Una occhiata in giro.
Quanto eragli occorso in circostanza della zuffa tra i Camia ed i
Nicelli per la mula papale, aveva suscitato nel cervello del nostro
Neruccio un tumulto d’insueti pensieri e forse nell’animo un primo e
nuovo ed incompreso affetto.
Orbato della madre sino da’ suoi più teneri anni, privo di una sorella,
di una congiunta; l’elemento feminile non aveva mai esercitato nessuna
influenza su la monotona e triste sua vita trascorsa sino a quell’ora
sequestre dal mondo, al fianco, prima, di un padre operaio, poscia, di
uno zio sacerdote. Laonde la leggiadra fanciulla inseguita dal Farnese
e, per un momento, affidata dal caso alla sua salvaguardia doveva
necessariamente produrgli un’assai viva impressione.
L’ultimo sguardo lanciatogli da quella giovinetta nell’atto di
staccarsi da lui, eragli parso come un’arcana promessa e gli aveva
fatto germogliare nel cuore tutto un vivaio di care speranze, delle
quali, per altro, non giungeva a comprendere nè la natura, nè il vero
obbiettivo.
Ci volle la notte ed il sonno per restituirgli la calma.
L’indomani gli parve aver sognato.
Pure l’imagine diletta gli si riaffacciava pertinace alla mente; ma
egli si studiava cacciarnela quasi pensiero molesto.
Ed, invero, a quale pro’ trattenersi a vagheggiarla? — Sapeva egli solo
chi ella fosse? — L’avrebbe mai più riveduta nell’avvenire? — Il suo
destino non lo spingeva forse lontano da quella terra, in cui l’aveva
per la prima volta incontrata?.....
Partì, infatti, il dì successivo da Parma e, pei monti del piacentino,
si diresse in Piemonte, dove prese soldo, alla fine, nelle milizie di
don Alfonso d’Avalos, marchese di Pescara e del Vasto, governator di
Milano per Sua Maestà Cattolica il re di tutte le Spagne.
Prima di più oltre procedere, o — a dir meglio — prima d’internarci
nel drama di cui non abbiam fatto che presentare taluno de’ personaggi
principali a’ nostri lettori; gettiamo, per un momento l’occhio su
una carta geografica d’Italia e vediamo in qual maniera si trovasse
frazionata nella primavera del 1538.
È uno studio che — se non altro — può tornare alquanto proficuo a quei
non pochi giovanetti, i quali — per esser nati ieri ed aver trovato
la patria risorta a dignità di nazione e fatta una, senza loro fatica
— non sanno capacitarsi della via lunga, penosa ed accidentata che
dovette percorrere per giungere a tanto; onde — per un’arcadica ubbia
imparata a strafalcione dalla prima mala copia di Robespierre che
abbiano il malanno di rasentare — si arrischiano a cimentarne le sorti
come si trattasse di nulla.
Si curvino alcuni istanti con noi sovra l’italico stivale, che oggi si
disegna su la carta d’Europa con una sola linea unicolore e veggano
come — a que’ dì — fosse in siffatto modo screziato da offrire tutti
quanti i colori dell’iride.
Facciamoci dal Piemonte che — sin d’allora — cominciava a manifestarsi
siccome stella polare degl’italiani e che Carlo III il Buono, duca
di Savoia, recuperò da’ francesi nel 1539, in forza del trattato di
Cambrai conchiuso tra Carlo V di Spagna, suo cognato, e Francesco I
di Francia, suo nipote. — Questi, tuttavia, oltre al mantenersi in
possesso delle valli di Oulx e di Fenestrelle, antiche dependenze del
Delfinato, erasi creato arbitrariamente tutore di Gabriele, ultimo
de’ saluzzesi, e ne teneva il marchesato per sè; mentre quello di
Monferrato — morto improle nel 1533 Giangiorgio Paleologo che il
reggeva indipendente — passava, dopo tre anni di litigio, a Federico II
Gonzaga, duca di Mantova, Pizzighettone, Goito e Canneto.
Il Milanese, che stendevasi dall’Alpi alla Sesia, dalla Brenta al Po,
abbracciando Pavia, Lodi, Cremona, Alessandria, Tortona, Novara, Como,
la Valtellina con le contee di Bormio e Chiavenna, Angera e Geradadda
— per testamento del suo duca Francesco II, ultimo degli Sforza — era
scaduto alla Spagna, che vi teneva a governo il sunnominato marchese
del Vasto.
La serenissima di Venezia possedeva, tra l’Isonzo ed il Mincio,
dal litorale Adriatico alle foci eridanie, le provincie di Bergamo,
Brescia, Verona, Padova e Vicenza, la marca Trevisana con Feltre,
Belluno, Cadore, il Polesine di Rovigo, Ravenna, il Friuli, l’Istria
meno Trieste città imperiale, la contea di Gorizia, Zara, Spalatro,
le isole fronteggianti la Dalmazia e l’Albania, quelle di Veglia e
di Zante. — Fuori d’Italia poi, in Grecia, occupava Corfù, Lepanto
e Patrasso; nella Morea, Morone, Corone, Napoli di Romania, Argo e
Corinto, varie isolette dell’Arcipelago e, finalmente, le isole di
Cipro e di Candia. — Ne reggeva il dogato quello istesso Andrea Gritti
che — già capitano e proveditor generale della republica — cacciò
gl’imperialisti da Padova ed i francesi da Brescia e che — battuto a
sua volta e menato prigioniero a Parigi da Gastone di Foix — seppe sì
finamente destreggiarsi con re Luigi XII da volgerlo in favore della
sua patria e stipulare secolui un vantaggioso trattato di pace.
Genova non occupava di territorio italiano chè la esigua striscia delle
sue due Riviere, il marchesato del Finaro e la Corsica. In compenso —
da Costantinopoli, da Caffa, dalla Tana — esercitava i suoi commerci
col Levante per una serie di scali toccanti, da un lato, sino alla
Cina, dall’altro, alle coste del golfo arabico, e molti ancora ne
teneva nella Romania, nella Macedonia, nell’Arcipelago, nelle Sporadi
e nell’Anatolia. — Da trent’anni, il settuagenario Andrea Doria avea
dato un migliore assetto ed una nuova costituzione alla sua republica,
escludendo da’ publici affari le antiche e faziose casate degli Adorno
e de’ Fregoso. — Onnipotente nella sua patria, che da lui ripeteva il
riconquisto della propria indipendenza, per alcun tempo erasi legato
a’ francesi; ma poi — scontento della costoro iattanza e massime della
malafede del loro monarca — si dètte animo e corpo a Carlo V di Spagna,
del quale si rese uno dei più devoti e validi campioni.
Ferrara, Modena e Reggio obbedivano al duca Ercole II d’Este,
figliastro alla famigerata Lucrezia Borgia, che il Gregorovius,
addì nostri, ha tentato riabilitare, e marito alla celebre Renata di
Francia.
Firenze, che val quanto dire: Toscana tutta — ad eccezione di Lucca e
Siena che si reggevano a popolo — dacchè due anni inanzi erasi liberata
da quell’anima nera del bastardo il papa Clemente VII, che fu il duca
Alessandro — un po’ per amore e molto più per intrigo, aveva chiamato a
signore il non ancor quadrilustre Cosimo de’ Medici, figliuolo a messer
Giovanni dalle Bande Nere, creato duca nell’istesso anno dall’imperator
Carlo V ed unitosi allora allora in matrimonio con donna Eleonora di
Toledo.
Oltre del Milanese, anco le due Sicilie e l’isola di Sardegna
spettavano a Carlo V di Spagna, scendente, per via del padre, dallo
imperatore Massimiliano e da Maria di Borgogna e, per via della madre,
da Ferdinando il Cattolico ed Isabella. — Così dall’ava paterna, aveva
eredato gran parte de’ Paesi Bassi e la Franca Contea: dalla madre
i regni di Leon e di Castiglia; dall’avo materno, que’ di Aragona e
Valenza, le contee di Barcellona e del Rossiglione, i regni di Navarra,
Napoli, Sicilia e Sardegna; poi, da Massimiliano, l’Austria, la Stiria,
la Carinzia, la Carniola, il Tirolo e la Svezia australe, che cedette
poscia a suo fratello Ferdinando: arroge un lembo di Africa e metà
buona di America e si comprende come potesse ripetere: sovra i miei
regni mai non tramonta il sole! — Di Napoli era vicerè don Pedro di
Toledo; di Sicilia, don Ferrante Gonzaga, duca di Guastalla.
Tolgansi adesso Urbino e Camerino, quello del duca Francesco-Maria
dalla Rovere e questo di suo figlio Guidubaldo, siccome marito di
Giulia da Varano, che lo teneva dal padre; Sabbioneta, ch’era del duca
Rodomonte Gonzaga; Mirandola, Quarantola e Concordia, dei conti Pico;
Malta, dei cavalieri gerosolomitani; le signorie di Castiglione, del
Finale di Modena, di Luzzara, Poviglio, Montechiarugolo, Masserano e
alcune altre; un cento di feudi imperiali situati nelle Langhe, nel
Genovesato ed in Lunigiana, e la microscopica republica di San Marino;
e poi tutto il restante — di dritto o di traverso — apparteneva a
quella istessa Chiesa, cui oggi si contendono persino le poche sale del
Vaticano e di San Giovanni Laterano.
Ciò che maggiormente contribuì ad aumentare i dominî di questa — dopo
le donazioni di Pipino il Breve, di Carlomagno e della contessa Matilde
— furono le scellerate imprese di un altro figlio di papa, il duca
Cesare Borgia, il quale — domati, a furia di tradimenti, di veleni
e pugnali, i Savelli, gli Orsini, i Colonna, i Gaetani, i Riario, i
Freducci, gli Sforza, i Malatesta, i Manfredi — aggregò al Patrimonio
di San Pietro tutta Campagna di Roma, Sermoneta, Imola, Forlì, Fermo,
Pesaro, Rimini e Faenza: Giulio II, nel 1513, vi aggiunse Perugia;
Leone X, nel 1520, Bologna, e poi, come il dicemmo, Parma e Piacenza. —
Così la Chiesa fece come il fiocco di neve che, dal vertice alla china
del monte, si converte in valanga.
Forse il Valentino, per un’audacia tutta sua peculiare rimbaldanzita
dall’essere figliuolo al pontefice, genero al re di Navarra e carissimo
a quello di Francia e dalle molte spogliazioni già allegramente
compiute; forse più ancora di lui quello scaltrito di messer Nicolò
Machiavelli, segretario della Signoria Fiorentina, s’ebbero qualche
proposito di raccogliere in un corpo solo le sparte membra d’Italia
e di levarle il giogo straniero di collo; ma di sentimento patrio e
nazionale, quale lo s’intende addì nostri, non se ne aveva nemmanco il
più piccolo indizio.
Era cessata la lotta secolare e titanica fra il papato e l’impero;
sminuita la tracotante indipendenza de’ signorotti feudali; spirato
cioè il medio evo: di questo rimaneva tuttavolta la coda, che — dice
il proverbio — è la più dura da rodere: le istituzioni abbastardite,
ma non mutate; le nimicizie intestine non più nascenti da un principio
costante, ma sempre vive ed acerbe; la stessa ignavia, gli stessi vizî,
lo stesso ordinamento gerarchico nelle costituzioni sociali.
Si era nel periodo di transizione, il quale non aveva per anco assunto
nissuna nuova e caratteristica fisonomia, allo infuori del sempre
crescente gonfiare delle riforme religiose, scaturite — come tutte
le altre invasioni — da’ settentrionali recessi, e di quella sorta
d’immane duello, che — già da quasi vent’anni — si andava combattendo
fra due personali ambizioni, che rinnovavano in grande le guerricciuole
di casato dei tempi precedenti e cui lo sventurato nostro paese serviva
spesso di palestra e sempre di pallio.
Francesco I di Francia, il quale già — come scendente dallo angioino
Carlo di Provenza e da Valentina Visconti — armava pretese sul reame
delle Due Sicilie e sul Milanese, che appartenevano a Carlo V di
Spagna; al sangue grosso che però nodriva contro di questi, aggiunse
altro maggior soggetto di risentimento e d’invidia, quando se lo vide
anteporre dagli elettori di Aquisgrana che, nel 1519, lo proclamarono
imperatore e re de’ romani. — Come la rana delle favole esopiane
gonfiò talmente dinanzi al bue sino a schiattarne. — E non perennità
di sfortuna, non esauste finanze, non reiterate sconfitte e prigionia
della sua istessa persona, valsero ad acchetarne il rabbioso dispetto.
Era un francese puro sangue: tutto francese dalla radice de’ capelli
alla pianta dei piedi: avventato, loquace, vago di lettere, di belle
arti e d’amori, azzardoso in ogni sua impresa, vanesio, smargiasso, il
proto-tipo de’ paladini ariosteschi, l’uomo di due secoli prima.
Il suo emulo, per contro, vario di qualità quanto di dominî; fiammingo
per nascita, tedesco per prudenza, spagnolo per gravità e per buon
senso, italiano; era l’uomo di due, di tre secoli dopo; l’uomo che —
senz’anacronismo — avrebbe potuto esser padre del terzo Napoleonide,
tanto — al pari di questi — era freddo, calcolato, di lunghi
divisamenti e, nell’arte del menare un intrigo, promettere, eludere,
corrompere, a nessuno secondo.
Naturale però fosse sempre sua la prevalenza.
Laonde — meno Venezia, riamicatasi alla Francia pel trattato di pace
conchiuso dal Gritti; meno Ercole II Estense, legato a questa da
stretti vincoli di sangue; e meno, se vogliamo, Carlo III di Savoia,
che stava infra due, non tanto per simpatia maggiore dell’uno o
dell’altro, ma forse perchè mal sofferente che stranieri la facessero
da padroni in casa sua — tutto il restante d’Italia, direttamente od
indirettamente, non solo gli obbediva, ma parteggiava per lui.
Tra’ ciurlatori nel manico potevasi, per altro, mettere in lista anche
Paolo III, il quale — nel suo carattere di pontefice — non giungeva
probabilmente a dimenticare come Carlo V — benchè spagnuolo — fosse
divenuto il legittimo successore di quell’Enrico IV di Franconia, che
ammanì tanto refe da dipanare a papa Gregorio VII, e di quel Federico
II di Hohenstaufen che non ne dètte manco a Gregorio IX e ad Innocenzo
IV. — Non sapeva ciecamente fidarsene: tuttavia ne temeva troppo la
strapotenza, perchè avesse mai il coraggio di chiarirglisi aperto
nimico — Stava, invece, a sportello; lavorava sott’aqua e giuocava con
dadi segnati: uso codesto assai comune a’ successori di San Pietro,
non pochi de’ quali seppero egregiamente valersi del _gesuitismo_
anche molto prima che i proseliti del da Loiola ne avessero conseguito
privilegio. — E papa Farnese — volpe fina se ce ne avea una — doveva
esser primo del numero, se fu egli stesso che, nel 1540, ne rilasciò il
brevetto d’invenzione a Sant’Ignazio in persona.
Quando Paolo III mosse da Roma per condursi a Nizza, ferveva più che
mai accanita la guerra in Piemonte, dove i francesi, col Montmorency
— il famoso contestabile de’ _paternostri_ — e con Guido Rangone da
Modena, occupavano tutto il paese tra Moncalieri e le Alpi; mentre
gl’imperiali, col marchese Alfonso d’Avalos e Giangiacomo Medici da
Trezzo, detto _Il Medeghino_, tenevano presidio in Asti, Fossano e
Vercelli. Ma, in quel torno, volgevano allo imperatore poco prospere
le sorti ne’ Paesi Bassi, che mal comportando di vedersi spogliati
in uno con la libertà religiosa, anche delle comunali franchigie, si
ribellavano contro la tirannide spagnolesca; nel contempo, il granturco
Solimano — sospintovi dal re Francesco — invadeva l’Ungheria e — con
l’aiuto dell’algerino Haireddin, _Barbarossa_ — minacciava Napoli e
Toscana.
Il furbo Farnese colse a volo la propizia occasione di portarsi inanzi
mediatore, non già per schietta e cristiana tenerezza di pace; ma
perchè — certo di rendere per tal modo un servizio a Carlo V — si
riprometteva di farglielo pagare al più alto prezzo. — Voleva tradurre
in pratica il detto che, fra due litiganti il terzo gode, e conseguire
dalla imperiale riconoscenza l’agognata ducea di Milano pel suo
prediletto Pierluigi, l’ingrandimento della propria famiglia essendo,
non solo il primo, ma quasi l’esclusivo suo pensiero. Nè di ciò tanto
poteasi muovergli troppo acerbo rimprovero, perocchè «non fosse tenuta
in quel secolo cosa degna d’infamia, che un papa avesse figliuoli
bastardi, nè che cercasse per ogni via di farli ricchi e signori; anzi
erano avuti per prudenti e per astuti e di buon giudizio pontefici
tali».
Partito da Parma due giorni dopo la sanguinosa scena per noi descritta,
egli giunse a Nizza il successivo 17 dello stesso mese di maggio e —
non potendo penetrare in città, perchè chiusone il castello dal duca
di Savoia — s’attendò ne’ dintorni, dove si trattenne per un mese di
seguito, sprecando la sua più fina dialettica in appartati convegni
or con l’uno or con l’altro, dei due regali antagonisti, senza mai
approdare a nulla di concreto e di buono.
Finalmente, ai 18 di giugno — acchetandosi al fringuello dacchè
sfuggitogli il tordo dal paretaio — potè comporre i due sovrani ad
una tregua decennale stabilita — come oggidì si direbbe — su la base
dell’_uti possedetis_.
Ma, di Milano, Carlo V non volle intenderne verbo.
Per quanto il papa si avvolpacchiasse in studiati argomenti ed
artefiziose girandole, gli fece sempre le orecchie da mercante.
Solo — per non lasciarlo andare troppo scontento e con tutte le pive
nel sacco — gli concedette il marchesato di Novara per Pierluigi, e —
pel costui figlio Ottavio — la mano della sua Margherita di Austria.
Quindi si separarono.
Egli, l’imperatore, per correre a domare i riottosi fiamminghi, nel
che raggiunse il suo scopo, e per combattere — in alleanza con le
armi pontifice e con quelle di Venezia, che aveva tratto dalla sua — i
turchi e gli algerini, nel che fece un buco nell’aqua: e il papa per
ricondursi a Roma, e preparare le feste per le nozze del nipote e la
conquista di Camerino, onde s’era prefisso infeudarlo.
Non fu, per conseguenza, se non tra la primavera e la state del 1539
che si cominciarono a provare i benefici influssi della tregua conclusa
e che, dagl’imperiali in ispecie, molti uomini di truppa raccogliticcia
vennero mandati in congedo.
Era tra questi il nostro Neruccio Nerucci, che noi seguiremo.