Castel Canafurone.
Sul confine piacentino verso il genovesato, alla destra dell’Aùto,
poco prima del punto in cui questo modesto torrentello, che sgorga da’
pinacoli del Barbagelata, va a mettere foce nella Trebbia; sorgeva
di que’ giorni, o — a più giusto dire — già cominciava a cascare in
ruina un castellaccio dell’undecimo secolo, eretto nel più orrido a
settentrione del Groppo della Vèzzera e appartenente a’ conti Nicelli,
allora potenti e prepotenti in Valle di Nure.
Lo si chiamava Castel Canafurone.
Adesso non ne rimane altro vestigio che il nome.
E — sin d’allora — scassinato e cadente in più parti, con rotte le
catene de’ levatoi e arrugginite a’ subbi quelle delle serracinesche,
senza più nè mobilio, nè arredi, nè imposte di usci o finestre; lo si
lasciava in balia de’ quattro venti abbandonato e deserto.
Le inevitabili leggende di scellerati delitti ivi compiuti in
remotissimi tempi, e di spiriti maligni che vi convenivano la notte
in diabolici sinedri, e d’ombre vagolanti e gementi che ne popolavano
i più secreti penetrali; circolavano naturalmente accreditate più che
vangeli per le circostanti campagne e non c’era familio, o servo che
— indugiato per via, oltre lo imbrunire — non la pigliasse lunga,
descrivendo un arco di circolo per evitarlo, o — se costretto a
passargli di costa — non si lasciasse vincere dalla battissoffia e non
iscongiurasse tutt’i santi del paradiso a tenergli lontani i cattivi
incontri.
E come fondate sul vero quelle paurose dicerie, meglio lo avrebbe
creduto chi vi fosse passato in su la mezzanotte del 4 giugno 1539,
tanto n’era strano e spaventevole l’aspetto.
Su la bassa fronte del tozzo e diforme edificio, che disegnava la sua
negra mole s’un cielo annuvolato e procelloso, brillavano altrettanti
occhi di brage: erano le finestre del pianterreno, dalle quali
traspariva una luce rossastra e fumosa come d’incendio. Dallo interno
s’udiva un confuso frastuono d’armi e di persone e un alternarsi
di voci minacciose e di esecrande bestemmie. Ci sarebbe stato a
scommettere che là dentro si celebrasse la messa nera o, per lo meno,
si ripetessero le mostruose orgie di sangue, per cui, cento anni prima,
quel Gilles di Laval, ch’erasi guadagnato il nome di _Barbe-Bleu_,
lasciò il capo sul ceppo.
Un mistero vi si nascondeva di certo.
Ma non mancava probabilmente chi proponevasi penetrarlo, perocchè vi
fosse qualcuno che — strisciando catellon catellone fra l’intricatoio
di licheni e di arbusti che circondavano il castello e ne vestivano il
piede — cercasse accostarsi ad una di quelle sue finestre che davano
luce.
Adagio adagio e proprio come la dònnola quando s’insinua nel pollaio,
vi giunse finalmente e — mascherato dal fogliame d’un càppero che ne
otturava gran parte del vano — vi spinse in mezzo la faccia e cacciò
dentro lo sguardo.
L’ambiente era una lurida stanzaccia a vôlto depresso, che
originariamente aveva dovuto servire di tinello pe’ famigli e
gli armigeri, le cui pareti, annerite dalla fuliggine del tempo e
luccicanti per le viscide striscie de’ lumaconi, annebbiava uno spesso
velame di polverosi ragnateli. Vi si tenevano in giro una dozzina
d’uomini da’ ceffi promettenti nulla di buono e più vestiti di armi che
non di panni, taluni de’ quali — i peggio in arnese — reggevano a mano
torce resinose, d’ond’emanava la luce rossastra che si travedeva di
fuori.
Erano signori e servi.
A capo di quelli figurava uno, col quale femmo già conoscenza a
Parma in occasione della contesa per la mula papale; era il compagno
di Stefano Nicelli, il conte Giambattista Nicelli, marchese della
propinqua terra di Cattaragna e signore eziandio delle crollanti mura
di Castel Canafurone, che — una volta fattesi inette alla difesa — egli
aveva derelitto e lasciava cadere completamente in isfascio.
Intorno a lui, stavano diversi altri Nicelli, tra i quali i conti
Melchiorre da Niceto e Gianfrancesco da Ebbio: e — dallo atteggio di
tutti e specie da’ loro discorsi — chiaro appariva come attendessero
persone, con le quali s’erano dati la posta in quel luogo solitario e
selvaggio.
Nè queste tardarono gran pezza ad arrivare.
Primo fu il capitano Lorenzo Villa, con dietro un centinaio d’uomini
d’arme, uno de’ quali il nostro Neruccio: poscia, il conte Giovanni
Nicelli da Monte Ochino, uomo prepotente e feroce, il quale, dopo di
Stefano, vantava la maggiore primazia su le genti del suo casato.
Apparentemente era costui che gli altri aspettavano, poichè quasi
tutti — al suo sovraggiungere — dèttero in una esclamazione di
sodisfacimento: ed il marchese di Cattaragna, affrettandosi ad
incontrarlo:
— Ebbene? — gli chiese con ansia.
— Ebbene — rispose il nuovo venuto, mentre gli altri gli formavano
cerchio d’intorno — il tradimento è proceduto dai Santafiora e dai
Camia!
— N’ero certo! — fece il da Niceto.
— Scellerati! — sciamò il da Ebbio.
— E come sono andate le faccende? — dimandò il marchese di Cattaragna.
— Ve lo dico subito — soggiunse l’interrogato — e, perdio, se avete
sangue che vi scuota i polsi dovrete inorridirne con me. V’è noto
come al nostro misero Stefano, nella sua qualità di capo delle
nostre famiglie, grandemente premesse il portarsi a Piacenza, per ivi
regolare co’ Mandelli e coi Landi le questioni pendenti su i dazi dello
Spettine e della Crocelobbia e su gli scavi delle Ferriere; ma non vi
si affidava, la cagione del malaugurato affare ch’ebbe l’anno scorso
a Parma e che gli tirò su la testa la taglia di cento ducati. Stava
appunto nella maggiore incertezza, quando, imbattutosi a Fiorenzuola
nel Legato, cardinal Del Monte, gli parve saggio umiliarglisi e
richiederlo d’un salvacondotto, che questi non gli ricusò. Ma Sforza
Pallavicino, il signore del luogo, ne dètte subito aviso secreto a’
Santafiora di Castellarquato, i quali sapete quanto agognerebbero
spogliarci ed impadronirsi de’ nostri feudi del Valnurese. Costoro però
s’accontarono coi Camia e concertarono insieme la trama infernale.
Quando Stefano, valendosi del suo salvocondotto, fu penetrato in
Piacenza e mentre il Legato, per un intrigo de’ Santafiora, portavasi
a Busseto presso Gerolamo Pallavicino, i Camia lo denunziarono
codardamente all’Orsini di Farfa, luogotenente della legazione, il
quale, senza tener calcolo del salvocondotto e senza nessun riguardo
per quei molti nostri aderenti e parziali, che s’intromisero e lo
scongiuravano a soprassedere fintanto almeno che si fosse ricorso a
Roma ed avutone risposta; fece procedere alla cattura di Stefano e
volle, senz’altro, mandare ad esecuzione il bando degli Anziani di
Parma.
— Maledizione! — mormorarono cupamente taluni.
— Il ventotto dello scorso aprile — seguitò a dire il conte Giovanni da
Monte Ochino — sono oggi trentasei giorni, il conte Stefano Nicelli,
il nostro congiunto, il nostro capitano, l’amico nostro, s’ebbe mozzo
il capo in cittadella e il cadavere abbandonato ignudo su la piazza,
scherno alla bordaglia, ludibrio alle cornacchie ed ai cani.
Un sordo mormorio di mal represso furore tornò a circolare fra gli
astanti.
— Il Farfa — continuò il Monte Ochino — fu compro dalle blandizie e
dall’oro de’ nostri giurati nemici; ma siccome non voleva apparirlo
e che costoro andavano sfrontatamente millantando d’aver cavato la
castagna dal fuoco con la zampa del gatto; tanto per scagionarsi, e’
ne fece sovraccogliere due, Gilberto Camia e Alfisio Malvicino, e,
dichiarando publicamente..... buono per cui ci crede!.... di non aver
ceduto a nissuna subornazione, ma solo ottemperato agli ordinamenti,
li dannò a quattro giorni di berlina, che queglino, come potete
idearvi, scontarono del più lieto core, ben sapendo quanto mite ed
insignificante fosse la pena in raffronto dello enorme benefizio
ottenuto. Ecco in qual modo andarono le faccende!
Ed erano andate veramente così, come ce lo attesta il dabben cronista,
il quale, dopo averci narrato essersi detto «che mirando la Santa
Costantia filiola di nostro papa e signora de Castello Arquato farse
signora della valle per esserne Stepheno da Nicelle il capo, che
avendolo tolto via luio facilmente havrebbe ottenuto lo intento suo» —
ingenuamente conclude: «pur sia come se volia, luio morse.»
I raunati accolsero le ultime parole del Monte Ochino con più chiassose
manifestazioni di sdegno.
— Ah, scontarono di lieto core la pena! — sclamò ghignando il marchese
di Gattaragna — penseremo noi ad infliggerne loro una più aspra.
— Altro che berlina.... le forche! — aggiunse il conte da Ebbio.
— E a filo di spada tutti i loro aderenti, i loro familiari, i loro
servi! — urlò il da Niceto.
— E saccheggiate e diroccate le loro case — concluse il capitano
Lorenzo Villa, il quale — naturalmente — pensava anzitutto al bottino.
— È appunto per codesto — disse il conte Giovanni — che vi ho dato
convegno in quest’avanzo di rôcca ed incarico a voi, capitano, di
raggranellarci il più possibile d’uomini d’arme.
— Ed io l’ho fatto, mi pare! — osservò spavaldamente il Villa, segnando
della mano i suoi molti gregari che gli si schieravano dietro — ce n’è
che vengono di Piemonte, ce n’è che vengono di Lamagna, ce n’è persino
che vengono dalle coste di Barberia... e ce n’è d’italiani, ce n’è di
svizzeri, ce n’è di spagnuoli.... una vera insalata cappuccina!
— Provenienza e nazione non ci fan nulla — fece il conte Giovanni —
sappiano menar bene le mani ed arrisicare la pelle e, per noi, son
tutti pari: la nazione cui apparteniamo noi stessi non è più ormai che
il nostr’odio e la nostra vendetta!
— E come intendete regolarvi? — gli chiese il Cattaragna.
— Semplicemente — rispose, con riso feroce, il Monte Ochino — i Camia
ci hanno colpito nel nostro capitaneo, e noi colpirli nel loro; che
Giovanni il Grosso paghi per Stefano il Giovine: occhio per occhio,
dente per dente.... la pena del taglione!
— E quando? — interrogarono più voci.
— Quando più presto si possa: se non stanotte, la notte di domani!
A queste parole, pronunziate solennemente dal conte di Monte Ochino,
la forma umana, ch’erasi tenuta speculando ed origliando fuori
della finestra, sgattaiolò carpone tra i rovi e le ortiche e sparve
nell’ombra della notte.