L’arrivo del Papa.
Chi, sul finir d’aprile dell’anno di grazia 1538, nel pomeriggio del
sabato precedente la domenica delle Palme, si fosse trovato fra le mura
allora nuovamente instaurate della buona città di Parma, non avrebbe
mancato di meravigliarsi dello insolito moto e della ressa tumultuosa
che ne animava le vie.
Un’onda fitta — in cui uomini e donne, giovani e vecchi, laici
e religiosi, cavalieri e pedoni, nobili e plebei, andavano
necessariamente confusi — scaturendo, a mo’ di fiumana, dalla piazza
maggiore e gonfiandosi vievia de’ confluenti che le tributavano le
varie strade sboccanti in quella di San Michele; procedeva ansiosa,
per questa verso la porta del medesimo nome, che aprivasi allora, come
adesso, nel lato orientale della città.
A differenza delle folle de’ nostri giorni che — per la modestia e la
uniformità del vestire — sembrano reggimenti di truppa o migrazioni
di formiche; quelle de’ tempi andati offrivano le più gradevoli
varietà e di tinte e di fogge: pannolani e sciamiti da’ smaglianti
colori, bianchi zendadi, lucidi elmetti, piume svolazzanti, gonfaloni
effigiati in testa alle associazioni artegiane e fratesche, pertugiane,
archibugi, picche, bandierole, zagaglie; tutto un assieme variopinto
e screziato da disgradarne la giubba, onde dovette camuffarsi
quell’Angelo Beolco da Padova, che inventò la maschera dello
Arlecchino.
Dal palazzo della Corte di Giustizia che guardava la piazza, sino alle
mura terminanti la strada percorsa dalla moltitudine, tutte le case
vedevansi pavesate a festa, e le chiese, ch’erano sette, adorne al di
fuori di ricchi arazzi storiati, splendidamente illuminate di dentro,
con le reliquie e gli argenti in mostra su le porte laterali, custoditi
da scaccini e ramarri, e su la porta maggiore il proposto, i sacerdoti
e i chierici in grande pontificato.
Tutte le campane della città suonavano a festa.
Era, senza dubio, uno insueto e solenne avvenimento, che traeva a
subbuglio tutta quella popolazione, ed anco di natura gradevole, se
si doveva giudicarne dal gaio insieme e premuroso affollarsi dei più.
— E tale era infatti poichè si trattasse nient’altro che dello arrivo
di Sua Beatitudine papa Paolo III, il quale — partito di Roma il 23
marzo — doveva transitare per Parma, d’onde, per Piacenza, portarsi a
Nizza, chiamatovi dal vivo desiderio di comporre a pace que’ due grandi
lottatori del secolo, che avevan nome Francesco I re di Francia, e
Carlo V di Spagna, imperator di Lamagna e re dei romani.
Di un tanto arrivo Parma si allietava a due titoli: e per salutare il
rappresentante di quella potestà, a cui — da poc’oltre un decennio —
l’aveva ridata, insieme a Piacenza, la cessione fattane da Francesco
II Sforza, duca di Milano, a papa Leone X; e per rivedere nel nuovo
pontefice, eletto quattro anni innanzi, quello istesso cardinale
Alessandro Farnese, ch’era già stato suo vescovo.
A degnamente riceverlo, sin dal primo luglio dello istesso mese, il
Consiglio degli Anziani aveva fermato il partito di «poter trovare e
spendere una somma di scudi cinquecento».
Però venivano in testa alla folla che sempre più si accalcava lungo
la via principale, primo di tutti, il Magnifico messer Tarusi da
Montepulciano vicelegato apostolico, in luogo del cardinale Gianmaria
Del Monte, vescovo di Siponto, che un amorazzo con un’accattona del
Valnurese teneva inchiodato a Piacenza; poi il podestà Gabriello
Boccabarile, dottore in ambo le leggi; poi gli oratori eletti dalla
comunità per baciare i piedi e prestare omaggio al Santo Padre in nome
del popolo parmense, ch’erano i dottori Federico Del-Prato, Nicola
Lalatta e Gianmarco Colla, i nobili Gerolamo Tagliaferri, Agostino
Carissimi e Marcello Cautelli, il cavalier Francesco Baiardi ed il
merciaiuolo Marco Garsi; e dietro: un codazzo di signori feudali, il
collegio de’ dottori, i bacellieri dello studio, gli anziani del Comune
e delle arti, il Capitan di Giustizia, i birri della Corte e gli uomini
d’arme del patriziato.
Al popolo minuto, al servidorame, a’ villici convenuti dal contado in
città, per assistere al festoso momento, mescevansi soldati di ventura,
mercatanti ed artisti, fra i quali notavansi due personaggi, su cui ci
è mestieri richiamare particolarmente l’attenzione de’ nostri lettori.
Era l’uno di essi un giovine poco più che quadrilustre, alto,
pallido in viso, dagli occhi pensosi e melanconici, bruni come le
chiome inanellate ed i leggeri mustacchi che gli ombravano il labro,
dall’ampia fronte, il naso sottile, il portamento marziale. Una
corazza di buffalo, che portava al disopra di un giustacuore di rascia
a maniche sparate con sbuffi di tela rensa; una lunga spada a guaina
di ferro e il pugnaletto che gli pendevano dalla cintola; un piccolo
casco pure di cuoio a costoloni di acciaio e i grandi calzari che gli
salivano su su fino quasi al ginocchio a mo’ di schinieri, dicevano
chiaro come egli appartenesse al mestiere dell’arme. — Dal fare, a un
tempo apatico e curioso, lo si sarebbe detto forestiere e nuovo giunto,
e tanto più poteva tenerlo per tale chi ne avesse udito le dimande
che — tratto tratto — volgeva a’ passanti sul nome delle strade, delle
chiese, de’ palagi, delle persone.
L’altro era un gramo omiciatto su la quarantina, basso di statura,
adusto, angoloso, giallastro, dagli occhi porcini, la fronte ed il
mento scappanti, il naso a tromba e la bocca tutt’amore per entrambe
le orecchie. — Vestiva giubbetto e brache d’un rozzo burello color di
cenere e calze nere sbiadate e sdrucite. — Egli pure — a udirlo parlare
— denotavasi forestiero, ma, non che a Parma, all’Italia. — Veniva
infatti, di Germania e, precisamente, da Leuthen di Slesia, sua patria,
donde — così almanco si mormorava — lo aveano costretto a fuggire
non sappiamo quali imputazioni di ladroneggi e di broglio, e fra noi
si andava accreditando quale antiquario e raccoglitore di medaglie e
cimeli. — Ciò che veramente fosse ce lo dirà il seguito: ci basti,
per ora, lo averne stretto la personale conoscenza e sapere ch’e’
rispondeva al nome di Pellegrino.
Poco più oltre la chiesa del Santo Sepolcro egli ed il giovane soldato
vennero a trovarsi l’uno al fianco dell’altro e giusto nel punto
in cui li costringeva ad arrestarsi il regurgito della calca, che
indietreggiava e retrocedeva al sopraggiungere del pontefice entrato
allora col suo seguito in città.
Due paggi a cavallo, in farsettino cremisi trapunto de’ _bei gigli
d’oro_ di casa Farnese, aprivano il corteo, in capo del quale
inoltravasi Paolo III, montato s’una bianca giumenta — simbolo di quel
tributo di vassallaggio che il reame di Napoli doveva annualmente alla
Santa Sede Apostolica — e seguito da un nugolo di principi, cardinali,
abati, gente d’armi e staffieri.
Comechè lo immaculato candore della lunghissima barba, che gli scendeva
sino a mezzo il petto, lo accusasse — qual’era — più che settuagenario;
nella vivacità degli sguardi, nelle calde tinte del colorito, egli
conservava tuttavia alcunchè di giovanile e di baldo e, nella fronte
alta e rugosa, e nel naso lungo e piovente, il tipo caratteristico
della sua possente famiglia: e tanto meno vecchio appariva da che un
rosso cappello cardinalizio a cordoni e nappine di oro ne occultasse
la quasi completa calvizie. — Sopra una sottana di fino saione bianco
ricamato, che gli toccava il malleolo, portava un’ampia cappa di
porpora a maniche bordate da ormesino: sul petto una massiccia croce
tempestata di gemme sospesa al collo per una grossa catena.
Fu solamente alla sua vista che il giovine soldato parve riscuotersi;
impallidì, corrugò fieramente le sopracciglia e, spintosi inanzi
a suono di gomitate e rizzandosi su la punta de’ piedi per meglio
vedere; domandò ansioso al tedesco, che aveva profittato dei suoi
movimenti per avanzarsi a sua volta, chi fossero le diverse persone che
accompagnavano il papa.
— Tirfelo supito, supito! — gli rispose premurosamente Pellegrino
di Leuthen, che cincischiava l’italiano al modo di tutti i suoi
compatrioti — quello fetete sua testra, star gartinale Jagope Satolete,
motenese.... prafe gartinale nominate gartinale anne bassate.
— E quello alla sua sinistra? — chiese il soldato.
— Quello star gartinale Casbare Contareno, fenesciane.... altre prafe
gartinale nominate anche anne bassate.
— E quel giovinetto, che a pena mette barba e che cavalca pure alla sua
sinistra?
— Oh, quello.... più gartinale di tutti.... star suo nibote, gartinale
Alessantro Farnese.... nominate guattro anni sono.... lui aferne
solamente guattordici....
— E chi è quel piccolo, magro, vestito di nero, che gli vien subito
dietro?
— Quello?... referentissime signor Recalcate.... lui scrifere prefi,
polle, lettere, tutto... lui secretarie Sua Peatitudine....
— E quel garzoncello che gli sta al fianco?
— Il brincipe Ottavio Farnese.... _der bruder_, fratelle del gartinale
Alessantre....
— E accanto a lui?
— Suo patre, il signor tuca ti Castre, figliuole del papa....
A queste parole, il giovine soldato, di pallido che era, si fece
livido in volto, strinse le pugna, digrignò i denti e — come se tutta
la tempesta d’odio profondo, che certamente gli ribolliva nel cuore,
avesse potuto trovare uno sfogo pel veicolo de’ suoi sguardi — li
affisò fulminanti su Pierluigi Farnese, che, in quel momento gli
transitava d’inanzi, cavalcando un superbo ginetto di Spagna.
Pellegrino continuava indarno a sciorinargli la sua dotta nomenclatura
delle notabilità che seguivano il papa; lo tirava per la manica, onde
mostrargli i giovinetti principi Ranuccio ed Orazio, altri figliuoli
del signor duca di Castro, e il loro precettore Baldassare Molossi da
Casalmaggiore, detto _il Tranquillo_, e i capitani Giambattista Savelli
ed Alessandro Tommasoni da Terni, e il segretario del duca, Apollonio
Filareto, ed altri ed altri: il soldato non gli prestava più ascolto.
Pareva che tutte le facoltà gli si fossero concentrate negli occhi, i
quali — con fissità spaventosa — seguivano sempre il Gonfaloniere di
Santa Madre Chiesa, che andavasi intanto perdendo in mezzo alla folla.
Come lo intero corteo fu loro sfilato dinanzi, eglino pure — il
soldato e Pellegrino di Leuthen — si risolvettero di piegare verso la
cattedrale, dove quello doveva far capo; ma — per quanto studiassero di
affrettare il passo e di mettersi per iscorciatoie — tale e tanta era
la ressa che queste pure ingombrava, che non poterono giungervi se non
molto in ritardo e quando già scesa la notte.
La piazza del duomo risplendeva d’infinito numero di torce, o infitte
allo ingiro nelle muraglie, o recate in mano da valletti del vescovado
e della comunità. — Su la gradinata adducente al magnifico tempio,
che l’antipapa Cadalo fondava nel secolo XII, circondato dall’alto
clero ed in solenne pontificale, il cardinale Guidascanio Sforza di
Santafiora, che, a soli vent’anni, era già vescovo di quella città,
stava aspettando nel Santo Padre il proprio avo materno.
Tanti nipoti del papa scombuieranno senza dubio la intelligenza del
nostro lettore, ond’è che reputiamo debito nostro fornirgli qualche più
preciso cenno sul conto dell’avo.
Nato da Pierluigi Farnese e da Giovanna Caetani, Alessandro, ch’era
salito al trono pontificio il 12 ottobre 1534, doveva tutto il proprio
credito alla celebre Giulia Bella, sua germana, una delle concubine
di papa Alessandro VI, il quale, creatolo cardinale nel 1493, lo inviò
nelle Marche suo legato apostolico. — Ivi il Farnese — per non parere
da manco dell’ottimo e massimo suo protettore — s’imbizzarrì d’una
Lolla Ruffina di Ancona, che lo fece padre di parecchi figliuoli, tra’
quali Costanza e Pierluigi. — Ma, per un buon papa di que’ giorni, non
bastava lo aver prole, come se n’ebbe Rodrigo Lençol-Borgia e Giulio
de’ Medici: gli occorrevano eziandio nepoti da farne altrettanti
cardinali, vicari, priori e scrittori di lettere apostoliche. — Però,
sin da molti anni prima, il Farnese aveva procacciato a prepararsene,
maritando la figlia a Bosio II Sforza di Santafiora, signore di
Castell’Arquato e dei dazi di Chiavenna e della Rocchetta, ed il
figlio, nel 1519, a Girolama di Luigi Orsini, conte di Pitigliano. —
Costanza, vedova da tre anni, aveva undici figli: Guidascanio, Carlo,
Sforza, Mario, Paolo, Alessandro, Giustina, Camilla, Francesca, Giulia
e Fausta; Pierluigi per contro, non ne aveva che cinque: Alessandro,
Ottavio, Ranuccio, Orazio e Vittoria. — E l’ottimo avolo, che, più che
papa, potevasi chiamar patriarca, appena cinta la tiara, s’affrettò a
nominar cardinali i due primogeniti, Guidascanio di Costanza, che non
contava sedici anni, ed Alessandro di Pierluigi, appena quattordicenne.
— Poi creò il suo proprio figlio Gonfaloniere della Chiesa, gli
dètte la signoria di Nepi e il ducato di Castro, compro da Gerolamo
Estontevilla: ed in quel torno stava industriandosi per investire il
nepote Ottavio della ducea di Camerino e fargli ottenere in moglie
Margherita d’Austria, bastarda di Carlo V, che il pugnale di Lorenzino
de’ Medici e la draghignazza dello Scoroncocolo avevano vedovata, dopo
sette mesi di matrimonio, la notte del 6 gennaio dell’anno precedente.
Il giovane soldato, col quale abbiamo stretto testè conoscenza,
erasi spinto giù per le vie secondarie che, da quella maggiore di San
Michele, conducono al duomo; ma, impedito dalla fitta di gente che si
accalcava dovunque, non eravi potuto giungere se non quando già vi si
trovavano il papa e la sua corte.
Lungo la via, erasi separato da Pellegrino di Leuthen, che un orafo
aveva trattenuto in cammino per mostrargli alquante vecchie monete di
rame, scoperte negli scavi di fondazione delle nuore mura, e quando
— rasentando il Battistero da quel lato in cui sorgevano, un tempo,
le case de’ Salimbene — giunse a metter piede su la piazza della
cattedrale; uno strano ed inatteso spettacolo gli si spiegò sotto gli
occhi.
Era un agitarsi incomposto di fiaccole, un tempestoso scalpitar di
cavalli, un accozzarsi di spade, un gridìo d’imprecazioni e di lagni,
un fuggi fuggi generale di tutto lo immenso popolo ivi raccolto, un
trambusto, un tumulto, una indescrivibile confusione.
In quello istesso momento, una giovinetta, che pareva fuggisse
inseguita da un gentiluomo a cavallo, gli corse inanzi spaurita come
invocando soccorso.
Il soldato la riparò dietro di sè, facendole scudo del proprio corpo,
e, cacciata la mano in su l’elsa attese di piè fermo il cavaliere,
il quale, per altro — visto appena quell’atto minatorio — fe’ voltar
fianco alla sua cavalcatura, e si allontanò.
— Sempre lui! — mormorò trasalendo il soldato, perocchè, nel
gentiluomo, avesse riconosciuto Pierluigi Farnese; e tratta la
fuggitiva a ricovrare entro la più vicina porta del Battistero, vi si
piantò ritto dinanzi a mo’ di sentinella.
Vediamo adesso cosa fosse accaduto.