Perfin dall’Africa sortì una cantatrice, la prima del suo colore che
giunse a trovar grido in Europa, e che a Parigi fu battezzata col nome
di Patti Noire nel 1872.
Quella miriade poi d’itale Sirene sparirà per sempre nell’abisso del
tempo? Non resterà forse una sola a disputare la più durevole rinomanza
della loro Regina che fu figlia a Garcia?!
Non saranno state più che visioni dall’arcano accento, come la Catalani
e l’Alboni, Elisabetta Gafforini, Benedetta-Rosmunda Pisaroni, Teresa
Cecconi, Teresa Belloc, Virginia Blasis, Santina Ferlotti, Giuditta
Grisi, Giovanna Codecasa[167], Caravoglia Luigia, Stefania Favelli,
Luigia Boccabadati, Teresa Tavola, Rosa e Giuseppina Mariani, Anna
Cosatti, la Strepponi, la Sacchetti, la Carradori, Eugenia Tadolini,
Amalia, Maria (contralto basso) e Teresa Brambilla?...
E gli astri vagheggiati ancora, che di scena in scena ripeterono
i trionfi, quali: la Santoni, la Penco, la Spezia, la Borghi, la
Frezzolini, la Bendazzi, la Barbieri-Nini, la Scotta, la Salvioni,
la Benzoni, la Lotti, l’Albertini, la Fricci, la Rebussini, la
Piccolomini, la Albani, la Trebelli, la Salvini-Donatelli, la Galetti,
la Marziali, la Volpini, la Vaneri, la Tiberini, la Montaldo, la Moro,
la Biancolini, le De Giuli-Borsi, le Cruvelli, le Caracciolo, le Ronzi,
le Marchisio[168], le Ferni[169], le Patti?...[170].
Narrasi che, Farinelli trovandosi un giorno nella biblioteca del
padre Martini, e mostrando al raccoglitore inglese Burney le opere
del sapiente bolognese, dicesse: «Ciò ch’egli ha fatto resterà; mentre
nessuno avrà un’esatta idea del genio mio, e il mio nome si cancellerà
dalla memoria degl’uomini così presto come i trasporti d’ammirazione di
cui io fui l’oggetto per quarant’anni della mia vita!» Tale espressione
era degna di chi infatto potea vantarsi uno de’ più grandi virtuosi che
avessero mai esistito; e il suo riflesso sulla fragilità delle glorie
brillanti degli esimii cantori, sulla sorte riservata a que’ divini
artisti che dopo aver inebbriate le generazioni contemporanee, e averle
tenute sospese ai loro labbri ispirati, sfuggono a stento da un eterno
obblio, è vero così quanto egli è triste.
Il tempo che ripara tante ingiustizie, sembra in tal fatto rigoroso
ad eccesso. L’arte di commuovere colle inflessioni della voce umana
nei limiti d’un’azione drammatica, è un’arte assai complicata; ella
esige da chi vuole emergervi le più rare qualità. Quanto stadio, quanta
pazienza per giungere a signoreggiare quell’organo, e per esprimere
fedelmente quel che sentesi dentro!
Il suono che s’invola dalle labbra del cantante, tutto impregnato, per
così dire, dell’essenza della sua anima, riflettendo i mille colori
della passione, dev’essere stato, come il diamante, sommesso per
lungh’anni alla lima del lapidario.
Eminenti artisti spesero all’edificio d’una gloria efimera una somma
di qualità che basterebbero alla creazione d’un’opera durevole; e dopo
tanto tempo di lotta, dopo aver consumati tesori d’intelligenza e di
sensibilità, dopo mille trionfi, in cui essi hanno veduto ai loro
piedi i potenti della terra, questi grandi cantori si spengono in
una solitaria vecchiaja, circondati soltanto da qualche lusinghiera
memoria, avendo attraversata la vita come un sogno d’amore.
La ragione d’un sì triste destino fu trovata nella impossibilità
di tessere la storia di tutti questi uccelli del paradiso dai canti
melodiosi.
La fama che sovviene alla storia, negli andati tempi stentava è vero
a farsi strada nel mondo, più che adesso non le avvenga, ed una volta,
era soltanto lo straordinario valore che le apriva le vie. Ma in oggi
all’estremo opposto siamo forse ricaduti. La sconfinata pubblicità la
rende forse per eccesso più debole e fugace.
La riputazione de’ cantori s’appoggia specialmente al _Giornalismo_:
ed in vero, anche quello musicale e teatrale non è rimasto in dietro,
chè lo vediamo servire talvolta alla storia ed alla estetica dell’arte,
alle corrispondenze, alle critiche, alle biografie, alla statistica,
alla rassegna, al movimento artistico in generale, ed alle cronache in
particolare.
Ma dura la fama affidata a quelle effemeridi? E valgono queste a
caratterizzare veramente gli artisti, a svelarne la diversa natura e la
intimità della loro artistica vita?
La sentenza del Farinelli non è che troppo vera. Come trasmettere
alla posterità, colla fredda parola una inflessione di voce, un
guardo, un gesto, una pausa, quelle mille ombreggiature dell’arte
e della bellezza, che caratterizzano lo stile d’un grande cantore?
Come potrebbesi tener conto delle qualità misteriose de’ timbri e de’
tessuti vocali, dei secreti della emissione, della acquistata o scemata
potenza, delle varie forme introdotte, delle rivoluzioni promosse o
compiute?
Come infatti enumerare tutti gli astri, e spiegar l’armonia de’ loro
canti; penetrare i capricci e i bagliori delle loro luci, pesarne il
loro calore?
Scrisse adunque il destino sulla piega del loro tramonto: _nomen et
cineres una cum vanitate sepulta!_
Di tanto fiera sentenza parvemi di ravvisare forse un solo compenso:
_un’ombra di ereditaria perpetuazione_.
Mentre infatti veggonsi generalmente in ogni scienza ed arte, i figli
ed i nomi tralignare dal valor e dalla fama de’ maggiori, nell’arte
del canto e della musica, perocchè debba in essa dominare l’istinto, la
bella disposizione più facilmente trasfondesi, e veggonsi rinnovate per
discendenza tante belle riputazioni.
Il genio del canto in tante famiglie passò di generazione in
generazione, e se non trovò da propagarsi tra nipoti, sembrò talvolta
che perfino ai nomi soli abbia voluto conservare i suoi favori.
Quindi il nome dei Sarti, più o meno congiunti, si mantiene nelle
Romagne dal 1650, e per tutta Italia quello degli Allegri, quello de’
Rossi cantori e musicisti.
La fama dei Pacini o Picini rinnovossi a Napoli e a Roma; ed ivi e a
Venezia quella de’ Sabatini.
Dal 1520 passò di padre in figlio la celebrità dei Gabrieli in Venezia,
e nei più strani modi, fedele quasi a quel nome, passò alle Gabrielli
di Roma 1750, di Ferrara 1770 (detta la Gabriellina), in Prussia
1790[171].
Coi Fantoni da tre secoli, passò il culto del canto dalla Toscana
all’Alsazia, ed al Veneto; e quivi specialmente i Marini parvero
ricomparire.
I Gafori, i Castellani, i Grossi, i Conti, i Marchesi, i Todi, i Zani
o Giani, gli Agricola, i Bellini, i Zanotti, i Fioravanti, i Ronconi,
i Corsi, in Italia; e di padre in figlio gli Scarlatti, i Gabrielli,
i Venier, i David, i Garcia, i Bassi, i Ricci, gli Scheggi, i Gerli, i
Varesi, i Crivelli[172], i Zucchelli, i De Bassini; le Patti, le Tosi,
le De Giuli, e fra sorelle: le Ruggiero[173], le Cruvelli, le Ferni, le
Caracciolo, le Marchisio.
Altre nacquero come suol dirsi _in pien cartello_ per parentele
d’illustri artisti, come la Balfe, la Vitali[174].
In Francia, per lungo tempo parve fissarsi la fama ai nomi di Salomon
e di Lalande. Fra i Germani, a quelli di Wolf, Sartorius, Weis,
Meyer[175], Müller, Stolz.
Ma non per questo quella gloria è più durevole. E ne fan prova i
cantori celebri e rari de’ passati secoli, quando la loro influenza
era più rimarchevole e grande; quando poco o nulla calcolavasi il
compositore in confronto all’interprete, e quello a questi umilmente
serviva; quando al culto del canto sacrificavasi perfino la virilità e
la vita.
Il genio di tanti maestri rimurchiato da quello dei cantori, naufragò
allora eternamente; e tante invenzioni affidate alle voci fuggirono
con esse. Eppure a furia d’invenzioni e di esecuzioni, tanta scuola
levossi, tante tradizioni eternaronsi, tante novità generarono. I nomi
de’ cantori scomparvero, come strumenti abbandonati; quei de’ creatori
furono richiamati, ed essi e le loro creazioni rimangono, e il tempo e
la storia rendono o presto o tardi giustizia.
Che vuol dir tanto mistero?
Egli è che la virtù vera esiste e non muore. Passano le vanità, la
scienza rimane.
La fama degli sterili esecutori o ripetitori delle altrui ispirazioni è
quella che fugge come l’èco, che si spegne come fatui bagliori.
La vera luce dei genj, de’ virtuosi che riconobbero _l’arte profonda_
della musica, che specularono nel mistero de’ canti, che unirono il
sapere alle doti felici, se pur sembra velarsi e smarrire, non manca:
non è passeggiera meteora, ma vive anche dopo il tramonto.
A lato dei sommi creatori de’ canti, vediamo risorgere e ricomparire
il valor di sapienti che in linea più umile o bassa parea obbliato;
e così rivive la fama degl’interpreti che non contenti di farsi
stromenti passibili e caduci, si associarono colle speculazioni e gli
studj nell’arte maravigliosa; quelli che prodigate o perdute le vocali
ricchezze dalla natura e dalla fortuna sortite, lasciarono eredità
imperitura di belle opre della mente e del cuore.
Questo sia di conforto ai moderni sacerdoti del canto.
Non è la loro sorte più vana di quella della farfalla; non è la lor
carriera macchinale servigio, mezzo che s’adopra e s’abbandona.
È ministero d’un’arte profonda; è nobile finchè tende esso pure alla
conquista del vero e del bello; è l’Apollo divino figliuolo all’Eterno,
ma che esige il culto e l’amore delle divinità.
Egizj, Caldei, Ebrei, Greci e Latini c’insegnarono come essi nella
antichità avessero fatto del canto uno studio sublime. Se i secoli
contrastarono ai dotti la conservazione o la restituzione degli
esempî dei loro canti, le eterne porte del tempo non prevalsero alle
manifestazioni di que’ canti medesimi.
Restano imperituri monumenti, i sacri poemi coi quali i primi cantori
svolsero le religiose dottrine ai varj popoli; le Omeriche muse; le
odi Pindariche; le liriche d’Anacreonte e d’Orazio; i cantici della
Scrittura, i salmi reali.
Quanta scienza ai cantori affidata! quanto erudito ed elegante quello
ch’essi cantavano; e come rigorosamente attenevansi ai ritmi della
nobile usanza!
Ma i filosofi, poeti, legislatori, re, sacerdoti, furono i primi
fattori e i più abili esecutori di canti; indi nobili cavalieri, monaci
studiosi, pellegrini eruditi[176]: e pel loro sapere, anche fra i più
oscuri tempi, non ismarrirono i nomi loro.
Tanto studio con cui un Orfeo inneggiava agli Dei, Pindaro onorava
gl’illustri, non poteva andare dimenticato: e per poco si rifletta
ai versi che celebrarono le Olimpiche vittorie, od al Phitico poema
che esprime la lotta d’un Dio col dragone maligno, o alle frasi che
canteranno in eterno le misericordie del Signore, balena tosto alla
mente la necessità d’interpreti corrispondenti per coltura agli elevati
concetti.
Splende la scienza di Timoteo quando imprende a cantare le battaglie
d’Orzia, innanzi ad Alessandro Macedone, il quale sente rinfiammato il
suo valore, ed esclama — così devonsi esprimere i regi cantici! —
Quanti più vasti argomenti non offrirono ai compositori e cantori, i
tempi migliori, la religion più sensata!
Quando nacque, come vedemmo, il canto drammatico, poterono bastare
le forme, ed i primi sperimenti appagaronsi degl’insoliti effetti.
Allora che si prescielsero le voci bianche, e si chiamarono le belle
figlie dell’amore e della poesia ad unire le loro voci ai cori delle
nuovissime scene teatrali, gli uomini più dotti ed anche le più serie
Accademie in quel tempo fiorenti, che tenevano in pregio sommo la
musica, che avevano proprj musicisti e loro davano tetto, stipendio
e regali, adoprandoli nelle onorate foresterie, nei banchetti, fra le
lezioni e gli esercizj, e in ogni rito solenne, elessero a preferenza
le donne «avendosi osservato — come motivava una siffatta deliberazione
l’Accademia Olimpica, 1609 — che la mediocrità del saper delle donne
incontra forse più che l’eccellenza degli uomini.»
Ma tutte non erano per certo mediocri, notava il Lampertico
raccoglitore delle memorie della celebre Accademia Vicentina, se i
virtuosi e le donne state a que’ stipendj, fin da quando Guglielmo
III di Mantova veniva ivi festeggiato (1582), meritarono di passare
al servizio del Duca, e d’aver nominanza anche fuori d’Italia, e
accoglienza alle straniere Corti. Che se pure, io soggiungo, le
mediocrità servirono allora a quelle barriere e in que’ concerti e
rimasero oscure, non patirono la sorte medesima quelle donne e que’
maestri che fra gli accademici, ai geniali titoli del canto e della
musica associarono le doti dell’animo e della mente.
Se qualche umile cronaca serbò appena i nomi delle cantatrici, sebben
laudatissime, riputate volgari[177], poeti e scrittori eternarono a
chiarezza dei posteri le più sapienti.
Quindi le distintissime Fiorentine celebrate dal Doni, la Adriense
compianta dal Groto[178], e le vere Accademiche Lucrezia Chiericato e
Maddalena Casulana illustrate, quella dal Calmo e dal Bartoli, questa
dal Maganza[179].
Anche in quell’epoca adunque in cui speciali condizioni resero le
mediocrità sopportabili o preferite, il merito migliore soltanto vinse
l’obblio, ed ebbe dal tempo alla sua volta preferenza e giustizia.
Dappoi, la indulgenza concessa all’infanzia, più non si riscontra colla
maturità dell’arte: e nei tempi più recenti, proceduta questa collo
sviluppo delle scienze, ad ultimo retaggio della mediocrità, aurea una
volta vantata, non rimase che il nulla.
Quindi i maravigliosi avvenimenti dell’età nostra se porgono infinita
materia da sublimare ne’ canti, quante cognizioni però non richieggono
alla complicata e difficile interpretazione! Voglionsi le risorse tutte
dell’arte.
Fu detto che — l’Italia, primogenita figlia della Grecia in fatto di
arti belle, dilaniata per lunghi anni da sciagure intestine non ebbe
sempre l’agio di riscaldare e sviluppare tutte le inclinazioni del suo
genio: e forse non ultima cagione dei tanti disinganni patiti è forza
riconoscerla in quella malaugurata fiducia nella facilità del proprio
ingegno, da cui è invasa la maggioranza degl’italiani, e che li rende
generalmente neghittosi ad approfondir seriamente qualunque disciplina.
Gli stranieri invece, più fortunati di noi, sia per condizion di
governi, sia per qualunque altra causa, fecero loro prò delle idee
nostre e le condussero ad una perfezione relativamente ammirevole —
alimentarono collo studio le scintille tolte al nostro suolo lasciate
da noi quasi abbandonate. — Quindi, come le nostre scuole, anche i
nostri cantori non lasciarono che belle tradizioni, ma facili e vaghe,
mentre altri studiano a soverchiarci con artistici tipi. — Però v’ha in
questo un conforto: gli stranieri ci rendono giustizia e riconoscono la
fonte da cui hanno tratto le scintille fecondatrici. Ebbene, facciamo
noi altrettanto, rendiamo loro la giustizia dovuta, prendiamo da essi
quanto ci manca — gli esempj d’uno studio vasto, profondo — e facciamo
nostro pro del frutto della loro sperienza.
Nelle loro scuole l’arte giunse a contrastare al genio la palma.
Se i nostri cantori accoppiassero al felice istinto la scienza!.. Non
morirono i pochi che in questa ritemprarono l’arte.
_L’arte lunga_, mentre breve è la vita.
Non è qualche dote naturale che forma il vero artista; bensì la intima
e profonda conoscenza degli elementi tutti che concorrono all’arte sua.
Ed il canto è _l’arte sublime che in sè riassume pittura e poesia_:
onde all’artista cantante è serbato d’interpretare le ispirazioni di
chi raccoglie il concetto nel verso, e di chi lo disegna colla varietà
delle note.
S’affidino adunque i cultori allo studio.
Ma uno studio vasto, profondo, universale; non limitato alla parte
superficiale soltanto dell’arte da professare, ma bensì alla natura
dell’arte, che è pur vasta, universale e profonda.
Obbedienti alle leggi della scienza per lo scibile tutto a cui gli
artisti per quanto possono deggiono avvicinarsi, restino pure liberi e
indipendenti nella pratica dell’arte prescelta.
A riconferma della necessità di sapere, e in pari tempo di quella
libertà creatrice che abbiamo propugnata con giudizj e con esempj
ragionando dei metodi e dei sistemi, insufficienti al sacerdozio del
canto[180], mentre prima del maestro ogni uomo ha in sè medesimo il
suo genio, vengano rammentati i consigli che il massimo filosofo,
chiaroveggente dell’antichità, dava ai giovani ateniesi cultori delle
belle arti.
Socrate avea imparato la scoltura dal padre, e la musica, che allor non
era che il canto, dal valente Damone, e riconosceva l’utile riportato
alla sua sapienza anche da quelle cui specialmente non si era dedicato,
avendo, com’egli diceva, _ascoltato in ogni studio il proprio genio_.
Invidiava a Fidia e ad Omero, ma per imitazione o per metodi non
s’avrebbe attentato emularli.
Ei riguardava la poesia come sapienza ispirata, ed il canto, _una
concitazione del genio_.
Concitazione che sarà sublime, e negli effetti immortale, se originata
da un genio ben culto.
Così i cantori possono rendere i loro nomi tanto più durevoli, quanto
men passaggiere lascieranno le impressioni che sono destinati a
destare.
A questo riflettano seriamente i cantanti dei nostri giorni; perocchè
sia questa veramente l’epoca della serietà e della riflessione, e
meriti l’argomento di non essere più trattato colla leggerezza d’un
tempo, onde le fatiche loro procedenti a paro colle moderne esigenze,
rendano l’opra loro non inferiore almeno in vitalità e consistenza dei
manuali prodotti dell’artiere, dei frutti non ispontanei tratti dalle
reclusioni e dalle condanne.
Ripensino gli attuali artisti teatrali a quella verità poc’anzi
annunciata, che la fama quanto più divisa tanto è meno durevole: e
in oggi, propagati i misteri dell’arte, resi a tutti accessibili gli
scenici templi, generalizzato il costume de’ teatrali spettacoli,
ricercherebbero in vano le romantiche avventure, le influenze
straordinarie, fuori dallo stretto còmpito dell’arte.
Se nell’ultima parte di questa istoria abbiamo ripetuto qualche
memoria biografica di alcune celebrità del passato secolo e de’ primi
anni di questo, e ricordammo i casi loro avventurosi e straordinarj
nel rimestamento sociale, egli si fu appunto perchè nessuno di que’
successi potrebbesi narrare degli odierni cantanti, essendo ben altre
in oggi le influenze in politica, e potendosi dir finita la potenza dei
poeti e de’ musici nelle sorti dei regni e della diplomazia; e perchè
inoltre ben poco adesso si potrebbe notare di loro anche ai riguardi
delle novazioni, dei progressi e dell’influenze nell’arte medesima.
Passano adesso più o meno applauditi e salariati tutti, e fluiscono
tutti egualmente. E un’artista non dovrebbe finir mai!
Cessata l’opra in cui il vigor di natura e le forze più balde
richieggonsi, rimane il senno, prolifica la dottrina. Resta il
cittadino, cui più felici circostanze sorrisero, e lo misero in grado
più ch’altri di fornirsi d’utili pregi a sè ed alla patria, la quale
ripete ancora da lui nuova azione nel campo dei lumi, degli studj, del
beneficio, delle onorate imprese, del procedimento nei figli.
È ben misero che finisca un uomo col cessare d’un suono, collo
smarrire, d’una lieta impressione momentaneamente destata!
L’eco sola d’una voce, per quanto mirabile o straordinaria, dileguerà;
e l’organo suo, senz’altro pregio, rimarrà come strumento spezzato.
Quindi toccherà subir nuova prova dei fatali parossismi della vita:
estremo di dolcezza e di dolore.
Un canto forse più umile, ma da ben’altri valori accompagnato, non
cesserà mai di risuonare nel mondo civile, che tratto tratto ne
richiamerà le delizie con nuovo studio e nuova maraviglia. Ond’è, che
il vero merito rende fra le anime colte imperitura la fama di Francesco
Landini, l’_Omero toscano_; di Gaspara Stampa, la _Saffo veneziana_;
di Giovanni Paita, il _ligure Orfeo_; di Francesca Boschi, detta
_la Salomona della musica_; di Antonio Pasi e Giambattista Minelli,
soprannominati _i sapientissimi artisti_.
Come Timoteo è avvinto alla immortalità d’Alessandro, perdureranno i
loro trionfi, quanto più prossimi all’altar della scienza.
Facili glorie non son consistenti: le fronde cresciute da lunghi
e forti studj, e feconde di egregi frutti, così facilmente non
appassiscono.
Ma glorie non sono quelle de’ Filoteti e delle Baccanti che cantano
il piacer della vita; nè sono note che resistono al tempo, quelle che
sortono dalla freddezza d’animo, accompagnate dalla indifferenza e
dalla ignoranza. Gli accenti nati dalla preziosa sensibilità, passati
pel fuoco della passione, e purificati nel crogiuolo della bella
coltura, son quelli soltanto che lasciano impronta tradizionale e
incancellabile alle generazioni e alla storia dell’arte.
La gloria del vero cantor musicista, che fa studio delle armonie della
natura, e rivela le ispirazioni de’ cieli, compreso di sua missione,
conscio di che sia canto, la gloria del virtuoso vero, non è effimera;
è partecipe a quella della creazione, nelle cui ricerche può farsi
immortale.