Nuove gesta di Terremoto.
Primi ad accorrere alle grida del Farnese furono il Trentacoste, il
Tomasoni, il Bombaglino ed altri suoi capitani. Richiesto di che si
trattasse.
— Amici miei — rispose loro — io teneva qui una fanciulla.... la
figliuola di uno de’ più acerrimi nemici di Santa Madre Chiesa....
volendo serbarla come statico, l’avevo chiusa in questa stanzetta....
ebbene: vedete!... un accidente di uomo, che io non conosco; uno
specie di ciclope, ha scassinato le spranghe della finestra e me l’ha
portata via, ed ora fugge, fugge secolei, in direzione della città
di Perugia.... a voi!... chi si sente d’inseguirli?... su la mia fede
di gentiluomo e di duca imprometto mille bei scudi imperiali di oro a
chi me li riporti vivi, o viva almeno la fanciulla e sia pur morto il
farabutto che me l’ha trafugata!
— Io.... io.... io!... — strillarono dieci voci ad un tempo.
— Lasciate andare, dunque! — sclamò Pierluigi con un gaio soghigno,
usando la frase sacramentale delle giostre e de’ torneamenti — la corsa
al pallio è aperta!... ma lesti! lesti!... il villanzone ha gambe più
lunghe del colosso di Rodi e corre più veloce della gazzella da’ piedi
di bronzo.... se perdete un solo attimo, egli vi scappa!
Non aveva il Farnese terminata ancora l’ultima frase di tale
eccitamento, che già il Trentacoste ed il Bombaglino, con una serqua
di loro barbute, si trovavano in sella, armati di tutto punto, e
partivano, come altrettante frecce, nella direzione ch’egli aveva
segnato loro del dito.
Terremoto, con la fanciulla in collo, s’era slanciato di tutta corsa
verso Perugia; ma — sovvenendogli a un tratto quanto gli aveva detto
messer Bartolomeo circa la imminente reddizione della città — stimò
imprudenza il procedere più oltre e si gittò di repente, alla propria
destra, tra un fitto di giovani querce e di faggi che costeggiava la
via.
Dal vociare, che l’appello del Farnese, aveva d’improviso suscitato
per tutto l’accampamento, gli era stato ovvio il comprendere come
non dovesse tardar molto ad essere inseguito; epperò, abbandonando la
strada e cacciandosi tra l’intricato meandro di quella boschina, si
sottraeva meglio alla vista de’ suoi inseguitori e poteva tirare inanzi
anche un po’ più a rilento, con minor tema di essere raggiunto.
Come si ritenne alquanto al securo, Bianca volle assolutamente scendere
dalle sue spalle e camminare ella pure pedestre, per non stancarlo
soverchio.
Volle bene opporvisi il divoto vassallo e, con mille goffe proteste
e più goffe preghiere, indurla a rimanersene al proprio posto; ma
non ci fu modo. La sventura aveva così temprato l’animo gentile della
giovinetta, ch’ella non divideva più gli aristocratici pregiudizi della
propria casta gentilesca e considerava l’ottimo Rinolfo, non più come
un servo, ma come il più affezionato degli amici. Provava, quindi,
vergogna e quasi una specie di rimorso nello imporgli quella parte
umiliante di bestia da soma.
Necessariamente una simile risoluzione di Bianca obligò il gigante a
restrignere le seste delle proprie gambe e a far passi più brevi e meno
frequenti; locchè equivaleva ad una considerevole perdita di tempo ne’
progressi della loro evasione.
A un tratto il calpestio precipitoso di parecchi cavalli giunse alle
loro orecchie.
Il rumore proveniva dal campo pontificio. Non c’era, quindi, da
prendere equivoco: su ciascuno di quei cavalli doveva tenersi in
arcione un nemico.
Terremoto si arrestò. Bianca, sbigottita, si restrinse tutta al suo
fianco, com’ellera, che, per reggersi ritta, cerca di abbarbicarsi ai
robusto tronco dell’olmo.
Siccome la boscaglia, per cui s’erano messi i nostri due fuggiaschi,
andava vie via, assottigliandosi, sino a formare un angolo acutissimo
che, alla sinistra, aveva per lato la strada battuta ed, alla destra,
l’aperta campagna; tornava inevitabile che quei cavalieri, se pur
seguivano la strada, com’era a supporsi, dovessero transitare a poca
distanza da loro; attalchè il più leggero scricchiolìo d’un ramo, il
minimo stormir di una foglia poteva destarne i sospetti, attirarne
l’attenzione e determinare la loro perdita.
La fanciulla perciò dette un buon consiglio al suo salvatore: quello
di coricarsi tra le alte erbe e gli sterpai che ingombravano il suolo
del bosco e rimanervi immobili sino a che i loro segugi fossero oltre
trascorsi.
E così fecero.
Non istette di molto, in fatto, che lo stuolo de’ cavalieri — una
dozzina circa — passò, correndo di tutta carriera, a piccola distanza
dal punto in cui e’ s’erano appiattati ed, in breve, si dilungò e si
perse lontano nel buio e nel silenzio della notte.
Risorsero allora in piedi e proseguirono, più tranquillati, il loro
cammino.
Uscendo dal bosco, poco al di là di Perugia, e traversando la strada,
per cercare, dall’altro lato di essa, gli alberi, e le siepi de’ campi
che servissero loro di schermo, Terremoto — al chiaror della luna che
brillava sempre splendidissima — s’accorse d’esser giunto in prossimità
della casa, in cui, pochi istanti prima, s’era trattenuto a discorrere
col nostro Neruccio, e la indicò a Bianca, che aveva già messo a parte
di quel suo colloquio.
La giovinetta, soffusa tutta di un caro rossore e palpitante di
speranza e di gioia, espose naturalmente il desiderio di avvicinarsi
e rivedere il suo amato; nè il buon Rinolfo — per quanto il tentarlo
dovesse essere non immune da rischi — ebbe core di contrariarla.
La fece, quindi, accoccolare a piedi di un’annosa quercia, affinchè
non giugnesse a scuoprirla chi, per avventura, fosse venuto a passare
per quel punto; poscia, pian piano, in punta di piedi, s’accostò alla
povera e antica dimora del chierico perugino.
Riconosciuta la finestra istessa, da cui, poco prima, aveva scorto
Neruccio, vi si affacciò cautamente e vi lanciò dentro uno sguardo.
Ma la stanzuccia servente di oratorio e studiolo era completamente
vuota; l’uscio, che la metteva in comunicazione con la stanza attigua,
spalancato; e questa pure, a ciò che pareva, affatto deserta.
S’inanimì allora a girare intorno intorno alla catapecchia e a
scandagliarne i pressi dal lato della porta di entrata.
Anche questa era aperta.
Vi si spinse dentro guardingo e riconobbe che, veramente, anche il
primo ambiente trovavasi inabitato al paro dell’altro.
Tutta la casipola era deserta.
Un pensiero gli attraversò allora la mente, non troppo adusa alle
pronte concezioni. La sua giovine signora doveva essere stanca di
molto; l’alba — poichè s’era in pieno giugno — non indugiar guari a
sciorre le dorate sue ali su la volta del cielo, fugandone il pallido
raggio della luna e lo scintillìo delle stelle; periglioso, quindi,
il restarsene errabondi pei campi e le strade campestri. Laonde
pensò ricovrare, con la sua padrona, entro quell’umile casolare e
trattenervisi sino a che lo scendere del bruzzolo novello consentisse
loro di allontanarsi in maggiore securtà.
Bianca, ch’egli s’affrettò ad istruire di quel luminoso suo
proponimento, fu, a sua volta, sollecita di accondiscendervi: il
rammarico intenso, ch’ella provava nel dover renunciare alla dolce
speranza di rivedere il suo Neruccio, colui che già tre volte aveva
posto la vita a sbaraglio per salvarle l’onore, non poteva trovare un
refrigerio che nel sostare alcun tempo nel luogo istesso dov’egli aveva
dimorato, toccare gli oggetti caldi tuttavia del contatto della sua
persona, respirare la medesima aria da lui respirata.
Penetrarono però nella casetta ed ivi soprasedettero alla continuazione
del loro viaggio sino al calar della notte.
Nella prima stanza, trovarono un letticciuolo dalle coperte di grossa
canepa sordide, sdrucite ed in vari punti chiazzate di sangue, sul
quale Bianca — tolte via queste che destavano repugnanza — si sdraiò
tutta vestita cercandovi un po’ di riposo; mentre Terremoto chiusa
accuratamente e sbarrata la porta tenevasi ad una delle finestre in
vedetta.
Durante la intera giornata fu per le campagne e vie circostanti,
un continuo andare e venire di soldati, ufiziali, fanti, cavalieri,
cittadini, villani, bagagli. Erano le genti di battaglia del Baglione,
che uscivano di Perugia e si sbandavano: erano drappelli di papalini,
che perlustravano i dintorni della città; erano taluni altri dei
Venticinque che si mettevano in salvo, con le famiglie e le robe,
prima dell’ingresso del duca di Castro; erano vassalli e servi che
la certezza della pace riconduceva alle case disertate, ai ricolti
derelitti, agl’interrotti lavori.
Ma Terremoto che — siccome il lettore ricorda — aveva lasciato Perugia,
prima vi giungessero le truppe baglionesche, mal sapeva discernere, in
quello andarivieni, quali gli amici e quali i nemici; e però tenevasi
quatto, nella giusta tema di imbattersi nel lupo, quando appunto gli
fosse parso di ricorrere al cane di guardia.
Senonchè lo struggeva il mancare affatto d’ogni vettovaglia, non tanto
per sè, quanto per la sua giovine signora. Anche il suo stomaco digiuno
da oltre ventiquattr’ore, provava gli atroci stiramenti della fame;
ma, da lunga mano, il brav’uomo erasi abituato ad imporre silenzio a’
propri bisogni, per non pensare che a quelli de’ suoi cari.
Contemplava, con tacita angoscia, la nobile fanciulla stesa sul povero
lettuccio ed immersa nel sonno e, tratto tratto, mandava un sospirone
da far girare le ruote d’un mulino.
Così, nella inazione, nel silenzio, ragionando tra sè e sè col proprio
appetito, trascorse per Terremoto quella giornata che gli pareva
eterna.
Alla sera, svegliò Bianca tuttora dormiente, e si rimisero in viaggio.
Valicato il monte di Pitignano, senza cattivi incontri, giunsero i
nostri due fuggitivi in prossimità della Magione che la notte era nel
suo colmo.
L’aria impregnata di aquei vapori — comunque il cielo fosse di quel
puro e profondo azurro, che hanno solo le notti estive d’Italia,
e la luna splendesse in tutto il bagliore del suo patetico raggio,
e le stelle intrecciassero a miriadi la loro mistica danza per gli
sconfinati sentieri del firmamento, e una mite e leggera brezzolina
mitigasse di alquanto il caldo sferzante ed oppressivo della stagione —
era indizio certo non trovarsi molto discosto il lago di Perugia, dal
quale, appunto, in tali ore notturne, si sprigionano quelle tremende
febri palustri, che sono recate intorno su l’ali de’ suoi mortiferi
miasmi.
Bianca sentivasi stanca. Il forzato digiuno della precedente giornata,
il lungo e disastroso viaggio, sempre per scorciatoie traverse e
sentieruoli da capra, tra brughiere e roveti e tra balze e burroni,
l’avevano così rifinita, che, a malo stento, reggevasi in piedi.
Se ne avvide l’ottimo Rinolfo e si affrettò a proporle di recarsela
un’altra volta su le braccia e darle così un po’ di riposo. Ma
l’istintivo orgoglio della fanciulla non volle piegarsi a quella
generosa profferta.
— Piuttosto — ella disse — non sarebb’egli possibile il rinvenire
quaggiù, come abbiam fatto presso Perugia, qualche securo abitacolo in
cui fare sosta un momento e refocillarci?
Terremoto si arrestò di botto — e montato su una specie di duna di cui
si trovavano al piede — sguaraguardò attentamente tutto all’intorno.
A non molta distanza, su la destra della via che costeggia il lago e a
mezza costa di un piccolo poggio, gli parve scorgere un lume. Più che
un lume, era una fioca e tremolante lineuccia luminosa, che disegnavasi
verticalmente all’orizonte su di una massa negra ed informe; ma,
comunque, essa era segnale infallibile della presenza in quel luogo di
qualche essere umano.
Scendendo dal monticello:
— Là — disse il gigante, con l’indice steso verso il punto, in
cui aveva scorto quel tenuissimo faro — là c’è una casa di certo,
madonna.... un po’ di coraggio ancora, un ultimo sforzo e ci siamo!
E ripresero l’interrotto cammino a quella volta.
Più si avvicinavano e più evidente appariva come Terremoto non avesse
preso un granchio. La linea luminosa era un sottil filo di luce
trasparente dalla fessura di una imposta di finestra mal chiusa; la
negra ed informe massa, una casa!
Quando le furono anche più presso, un fascio di strame ed una tavoletta
di legno probabilmente pitturata, che penzolavano, ludibrio de’ venti,
da un grosso ferro infitto al sommo della sua porta d’ingresso, li fece
inoltre accorti come quella casa dovess’essere un’osteria.
Se sgombra di nemici e scevra di rischi, non poteva loro capitare di
meglio.
Al fine di sincerarsene, Terremoto — fatta soffermare la fanciulla —
le si appressò maggiormente studiando il passo, per attutire il proprio
calpestio, ed arrampicatosi su lo sprone della muraglia, pose l’occhio
alla finestra, da cui scappava la luce.
L’ambiente, che gli si parò dinanzi, era una vasta stamberga a volto
depresso; in un canto della quale, su di un gran letto coperto di
celone a quadretti, dormivano una giovine donna ed una bambinetta;
mentre un uomo, col tradizionale berretto bianco in capo e il grembiale
ravvoltolato intorno alla cintola, tenevasi seduto presso un piccolo
tavolo, su cui al chiarore di una lampanuccia d’ottone noverava ad
una ad una molte monete. Era, senza fallo, l’ostiero che istituiva il
computo degli incassi e profitti della giornata, i quali — a giudicarne
dal gruzzolo — dovevano essere stati più che mediocri.
La faccia dell’oste — uomo ancor giovane e ben portante — esprimeva un
dolcissimo compiacimento senza pur l’ombra di cupidigia. Dagli sguardi
amorevoli, ch’egli alternava tra le monete e le due dormienti, chiaro
traluceva, come la gioia che gli davano quelle non fosse che in ragione
del suo grande amore per queste. Era una faccia che se fosse stata un
frontespizio, avrebbe invogliato a leggere il libro, libro che poteva
essere poco interessante e fors’anco sciapito, ma buono, sano, onesto,
di certo.
E Terremoto se ne invogliò di guisa, che — senza attender altro —
picchiò cautamente con la nocca della mano sul legno della imposta
socchiusa.
L’oste drizzò le orecchie a mo’ di giovine puledro, si guatò intorno
come trasognato e si affrettò a celarsi in tasca i quattrini.
— Fossero ladri? — pensò.
E, siccome i leggeri colpi di nocca non ismettevano punto, prese su da
un canto della stamberga un vecchio e rugginoso archibugio a ruota, di
cui accese la miccia al lampanino, e s’accostò guardingo alla finestra,
schiudendone interamente la imposta col palmo della mano sinistra.
Al vedersi dinanzi la poco rassicurante grinta di Terremoto, trattenne
a stento una esclamazione di terrore e, ritraendosi sollecito,
imbracciò l’arma micidiale in atto minaccioso.
— Per la beatitudine d’Iddio! — sclamò a tale atto, il gigante, col
suo roco vocione, che svegliò di sobbalzo la donna e la bambina —
perchè mi volete morto, maestro?... non sono mica un ladro, come voi mi
stimate!... ho solo una dimanda a rivolgervi ed un favore a richiedervi
e, se mel potrete rendere, ho anche nel borsello tanto che basta per
rimunerarvene profumatamente.... sentite!
E con la mano sinistra, che si cacciò entro la tasca del corsetto,
mentre con l’altra tenevasi abbrancato al davanzale, scosse e fece
risuonare i non pochi ducati, che gli aveva rimesso messer Bartolomeo,
spedendolo in giro per fare ingaggi.
— Quando la sia così — fece l’ostiero un cotal po’ rabbonito,
abbassando l’archibugio — dite pur su: cosa mi volete?
— In primo luogo: avete gente in casa?
— La mia donna, la mia piccina, che voi m’avete rideste, come vedete;
il Cennamella, mio familio, che adesso dorme nel fenile, e Geppetta, la
guattera, che dorme in cucina.
— E non forastieri?
— Oh, nissuno, nissuno!... ce n’ho avuto durante tutta la giornata,
ch’è stata una processione vera.... ed anco di prepotenti ce n’ho
avuto.... soldatacci, Dio guardi! di que’ raccapezzati da messere il
Baglione per l’impresa di Perugia e che adesso, che la è andata come
doveva andare, si buttano per le terre, senza nè rispetti umani, nè
timore di Dio.... i quali, dopo avermi succhiato barili interi di vino,
e di quello della chiavetta, per giunta, non c’era più verso di farselo
pagare... maladetti!... ma ora, salvo noi della casa, non ci ho più
neppure una mosca.
— In tal caso, ecco il servigio che vi devo richiedere: darmi alloggio,
per questa notte insieme alla mia signora che è qua da basso che
attende?
— La vostra signora?
— Eh, sie, maestro: una giovine dama, bella come un angiolo del Gesù
benedetto, buona come la Madonna Santissima e sventurata come una
martire!
— Sventurata? — interloquì la moglie dell’oste, ponendosi a sedere sul
letto e ricominciando a vestirsi.
— Tanto! — le rispose Terremoto — tutti i suoi sono scappati di
Perugia, dov’ella era; non ha più nessuno al mondo che la protegga, non
parenti, nè amici, fuori di questo povero straccio di servo!
— E falla subito salire, Luca — riprese la donna, con uno slancio di
affettuoso interessamento.
— Solo — aggiunse il marito, deponendo l’arma ed apparecchiandosi
a scendere per schiavistellare la porta — noi non avremo modo ad
albergarla, come si addirebbe a persona della sua sorta.
— Eh, mastro Luca — sospirò il colosso, scivolando a sua volta giù
dallo sperone del muro — la sventura e il bisogno non sono schifiltosi
di troppo.... apriteci e non pensate ad altro!
Mastro Luca non si fece ripetere l’invito e Bianca e Terremoto
entrarono nell’osteria.
Intanto l’ostessa s’era tolta di letto ed aveva fatto levare la
Geppetta, nel contempo che mastro Luca chiamava a sè il Cennamella.
I garzoni — con la sonnacchiosa malavoglia di chi è strappato
bruscamente ai dolci amplessi di Morfeo — prestaron mano a’ loro
principali per approntare alla meglio una frugalissima cena di ova,
cacio montanino e prosciutto affumicato, che i nostri due profughi —
auspice un appetito da suonatori — divorarono a quattro palmenti. Poi
l’ostessa acceso un lumicino alla lampana — introdusse Bianca nella
stanzuccia che doveva servirle di dormentorio e mastro Luca fece
altrettanto con Terremoto.
Mentre quella entrava in un modesto ambiente del piano superiore, a
cui si perveniva per una scala di legno suggellata al muro co’ suoi due
capi, il gigante dovette accontentarsi di una specie di bugigatto, che
aprivasi appunto tra quell’ambiente e la camera da letto degli osti, a
metà e al disotto della scala di legno.
Pochi momenti dopo, tutto in quella casa era rientrato nella quiete e
nel silenzio di prima.
Mancava forse non molto al primo rompere dell’alba, quando Terremoto,
che — stanco qual’era — aveva ceduto allo imperio di un sonno profondo;
venne repentinamente ridesto da un alto e confuso alternìo di voci, che
saliva dal piano sottostante.
Tese l’orecchio e gli giunsero distinte le seguenti parole, pronunziate
con fare aspro e brutale:
— Un villanzone alto, sterminato, una specie di servitor di Vulcano,
ed una giovinetta?... son loro.... son loro.... indicaci subito dove li
hai intanati!
Susseguì un silenzio.
L’oste, cui erano dirette quelle intimazioni, esitava indubiamente a
rispondere.
Terremoto comprese tosto il pericolo. Erano persone giunte
nell’osteria, mentre egli dormiva, che cercavano di lui e della sua
signorina. Non potevano essere altri che gli uomini spiccati su le loro
tracce da Pierluigi Farnese.
E mal non si apponeva.
Erano, infatti, il Trentacoste ed il Bombaglino, coi loro dodici
seguaci, che — dopo aver battuto inutilmente la strada sino al confine
toscano — ritornavano scornati ed avviliti, a render conto dello scacco
subìto al loro eccelso signore.
La vista dell’osteria aveva attratto pertanto la loro attenzione, non
già nella fiducia di trovarci cosa che potesse lenire il loro dispetto;
ma per ridarsi un po’ di lena con qualche fiasco di vino.
Il resto s’intende.
Udito parlare dall’oste degli altri due e soli suoi ospiti, Trentacoste
gli addimandò chi fossero e, alla risposta ch’erano una giovine signora
ed un colossale suo servo, non ebbe d’uopo di chieder altro per andar
certo di esser stato servito da messere il caso assai meglio che non
da’ propri occhi e dalla propria furberia.
A tale certezza, un concerto di grida gioiose scoppiò fra quella bulima
di scherani e fu quello appunto che trasse di soprassalto Terremoto dal
sonno.
L’imminenza del pericolo acuì, come soventi accade, la grossa
perspicacia del gigante o, per lo meno, lo ammonì della necessità
di non indugiare un solo istante le difese, se voleva tentar modo di
sottrarre sè e Bianca ad una irreparabile perdita.
Si levò, quindi, in piedi, tenendosi ritto su la persona quanto meglio
gliel consentiva il depresso solaio dello stambugio che gli aveva
servito di cubicolo; poscia — formatosi in testa un suo particolare
progetto — abbrancò dei due montanti la scala di legno, che, dal
piano sottoposto, ascendeva alla stanzetta della sua giovine signora,
e si dètte a tirarli a sè violentemente con tutta la forza delle
nerborute sue braccia. La scala, vecchia, tarlata, sconnessa in più
punti, non poteva resistere a lungo a simile poderoso attacco e, con
un formidabile scricchiolìo, che, per buona ventura, venne in quel
punto attutito dalle urla feroci e dalle imprecazioni di Trentacoste
e de’ suoi, che, allo unisono, minacciavano l’oste; finì, di fatto, a
schiantarsi in due pezzi, l’uno de’ quali, il superiore, si staccò, in
pari tempo, dal limitare della stanzuccia di Bianca e sarebbe anche
andato a rovinare fin giù sul pavimento, ove Terremoto non fosse
stato lì, pronto a ghermirlo e a gittarlo orizontalmente entro il suo
buggigatto.
Fatto ciò, in un batter d’occhi, dètte di piglio ai due tronconi
dell’altro pezzo di scala, rimasti infissi alla soglia della camera
nuziale dell’oste, e, sveltili dalla loro base, li trasse pur essi nel
proprio stanzino.
Così, fra i due piani della casa e l’ammezzato interposto non rimaneva
più nessuna possibile comunicazione.
Quando, sotto gli urti de’ birri di Trentacoste e del Bombaglino,
l’uscio da basso si spalancò; Terremoto aveva a pena compiuto la sua
ardimentosa demolizione ed era tornato ad accovacciarsi entro il suo
buco su i medesimi frantumi della scala allora allora demolita.
I primi a sbucare dall’uscio guatarono stupiti allo insù, e, voltisi
a’ compagni, che li spingevano alle reni da stare tuttavia nella camera
dell’oste:
— Canchero! — gridarono — non si può andare più oltre.... questa
bicocca del malo augurio manca di scale, come il suo maladetto padrone
manca d’onestà nella coscienza e di vino pretto negli orci!
— Ma la scala — osservò l’uno d’essi, curvandosi ad esaminare il
pavimento — è stata portata via or ora.... peggio che portata via,
smurata di peso!
— Ah! ah! — ghignò il Trentacoste, azzanando l’ostiero per un orecchio
— il mascalzone che ci ruba la figliuola ha dunque degli alleati anche
fuori della sua fortezza.
— No, no, per le viscere di Cristo — gemè il povero mastro Luca,
facendosi paonazzo in viso pel bruciore acuto, che gli cagionava quel
brutale strapazzo.
— E s’è no — lo interruppe il lanternuto capitano, infliggendogli un
ultimo e più sgarbato strappo — e tu insegnaci maniera di arrampicarci
su quella tua colombaia.
— Ma, in verità, messere, che io non saprei....
— Ah, non sapresti?... poffare il mondo, te la insegneremo noi la via
del sapere!
— Non hai dunque una scala? — domandò il Bombaglino.
— Una scala?.... una scala? — balbettò mastro Luca, al colmo
dell’impiccio.
— Sì — fece il Trentacoste — una semplice scala a piuoli.
— Ve n’ha una, fuori — interloquì il Cennamella — una lunga, lunga
presso il pollaio!
Luca e sua moglie lo fulminarono di un’occhiata, che pareva una
maledizione.
Ma il ragazzo vi badò tanto meno, che, senza lasciargli tempo di
soggiunger altro, il Trentacoste lo aveva intanto ghermito, a sua
volta, per un orecchio, e, facendo cenno a due soldati, di seguirlo,
avviavasi, con essolui fuori della stanza, gridandogli:
— Menami, dunque, dov’è cotesta tua scala.
La scala venne, di lì a poco, recata su le spalle dalle due barbute; ma
— come lo aveva annunziato il Cennamella — essa era così lunga, così
lunga, che non ci fu verso di farla penetrare, dalla camera da letto
degli osti, nello esiguo vano che già conteneva quella improvisamente
distrutta.
Trentacoste e il Bombaglino, sagrando peggio di due eretici, ci
si provarono inutilmente in diversi modi; ma dovettero, alla fine,
capacitarsi che meno arduo sarebbe forse tornato loro il fare entrare
una trave per la cruna di un ago.
Uno de’ soldati allora suggerì un spediente segnando del dito l’uscio
della stanza di Bianca.
— È lassù — domandò — che si tengono chiusi?
— Ma, di certo, — rispose Trentacoste — è lassù!
— Io penso, dunque — proseguì il soldato — che la stanza debba pure
aversi una finestra.
— Ebbene? — chiese il Bombaglino.
— Ebbene — concluse quello — entriamoci per la finestra!
Un urrà di gioia feroce accolse l’eccellente suggerimento.
— Per la finestra! per la finestra! — sbraitarono taluni di loro,
impadronendosi della scala e riportandola fuori della casa — le
daremo la scalata meglio non ci sia riuscito a quel maledetto Castel
Torsciano!
— Ma occhio alla ragazza! — soggiunsero altri — acchiapparla sì; ma
guai a farle male.... monsignore il duca non ce ne darebbe venia!
— Ci rimane il servo!...
— Il villanzone!...
— Quello pagherà per tutti!...
E, tra simili propositi di rappresaglia e di vendetta, i più de’
seguaci di Trentacoste e del Bombaglino — lasciati quattro de’ loro
in guardia alla stanza degli osti — uscirono all’aperto, co’ loro due
capitani, e — riconosciuto al fioco chiarore dell’alba il punto, in
cui trovavasi la minacciata finestra — vi postarono contro la scala e
cominciarono a salire all’assalto.
La finestra della stanza di Bianca aprivasi verso la campagna, al
disopra di un altro piccolo finestruolo riquadro, cui gli scherani non
degnarono di nessuna attenzione, ed era munita solamente di quadrelli
di grossa tela di canepa chiovati a rozzi telaioni di faggio.
Con un pugno, la grazia era fatta.
Primo a cimentarsi alla grande e nobile impresa fu il Bombaglino con la
spada sguainata tra i denti, poi gli tennero dietro, piuolo per piuolo,
cinque de’ suoi berrovieri. Così, della geldra — ch’era in tutto di
quattordici uomini — sei trovavansi su la scala, quattro a terra a mo’
di corpo di riserva ed altri quattro di guardia nello interno della
casa.
Il foro riquadro, sottostante alla finestra, era quello che dava luce
al ripostiglio, entro cui tenevasi sempre accovacciato Terremoto.
Strisciando col ventre su gli sfasciami della scala e la poca paglia,
che gli aveva servito di letto, costui s’avvicinò pian piano con la
faccia a quel finestruolo e, spingendo fuori cautamente lo sguardo,
potè mettersi in istato di seguire, passo passo, tutte le manovre de’
suoi dieci avversari, che ignoravano la di lui presenza in quel luogo.
Il pover’uomo, osservando i costoro preparativi, sudava freddo e si
crogiuolava invanamente il cervello per strizzarne un pensiero, uno
spediente, uno stratagemma, che potesse trarlo incolume del cerchio di
brage, entro cui vedevasi rinchiuso. Ma, per quanto premesse le proprie
facoltà mentali, nulla gli riusciva di farne scaturire. Non aveva che
la fenomenale sua forza bruta ed a questa — in difetto di meglio —
decise di interamente e ciecamente affidarsi.
La situazione, d’altronde, era sì estrema e disperata da non ammettere
nè studi, nè preparativi, nè temporeggiamenti: tutto avendo a temere,
tutto bisognava osare; non potendo vincere, conveniva morire; ma
vendere almeno la vita a caro prezzo.
Eppoi, non s’era di verno, non nevicava, e Terremoto — secondo la
predizione di Gerolamo Cardano — non poteva temere la morte.
Egli però si dispose ad attendere il momento opportuno per tradurre in
atto il suo divisamento.
Acciapinatosi il meglio possibile su la persona e trattenendo persino
l’alito, affine di non destare sospetto di sè; lasciò che il Bombaglino
ed i cinque suoi seguaci salissero, l’un dopo l’altro, la scala; lasciò
che il primo toccasse quasi della mano il davanzale della finestra di
Bianca, mentre l’ultimo gli giungeva coi ginocchi contro la faccia; ed
allora — scattando repentinamente col torso fuori dal suo finestruolo
ed afferrata, pei due ritti, la scala — la scostò, con titanico sforzo,
dal muro e — dopo averle impresso una tremenda squassata, come ad
albero di cui si vogliano far cascare i frutti maturi — la respinse
violentemente lunge da sè, tanto da farla precipitare rovescia giù dal
pendio e, con essa, i sei disgraziati che vi stavano sopra.
Un terribile urlo, misto di strazianti grida di dolore e di diaboliche
bestemmie, echeggiò per tutta quella diserta campagna e si diffuse per
le bassure del Trasimeno ripetuto in mille guise dall’eco.
Pareva che la casa dell’onesto taverniere della Magione fosse
convertita in un girone delle male bolge.
Il Bombaglino, tracollando di peso dal sommo della scala, s’ebbe una
gamba rotta in due punti; gli altri cinque, qual più qual meno, ne
andarono con la testa o le costole fracassate; l’uno d’essi rovinò a
capofitto su d’un pietrone e rimase cadavere in sul colpo: un altro,
il quale assisteva, da stare in basso, alla scalata, con un piè fermo
su l’ultimo piuolo, pronto a montare a sua volta, non fece in tempo
a ritirarsi, e la scala, cadendo, lo schiacciò col suo enorme peso,
spezzandogli la spina dorsale.
Trentacoste e gli altri due suoi sgherri come i soli rimasti incolumi,
non pensarono, pel momento, ad altro chè a prestare aiuto a’ loro
malcapitati compagni ed a rimuovere la scala che opprimeva il misero
agonizzante.
Era una scena straziante.
Il luogo sembrava un campo di guerra subito dopo la battaglia.
Bianca — ridesta a sua volta dai primi rumori ed affrettatasi a
rivestirsi — balzava in quel punto alla finestra, per conoscere che
fosse. Colpita penosamente dalla orribile vista, si ritrasse tutta
tremante e — come il suo unico sostegno e rifugio era Terremoto —
volò immediatamente all’uscio, per correre in traccia di lui ed a lui
chiedere spiegazione del sanguinoso caso; ma là pure, non iscorgendo
più la scala, dovette arrestarsi attonita, spaurita, perplessa.
In quella, i quattro scherani rimasti nell’osteria e che, dal luogo
in cui si trovavano, nulla potevano vedere di quanto accadeva al di
fuori; allarmati dalle strida di spavento e di angoscia, che giunsero
d’improviso alle loro orecchie; si consultarono un momento tra di loro
più che a parole ad occhiate; quindi due uscirono affrettatamente dalla
stanza dell’oste, lasciandovi gli altri due di guardia.
Nel tempo medesimo — o prevedesse ciò che doveva succedere, o
comprendesse, piuttosto, che, senza trarre immediato profitto della
prima confusione de’ suoi nemici, impossibile riusciva il salvarsi —
Terremoto, aggavignatosi delle mani alla soglia del suo ripostiglio, si
lasciò sdrucciolare giù nella cassa della scala distrutta e — siccome
nell’atto istesso che scendeva levò gli occhi all’insù e scorse Bianca,
affacciatasi in quel punto all’uscio della propria stanzetta:
— Madonna — le susurrò — se volete scamparla, c’è un solo modo:
annodate insieme le due lenzuola del vostro letto ed assicuratene ben
sodo l’uno de’ capi al chiavistello dell’uscio.... ma subito, subito!
E, senz’altro attendere, toccato il pavimento dei piedi, si slanciò
nella contigua camera coniugale dell’oste, dove, coi padroni della
taverna ed i loro due famigli, non trovavansi più che due barbute.
Penetrarvi di corsa, abbrancare ciascuno di costoro pel petto e
cacciarli supini a terra d’un manrovescio, fu per Terremoto l’affare di
un attimo.
— Serra l’uscio, ragazzo! — gridò intanto al Cennamella — ma serralo
bene, con tanto di chiavistello.
Il familio obbedì.
— E voi, mastro Luca — continuò quello, mantenendo atterrati i due
sgherri — favoritemi qualche brandello di fune, ma solida, solida il
più che possiate.
Prima ancora del taverniere, fu l’ottima sua consorte che porse a
Terremoto i pezzi di corda domandati.
Con questi il gigante legò ben stretti piedi e mani ai due scherani,
poi — lasciatili distesi sul pavimento come piattole arrovesciate —
ritornò sollecito al vano della scala di legno.
La giovinetta non aveva mancato di ottemperare al suo giudizioso
suggerimento: le due lenzuola aggroppate insieme dondolavano al
catenaccio dell’uscio e giungevano quasi sino a terra.
— Lasciatevi calare, madonna! — le disse allora Terremoto a bassa voce
— non vi prenda timore!
Bianca non esitò a secondare un tale invito ed, un momento dopo,
scivolava pei lini penzolanti fra le braccia del suo fedel servitore,
il quale rientrò immediatamente nella stanza degli osti, domandando a
Luca:
— C’è nessuno altro buco per uscire di qua?
— Sì — gli rispose l’ostiero — c’è questo.
E segnò un usciolo che aprivasi di fianco al letto.
— Dove mena?
— Al portico sotto al fenile, dall’altra parte della casa!
— Bene.... addio.... e grazie!
E, profferendo tali parole, Terremoto uscì, con la sua signora sempre
in braccio, dall’àdito che gli veniva indicato, dopo essersi tolto
di tasca ed aver deposta una grossa manciata di oro su lo stesso
tavolinuccio, presso cui, qualche ora prima, mastro Luca stava
istituendo i suoi conti.
Giunti sotto al fenile, Terremoto vi scorse un certo numero di cavalli
legati, per le briglie, agli anelli infissi nei pilastri del porticato.
Erano i cavalli degli sgherri di Pierluigi Farnese.
— Il buon Dio benedetto è con noi — sclamò il brav’uomo a quella vista.
E, in ciò dire, estrasse un largo coltellaccio, unica arma di cui si
trovasse munito, e, con esso, recise i sottopancia e tutte le altre
cinghie, che assodavano i finimenti di quei cavalli, non risparmiandone
che due soli.
Su l’uno di questi fece montare la sua giovine signora, poi, montato
egli stesso su l’altro, lavorò di calcagno e fece partire i due animali
al galoppo.