La bianca chinea.
Quantunque il medio evo avesse compiuto la sua parabola con lo spirare
del secolo XV e fossero insieme cessate le sanguinose lotte fratricide
de’ guelfi e de’ ghibellini, che ne furono sintesi; non s’erano
tuttavia ancora totalmente attutite certe rivalità di famiglia, che, da
quelle fazioni, ripetevano il loro antico rancore.
Nel piacentino, in particolare, scoppiettavano pur sempre, sotto la
cinigia de’ nuovi tempi, le mal sopite faville di quegl’intestini
dissidi e, tra le possenti casate de’ guelfi Camia e de’ ghibellini
Nicelli, emoli nel contrastrarsi il primato del Valnurese, durava
sempre acerrimo l’odio, perenni gli sfregi e l’arrecarsi vicendevole
danno.
Notammo già del basso amore che il legato pontificio risiedente a
Piacenza nudriva per una misera mendicante di quelle istesse regioni.
Ora, siccome costei era già stata vassalla dei Camia e dalle costoro
famiglie frequentemente beneficata, egli, di rimpatto, mostravasi
verso di loro sovrammodo benevolo e parziale; dal che un sempre
maggiore argomento all’astio de’ Nicelli. I quali, irritati da un
siffatto contegno e resoluti di muoverne querela alla istessa Sede
Pontificia; come riseppero che il papa in persona, traendo di Roma,
doveva trattenersi alcuni giorni a Parma, fermarono spedirgli il
conte Stefano, loro capo principale, ed il marchese Giambattista
da Cattaragna, affinchè gli denunziassero i tristi procedimenti del
cardinal Del Monte e ne suscitassero le ire contro i loro abborriti
rivali. — Ma del partito preso e dello scopo di tale deputazione questi
s’ebbero vento e non mancarono, a tempo acconcio, d’inviargli eglino
pure i loro più validi rappresentanti.
I due Nicelli contavano in Parma vari aderenti ed amici, primi tra’
quali un Andrea Baiardi ed un Massimiliano Balestieri, giovinastri
arrischiati, lesti di mano e facili al sangue, che già più volte
avevano stretto parentela con la berlina e sculacciato la pietra e —
forse per quell’adagio francese che _qui se ressemble s’assemble_ — fu
su costoro che quelli fecero il loro maggiore assegnamento, per trovare
appoggio presso la persona del papa.
Abbigliati de’ loro abiti più sfolgoranti; tutti broccato, oro, gemme,
pennacchi; seguiti da una serqua di ceffi patibolari in livrea; mossero
quindi ad incontrarlo insieme alla folla e lo accompagnarono sino alla
piazza del duomo, dov’era proposito di Stefano Nicelli il farglisi
inanzi e presentargli certo suo memoriale.
Paolo III — sempre a cavallo della sua bianca chinea — andò ad
arrestarsi appiè della gradinata, su cui lo stava aspettando il nipote
cardinale, e — mentre questi gli reggeva umilmente la staffa — scese di
sella. — Colse la propizia occasione il Nicelli per islanciarsi, nel
duplice intento di stendergli il suo memoriale e sostenerne la mula
pel morso, onore di que’ giorni ambitissimo; ma un altro il prevenne:
un altro, che — circondato pure da congiunti e famigli — teneasi su la
scalea poco discosto dal vescovo, si avanzò in pari tempo e, prima di
lui, afferrò le briglie della cavalcatura papale.
Quell’altro era un Camia.
Misurando tutto il proprio svantaggio, Stefano Nicelli intravide, d’un
tratto, di quale odioso maneggio fosse stato vittima insieme a’ suoi: i
Camia, istrutti de’ loro intendimenti e forti dell’amicizia de’ conti
di Santafiora e dello stesso vescovo di Parma, li avevano prevenuti e
soverchiati in guisa, che non c’era più nulla a sperare.
Acciecato, quindi, da un subitaneo accesso di rabbia:
— Nicelli! Nicelli! — si pose a gridare e, dato un passo inanzi, ghermì
quelle istesse briglie che già stavano in mano del suo avversario.
— Camia! Camia! — gridò questi, a sua volta, e, indietreggiando, trasse
a sè la chinea, che — per non voler salire su la gradinata — cominciò a
recalcitrare e a scuotere impazientemente la testa.
Alla chiamata di Stefano, accorsero subito i suoi, insieme al marchese
di Cattaragna, capitanati dal Baiardi e dal Balestrieri, con nuda in
pugno la spada: altrettanto fecero i seguaci del Camia al suo grido
di allarme; onde ne nacque una colluttazione, una zuffa, un parapiglia
d’inferno.
Il mastro di stalla pontificio — dabben galantuomo, più tenero delle
sue bestie che non madre de’ figli — erasi intanto introdotto fra’ due
litiganti, che a furia di strappate di morso, squarciavano brutalmente
la bocca della sua preziosa giumenta, e si destreggiava in varie guise
pur di riuscire a levarla loro di mano.
Non lo avesse mai fatto!
L’impetuoso Baiardi — tratto presumibilmente in abbaglio dallo
incerto ed oscillante chiaror delle faci — credendo tôrre di mezzo il
principale antagonista dell’amico suo; gli vibrò tale una stoccata nel
petto da trapassarlo fuor fuora, sì che il meschino andò a ruzzolare
boccheggiante traverso i gradini della scalea, mettendo gemiti
disperati e contorcendosi nell’agonia.
A simil vista, il papa spaurito e commosso, corse a rifugiarsi entro
la chiesa insieme a’ più del suo seguito; il magnifico messer Tarusio
Tarusi impartì l’ordine a’ suoi uomini e a quelli del Capitan di
Giustizia di far forza d’armi e di sgomberare la piazza; e la folla
incalzata e sgomenta, cominciò ad agitarsi, a strillare, a fuggire.
Fu in questo punto che sovraggiunse il nostro giovine soldato.
La fanciulla, di cui s’era creato difensore e campione, non aveva
assistito al solenne ingresso di Paolo III in città, ma ne aveva
atteso l’arrivo da piedi della scalinata del duomo. — Erale compagno
e scorta un vecchio signore di venerando e maestoso esteriore, il
quale, non così vide il pontefice scendere d’arcione, che le si
staccò dal fianco per essere ammesso tra’ primi al sommo onore del
baciapiede. — In quello istesso momento scoppiò l’alterco a cagione
della bianca chinea. — Le grida furibonde dei contendenti e, forse più
ancora, certe occhiate di fuoco, onde la facea segno un gentiluomo
del seguito papale venuto a situarlesi presso, spaurì siffattamente
la giovinetta, che, senz’altro riflettere, si dètte a correre verso il
Battistero, mentre il gentiluomo, o fosse per trattenerla o fosse per
chetarla con rassicuranti parole, spronava il cavallo e le galoppava
dietro, cagionandole un sempre maggiore sbigottimento. — Fu allora che
intervenne il nostro giovine soldato e che il gentiluomo si allontanò.
Per chi, raffigurando in costui il signor principe Pierluigi Farnese,
figliuolo di Sua Santità, duca di Castro e di Nepi e Gonfaloniere della
Chiesa, del quale erano abbastanza noti i rotti costumi, si fosse
arrestato a contemplare la sgomentata e fuggente fanciulla; facile
sarebbe riuscito il trovare una ragione allo strano contegno di quello
nella rara bellezza di questa.
Si narra d’uno statuario greco, il quale, volendo plasmare la più bella
imagine di Venere, che mai fosse uscita da scalpello scultorio, ricorse
allo spediente di modellarne le varie parti su di altrettante donne di
beltà peregrina, senza che un simile avvedimento lo facesse approdare
a nulla di buono. — Vera o fittizia che sia, questa leggenda giova,
se non altro, a mostrare come non basti la innappuntabile perfezione
delle forme a rendere una donna attraente, ove non congiunta a quella
cara leggiadria dello assieme, che è già, per sè sola, la più efficace
estrinsecazione del bello; è l’armonizzanza omogenea di contorni e
di tinte, che i pittori dicono _intonazione_; la qualità che aumenta
pregio alle gemme e che i gioiellieri chiamano _aqua_. Ed era appunto
di cosiffatte doti, che si abbelliva particolarmente la giovinetta di
cui favelliamo.
Per avventura, quella sua taglia sottile e flessibile, quel pallido
sembiante, quei suoi grandi occhi bruni languidi e vellutati, ed una
certa cascaggine di tutta la gentile personcina; tradivano in lei
alcunchè di un po’ troppo gracile e dilicato. Ma queste leggere pecche
— seppur tali apparivano agli occhi di chi sa di stare alla donna come
broncone alla vite — venivano largamente compensate da una espressione
di angelica dolcezza e di elevato sentire, che le traspariva da tutta
la bella persona come profumo da fiore. — E le sue molte attrattive
attingevano anco una grazia maggiore da una specie di vezzoso camauro,
guarnito di trine, che le stringeva le copiose trecce, e da una veste
di ciambellotto cilestrino a leggeri punti di argento, sparata nel
mezzo della gonna, con maniche ampie e cadenti, e sovrammessa ad una
semplice sottana di bianco zendado.
Tale era la fanciulla, che il nostro giovine soldato aveva impreso
a proteggere e che — addossata ad una delle colonnette spirali
fiancheggianti la porta del Battistero — teneva le mani incrociate,
come pregasse, e gli occhi fisi verso il punto, in cui ferveva tuttora
la mischia.
Sino da’ primi rumori, i valletti della Curia e dell’Anzianato,
s’erano posti in salvo, l’un dopo l’altro, o nella chiesa o nel palazzo
vescovile; attalchè, grado grado, non rimaneva più un solo sprazzo di
luce a diradare le tenebre. — Intanto gli armigeri del Vicelegato e
della Corte di Giustizia — respinti per le strade adiacenti que’ più
arrischiati de’ curiosi, cui la paura non avea fatto spuntare le ali —
ritornarono in mezzo alla piazza, nel proposito di far cessare la zuffa
e d’impadronirsi de’ tumultuanti. — Ma, caduto nel proprio sangue uno
de’ Camia e rifugiatisi anche costoro nella cattedrale, solo i Nicelli
ed i loro aderenti restavano sul terreno; di maniera che il tafferuglio
si poteva considerare finito. — Senonchè il Baiardi e il Balestrieri,
che, pe’ castighi frequentemente patiti, avevano il sangue grosso
contro il Vicelegato, non paghi ancora del trambusto promosso, vollero
compier l’opera, ribellandosi ed opponendo resistenza a’ suoi birri;
e così, tra il buio pesto della notte, ammenando giù colpi da ciechi,
all’uno squarciarono sconciamente il viso, all’altro fracassarono
bestialmente le gambe; poi — battendosi in ritirata — si evasero con
gli amici per le minori viuzze, che toccano al fianco settentrionale
del duomo.
Pochi minuti dopo, i soli gemiti dei feriti e dei morienti rompevano il
silenzio di quella notte funesta.
Affrettiamoci, intanto, a dire che il giorno 12 del susseguente mese
di maggio, raunatisi gli anziani, deliberarono unanimi il partito
di dimostrare la «displicentia» grande per la «noglia» causata
al pontefice dall’orrendo caso occorso, nella notte fra il sabato
e la domenica delle Palme, con lo imporre e promettere «talea di
quattrocento ducati d’oro da pagare a ciascuno che amazarà gli capi,
cioè Andrea Baijardo et Maximiliano Balistrero, et gli altri loro
sequaci cento per ciascuno di loro come rebelli de N. S. et inimici de
la patria propria.» — I Nicelli e i Camia, siccome assai meno noti e
non cittadini di Parma, andavano compresi tra i «sequaci» del Baiardi e
del Balestrieri.
Come parve sedato il tafferuglio, si schiusero le porte della
cattedrale, e papa Paolo III, seguito da tutta la sua Corte e da’ più
ragguardevoli rappresentanti della cittadinanza, traversò la piazza
portandosi al Vescovado; mentre i confratelli della Misericordia
raccoglievano d’in sul lastrico i morti ed i malvivi.
Il nostro giovine soldato erasi frattanto mantenuto in fazione su la
porta del Battistero, nel vano della quale stava rimpiattata, gemendo e
piangendo sommessamente, la leggiadra creatura, ch’egli aveva preso in
tutela e su la quale non sapeva astenersi dal volgere, tratto tratto,
sguardi improntati del più vivo interessamento. — Avrebbe voluto e non
osava indirizzarle la parola, e, siccome gli pareva di scorgerla sempre
più accuorata ed inquieta, cominciava a sentirsi in qualche imbarazzo
sul partito, cui meglio gli convenisse appigliarsi; quando — all’uscire
del corteo pontificio, che tornò a rischiarare la piazza con le sue
faci — vide un vecchio gentiluomo guatare ansioso tutto all’ingiro
e, preceduto da un fante che recava una torcia, dirigersi verso di
lui: nel tempo istesso la giovane sua protetta slanciarsi dal proprio
ripostiglio e corrergli incontro a braccia aperte.
Il vecchio se la strinse al seno affettuosamente, chiedendole sollecito
ove fosse riparata e per qual modo scampata ad ogni pericolo e — come
lo intese — si avvicinò premurosamente al soldato e:
— Il tuo nome, giovinotto? — gli dimandò.
— Neruccio Nerucci — questi rispose.
— Bene! — soggiunse il vecchio, traendosi di collo e porgendogli una
pesante catenella di oro — serba questa in ricordo nostro: quanto a
noi, stà riposato che nulla al mondo potrà mai farci dimentichi del
servigio che tu ci hai reso!
E, con la fanciulla ed il servo, tirò via alla volta della Piazza
maggiore.
Quella, per altro, prima di andarsene, rivolse al suo difensore un così
tenero sguardo di viva riconoscenza, che a lui riuscì anco più caro del
prezioso monile.
Rimasto solo, stette in forse un momento, poi lasciò egli pure la
piazza.