ch’erano retrocessi prima di lui, si
fossero informati, inanzi di partire da Genova, dei particolari della
morte di Gianluigi e ne potessero additare in lui l’uccisore.
Invece, tanto appunto era intervenuto e Pierluigi Farnese, che avea
risaputo ogni cosa, non solamente sentivasi animato dal più acerbo
sdegno contro di lui, ma eziandio contro il conte Anguissola ed il
capitano Giovanni Osca, di cui egli era riconosciuto a corte come
familiare e valletto.
Ned era questa la prima volta che Pierluigi concepiva sospetti sul
conto di Terremoto.
Sin da quando lo rivide in Piacenza a’ fianchi di que’ suoi due
capitani, gli parve di riconoscere in lui il formidabile gigante che —
a due riprese — prima a Castell’Arquato, poscia a Perugia — gli aveva
strappato di mano la giovine della Staffa.
Ma sì lungo tempo era intercorso, da un lato; dall’altro, non stimando
di averlo più a temere; punto o ben poco se ne curò.
Adesso, per altro — udendoselo denunziare quale suo perseverante nimico
e ministro primo di un delitto di sangue, che rovesciava, a un tempo,
uno dei suoi piani meglio combinati — tutto il suo antico livore gli si
risvegliò nell’animo feroce e — dal letto, su cui lo teneano chiovato
gli abituali malanni — impartì l’ordine al Bombaglino ed al Trentacoste
che — se mai quel furfante osasse ripresentarsi a Piacenza — venisse
tosto arrestato e tradotto nelle carceri della cittadella.
Quando, dunque, il buon Terremoto — insciente affatto del destino che
l’aspettava — fece ritorno in Piacenza, ivi trovavansi già in agguato
gli sgherri dei due capitani del duca, pronti a rovinargli addosso a
pena venisse loro dato di scorgerlo.
E siccome — dalle descrizioni, che ne avea fatto il medesimo duca,
e dal ricordo di quanto era toccato a parecchi di loro nell’osteria
della Magione, al Bombaglino in ispecie — sapevano con che razza d’uomo
avessero a fare; ci si erano messi in molti, ed armati tutti sino ai
denti, e muniti di un intero arsenale di funi e di catene, perchè — ad
ogni modo — non riuscisse a scappar loro dall’ugne.
Nè, infatti — malgrado la sua forza fenomenale — egli vi riuscì.
Inerme affatto, sovraccolto alle spalle da mezza serqua di quegli eroi,
imbavagliato, stretto da ceppi e da corde, alle braccia e alle gambe,
prima ancora che avesse il tempo di orizontarsi e di sapere tra quali
mani fosse caduto; egli non potè tentare che una debolissima resistenza
e — in onta a questa — venne coricato su d’una carriuola, trasportato
a braccia in cittadella ed ivi chiuso nella prima carcere che si trovò
sgombra.
Al momento in cui Terremoto cadde in balìa dei sbirri di Pierluigi,
che potevan essere intorno alle quattr’ore del pomeriggio, il duca —
informato dell’avventuroso caso — nissun provedimento volle, o potè
assumere a di lui riguardo, dappoichè stesse contorcendosi sotto gli
spasimi delle sue sordide malattie e fosse, frattanto, inteso a farsi
ripetere e confermare per la millantesima volta l’oroscopo trattogli
dal suo astrologo nel 1537 e che leggeva: «Saturnus genituræ Dominus ab
Jove recepitus tibi annos pollicetur 70, vel circiter.... Mors tua erat
naturalis, sed provenient ex nimia humorum ubertate, seu cattharali
suffocatione, aut nimio coitu post crapulam,» e l’altro trattogli
cinque soli anni prima e secondo il quale gli era presagito che Venere
«tibi gaudia, et corporis salubritatem solito robustiorem pollicetur,
dumodo nimiam bibitionem, crapulam, e crebrum, sive nimium coitum
effugias» e simili corbellerie.
Terremoto venne però cacciato — come abbiamo detto più sopra — entro
il primo carcere, che si trovò spiccio, ch’era una stambergaccia, al
pianterreno della cittadella, avente luce da due piccole finestruole
aperte su l’alto delle muraglie verso un cortiletto interno, e ch’era
tutta quanta ingombra d’arnesi dalle più strane ed orribili forme.
Quella stambergaccia dal pavimento terreo ed umidiccio, dal vôlto
basso, schiacciante ed affumigato era, difatti, la camera dei tormenti.
Gli scherani lo aveano, di prima giunta, buttato là dentro, perocchè
tutte l’altre prigioni fossero occupate da altrettante vittime della
farnesiana tirannide.
Lasciato solo, il gigante si guatò intorno intorno per riconoscere
il luogo; osservò e palpò ad uno ad uno — non senza qualche ribrezzo
— i cavalletti, gli eculei, le ruote, i cunei, i brageri e gli altri
diversi stromenti di supplizio che a quello faceano da mobiliare e —
visto giacere in un canto un saccone rimborrato di paglia, che — in
mancanza di meglio — potea fungere da letto; com’era alquanto stracco
per la camminata fornita, vi si sdraiò sopra e — con la tranquilla
coscienza del giusto, malgrado i pericoli di morte, da cui era
intorniato — non istette guari a lasciarsi vincere dal sonno.
Stringendo il verno, la notte era presto calata.
Terremoto dormiva forse da un paio d’ore, quando si destò di sobbalzo
sotto l’impero di un pauroso sognaccio, che avea attinto tutte le
proporzioni e i caratteri dell’incubo. Pareagli, dormendo, d’essere,
a sua volta — come avea visto il misero suo signore Giovanni Camia —
legato in croce a due legni e, da un orda di satanassi e di gnomi, che
gli sputavano in faccia faville e brage ardenti, mutilato e scuoiato
vivo.
L’orrore lo fece levar su un cotal po’ sul suo giaciglio di paglia e
starvi alquanto tra lo sdraiato e il seduto, come in trepida attesa.
In quella tenzione de’ sensi, frammezzo il perfetto silenzio che
regnava per la cittadella, gli giunse all’orecchio un gemito così
fioco, così a pena percettibile, che sembrava un sospiro.
Prestò maggiormente attenzione e il gemito si rinnovò; catellon
catellone si trascinò verso la parte, d’onde parea provenisse, e lo udì
ripetersi anche più distinto, ed allora — per una di quelle repentine
intuizioni, che son pur nel vero, ma delle quali arduo riesce il
rendersi un conto esatto — credette riconoscere in quel languidissimo
suono la voce della diletta sua signora.
Nè un siffatto pensiero gli ebbe così tosto attraversato il cervello
che la riflessione soccorse a dimostrarglielo oltremodo fondato. Bianca
era stata rapita da Castel Leone per ordine, al certo, di Pierluigi
Farnese; Bianca trovavasi, dunque, in balìa di costui: nulla, quindi,
di più naturale ch’ella pure gemesse sepolta entro quella tomba di
vivi.
Ma un uomo della devozione, del carattere, della tempra, delle
abitudini di Terremoto non poteva, non doveva arrestarsi a quelle
semplici deduzioni. Sinchè si fosse semplicemente trattato di lui, egli
poteva benissimo, con quella trascuranza ch’era un pochino distintivo
de’ tempi, lasciar correre le faccende per la loro china ed anco
affrontare indifferentemente la morte; ma — dappoichè si trattava della
sua signora — mutava specie; bisognava, a ogni costo salvarla.
Il dubio di pigliar equivoco, di cadere in errore, non gli si affacciò
tampoco alla mente: questa — o piuttosto il core — gli aveva detto che
la sua vicina di carcere doveva essere Bianca della Staffa ed omai gli
parea cosa certa quanto una verità matematicamente provata.
Non gli rimaneva, quindi, che trovare il modo di trarla a salvamento
ed — anzitutto — quello di avvicinarla e parlarle, nè per ciò poteva
scorgerne uno diverso dallo aprirsi un adito nel muro e penetrare sino
a lei.
Chiunque altro si sarebbe sgomentato così ad un tanto temerario
proposito, da non tentarlo neppure; ma Terremoto no.
Egli, invece — giovandosi del poco lume, che piovea nello stanzone
dalle due finestruole — e che le nevi rendevano meglio efficace
— trascelse, fra gli arnesi di tortura, ond’era circondato, tutti
quelli che più potevano servirgli alla bisogna, come a dire: cunei
e pungiglioni di ferro, mazzuoli e bracci di leva, e — con essi
— si riaccostò di nuovo al punto della parete, da cui aveva udito
più sensibile il gemito della supposta prigioniera, e si accinse
risolutamente all’arduo suo cómpito.
Non rompeva ancor l’alba che egli già lo aveva ultimato.
Un foro riquadro d’un metro circa per ciascun lato lo metteva
in comunicazione diretta con l’ambiente, da cui gli era giunto
all’orecchio il gemito rivelatore.
Vi entrò carpone.
Non s’era ingannato.
In quell’ambiente trovavasi Bianca della Staffa, con tra le braccia
una piccola creaturina. Senonchè l’ambiente, invece d’una prigione,
era una magnifica ed ampia stanza da letto splendidamente addobbata, la
quale di prigione non avea altro che i robusti usci serrati e le grosse
spranghe di ferro che ne sbarravano le finestre.
Tenuta desta dallo inconsueto e strano martellare di Terremoto — da
molte ore — stava Bianca vegliando, sospesa sempre, tra la paura e la
speranza.
Dire quale tumulto di affetti suscitasse nel di lei animo l’apparizione
improvisa del suo antico e fedele familio, non è attributo concesso
alla fredda parola del narratore.
Ella fu sul punto di svenire.
Terremoto si struggeva pel desiderio di interrogarla. Ma, in quel
medesimo punto, un pallido raggio di sole, che penetrava per le
socchiuse imposte ed uno scricchiolìo, che si fece sentire nella camera
attigua, lo consigliarono a temporeggiare e a riguadagnare sollecito la
propria prigione, dopo aver mormorato all’orecchio della signora.
— Tenetevi pronta!... bisogna scappare!
Lo scricchiolìo era prodotto da una chiave che girava nella toppa.
A pena, infatti, Terremoto fu rientrato nella camera dei tormenti,
che l’uscio se ne schiuse ed un grosso omaccione, dalla grinta tutta
butteri di vaiuolo e bitorzoli vinosi, vi si fe’ inanzi, dondolandosi a
mo’ d’un papero, e recando nell’una mano una scodella di cattiva zuppa
e nell’altra un piccolo orcio ripieno d’aqua.
Il mazzo di chiavi che gli penzolava dalla cintola lo denotava a
sufficienza pel carceriere.
Costui s’introdusse sbadatamente nella sala della tortura, senza sapere
con quale razza d’uomo si avesse da fare.
I berrovieri che, il dì inanzi, s’erano impadroniti di Terremoto
— cacciatolo entro quella sala, come l’unica spiccia, e scioltolo
affrettatamente de’ molti vincoli, onde lo aveano stretto — non
ad altro pensarono se non ad uscirne, con l’ali ai piedi, ed a
rinchiuderne la porta a chiavistello con la chiave che trovavasi
di consueto in su la toppa e che — solamente dopo quella cattura —
l’uno d’essi tolse dalla serratura e consegnò al carceriere, affinchè
l’aggiugnesse allo enorme suo mazzo, ma senza — per altro — porgergli
schiarimento ed aviso alcuno circa il novello suo carcerato.
Egli è però — ripetiamo — che costui si fece innanzi, con la sua
brocca d’aqua nell’una e la sua scodella di melopia nell’altra, senza
dubitare, nemmeno per sogno, d’aversi a trovare di fronte d’un uomo,
che — se manco ignorato — potea lasciare di sè la fama istessa del
mitologico Ercole e del biblico Sansone.
Questi — per contro — era tanto in su lo aviso che — fossero pur stati
dieci, e non uno solo, gli uomini, che sovraggiungevano a visitarlo
— egli avea già seco medesimo divisato di combatterli e sterminarli
tutti.
Figuriamoci poi trattandosi di uno solo!
Povero carceriere!
Non era egli, infatti, così entrato nella prigione e mentre stava
tuttavia girando intorno intorno l’occhio imbambolato, per riconoscere
il suo nuovo pigionale; che due branche di ferro lo azzanarono a’ lombi
e, sollevatolo di pianta, lo slanciarono a fracassarsi il cranio contro
i denti ferrati d’una ruota da supplizio.
Il misero — a pena si sentì, in tal maniera, aggredito — lasciò
cascarsi l’orcio da un lato e la scodella dall’altra ed — agitando
disperatamente le braccia — raccolse tutto il fiato, che avea ne’
polmoni, per mandar fuori un alto grido d’all’arme; ma fu sì rapido
ed inaspettato l’attacco, che il grido gli morì in un rantolo nella
strozza.
Battendo con la nuca sul ferreo ordegno, contro il quale Terremoto
lo avea scaraventato di tutta forza, l’osso craniale gli si spaccò in
due, come una boccia incrinata, e le cervella schizzarono a bruttare le
pareti ed il pavimento della lurida stanza.
Vistolo immoto, il gigante gli fu immediatamente sopra, gli staccò
dalla cintola il mazzo delle chiavi; indi volò alla porta, rimasta
semichiusa.
Ne uscì pian piano, la rinchiuse e la chiavistellò.
Per tal modo, egli assecuravasi che nessuno potesse entrare nella sua
carcere e scuoprire la morte del carceriere e la sua evasione.
Benchè tardo di mente, la gravità del pericolo, l’urgenza di scamparne,
gli davano una facilità di concezione che non era da lui.
L’uscio della camera de’ tormenti metteva ad uno angusto corritoio, il
quale — a destra — andava a sboccare in un’ampia sala, tutta contornata
di grezzi seggioloni a cuscini di cuoio e con in mezzo un grande tavolo
coperto da un negro tappeto. Probabilmente era la sala de’ giudizi: e
questa adduceva ad altre, che poi aveano sfogo su d’un cortile.
Da simil parte non poteva, dunque, convenire lo avventurarsi,
imperocchè fosse ovvio che — per quanto si dovesse approdare a un
egresso — tornava indispensabile il transitare per ambienti abitati
e custoditi sa Iddio da quale sterminato novero di servidori e di
sgherri.
Laonde Terremoto retrocesse e tentò l’altro ramo, che si prolungava a
sinistra.
Questo terminava ad una stretta e bassa postierla, al sommo della
quale, un piccolo occhio di pavone sbarrato di ferro, lasciava scorgere
chiaramente come, per essa, si potesse uscire liberamente all’aperto.
Era, di fatto, la postierla per cui si smaltivano i cadaveri de’ morti
in prigione, o sotto gli spasimi della tortura: una specie di porta
libitinense.
Felice dell’avventurata scoperta, il buon Rinolfo ne osservò
attentamente la serratura e si dispose ad esperimentarvi su — l’una
dopo l’altra — tutte quante le chiavi penzolanti dal grosso anello, che
teneva fra mani. Ma non ebbe mestiere di esaurire tale uggiosa bisogna:
al secondo giro della terza chiave la stanghetta della toppa cedette,
la pesante postierla girò silenziosa su’ propri cardini ed egli potette
convincersi di non essersi male apposto supponendo che, per essa, si
avesse direttamente adito fuori delle mura della cittadella.
In due salti, egli ritornò, quindi, alla camera dei tormenti, e,
da questa — sgattaiolando pel foro che egli stesso avea poco prima
praticato — passò in quella, dove trovavasi Bianca, e — senza
trattenersi in perigliose ed inutili spiegazioni:
— Seguitemi — le disse, con tono quasi imperioso — possiamo fuggircene,
senza alcun rischio.
La giovine donna lo guatò stupita, come mal sapesse acconciarsi a
prestar fede a quelle sue iattanti promesse; ma egli non le lasciò agio
nè di muovergli una domanda od una obiezione, nè di smarrirsi nei dubî
e nelle paure e — strettala per una mano:
— Seguitemi, madonna — le ribattè — seguitemi subito, o guai per
l’anima vostra!
Bianca, dominata, non ebbe cuore di muover verbo; si strinse al seno la
bambinetta, che le dormiva fra le braccia, e lo seguì.
Pochi minuti dopo erano fuori della cittadella.
La sera dello stesso giorno ricovravano nel casolare della Chiappa,
dove li abbiamo visti al principio di questo capitolo.