e i Platania.
All’altro estremo, dove Dante ponea il confine del nostro mare, là
_presso del Quarnaro — che Italia chiude e i suoi termini bagna_ — a
Trieste, la istituzione di canto ecclesiastico ed accademico, promossa
intorno l’anno 1850 da Luigi Ricci, e bene sperimentata da prima,
pel falso sistema di voler ad ogni tre anni rinnovati gli alunni che
formar dovevano la cantorìa, cagionò ruina a sè stessa e precoce morte
all’affaticato maestro. Il suo allievo Giuseppe Rota imprese a stento
di restaurarla.
Ma accanto a quella di san Giusto prosperava altresì quella Civica,
retta da Francesco Sinico, continuata poi in adozione privata da Sinico
Giuseppe figlio; _Scuola popolare_, che a quest’ora diede già buon
numero d’artisti e ben riputati alle scene[54].
Guido Cimoso vicentino, l’autore del grande studio _Armonico
religioso_, la _Distruzione dell’Universo_, Trieste 1864, ha cooperato
alla coltura e all’amore della buona scuola.
Altri bravi maestri e compositori, quali, Zingarle, Buccelli[55],
Mazza, Lionello Ventura, De Grandi, sorsero in quella città; Luigi
Cortelazzi ed altri negl’Istriani dintorni; Teodoro Smitter già
distinto baritono e compositore, morto ne’ primi del 1871; Domenico
Desirò che passò all’educazione dei Cori in Padova; fanno tutti
testimonianza della bella inclinazione dalla scuola Ricciana ridestata,
e d’ottime sementi in buona terra deposte.
Altre terre italiane videro nascere più o men fortunate o durevoli
simili scuole popolari, unite talvolta alle serali, per estendere
anche agli artigiani il mezzo d’impiegar nobilmente le vigorose voci
e salvarle dai frastuoni e dagli oscuramenti delle taverne: e bene
intendono i Municipj se le sorreggono, come quello di Siracusa fondò
e mantiene la propria _Scuola serotina di canto_, affidata a Bertolini
Ferdinando (1870).
Milano, fin dal 1867, colle sue Scuole comunali ne avea dato l’esempio,
nominandovi ad insegnante Eugenio Torriani, che le fornì tosto d’un
_corso elementare_ pel _canto corale_.
Vedemmo l’estensione e i miglioramenti che tali scuole esigono ancora
per dirle veramente giovevoli, e come il Varisco s’adopra al loro
perfezionamento.
A Venezia tale istituzione si dice esistente. Fu chiesto infatti
un maestro milanese, Manfredini a fondarla; e dà qualche segno di
vita nelle scuole elementari, ma quasi a puro servigio delle mosse
ginnastiche.
Dal 1866 coll’acquisto di libertà, que’ cori d’artigiani che allegrano
le calli e le piazze nelle sere carnovalesche, portando il nome
tradizionale di _cori de’ pittori_; perocchè fin d’antico, nelle
scuole dei veneti famose in quell’arte, allievi e maestri poeticamente
passassero dalla tavolozza alla musica.
Anche durante la schiavitù che vietava ogni società e riunione, pure
una larva di que’ cori erasi mantenuta.
Alcuni artisti e compositori, vaghi delle tradizionali canzoni, quali:
Duval, Tonassi, Bertaggia, Tessarin, Cestari, Galli, Aloysio[56],
Malipiero, informarono a que’ canti le rozze voci, e l’espressivo
dialetto dei gondolieri.
Giacomo Bortolini ora conduce il _coro dei pittori_, ricostituito sotto
il nome di _Compagnia nazionale di canto della Laguna_ per cui compose
e pubblicò una raccolta di nazionali canzoni. — Acerbi istruisce i cori
teatrali. — Nicolò Coccon sostituisce alla direzione dei fanciulli e
cantori di san Marco il perduto Buzzola.
Antonio Buzzola di Adria, era succeduto verso il 1846 al bravo maestro
Perotti, per ultima proposta di questo medesimo che lo avea avuto ad
allievo e compagno nella cattedra del Furlanetto.
Erudito da viaggi, pratico de’ varj stili musicali, già istitutore nel
canto delle reali donne di Prussia, e direttore nel teatro d’Opera
di Berlino (1843), il Buzzola maestro primario alla metropolitana
basilica di san Marco, e duce de’ cori veneziani, compositore di
riputati spartiti teatrali e di ottime salmodie[57], morì nel marzo
1871; lasciando una collezione estesissima di sue canzoni sopra temi in
dialetto veneziano, onde per lungo tempo echeggieranno ancora le lagune
del suo patetico genio, e l’arpe delle straniere cantatrici ripeteranno
altrove le veneziane memorie, come dovea il teatro per di lui opera
rimasta incompiuta, dar musicato il linguaggio gentil del Goldoni.
Quel linguaggio specialmente poetico e musicale, creato prima da
un popolo per istinto cantore. Egli è quello che canta per naturale
vaghezza e non per dettame o imitazione.
«A Venezia, ebbe a dire l’amico Fapanni, canta il gondoliero
all’unisono della remigata; canta il marinajo ammainando le vele; canta
il pescatore nel gettare e raccogliere le reti; canta la donnicciuola
infilando perlette seduta all’uscio della casa; e la giovinetta nello
stendere sull’altana i pannilini risciacquati, modula pur essa le
canzoni cognite al suo cuore.»
Che parlo io dunque di teoriche scuole e di maestri al popolo di
Venezia che canta sempre a sua posta?!...
— Sulle adriatiche lagune, io stesso posi mente talvolta al popolano
che non medita ed opra, a quello spirito semplice e forte che alla
verità prima più ci ravvicina: lo contemplai perfino in quei momenti
ch’egli tormenta nell’ebbrezza del vino lo spirto dell’uomo, per
rinvenire sollazzo alla stanchezza dell’animale; e dal suo delirio
intesi levarsi qualche suono, tenuto in cantilena di flebile
lamentanza, e in compassione della sua donna, gloriandone gli atti e
le parole. Ho sentito l’ebbro svelare i segreti e le tenerezze nella
poesia del suo cielo; e rammentare, come in pianto, gli affetti della
generosa compagna: e nell’intervallo d’una lunga cadenza, i campi di
acque ripetere sotto alla notte le parole della donna del povero, quasi
ne significassero l’amore all’universo. Mentre quella donna nello
stretto di meschine pareti prolungando una sforzata veglia, sopra
a interrotti infantili vagiti, piange, e canta anch’ella, in mesto
amor discolpando il traviato sposo.[58] — Chi potrebbe raccogliere
gli effluvj di que’ lamenti?.. Come le melodiose note dei cantori del
bosco, si perdono nelle armonie del creato.
Abbiamo toccato della passione ingenita dei Veneti, da antico profumata
in loro quasi orientalmente, pel contatto colle poetiche terre lungo
tempo prima che ad altri popoli per le Crociate fossero note. Vedemmo
quasi indipendente e spontanea avanzata la scuola de’ suoi compositori
e cantori, e men degenere ai tempi madrigaleschi. Ed allora che la
semplicità e il piacere riformavano fra i Fiorentini il barocchismo
delle astruserie e delle straniere importazioni, il genio a Venezia
tendeva alla stessa meta.
Lazzaro da Curzola, canzoniere del 1500, opponeva ai madrigali le sue
facili _Frottole_, che un secolo dopo, per le canzoni di Paolo Briti,
non erano ancora dimenticate.
E quando i compositori sospendeano di somministrare nuovi canti
al popolo, questo da per sè esprimeva musicate le espressioni de’
suoi affetti di patria e d’amore, come ai tempi delle guerre contro
l’Ottomano (1571), e del clamoroso interdetto di Paolo V. (1606); o
ricorrea all’antiche rime e tornava a melodiare — _Intanto Erminia fra
le ombrose piante_.
Successivamente al ricomparire di eletti trovatori s’attagliava il
popolo ai canti da essi nuovamente proposti; quindi le canzoni musicate
dal Lamperti, dal Perucchini, dal Veluti sempre nel facile modo, nel
tenero idioma[59].
Anche un Angelo Colonna stimato suonator di violino a Venezia, al
fine del secolo scorso, melodiava deliziose canzoni; ed è sua l’aria
in forma di _barcarola_ — _La biondina in gondoletta_ — che divenne
tanto acclamata, e nell’alta società, e fuor d’Italia fu cantata da
Pacchiarotti, dalla Todi, dalla Sacchetti e dalla Catalani. A quei
dì pure, un giovinotto barbitonsore, Domenico Dragonetti, associatosi
con una donzella popolana, la Brigida Banti, e con qualche altro che
toccasse il violino, avea formato uno di quei musicali drappelli,
che anche oggidì s’odono per Venezia; e moveva, primo forse, per le
contrade, egli col violoncello, e la Banti con voce d’angelo. Vennero
poi in tanta rinomanza, che dalle callajette di Venezia salirono
oltremonti, chiesti a concerti nelle sale e ne’ teatri.
La Banti inaugurò il nuovo teatro la _Fenice_ nel 1792, assieme a
Giacomo David e al Pacchiarotti, coll’opera di Paisiello, _I Giuochi
d’Agrigento_.
Di là tanti girovaghi ch’ebbero la lor fama, e che destarono muse
gentili alle modulazioni volte per istinto a’ soavi concenti, a quelle
canzoni che nel popolo son l’effusione di anime vergini[60].
Finchè il patrio risveglio rifuse coi dolci idilj le forti canzoni; e
cogl’aspiri nazionali, e le elegie del rinnovato servaggio, e gl’inni
della riscossa corroborarono di nuova impronta i popolari rispetti le
spontanee vaghezze de’ moderni cantori che, lungo le sponde di Venezia
e di Napoli, per l’invenzione melodica, non abbisognano di maestro.
«Le melodie caratteristiche di que’ popoli sono in piena armonia
con quel cielo tutto amore che eleva l’anima a sublimi concenti,
che infonde nel cuore dei suoi figli quell’alta poesia, la quale
si apprezza col sentimento e non si giudica colla scienza; poesia
esistente nell’animo di quelle nature la cui vita sembra un canto
immortale, dolce, melanconico come una rimembranza, come un eco che
dorme ne’ boschi e fra monti, e che mormora appena, fino a che non lo
desta il grido delle passioni e del dolore[61].»
Declinarono appunto i Conservatorj, divenuti che furono quasi istituti
meccanici, innanzi a quello sviluppo i cui frutti maturarono presto
sotto il sole delle rivoluzioni.
Per ricondurli a nuovo splendore, e riattendere un utile dalle loro
scuole, gl’intelligenti proposero di provvedere — a un corso di tecnici
studj compiuto in ogni sua parte, che non sia più un vago insegnamento,
frazionato, e senza intento bene determinato — ad una istruzione che
valga a togliere la musica dalle basse regioni della perizia unicamente
meccanica e dagli intenti vani o mercantili, per trasportarla in quelle
_dell’arte vera_ e _della poesia_ — allo sviluppo e perfezionamento
delle attitudini naturali degli allievi — _alla educazione del gusto_
ed al guadagno di tempo, per una _letteraria istruzione_[62]. —
_Seguito della rassegna delle attuali scuole. — Conservatorj
oltramontani. — Influenza italiana all’Estero. — Rivoluzioni straniere.
— Preponderanza._
In onta però alla decadenza de’ più antichi ed illustri Collegi di
cantori, siccome il bel genio non potè nè può dipartirsi dalla terra
di suo speciale retaggio, non poche scuole fuori di Italia ricorsero
ancora a noi per ricercare il retto cammino, animate ancor da una fede,
memore d’un passato incontrastabile e d’un presente non interamente
perduto.
Nelle straniere scuole reso pure insufficiente quell’insegnamento
pratico mantenuto dalle _Maîtrises_ della Francia e del Belgio, quello
della Abbadia di Scheussenzied, quello della scuola detta della Croce
di Dresda, di San Tommaso in Lipsia, benchè tutte lodatissime così
per la copia come per l’eccellenza dei frutti; e sentito il bisogno
ivi pure di emancipare ormai l’istituzione musicale da quelle scuole o
conservatorj de’ passati tempi che dipendevano ovunque, od erano poste
ai servigi di cappelle, di confraternite, congregazioni, o sodalizj
religiosi, e lanciarsi con nuovo progresso nei più liberi campi aperti
col tramonto di que’ collegi dal genio musicale italiano; con risoluto
abbandono più che non avessero usato in cospetto alle rivoluzioni
operate dai nostri sommi maestri delle cappelle e de’ conservatorj,
tutte le scuole si volsero ai potenti che disertavano dalle viete
pratiche, ai nuovi geniali nomadi del bel canto.
A Parigi, ove con Cherubini s’accolse la riforma, e la nuova anima del
movimento musicale francese, sorse quell’Istituto di cui il siculo
maestro fu prima gloria. E come al tempo del Cherubini si regola
ancora; chè poco o nulla fu innovato, nè maggior progresso si nota
sotto l’unico maestro che l’italiano rettore ebbe a sostituire.
Daniele Auber di Caen fu questi, allievo, e successore nel 1824 del
primo maestro, i di cui dettami non fece che seguir fedelmente, e sulle
basi puramente italiane giunse alla bella fama, per cui l’autore della
_Muta di Portici_ fu riverito. E come perdita di nostro compositore,
nell’epoca della fatal rivoluzione di Parigi (11 maggio 1871),
lamentasi la morte di lui che era nato il 29 gennajo 1782.
Il nestore de’ maestri francesi aveva poi subìta più d’ogni altro, e
fino agl’ultimi anni di sua vita, la Rossiniana influenza.
Della quale risentesi il vivente Bonnheur, e Thomas seguace di tale
scuola, e che succede ad Auber nel Conservatorio.
Non ne era stato esente anche Herold, ispiratosi in Napoli al tempo di
Murat, e che toccava l’apice colle due partizioni _Zampa_ e _Pré-aux
Clercs_, ultimo lavoro di lui morto il 19 gennajo 1883, appena
quarantenne.
Se v’hanno scuole in Francia che abbiano men risentita la influenza
italiana, sono quelle del canto leggiero e veramente francese, di cui
Charlot, vissuto fino al 1871, fu all’_Opèra Comique_ primario maestro.
Ma questo non fece che confondere e corrompere la buona tradizione,
trascurata sempre più dalla moda. Ragion per cui in oggi (settembre
1872), nella Francia sconvolta e repubblicana si deplora la perdita di
continuatori della bella scuola, specialmente nei compositori, i quali
coi lor canti e pei canti medesimi sono i primi naturalmente a formare
gli esecutori; e s’invoca la venuta di nuovi creatori di cantanti, con
una tal quale ingenuità di confessione non disgiunta dalla connaturale
jattanza, ch’io non posso fare a meno di riportarne alcune parole
testualmente.
«Le répertoire de l’Opéra, toujours le même depuis bientôt un
demi-siècle, ne se transmet plus de chanteur à chanteur; les grands
maîtres parmi les interprètes se sont tous depuis longtemps, et les
chanteurs nouveaux ne savent plus comment se diriger dans les oeuvres
du passé. Aussi plus nous nous éloignons du temps où les grands
compositeurs défendaient pur eux-mêmes leurs ouvrages, plus l’exécution
faiblit et elle faiblira jusqu’au jour où elle deviendra une question
d’art vocal, d’archéologie musicale.
On se demande souvent comment parer à cette déchéance de l’art
du chant, qui s’accuse de jour en jour. Ne vous en prenez pas au
Conservatoire; le Conservatoire ne fait pas des chanteurs, il les
prépare. (Les traditions sont là). C’est le compositeur qui fait des
chanteurs; c’est lui qui s’impose à eux, qui leur donne la direction,
qui leur indique les effets, qui les oblige à être les interprètes de
son oeuvre: il est leur meilleur maître, leur guide infaillible, et
après ce grand travail des répétitions il ne leur abbandonne son oeuvre
en face de public que quand il est sûr d’eux. Rossini a été à lui seul
un conservatoire; et il a fait deux générations de chanteurs. Auber a
créé des artistes du chant élégant, fin, spirituel comme sa musique. Le
talent tout italien de Levasseur s’est transformé sous la direction de
Meyerbeer.
Les comédiens se forment avec les leçons de l’auteur; les chanteurs
sous la direction du compositeur (l’auteur fera son chanteur);
le savoir, le goût et l’intérêt du compositeur vous répondront de
la valeur de l’exécutant. Mais où est-il cet auteur qui deviendra
souverain maître de chant de l’Opéra?
Si glorieuse qu’elle ait été, cette gran scène de l’Opéra mourra si
l’on n’en renouvelle pas les éléments, c’est-a-dire les oeuvres et les
chanteurs: l’Opéra italien est bien mort, et pourtant quel répertoire
et quels interprêtes n’at-il pas eus!...
Il serait _pourtant temps_, de se mettre en quête et de faire proclamer
aux quatre coins du monde, par la voix des hérauts de l’Opéra, que
notre Académie républicaine de musique demande des compositeurs; qu’ils
viennent, come sont venus par le passé Spontini, Rossini, Meyerbeer,
Donizzetti, Verdi; qu’ils se pressent, sans cela nous allons mourir
d’inanition.»
Così M. Savigny critico teatrale di Parigi, che dal giusto rimpianto
dei sommi italiani ristauratori anche del canto nazionale francese,
precipita alla disperata sentenza che la _italiana opera è morta_!...
Peggio per lui! Se può mai valere quel grido più che non abbia meritato
quello che facea dell’Italia _la terra dei morti_! e più che non sia
stato veridico il famoso _Jamais_! a Roma.
Nelle osservazioni della stampa francese, rispetto al canto attuale
di quella nazione, in cui già si comprende per gran parte anche quello
delle regioni finitime, giova piuttosto por mente alla rassomiglianza
e quasi rinnovazione dei lamenti e della disperazione di Rousseau
intorno ai canti e cantori del suo tempo; osservazioni che sembrano in
oggi venute a riconfermare le schiette confessioni di quel filosofo,
e a suggellare la verità che, pel canto, all’Italia si dovrà sempre
ricorrere.
Non fu poi celebre italiano e maestro che a Parigi non fosse invitato.
Di tale concorso di genj in quel centro, fu fatto merito talora allo
spirito francese, vantandone o la imparzialità da cui fu detto ch’egli
trae la sua forza, o l’elevato ecletismo che accetta e s’appropria
quanto è di buono, dovunque venga senza inquietarsi della sua origine,
o l’ottimo gusto alla cui sanzione il genio si volle ricorso; altre
volte invece s’attribuì quel vanto alla vaghezza di protezione, alla
pretesa d’incivilimento, alla boria di possedere tutte le rinomanze,
alla leggerezza delle novità; più spesso, quel forastiero concorso fu
trovato rispondere all’istinto mutabile della nazione, alla sterilità
natia di veri genj, all’aureola della migrazione, alle lusinghe infine
del lieto vivere e largo.
Fatto stà che Lulli, Fantoni, Duni, i Rossi, Piccini, Sacchini,
Spontini, Cherubini, Donizzetti, Rossini, Carafa, Ricci F., e Verdi,
e gli stessi Mozart, e Meyerbeer fecero arrossire secondo alcuni, e
secondo altri fecero andar fiera la Francia.
Ultimamente ancora, a quella Accademia delle scienze, il gran premio al
Concorso di Francia lo riportava il nostro prete Tomadini, maestro di
Cividale (Friuli), di cantici sacri esimio fattore.
Dell’antica scuola poi di bel canto del Mengozzi, tanti altri italiani
rinnovarono gli allievi a Parigi, che apprezzò fino a questi giorni
un Antonio-Matteo Ottolini Porto, e un Francesco Del Sante, di fresco
perduti[63]; i Ronzi, associati ai nomi di riputatissime allieve[64];
il Tempia di Torino, ed il Viannesi. Michele Carafa illustre soldato e
compositore per oltre 50 anni istruì le armate di Francia reggendo il
Conservatorio musicale militare a Parigi[65]. Muzio milanese e il Dami
dirigono ancora quel teatro italiano.
Per molti anni anche Giuseppe Persiani, marito alla celebre cantatrice
di questo nome, e compositore di varie opere, insegnò in Francia, e
morì a Ternes, in agosto 1869.
Al Conservatorio di Colonia il prefato Marchesi, maestro di canto e
di lingua e letteratura italiana, si adoprò attivamente anche cogli
scritti e con pratiche regole di sua invenzione a restaurare la buona
scuola ai cantanti.
Similmente il dottor Bennati aveva operato a Vienna fin dall’anno 1831,
quando dopo l’undecimo Congresso medico tenuto in quella capitale, per
cui scrisse, come vedemmo, sull’organo vocale, ivi rimase e fondò una
sua speciale scuola di canto.
Ora a Vienna, la Marchesi moglie al succitato professore, maestra a
quell’imperiale Conservatorio, vanta fra le sue allieve le cantatrici
di maggior rinomanza, quali la Sass, la Fritz, la Krauss, la Spitzer,
la Murska, la Dory, la Leontieff, la Schmerhofsky, all’italiano canto
egregiamente riuscite.
Salvi fu l’ultimo della serie de’ nostri italiani a quel teatro e a
quella Corte (1863).
A Dresda, nella scuola del parmigiano Paer, brillò il veneto Casorti
Alessandro, celebre violinista, compositore e maestro, che ancor
giovane, da esaltazione di mente spento, ivi nel 1867 ho compianto.
In Russia, dove i più rinomati cigni della maravigliosa scuola
napolitana del passato secolo fermarono stanza facendo echeggiare
d’insoliti accenti quelle fredde lande, ai tempi appunto che Cimarosa
vangelizzava la melodia, e Galuppi v’aggiungea il calore delle
veneziane canzoni, fu chiamato a Pietroburgo anche il celebre italiano
Sarti, 1784, al governo della imperiale cappella.
E già nel 1788 la sua scuola era tale che fu solennizzata la famosa
festa di Okzakow col suo Te Deum cantato da innumerevoli voci di cori
russi, ai quali formavano base i colpi dei cannoni di differente
calibro tirati a tempo e assegnati ad intervalli dalla corte del
castello, sorpassando ogni effetto fino allora ottenuto nella capitale
del Nord.
Nella scuola della capitale medesima regolò poi per varj anni il bel
canto Federico Ricci; Pietro Repetto fu ultimo maestro di canto a quel
Conservatorio; il torinese Mario, dal 39 al 50, vi sparse largamente le
sue maniere; Cesare Pugni insegnò fino al 1870 in cui morì; il tenor
Calzolari vi diffonde ancora le finitezze della sua arte; il maestro
Fenzi le sue composizioni.
Al nuovo Conservatorio imperiale di Mosca fu chiamato nel 1868 il
valente artista tenore Giacomo Galvani già allievo del Tadolini di
Bologna; il quale se fu stimato in Italia perchè geloso delle dolcezze
del nostro canto, ivi ebbe vanto e libertà di fondare la sua scuola
delle graziose modulazioni.
A Tiflis insegnò l’arte fino a questi giorni Giuseppe Catani fratello
al rinomato buffo cantante. A Karkoff, Gaetano Grazia. A Odessa il
basso comico Lodovico Cammarano, ivi morto nel 1869.
A Tangrog s’avvicendano maestri italiani. Anche in quest’anno, 1872,
Fenzi e Antonietti diedero nuove opere a quelle scene.
A Jassy (Moldavia), Francesco Caudella già da molti anni fondò un
Conservatorio, e lo diresse fino all’età sua d’anni 87, in cui morì
(luglio 1869).
In Dalmazia distinguonsi i maestri Ravasio ed Alberto Visetti.
Svezia e la sua Corte, solo da pochi anni perdettero il bravo veronese
maestro Foroni, autore dei Gladiatori, nelle terre Scandinave tutte
rinomatissimo.
Celebre altrettanto per la scuola di canto in Danimarca è l’italiano
Siboni, vivente a Copenaghem.
Nella nobile terra, sorella di sventure e di glorie all’Ungheria ed
all’Italia, e alla quale Misckieviz lasciava morendo i suoi canti
immortali, a Versavia, insegnò Achille Bassi, e il tuttora vivente
Quattrini.
Il professore dell’Istituto musicale di Cracovia, Stanislao Mirescki,
ricorre a Milano onde perfezionar sè medesimo nell’insegnamento, e
si fa scolare al Lamperti pel canto; esibendo un nobile esempio che
dovrebbero imitare tanti maestri[66].
Pel Conservatorio nazionale di recente fondato nella bella capitale
della risorta Ungheria[67] chieggonsi i nostri maestri. Mentre la nob.
Albina Burky di Pest, maritata in Benedetti a Milano, continua quivi a
studiare e compor canti ad onore del suo paese.
Non cessa nelle Spagne l’eco di Farinelli: un Baldassare Saldoni è al
Conservatorio di Madrid, dove voleasi a direttore il Lauro Rossi; e al
teatro Luigi Cuzzani.
A Valenza, Venceslao Agretti è ora compianto tenore insegnante e
compositore.
Succedonsi gl’italiani maestri al Liceo di Barcellona.
Coppola, l’autor di _Nina pazza per amore_, illustra Lisbona.
Tradizioni d’un bravo maestro Pajago milanese rimangono ancora a Corfù.
Nelle terre dei Turchi, non disgiunte dalle memorie delle terre
spagnole, dove anticamente Arabi, Persi ed Indiani, istrutti nel canto,
veniano condotti schiavi, e mercè la loro scienza trovavano libertà
e ricchezze, cui corrispondevano educando ad un culto quasi ignoto i
feroci loro conquistatori, ogni traccia della diversa propaganda, nel
passato secolo potea dirsi smarrita, o ridotta almeno alla confusa
cacofonia di rumorosi strumenti.
In alcune Moschee soltanto conservansi, come tuttora, quella specie di
declamazione accentuata proposta già da Khaldoun, dappoichè il Corano
vietò l’uso della musica nella sua lettura, ed i puristi a malincuore
tollerarono una larva di canto.
Non trepidavano più sotto alle lor bende le bramose mussulmane ai canti
delle celebri Obeideh e Moleijem, che lasciarono impressioni profonde;
della Oreib, che superava tutte le cantatrici dell’Hedjaz, conosceva
21500 melodie, e la cui vita fu un mar di avventure; della Dokak,
delizia alle corti di Aaron e di Mamoum. Le schiave non possedevano più
quei facili maestri, quale fu Jésid-Haura di Medina, tacciato d’aver
perduta la sua originalità per aver egli comunicato tutto il suo metodo
alle schiave di Madhi (785 era volg.); nè eranvi più gli storici che di
esse cantatrici e de’ loro successi si facessero banditori[68].
Le corti non andavano più superbe nè subivano più le influenze dei
tradizionali cantori Jbraim, Jshak, Mocharik; come alla famiglia dei
Barmecide rimase legata la fama del medinese Mabed-Jakthin; nè andavano
più superbe di famosi musicisti quali Selsel (o Schaefen), ed Omer
Meidani di Bagdad, detto il maestro delle espressioni dei canti (800).
I guerrieri non avevano più chi loro intonasse gl’inni, come
ricordavasi Hind figlia di Otha fra i Coreisciti, e il giovanetto
Olimpio de la Serra fra le Moresche schiere nelle Gallie
irrompenti[69]. I potenti non aveano più da gettare a larghe mani l’oro
per un Sobeir-Jbn-Dahman, od un Kalem[70], nè aveano a fremere, come
Maometto satirizzato dal cantore Fertina figlio dell’arabo Katal, al
quale sentenziò la morte[71]; e come Al-Mamoum califfo, che per levarsi
d’attorno la bella e tremenda voce di Mohammed-Jbonoh-Hares, voleva a
questi mozzare la testa[72].
Ma queste non son più che memorie rimaste ai dotti ricercatori di
quelle terre, e smarrite a quei popoli, come le loro sabbie portate
altrove dai venti.
Non è a dir se poco o nulla rimanga fra le odierne tribù del deserto,
di que’ memorandi improvvisatori arabi liberamente diversi dai mirabili
loro confratelli detti _Mohaddety_, cantori storici, e dai _Mousahher_,
o risvegliatori religiosi, che nelle asiatiche e africane terre
giravano un tempo.
E nelle regioni Asiatiche occupate dai Turchi, ove si tennero
gl’immensi cori di Davide e Salomone, dove Heman figlio di Joal co’
suoi quattordici figli cantava al Signore, dove furon maestri Azaph
figlio di Barachìa, Ethan figlio di Ben, e Chenanìa; dove gli storici
trovarono degni d’essere tramandati i nomi dei cantori: Zacharia,
Oziel, Semiramoth, Jahiel, Unni, Eliab, Benaia, Maaséia, Mathithia,
Eliphleia, Mikneia, Obed-Edom, Jechiele, Jdithum e figli, e tanti
altri; dove anche i Romani scelsero i più periti che cantassero ai loro
trionfi; ora che resta?.... pochi romiti stranieri salmodianti in fioco
metro attorno una pietra di sepolcro.
Nelle Moschee di Costantinopoli, negli Haarem di Tunisi e del Cairo non
rimanevano che pallide tradizioni.
Pei canti religiosi ricorrevasi ancora ai servi persiani, fra quali
Aboul Jaafar ebbe la maggior rinomanza.
Per gli altri canti, che si distinguono in _Turchi_, Scharki, e
Turkmani, corrispondenti a _popolari_, _eroici_, _erotici liberi_,
o _accompagnati_, inventori ed esecutori erano quasi tutti greci di
Smirne e Costantinopoli, i quali poteano darsi vanto che uno della
loro nazione, nomato Chiveli-Oglu-Zorgaki, avesse avuto l’onore
straordinario di cantare innanzi al sultano Mahmoud.
Ma venne la lotta di libertà; seguì la emancipazione della Grecia
dall’impero Ottomano; il progresso occidentale fa sentire la sua forza
oltre i mari; ed ecco anche nuovi modi e nuovi canti s’impossessano
delle regioni abbandonate dall’indigeno genio. Colla civiltà novella,
Europa comunica anche i suoi tesori musicali, che lenti dapprima
colle missioni, colle istituzioni di carità (Vedi retro pag. 87), coi
saltimbanco, si diffondono poi rapidamente e signoreggiano colle scuole
e i teatri.
A Costantinopoli, dove nel nostro secolo l’arte si svolse specialmente
per l’opera di Giuseppe Donizzetti, fratello al fecondo compositore,
innumerevoli italiani maestri di canto fiorirono. Fra questi, Zanardi,
l’arpista veronese, e G. F. Foschini insegnarono lungo tempo e
fruttuosamente in Turchia[73].
Vedremo appresso più recenti maestri e cantori in quella capitale, e i
nostri nuovi trionfi nel Cairo.
Chè, colla propagazione dello incivilimento, perfin nelle terre
più incolte e degenerate, concorrendo anche le scuole e i teatri,
s’aumentano da ogni parte alla scuola madre le richieste degli allievi
che le fanno più onore.
Io non appunto, come piacque a qualche statistico, il danno delle
nuove erezioni di tanti teatri, alla smania eccessiva del divertirsi,
ma piuttosto ne accordo il merito all’agitamento imperioso dell’umano
progresso, e questo pure riguardo siccome dato di civiltà[74].
Nelle Indie, riguardo alle quali abbiamo notato per le origini del
canto, non estraneo all’antica civiltà di que’ popoli il culto della
musica, la quale riduceasi specialmente alla parte vocale, e quindi la
conservazione religiosa dei modi consentiti al proprio linguaggio, il
corso inesorabile de’ secoli ne avea nonpertanto distrutta quasi ogni
traccia[75].
Nemmeno la Persia mandava più êco di quel grido che i suoi cantori
aveano spinto, come vedemmo, in Arabia, in Turchia e in Babilonia,
la cui storia ricorda perfino il medesimo governatore persiano di
quest’ultima, Aunarus, che avvolto in muliebri vestimenta cantava fra i
cori delle sue mense.
Gli scopritori penetrati in quelle regioni non trovarono di canto che
il monotono lamento d’una oscura decadenza.
Seppero di antichi codici musicali, ma resi rari, e abbandonati. Nè
valsero a rianimare quelle spente teorie, le traduzioni e i commenti
d’un Mirza-Khan, sotto il patronato di Aazem-Schah, che voltò in
persiano i libri: Sangita Ratnakara, _Ragarnava, Ragarderpana,
Sabbavinoda_, e _Darpana_, antichi trattati musicali indiani.
Le Sangita _Damodara_ e _Narayana_ trovarono custodia perpetua nelle
biblioteche della Società scientifica di Bengala e Calcutta. Rarissimi
maestri indiani attenevansi ormai a que’ libri divenuti di lingua
morta.
Hussein-Houly-Khan forse fu l’ultimo a decifrarli in parte, nel suo
nuovo trattato del 1830.
Ma le esecuzioni pratiche vocali nell’Indie odierne sono condotte ben
diversamente che dalle antiche teorie.
Il carattere primitivo tutto alterato non sarebbe più riconoscibile.
Perfino i canti delle ardenti _bayadères_ non apparivano ormai che
insipide cascanti salmodie[76].
Furonvi non pertanto alcuni meno infelici cantori i cui nomi dal cadere
dello scorso secolo ci furono tramandati. Dillosock il più celebrato;
la avvenente ed abile Chanam, Chorèe inventore delle arie dette
_Toupphas_; Soudaroung, Nour-Khan, Janie, Gholam, Roussoul, Charket,
nomadi cantanti, regolati anche da accompagnamenti istrumentali.
Era la estesa importazione europea che dava agli antichi sistemi
l’ultimo crollo. Era l’opera dirozzatrice de’ Missionarj nell’Indie
che fondava nuove norme anche pei canti e le corodie. Nè vi mancarono
artisti che della scuola italiana, nomadi o fisse vi piantarono le
tende.
A Calcutta si successero maestri e cantori nostrali, ed un Guglielmo
Mack, che adesso vi compone ed insegna, è un allievo della scuola
napolitana. Anche la Varesi educò al canto gli abitatori di quelle
regioni.
Panizza vi sperimentò una sua nuova Opera (1872).
A Simla, vicereale residenza del vasto impero Indiano, è il fiore degli
allievi e degli amatori delle nuove musiche, diretti ordinariamente da
maestri italiani.
Nell’isola Ceylan, si è stabilita quella Marras, il di cui padre
Giacinto Marras, rinomato tenore e maestro compositore, dal settembre
1870 prese a percorrere le principali città indiane iniziandovi il
gusto de’ classici concerti, già favorito a Madras, a Simla, nel
Punjaub e a Magdala dal Vicerè lord Mayo, protettore della musica
e dell’arte italiana nell’Indie, cui toccò morire assassinato nel
gennajo di quest’anno 1872. Altri governatori accolsero il Marras,
e lo invitarono, novello _awelcome_, a ritornare in quelle città,
quando restituivasi a Londra dove rappresenta la pura scuola di canto
italiano[77].
Un Gasperini insegnò canto a Java, e nelle Filippine.
In China, Ugo Pellico triestino, cantore baritono, fissando or son
tre anni stabile dimora ad Hong-Kong, riusciva, mercè la non comune
intelligenza e attività, a iniziarvi una scuola, e una Società corale
inglese, dando così all’arte del canto, anche in quelle lontane
regioni, lustro maggiore, dopo l’apostolato dei missionarj che a nuovo
civilimento non ultimo il religioso canto vi hanno fatto conoscere. Ma
il povero Pellico ivi morì ventiottenne (1871).
Nelle Americhe, dove i canti selvaggi commisti talvolta a lontane
reminiscenze di modi indo-egizi furono sorpresi primamente dalle
canzoni genovesi-spagnole, e dove non tardò ad insediarsi con natural
supremazia il canto italiano, sia di stile drammatico che religioso,
il nostro secolo diffuse il generale suo progresso e vi compì, dirò
quasi, anche per la musica l’assimilamento europeo. Affrettò l’opera il
facilitamento delle comunicazioni, e più frequenti i vangelizzatori del
canto concorsero. Tanti là trapiantati finirono, ed ivi soltanto rimase
la loro memoria.
Un Besanzoni Ferdinando veneziano fu maestro per venticinque anni in
America, e giunse appena a morire in patria nel 1868.
Manzocchi Mariano napoletano tenne scuola di canto a New-Jork fino al
principio del 1870, in cui morì. Antonio Biagioli bolognese, ivi pure
finì d’insegnare a 76 anni dove altro suo compaesano, Giuseppe Sarti,
già addetto ai teatri di quella Accademia, rinnovava la scuola, e
ritornando in patria per ristorar la salute moriva a 39 anni (ottobre
1871)[78].
A Nuova Orleans fanatizzava col canto Amalia Garcia, quando colta
da infelice amore si propinò un narcotico, si pose al pianoforte, e
cantando finì (1871).
Il concorso degli italiani nel nuovo mondo, non disgiunto, è vero,
dalla vaghezza di cercarvi fortuna, fu anche spinto peraltro da quello
spirito di propaganda e dal bisogno quasi di trasfusione dell’arte
geniale; per amor della quale potrebbonsi annoverare anche non pochi
martiri in quelle ed altre lontane regioni. Basterebbe la sfida alle
terribili morìe cagionate dalla febbre gialla fra i nostri artisti, cui
tratto tratto s’aggiunsero le persecuzioni gelose agli europei.
Per accennare soltanto ad alcune ultime vittime dell’arte, segno la
relazione sola di questi giorni, d’un egregio tenore, Melchiore Vidal,
e della Concetta Rubini, periti pel morbo tiranno in Avana, e del
giovane maestro Giov. Panormo assassinato a New-Jork.
Venceslao Fumi è maestro a Buenos-Aires. Luigi Delurie, marito alla
Borsi, nel Chili. Da ben tredici anni, Lelmi tenore percorre quelle
contrade. Un La Cecilia, già generale, v’impiega la voce baritonale.
Altri italiani in Avana, alla Accademia Ceciliana, ed alla Avanera,
dove Lauro Rossi fu maestro e scrittore di sacre melodie; ed altri al
Conservatorio imperiale di Rio-Janeiro. Anche alla direzione di questo,
veniva chiesto e desiderato il Rossi, che nel Messico, fino al 1843,
tanta fama acquistavasi, e di tanti buoni allievi arricchiva quelle
regioni, che dicevasi dal popolo, a sommo suo elogio, _bastar quel
maestro per cantare anche senza mezzi organici_[79].
Altri italiani in Australia ammaestrarono al bel canto dai teatri e
dalle stanze di Melbourne e di Sydney, quali, il Neri, la Tamburini, ed
or la Bosisio.
In Inghilterra, dove la istruzione elementare e lo studio dell’arte
musicale non furono mai come adesso tanto diffusi, eppur sembra che
non possano mai sorgere indigeni compositori forti da togliersi alle
viete, continue, avvicendate cantilene, le sole ispirate da quel cielo
nebuloso, e quindi avidamente gl’inglesi si volgono agl’italiani canti
della vita[80].
A Londra, fra tanti italiani cantori e maestri, Tito Pagliardini
riprese la scuola celebrata del Veluti e del Garcia; e fino al 1870
diresse ivi l’insegnamento vocale della r. Accademia il prof. Adolfo
Ferrari. Michele Costa è l’anima d’ogni vocale e istrumentale concerto;
lo si può dire il padrone del teatro italiano Drury-Lane, dei concerti
dell’Albert-Hall, del Palazzo di Cristallo, e di S. James-Hall e lo
chiamano a Londra _Conductor maximus_.
Un altro campo di direzione e d’insegnamento rimase pure in Londra
assegnato a Giulio Benedict alemanno, ma tale che sacrato tutto alla
musica italiana, influenzò ivi a diffonderla e si può ascriverlo tra i
maestri eccellenti di bel canto. Per tali meriti, a questo ed al Costa
gl’inglesi non furono schivi d’accordare un onore raramente concesso,
quello della nobiltà col titolo _Sir_.
Antonio Bottesini veronese, il prodigio dei contrabassi, e compositore
di facile vena melodica, sostenne vario tempo in Londra il prestigio
del canto buffo italiano coll’opera _Alì-Baba_, altrimenti musicata
un giorno da Cherubini; e passò quindi con riconfermate scritture al
teatro nuovo vicereale del Cairo, ove altro italiano Devasini è stabile
istruttore dei cori (1872), ed anche un Taddeucci è maestro.
Il maestro Campana ed il Foli diffondono in Londra buona musica
italiana da camera; così Tito Mattei, che fa ripetere in ogni stanza il
suo romantico canto _Non è ver_ — e Pietro Arditi i ballabili a canto,
come il suo _Bacio_.
In pari tempo un allievo del m.º L. Ricci, Alberto Randegger, propagò
colle composizioni e gl’insegnamenti le apprese maniere; ed il principe
Paniatowski, già seguace onorario della scuola italiana, testè balzato
dal seggio senatoriale di Francia, s’è reso effettivo maestro di canto
fra la inglese aristocrazia.
Nè gl’inglesi, pur tanto gelosi delle cose loro, disdegnano
d’accogliere con più o men favore tanti altri italiani maestri, quali,
il Piatti di Como; lo Schira[81]; Pinzutti; Benvignani; Gaetano Masini;
Luigi Golfieri, che diffondono il nostro canto popolarmente.
Chè, gl’inglesi non si lasciarono sfuggire mai le occasioni che l’arte
o la politica loro offerse, e per la loro ospitalità liberale, non fu
maestro o cantore italiano da cui non accettassero insegnamento.
Altre scuole straniere invece pretesero desse venirci in ajuto.
Queste, e forse le più impotenti al nostro canto, ci proposero il loro,
progredito se vuolsi, ma sempre strano, rubello, e alla nostr’anima
incomprensibile, ingrato.
Esse vorrebbero dimenticare che un’Affabili ha preceduto Weber a Praga
(1810)[82], ed un Gabrieli a Berlino (1790): che in quella capitale
boema Luigi Ricci (di cui diremo altrove) fondò scuola e fece allievi
ammirati. Giovanni Gordigiani di Modena[83], antico maestro durato
fino all’ottobre 1871, mantenne splendidamente l’insegnamento di canto
a quel Conservatorio; mentre nella capitale prussiana la influenza
operata da Clementi e Spontini non è ancora spenta, e le saporite
canzoni del veneziano Buzzola si modulano tuttora a quella Corte[84].
Incancellabili poi le tradizioni lasciate a Vienna d’Austria, tra gli
altri italiani, dal Mazzola, dal Sarti, dal Mancini, dal Salieri[85],
dal Donizzetti.
Rinnoverebbero il ritornello iniziato dai musurgisti tedeschi al
principio del secolo, contro il melodico compositore Felice Maurizio
Radicati, torinese, violino alle corti di Torino e di Vienna; cioè: «Le
menti italiane atte non essere a composizioni d’altissimo stile»; sfida
peraltro che, rivolta al _Ristauratore del Quartetto italiano_, non
osava ancora colpire i nostri grandi inventori di canti, contro i quali
si mosse dopo il silenzio di Rossini soltanto.
Fu allora infatti che coll’altera pretesa di avere scosso il
convenzionalismo della composizione con Meyerbeer, e d’averlo
rotto con Gounod, insinuarono la modesta proposta di sciogliere dal
convenzionalismo della esecuzione anche la scuola del nostro canto.
Finzione, che vela un’audace arroganza, che cospira a traviarci
maggiormente, che tenta a diseredarci perfino delle nostre tradizioni
gloriose sempre.
Di queste! che, «sono la base delle arti belle. Se Dio ha posta nel
cuore d’alcuno la fiamma del genio artistico, le sole tradizioni
possono tirarla fuori all’aperto e mantenerla viva. Se manca la
sacra fiamma, dalle opere del passato s’imparerà almeno a fuggire
le stranezze, e a cantare se non con _nuove_ invenzioni, almeno con
_buone_.» (Dall’Ongaro).
_Cercar si deve il buon gusto artistico nel passato, non nelle nebbie
dell’avvenire._
Che potevano imparar mai da quel maestro che confessa nella prefazione
d’uno de’ suoi libri nebulosi:
«Non ebbi mai la fortuna d’esser compreso; nè i critici nè il pubblico
ebbero l’intelligenza delle mie opere, nè del mio scopo. Eccettuati
pochi amici, nessuno ha simpatizzato col mio sentimento, e ho dovuto
riconoscere, dopo molte esperienze, che niente ho da aspettarmi
dall’attuale generazione; è solamente per _l’avvenire_ che io lavoro.»
La Cappella di Weimar, accreditata scuola della Germania, volle farsi
prima erede di questo misterioso avvenire; fece l’incompreso Riccardo
Wagner suo oracolo; fissò in lei il centro di attività alle mistiche
consultazioni; il punto di partenza de’ suoi proseliti.
Ecco gli _Avveniristi_ — che non hanno stima, nè cura dell’arte del
canto, delle tessiture e delle possibilità di esecuzione vocale,
che scusano il canto con un abuso di declamazione, e che questa
accompagnano da una serie d’accordi dissonanti e discordanti,
dissonanze non preparate e risolte, sovrapposizioni di tonalità e di
segni ritmici...
Ecco il mago, riformatore de’ cantanti; che li vuole — appassionati
nelle parti drammatiche, indifferenti al trattamento delle arie, aridi
nelle cadenze.
Che vuole il pubblico, accorso bramosamente per sentir cantare,
meditante sui varj caratteri, e non inteso al bel linguaggio, alla
grata voce dell’esecutore? —
Fremiti, monologhi, astrazioni incomprensibili; se spunta qualche cosa
di bello, lo si dice _melodico all’italiana_, e presto sia spento. Gli
effetti volgari si fuggano studiatamente.
Bando ai molli riposi che seguono alla voluttà della allegria; bando
alle cadenze, alle _toniche_ finali; che gl’italiani imparino a
tenere il filo drammatico e musicale, lungo, continuo nel labirinto
indefinito.
Per la comprensione, concorrino la volontà, la pazienza, le tradizioni,
l’imaginazione, la lunga pratica, gli studj indefessi; chè l’arte è
_res profunda_!...
Ecco i seguaci: «i Wagneriani hanno lunghi i capegli, scarmigliati
molto, la barba lunga, prolissa, incolta, le unghie lunghe ed anche
incolte» come i cadaveri viventi del _Vascello Fantasma_ uscito dalla
strana imaginazione del loro maestro.
Che questa roba produca soavità, e formi la bellezza di canto per
gl’italiani?!
Edoardo Scurè, profondo analizzatore di un tal sistema, lo vede come
una fantasmagoria, e fa di Wagner, in fin de’ conti, un visionario.
Eberle, direttore dei _Maestri cantori_ di Wagner, vi s’immedesima ed
impazzisce[86]!
Il pubblico italiano non senta più, e finalmente rifletta! Da
quell’abbujato trarrà la luce dell’avvenire; da quelle visioni la
riforma; in quelle frementi a melanconiche declamazioni troverà la
bellezza del suo canto!
Oh! venga a togliermi il genio di Rossini dall’incubo tremendo.
Venga pur egli, che, a detta de’ pedanti non ne sapea di contrappunto:
ei che non ebbe il genio di Janacconi, nè i miracoli di pazienza
di Ballabene, Giansetti, Soriano, del contemporaneo Raimondi, pur
abili imitatori degli alemanni. Venga egli che era soltanto il _gran
colorista degli strumenti umani_. Venga colla sua prima _Grande
Cantata_ del 1808, _Il Pianto dell’Armonia_, poi tramutata in scena
delle tenebre nel _Nuovo Mosè_, tipo di grande concerto; venga colla
ultima sua _Petit Messe_ — dove al sentimento religioso di Pergolese,
alla castità di Palestrina, egli anima d’un soffio ispiratore potente
le vecchie e gelate convenzioni scolastiche del secolo XVI, apparecchia
sorgente feconda di nuovo e di bello, raggiungendo effetti insoliti
e prepotenti, che commuovono, esaltano, e fanno sclamare: _Ecce
Deus_! —
Altro che avvenire! Il passato ha un valor vero e reale; ivi la vera
scuola e la delizia del cantante! «È nel passato che lo spirito trova
l’introduzione ai forti studj, la materia prima d’ogni scienza e d’ogni
bellezza[87].»
S’accordi pure di ammirar nella musica le astruserie, le complicazioni,
le stravaganze; ma queste non saranno mai mirabili e possibili al
canto. In questo si potrà riconoscere e rispettare l’indole del genio
nazionale, se ne soffrirà le durezze, se ne onorerà le scuole; ma non
si potrà lodarne le bellezze e permettersene il confronto col canto ad
altri donato.
Una brutta fisonomia, se pur caratteristica, sarà sempre brutta, nè
regge alla bella.
Lo conobbe Beethoven, e non fece che un solo tentativo; si tenne alle
armonie, e restò magnifica la sua musica perchè non ardì corrompere il
canto.
Mozart volle essere italiano, n’ebbe la forza, e vi rimase.
Errico Mehul avea mostrato di attingere alle pure fonti italiane la sua
eleganza (1790). E Lesner, non meno che Weber, in quelle modificaronsi.
Hérold, solo imitando Rossini avea trovata la sua fama[88].
Meyerbeer, sebbene innovatore e abbastanza sviato dal vero cammino, ha
saputo essere grande e ammirabile. Egli non ha voluto slegarsi dalle
leggi della melodia; e non l’hanno compreso, o mentono, coloro che
vorrebbero riporlo fra i fondatori della pretesa scuola avvenire, da
cui lo istesso Wagner lo esclude e seco lui non vuol dividere il regno.
Nè fu fondatore, perch’egli Meyerbeer stesso, dopo aver imitato per
lungo tempo Rossini, non cessò di chiamare l’amico pesarese, _divino
maestro_.
E sebbene, quando a lui venia meno la ispirazione di puro melodista,
sapea ricorrere con tanta sublimità ai tesori della sua artistica
erudizione, e ne usava in maniera tanto meno nociva quanto meno
imitabile, ei non per questo pretese di farsi profeta e di far schiavo
ai suoi modi l’_avvenire_[89].
Se Verdi ultimamente imitò la scuola straniera, lo fece per dimostrare
non essere a lui negata la vantata potenza; e fece quanto altri, ma
_rimanendo sempre italianissimo_.
E in ciò s’accorda anche il dott. Filippi caldo di Wagner ammiratore.
Finisco infatti con questo anche al mio storico periodo intorno alle
scuole depositarie del vero canto sebben decadute, e di quelle per
storti fini di ridestata superbia vantatrici di riforma. E come ho
fatto nel ricordare il contestato argomento della relazione del canto
alla parola, finisco colla risposta di chiaro maestro, a non meno
illustre critico e giornalista, zelante difensore delle straniere
teorie.
In seguito allo _Strambottolo per la posterità_ pubblicato dal maestro
Lauro Rossi, essendo direttore del Conservatorio milanese, _della cui
pochezza_, diceva il compositore, _se ne può trarre tuttavia utili
conseguenze_[90], l’illustre autore del _Domino nero_ e dei _Monetarj
falsi_ veniva tratto a rispondere, anche per le stampe, al consigliere
di quel medesimo Istituto ed allora direttore del giornale il _Mondo
Artistico_, in questi termini «..... Filippi vede in questo povero
_Strambottolo_ una parodia ed un’offesa a Wagner ed ai suoi seguaci,
mentr’io non m’intesi che mettere le basi d’una conciliazione fra il
passato, il presente, e l’avvenire. Filippi va in furia perchè ho detto
che la musica dell’avvenire _si fabbrica_.
Sissignore, e lo ripeto, la musica scritta malamente per le voci
umane, e su di una traccia sinfonica preventivamente ideata, _si
fabbrica_ e non si crea dal compositore... Mi si punzecchia anche sta
volta chiamando le povere mie cose composizioni _di ritornelli_. Io
non intendo menomamente di mettermi in polemica con Filippi, ch’io
non sono meno progressista di lui. La differenza sta, secondo me, che
Filippi accetta ciecamente ogni innovazione, io invece vorrei che le
innovazioni non distruggessero il pregio per cui la musica esiste, cioè
_la melodia_[91].»
Quella _melodia_ che Rossini difese, per difendere la _scuola
italiana_, la _scuola madre_; per difendere la vera fede dai
traviamenti del razionalismo; per salvare il vero canto dalla
distruzione vandalica dei _riformisti_.
Questi, infatti, colla scomposizione del ritmo, colla violazione
delle tonalità e delle naturali progressioni armoniche, col predominio
degli strumenti sulle voci, coll’impiego delle voci al legamento delle
combinazioni e a servizio della materia, col loro genere _declamato_,
ad altro non tendono che alla soppressione della melodia, alla
distruzione del canto.
Lamentevole profeta, questo prevedeva Rossini, quando scriveva; «la
testa la vincerà sopra il cuore; la scienza prenderà l’arte a rovescio,
sotto un diluvio di note, quello che si dice istrumentale sarà la
sepoltura delle voci e del sentimento![92].
_Provvedimenti e inviti alle Scuole — alle Composizioni — ai Maestri._
Ancora un cenno sui provvedimenti che col risorgimento della italiana
Nazione furono proposti, e in parte già sperimentati, al ristauramento
anche del bel canto italiano.
Quello studio che gli antichi faceano procedere di pari passo colla
letteratura e le altre scienze, che nella primitiva chiesa rimase a
lato delle sue dottrine e progredì colla sua acquistata grandezza,
quello studio che non solo nelle accademie e ne’ templi, ma in ogni
umile villaggio accanto ai principj religiosi ed ai primi rudimenti
letterarj spontaneamente venia coltivato; onde non v’era ministro
che nella sua cura non ne dispensasse come poteva l’insegnamento, e
non v’era paese che a decoro almeno della sua chiesetta non avesse
teneri cultori, a poco a poco tutelato da leggi, regolato da metodi,
compensato da stipendj; divenne parte del primario educamento in
Germania, Svizzera, Inghilterra, Svezia, America; ed anche in Italia
nel riorganizzamento scolastico non venne dimenticato.
Manifestossi allora purtroppo la maggior difficoltà per la introduzione
e sviluppo di tale insegnamento, nel difetto de’ maestri, o nelle loro
tendenze più inclinate alla scienza della musica, alle lusinghe delle
composizioni, di quello che all’arte del canto.
Non mancarono generosi che pensarono subito al raddrizzamento d’una
piega dannosa che rende sensuale o interessato un elemento alla libertà
ed elevazione dello spirito.
Zelanti maestri, come vedemmo, porsero pratiche norme alla esecuzione
de’ bei canti di camera e di chiesa.
Valenti scrittori vennero confortando i primi sforzi col valor delle
osservazioni e degli esempj, suggerirono mezzi ritenuti più acconci.
La Storia che, come disse Sismondi, «è il deposito della esperienza
sociale», emancipata dalle censure, aperse liberamente i suoi tesori.
La Scienza porse i suoi lumi alle ricerche dei Governi e degli
educatori. Formaronsi speciali Congressi per discuterne gli argomenti,
come in quello di Napoli, che fu il _primo musicale italiano_ nel 1864.
I Pedagogici non ommisero proposte di pubblici elaborati e temi da
svolgere su questo ramo educativo. Municipj elessero Commissioni per
istudiare sulle volute riforme[93].
Nobili autorità tutelarono pratiche fondazioni, e ne seguono premurosi
il loro incremento.
Parecchie Associazioni all’uopo fondaronsi in Italia, e rivolte ad uno
scopo meglio indirizzato delle antiche Scuole, Confraternite, Casini,
od Accademie, costituironsi a educazione dello spirito, e a salvamento
dello studio che è uno de’ più bei nostri vanti.
Non v’ha città ormai che sia priva di qualche bella colleganza di
cantori e di filarmonici.
Quella medesima, che dalle private conversazioni delle sue nobili
famiglie, nel 1590, diè tanto impulso alla rigenerazione del canto,
la bella Firenze nel breve tempo che tenne la sede capitale d’Italia,
attese in vero anche a’ pregi suoi musicali; quivi fra le altre, la
moderna _Società Cherubini_, fondata e diretta dalla zelantissima
e valente signora Laussot, che alemanna rese onore al nome del gran
fiorentino e al canto italiano, offrì interessantissime udizioni di
classico canto corale.
Il canto dell’alta società trova risposta nelle camerate dell’ingenua
scolaresca; e già le scuole elementari risuonano delle bianche voci
guidate al nuovo insegnamento.
Ed in proposito oggi vien scritto:
Lo sviluppo di tali Scuole da qualche tempo manifestato, spinse altresì
alla ricerca del metodo didattico elementare più semplice ed alle menti
infantili più acconcio. A ciò provvide con felice invenzione il solerte
prof. Varisco, fondatore in Milano d’una scuola di perfezionamento
al canto corale, e d’una Orfeonica femminile, per la quale scrisse
analoghi esercizj e cantate; e non risparmiando sacrifizi e studj, potè
inoltre dopo lunga esperienza, presentare un nuovo istrumento musicale
e un metodo didattico di canto in coro, che raggiunge precisamente
lo scopo accennato. Il _Guida-voci_ è un’elegante cassetta con una
tastiera a due ottave. Il suono è più forte di quello dell’armonium;
l’aria vien data da un piccolo mantice messo in movimento da un
robinetto laterale, che il maestro fa scorrere colla mano sinistra,
mentre colla destra tocca i tasti. Per comodità del docente, avvi
un peso a piombo, il quale permette di battere il tempo, mentre
l’istrumento somministra la nota di cui abbisogna. Per facilitare
all’allievo la conoscenza delle note e degli accidenti musicali;
il sullodato maestro ideò dei cartelli scritti in modo da riescire
intelligibili anche ad una scolaresca numerosa, la quale senza alcuna
difficoltà e fatica, potrà eseguire dopo poco tempo i piccoli solfeggi.
Un’autorità competente in materia, il cav. Lauro Rossi, al cui giudizio
imparziale il maestro Varisco sottopose il _guida-voci_ e il nuovo
metodo, encomiò l’inventore, affermando che per la semplicità e pel
poco costo il nuovo istrumento merita d’essere preso in considerazione,
e di suggerirne l’uso alle Commissioni degli Asili e ai Presidenti
scolastici; il che porterebbe non poco incremento allo sviluppo
del canto corale, parte non ultima della moderna educazione, di cui
si sentì il bisogno d’arricchire la crescente generazione. (_Mondo
Artistico_, Milano, febbr. 1871.)
Nè solo all’educamento del popolo e de’ fanciulli per via del canto,
si limitò il Varisco colle sue zelanti proposte e co’ suoi felici
esperimenti, ma estese il suo disegno alla _Istruzione delle scuole
militari di canto_, ritenute anche in questo campo, fonte di vantaggi
morali, materiali ed artistici; e fin dal principio dell’anno 1870, ne
ponea ad effetto una prova in Milano, col 30.º battaglione bersaglieri.
Se infatti, come scrisse il ministro generale Ricotti, «allorchè
l’amministrazione, la giustizia, la guerra, la religione in una sol
mano sono strette, la storia della milizia è la storia della nazione»,
quando nella milizia ai precetti dell’arte s’accoppia la civile
istituzione, quella per sua parte è atta a concorrere al nesso felice,
perocchè li suoi adetti saranno e soldati e concittadini.
La istituzione della nuova scuola dunque divien compimento del sistema
educativo del soldato, destinato a tornare più regolato e più culto
in seno alla famiglia; egli che in guerra anche a mezzo del canto avrà
trovata la scintilla che accende ed infiamma il cuore dei generosi.
Il prof. B. E. Maineri encomiava gli sforzi efficaci del Varisco,
ragionando pubblicamente sulla utilità del canto fra l’armi, e sui
pratici esempj dei più strenui guerrieri.
Ed il tenente colonnello d’artiglieria Carlo Mariani, celebre autore di
scritti militari, attestò il voto suo perchè la bella prova addivenga
generale osservanza nella milizia, la cui missione assume un carattere
eminentemente civile, in ragione non solo delle armi, ma degl’obblighi
spettanti ai figli di libera terra. Ricordò come di tale istituzione
tanto s’onori la Elvezia, che per opera di Haupert la possiede sino dal
1833. Convenne che, per la importanza appunto della ragione numerica,
trar si potrebbero grandi masse corali, desiderate sempre nè avute sin
oggi in Italia.
Confermò, che se Platone, sommo ammiratore delle militari virtù,
consigliava si educasse il soldato alla musica — la quale il rende
umano, ne esalta il cuore a sentimenti magnanimi, e lo infiamma alla
pugna — giova che i nostri soldati imparino a cantare le forti imprese
degli eroi e le generose azioni dei benefattori della umanità; e
tornati alle loro famiglie, al villaggio nativo, facciansi propagatori
di quelle canzoni, con molto profitto del sentimento nazionale, della
sua morale, e dell’educazione del popolo[94].
Gli storici e i filosofi della musica constatarono che da quando le
forme sensuali della musica teatrale sostituirono quelle della musica
popolare, da camera e da chiesa, la bellissima fra l’arti belle cessò
istantaneamente e completamente di concorrere colla sua potente
efficacia alla parte educativa dell’uomo. — Perciò, quanto grande
fu il bisogno di ristabilire il canto corale sull’antico e glorioso
suo seggio, non v’ha chi nol veda; presso i popoli specialmente
oltramontani è tenuto in altissimo onore.
Il prof. Giovanni Varisco accarezzò l’idea di fondare nelle principali
città d’Italia Scuole normali musicali, le quali fornirebbero alle
città minori abili docenti, e così fra non lungo tempo, sulle labbra
del nostro popolo risuonerebbero non più canti sibaritici, bensì i
solenni accenti ispirati da Dio, dalla Patria, e dalla Famiglia. — A
facilitare l’istituzione di tali scuole, si dovrebbero annettere alle
normali, letterarie, ecc. sì maschili che femminili. Il corso normale
musicale potrebbe durare due anni, per un insegnamento inferiore, e per
uno superiore. Di qui si avrebbero abili insegnanti di canto corale. E
tale sarebbe il programma dell’egregio Varisco.
«Perfezionamento nello studio del canto corale. — Studj speciali
di accompagnamento. — Conferenze allo scopo di mostrare praticamente
il metodo più facile, più breve e in pari tempo più proficuo da
tenersi nell’istruzione della musica popolare. — Nozioni di storia e
di biografie musicali a partire dall’XI secolo, cioè da Guido monaco
di Arezzo, inventore dei monosillabi musicali, giungendo sino ai più
celebri musicisti dei nostri tempi. — Nozioni elementari di estetica
musicale, che serve d’ampio corredo tanto agli studj musicali che
ai letterarj. — Esecuzione di componimenti a diverse parti vocali.»
Il nuovo edificio apporterebbe sensibili vantaggi all’arte ed alla
civiltà. Gioverebbe a quella, iniziando ad una buona educazione gli
eletti, e discoprendo più facilmente i tesori vocali che rimangono
ignorati, se non si perdono nelle pratiche oscene de’ trivj e delle
taverne, mentre alle scene sembrano divenire sempre più rari e più
impreziosiscono quelli già manifesti. Concorrerebbe poi a ricondurre il
popolo alla semplicità ed alla letizia degli abbandonati costumi, che
invidiando guardiamo adesso fra le genti in apparenza più rozze ed in
realtà più vergini e più felici.
I rapporti consolari delle regioni più remote dal superbo centro
d’Europa ci ridestano all’ammirazione, ed invogliano noi sazj di
magnifici canti a sentire l’umile solfeggio delle Scuole scandinave
e de’ Seminari d’uomini e donne (o scuole normali), che in fra i
precetti d’insegnamento hanno il _Cantare Salmi in chiesa ove le
facoltà naturali il permettano_[95], e l’inneggiare all’accompagnamento
de’ funeri, o al ritorno dalle pratiche religiose o dagli esercizj
guerreschi per la fede di patria.
Il prof. E. Boucheron, che tiene la sede dei Gabuzj e dei Pellegrini
alla metropolitana cappella lombarda, autore dell’accennato _Corso
completo_ di canto, e che non ha guari dettava un libro intitolato
la _Filosofia della Musica_, solerte anch’egli alla civilizzatrice
bisogna, lodò per le stampe[96] la proposta del Varisco d’un corso
di perfezionamento nel canto per gli allievi ed allieve delle scuole
normali; «persuaso che non si ritrarrà alcun pratico vantaggio
dall’insegnamento del canto introdotto nelle scuole elementari finchè
non venga affidato a persone di provata capacità.»
Egli pensa però che tale progetto non si possa attuare per le scuole
suddette, se non a condizione d’un personale speciale, come è stabilito
per la calligrafia, il disegno, e lavori d’ago. Mostra infatti la
circostanza delle numerose materie da insegnare in dette scuole;
e l’inconveniente per cui gli allievi e le allieve aspiranti al
magistero, compiuti gli studj delle principali materie e ottenuta la
patente d’idoneità, costretti sarebbero a impiegare altri due anni per
abilitarsi nel ramo aggiunto.
«Ammesso invece il sistema dei docenti speciali, cessa il bisogno di
prolungare il corso normale: il professore di canto sceglie nel primo
anno gli allievi o allieve dotati di migliore disposizione, e su questi
rivolge principalmente le sue cure, bastando che gli altri possano
coadjuvare i primi; questi docenti speciali poi avranno un particolare
interesse a ben istruire le loro classi, per poco si sappia eccitarne
l’emulazione nell’atto stesso di sorvegliarne l’operato.»
Ottimo consiglio la cura de’ maestri e delle elementari scuole, più
urgente dei trattamenti ai signori de’ conservatorj.
Che vale lo specioso titolo di _professore_ ch’oggi ciascun s’arroga?...
Non perdano almeno questo di buono i cultori della musica, che più
sensibili alle belle tradizioni dell’arte loro, conservarono l’onorato
nome di _Maestri_, e non si umiliarono ancora a confessarsi miseri
_professionisti_.
Sì; maestri di camera, maestri di cappella, maestri de’ cori, maestri
al cembalo, maestri sulla scena, maestri compositori, maestri di canto.
Umili pure, come quelli che insegnano gli elementi della parola, ma
che possono forse vantare maggiori glorie de’ professionisti primarj
e titolati perfezionisti. Chè, dagli elementi procede la sapienza
gli elementi innalzarono tanti uomini grandi, e talvolta essi soli
bastarono al genio.
Non si pensi subito alle splendide scene, ai famigerati artisti, ai
sommi trionfi. Si pensi alla camera dei Caccini, ai fanciulli del
Palestrina, alla popolana di Marcello.
Le stanze ed i chiostri, dove germogliò la scienza, dove le produzioni
e gli esercizj del genio ricoverarono in altre persecuzioni di Vandali,
e presso ad umili cultori anche in tempi barbari poterono prosperare.
Per la civilizzazione delle masse, ricercansi i maestri elementari
delle lettere, più che i filosofi universitarj. Ed elemento precipuo
d’incivilimento è la conoscenza e la pratica del linguaggio del canto;
il canto di camera, di chiesa, di coro nelle oneste brigate; il maestro
avveduto, paziente, modesto.
I Madrigali, le Ballate, i Mottetti, salvarono la dolcezza de’ canti
in tempi di ferro; adentellarono i greci rigori ai costumi gentili;
fondarono la nuov’arte sublime che dalla camera, dai chiostri e dai
prati, passò alle scene liriche ed alle drammatiche.
Quelle cantate per le quali non richiedeansi i maestri di declamazione
nè i profondi speculatori, essendo tutto l’anima e la voce di chi
le modulava; e tenendosi per cosa secondaria o indifferente l’uno
o l’altro accompagnamento, la poesia più o meno forbita, e perfino
i medesimi compositori, dei quali, quasi a’ nostri ricordi, poco
importava anche il nome, in confronto a quello degli esecutori.
Quindi, varietà immensa nei cantori, che tutti colorivano secondo il
loro sentire; per modo che in ciascuno il canto era nuovo, originale;
e quest’era la libertà feconda e famosa de’ grandi artisti dell’andato
secolo; mentre adesso tutti s’imitano, ed in onta al genio ed alle
disposizioni individuali il più vago linguaggio qual è il canto,
resta prescritto dal primo o dal migliore interprete, e diventa quasi
uniforme.
Che importa che l’ampiezza de’ teatri e la folla delle orchestre non
ammettano che gli organi portentosi? V’hanno stanze da rallietare, ed
amatori che non si possono escludere.
Nè mancano adesso quegl’aurei anelli di congiunzione, quelle sementi
prolifiche d’ottimi frutti. Tengono il posto degli antichi madrigali
e delle cantate, tante graziose e semplici composizioni moderne
non ingombre di combinazioni fonetiche, nè bisognose di difficili
accompagnamenti che sotto i nuovi nomi di _Romanza, Preghiera,
Versetto, Mattinata, Serenata, Notturno, Brindisi, Pensiero, Capriccio,
Melodia, Stornello_, appassionano soavemente; non sono inutili
all’arte, nè dalla scienza e dal diletto devono andar trascurate.
Con esse vediam musicate tutte le forme di verso, e le più care e
famigliari parole.
Anche il ritmo appunto dello _stornello_, ritenuto ripugnante
alla regolare melodia, i nostri trovatori seppero impiegare; ed è
ventura che anche a quello siansi famigliarizzati, poichè conferisce
agevolmente la vaghezza e la novità che si vuole ai nostri canti
abbisognare.
Queste belle lezioni dei migliori nostri maestri, saranno gli elementi
che apparecchieranno alle grandi arie, alle caballette, ai _rondeau_,
gli eletti alle espressioni solenni melodrammatiche.
Le nostre belle dame, prima d’affaticarsi colle scene dello _Stiffelio_
e del _Don Carlos_, non modularono la geniale romanza _Il Poveretto_,
musicata dall’ancora ignoto compositor di Busseto?
Avrebbe bastato Donizzetti ad arricchire di tali canti le nostre
camere. Ma chi possede non cura: e nelle vaste aspirazioni, nel culto
esagerato allo spettacolo, tiensi a vile il cantore di camera; e pochi
compositori s’erano occupati a questo genere utile e vivo.
Fra i primi e più fedeli che inoltratisi come tutti i maestri nelle vie
della creazione musicale con qualche semplice melodia, non disdegnarono
poi la vena famigliare di Cimarosa, furono il Vaccaj, il Buzzola, Luigi
Sangermano arpinate, ch’è pur l’autore di _Goretta_.
Tenne assai Napoli alle sue facili e ardenti _Canzoni_. (Vedi il
_Canzoniere_ del Florimo.)
La bella fonte delle romantiche _Barcarole_ non è ancora scemata a
Venezia. Dopo la ricchezza sparsa dal Buzzola pel mondo, Campana,
Tonassi, Tessarin, Malipiero, danno felicissimi saggi.
Non mancano gl’_Idilj_ alpigiani e campestri; i _Ricordi_ orientali di
Nicola de Giosa; gl’_Inni_ di patria dell’Olivieri; i _Cantici_ sacri
degl’ultimi celebri maestri delle cappelle di Venezia e di Napoli,
Buzzola, e Sarmiento[97], e dei viventi De Giosa, Tomadini, Tempia[98],
Canneti, Terziani, F. M. Albini, Gerol. Barbieri, Pillotti, Sampieri,
Cortellazzi, Bernardini da Buti, Giani da Viadana, de’ fratelli
Cagnoni[99], imitatori degl’ultimi estri lasciati nella _Pétit Messe_
da Rossini.
Alle dilavate _Raccolte_ dei Marenzio, dei Guasco, dei Capuci, dei
Squarcialupi, e d’altri antichi madrigalisti, subentrarono le _Corone_,
i _Serti di fiori_, gli _Albo_ de’ trovatori moderni[100].
Il _Canzoniere_ testè pubblicato da Fr. G. Zingarle di Trieste, ad uso
de’ fanciulli che frequentano le scuole minori, porge a questi modo
opportuno e comoda ginnastica agl’organi vocali, educamento di buon
gusto e d’affetti, interesse morale e umanitario[101]. Così le Cantate
per gli Asili di infanzia d’Enrico Panicali di Fossombrone[102].
Altri canti facili e puri nell’_Albo_ De Giosa[103]; altri in quello
_popolare_ di Giov. Frippo; in quelli _melodici_ di L. Gordigiani, e di
Filippo Coletti.
A Firenze, il maestro G. Palloni ci diè un nuovo _Album vocale_ —
_Pensieri ed Anima_ — gentili melodie fra cui il pezzo stupendo: —
_Lamento d’una madre: piccolo riccio di capelli biondi_ — vero strazio
dell’anima. Il Palloni, fido seguace della buona scuola di canto, è
per la musica popolare un conservatore di quelle eccellenti tradizioni
toscane, delle quali fu legittimo padre il Gordigiani; e successori
suoi, il Luzzi e il Mariani.
Ivi pure, Favi pubblicò l’_Iris Florentina_; Vincenzo Capocelatro, _Le
Veglie_[104]; Hackensöllner, _Le Memorie d’una cantatrice_ (Marianna
Barbieri-Nini).
A Roma, appena libera, lo Sgambati donò un _Albo vocale_, pel cui
accompagnamento, peraltro, trovato oscuro e difficile, s’ebbe da’
critici il ricordo che gli stessi Schumann e Schubert scrivendo
per camera rendevano semplici e piane le lor cantilene violentando
l’istinto. Quivi nella capitale, con egual titolo, L. Militotti diede
più schiette paesane reminiscenze.
Abbiamo quindi le _Romanze_ del Fabiani e del Sangermano, dello
Stanzieri che si fan largo a Parigi e a Londra come ogni cosa italiana
che piace. Abbiamo le _Napoletane_ di Luigi Mazzone, di Sessa, di
Graziani, di Montenegro da Barletta, di Antonio Coppola da Catania.
In tanta fioritura di giardino melodico, perchè adunque fantasticare
colla pretesa di genj, e sudare colle imprese de’ sapienti attorno le
_meditazioni_ e i _labirinti_ stranieri, nelle chiese, ne’ teatri,
e perfin nei nostri privati e geniali ritrovi? — Prendiamo intanto
a scuola nostra e a diletto quello che subito e facile piace e
s’apprende, come il puro concetto d’un libro educativo, il cui pregio è
la chiarezza.
Che se il sapiente Schumann, il David alemanno, ne’ suoi precetti
musicali, parlò talvolta a dispregio di cotesta musica facile d’indole
veramente italiana, ebbe a smentirsi quasi nel periodo istesso
dell’argomento suo, aggiungendo:
«Ascolta attentamente tutti i canti popolari, son dessi una miniera
delle più belle melodie che ti aprono gli occhi intorno al carattere
delle diverse nazioni.» Onde la _Liedertafel_ famosa (tavola delle
canzoni), in cui Zeller dipinse il suo popolo. Nè diversamente si
informa il bellissimo libro _A travers Chants_, d’Ettore Berlioz: ed
accenno soltanto il _Canzoniere_ Lisinski a fedele fotografia della sua
Polonia.
Badiamo che non s’avveri il dubbio di Delécluz, critico di molti studj
e di squisito gusto, amantissimo della musica italiana e che la difese
più volte dagli assalti del Conservatorio parigino, il quale in uno
dei suoi ultimi articoli lamentò il decadimento nostro, vaticinandone
quasi la diseredazione, colle dure e pur vere parole: «Gl’italiani de’
giorni nostri fanno dell’arte musicale quel medesimo governo che de’
poderi gli affittajuoli di mala fede, quando è per scadere il termine
di locazione: diboscano, recidono, portano via il meglio e il più che
possono, sfruttano e smungono il terreno, cessano dai buoni modi di
coltura e mandano ogni cosa in rovina.»
Abbiamo il bene che ci ha dato Iddio, nostro, libero, _campato nello
spazio interamente_; come Gioberti seguendo quanti furono scrittori
d’estetica, considerò la prima e regina delle arti belle, che non
si lascia stringere da regole e formule nella sua essenza, che non
ha nella natura fisica nè tipi, nè forme, nè misure a cui tenersi e
riferirsi; che fugge dalla imitazione e da servitù, destando in altri
vaghezza ed eccitamento; e cercheremo nuovi miti, deità inanimate,
ordini barbari, novità straniere?..
«Con consiglio che mai si giungerebbe dire compiutamente quanto e
come improvvido, noi abbiamo ristretta l’esistenza della musica al
melodramma — ebbe a dire non ha guari il Biaggi; — ed ora postergate
le secolari e gloriose nostre tradizioni, posti in canzone i nostri
grandi capolavori, compatiti i nostri grandi compositori, andiam
cercando le teoriche del melodramma in Germania, e a quelle ci
attacchiamo di preferenza che più sono avverse all’indole dell’arte
nostra, al nostro gusto, alle nostre naturali attitudini. E intanto
ecco che in Italia, nel paese cioè della melodia e del canto, ha vita
lunga e fortunatissima, la _Marta_, opera certo pregevole, ma la cui
esistenza appena si sarebbe avvertita fra noi quando scrivevano il
Donizzetti, il Mercadante, il Pacini. Ed ecco che si mette sugli altari
il _Faust_, opera pregievolissima anch’essa e degna di studio per più
di un rispetto, ma che tolta a modello, non potrà riuscire ad altro
che a impicciolire e ingrettire l’arte nostra, portandola dal discorso
magniloquente alle piccole frasi e ai giuochi di parole, dalle linee
grandi ed ardite de’ frescanti, alla minuta e paziente punteggiatura
de’ miniatori[105].»
Conchiudo in proposito con la felice espressione del celebre
costruttore d’organi vicentino G. B. De Lorenzi: «Studiamo i classici
d’ogni nazione e poi scriviamo italiano[106].»
E col nostro istinto italiano diamoci pure al facile nostro canto. —
È il _cantar gentil d’Ausonia onore e vanto_ —; non l’arruffato, il
tetro, nè il cantar spietato.
Cantiamo adunque nelle nostre stanze, e sentiremo meno apatìa nei
teatri.
Cantiamo nelle scuole popolari, e avremo dalla natura quello che l’arte
ci lascia desiderare.
Fu detto che in Italia siam tutti artisti; e siamo dunque tutti anche
cantori. E come artisti e cantori non deve muoverci a sprezzo l’umile
scuola, nè il rozzo porgere di qualche insegnante, o il distratto vezzo
di imperiti scolari. Chi non sa quai tesori possano ivi scoprirsi! Chi
non sa, che alcune note al di sopra di que’ cori non ci rivelino una
Catalani o un Duprez!
«_Ecco le speranze della Francia_,» ripetea sovente il bravo Alessandro
Choron, presentando i poveri allievi della sua scuola elementare che
andava raccogliendo nei villaggi, e lungo le strade più miserabili di
Parigi.
E la scuola di Choron e di Ramier, che fu una delle più rimarcabili
istituzioni secondarie che fossero state introdotte nel 1816 dalla
munificenza della Ristorazione, nel breve periodo di sua esistenza,
perocchè disparve nel 1830 col governo che l’avea creata, era giunta
ad incendiare d’invidia il superbo Conservatorio che rimaneva lì, come
sterile monolite accanto il campicello ubertoso, umiliato dai frutti
straordinarj generati sì presto a gloria della Francia nell’arte del
canto che nel primario istituto parea quasi spenta.
Eppur notavasi Hèrold come una celebrità, _premier chef du chant_ alla
Reale Accademia.
La umile scuola elementare, malgrado la sua breve esperienza ebbe gran
parte col movimento musicale di quell’epoca, ed influì sommamente alla
propagazione dei veri principj dell’arte.
E quivi pure non era estraneo l’elemento italiano; chè il metodo che
si professava alla scuola di Choron era poi quello del Mengozzi, dal
quale maestro era sorto il più ammirabile cantante francese che sia mai
stato il Garat. Fu detto dallo Scudo che, il gusto squisito e lo stile
pieno di passione drammatica e di grazia di questo celebre allievo
del Mengozzi, era un composto della bella dicitura francese e della
vocalizzazione italiana. L’arte e il colorito del suo canto non avean
nulla a che fare col cosiddetto _urlo francese_ del Nourrit padre, del
Dèrivis, e di Madama Branchu, già colossi dell’Opèra. Non da questi, ma
dall’umile focolare de’ buoni studj, vennero Levasseur, Adolfo Nourrit
figlio, e la Damoreau, della nuova scuola francese.
Ma il direttore Choron e il docente Ramier erano veri maestri di canto.
Il primo, senza tanto apparecchio di diplomi, ma tratto da una potente
inclinazione, s’era dato benchè tardi allo studio della musica sotto
i consigli dell’ab. Roze, quando avea potuto superare l’opposizione
dei parenti, a venticinque anni; nè giunse a farsi compositore. Ma era
dotato d’una squisita sensibilità, d’un profondo sentimento del vero;
s’era ornato di buona erudizione, e d’una seria conoscenza della storia
dell’arte; e s’avea fatto un colpo d’occhio di penetrazione veramente
profetica. A Duprez fanciullo, dalla voce debole e incerta, Choron
diceva: _Tu sarai il primo cantor del tuo tempo_.
Per la sua delicata e sensibile organizzazione e pegli studj in cui
s’era specialmente intrattenuto, egli avea una predilezione quasi
esclusiva all’antica scuola italiana. Iniziava a que’ principj i suoi
allievi, alla pratica de’ grandi maestri, segnatamente Scarlatti,
Pergolese, Porpora, de’ quali facea a loro cantare le limpide melodie,
sprovviste d’ogni futile ornamento, ma ricche d’incomparabile
semplicità e bellezza. Là il cantore riconosce le proprie forze,
e lotta colle difficoltà tanto più ardue quanto elleno sono tutte
del sentimento. E Choron vi ponea l’anima nella sua istruzione;
s’abbandonava alle emozioni, e gestiva, cantava, rideva, piangeva,
fosse nella solitaria sua stanza o in isplendida adunanza. Amava molto
i suoi allievi, dai quali egli era adorato; li sapea entusiasmare, e li
dirigeva nella via che conveniva alle loro speciali disposizioni.
Erano i suoi tesori, che nei giorni di riposo e cogli scarsi risparmj,
andava cercando nei borghi e nelle ville, penetrando nei collegi e
nelle scuole, e coll’arte di padre sapea affezionarseli. Vivea per
loro: e quel giorno che gli furono tolti, quando il governo abbandonò
la sua scuola, se ne morì di dolore.
Nel numero degli allievi che fecero epoca alla scuola di Choron,
quattro specialmente erano i favoriti, messi sempre dinnanzi quando
il maestro volea dare un buon saggio di suo insegnamento. Erano:
Duprez, che fu il celebre tenore dell’Opèra; Boulanger-Küntze, poi buon
professore di canto a Parigi; Vachon, che fuori d’Europa portò i suoi
talenti; e il veneziano Scudo, narratore di questa pagina, bozzetto
interessante, ch’io reputo il miglior ritratto d’un bravo e modesto
maestro, e il pegno d’affetto più nobile e più espressivo del cantore
discepolo riconoscente.
«Ciascuno di questi giovani allievi con più o meno disposizione
aveva un genere suo particolare, che il maestro sapea discernere e
indirizzare.»
A sedici anni, Duprez già possedeva quello stile largo, quel canto
spianato che gli valse la sua bella riputazione.
In ragione del talento che questi allievi promettevano, e dell’alto
favore di cui essi godevano presso il capo dello stabilimento, li si
onorava della qualifica d’_Artisti_.
V’era una festa, un pranzo, una serata; Choron vi si recava
accompagnato dai suoi quattro evangelisti.
I giorni di vacanza, quand’egli avea danaro, ciò che non era sempre,
veniva a passo di lupo al refettorio, e diceva all’orecchio d’uno di
noi: — non v’impinzate tanto... avremo oggi la merendata. — Allora le
forchette s’arrestavano, anche innanzi ai bocconi più ghiotti... Madama
Choron lo rimproverava... egli partiasi ridendo.
Un giorno giunse alla scuola anelante. Ci fe’ chiamare tutti quattro.
— V’hanno delle novità, ci disse; il ministro del re è cangiato, v’ha
adesso M. de Lauriston, sì mal disposto per noi che, vuol sopprimere la
scuola. Ottenni, con fatica, che prima di prendere una tal decisione,
egli volesse almeno sentirci. Vi andremo questa sera: coraggio! Ne va
dell’avvenir di noi tutti; bisogna cantare ciò che meglio sapete: prima
un’aria ciascuno, poscia due _duo_.
Duprez, vien qua figlio mio, tu canterai: _O des amants déité
tutélaire!_ Tu Boulanger: _Oh que je fus bien inspirée!_ Tu, mio
gran matto di Vachon: _Di piacer mi balza il cor_. E tu mio bel
veneziano: _Non più andrai farfallone amoroso_.... Ah, signor
Lauriston, voi volete congedarci, lo vedremo. — E ripetendo le arie,
seguiva: — non resisterà, no, no; e i signori del conservatorio ne
saran disperati — e rideva, saltava, cantava. — Tutto andrà bene,
tutto andrà bene...! Andate a spazzolare i vostri abiti, gli stivali,
pulite i vostri bottoni; siate lucenti, raggianti; e sopratutto
mangiate poco, mi capite? vi si darà un dito di Medoc per eccitarvi la
imaginazione. —
La sera, al palazzo del Ministro, fummo introdotti in un vasto
salone... e presentati ad una dozzina di giudici...
M. Panseron si pose al piano per accompagnarci, e con qualche accordo
ci diè tempo a respirare fra il terribile battito del nostro cuore.
Un silenzio profondo si fece, e tutti gli sguardi si fissarono su di
noi. Dopo alquante battute un mormorio d’approvazione venne a dilatare
i nostri petti. La nostra voce vibra e si espande, il nostro stile
s’eleva; ci si copre d’applausi. Bene, bravo, ci si dicea d’ogni
parte. — Sì, sì, bravo, sublime! ripetea il maestro pieno di lagrime;
ricominciate, figli miei, tutto va bene; e sotto voce: _La Francia è
salvata!_... —
Quella sera memorabile finì felicemente come avea cominciata... e la
scuola fu mantenuta.
Da quella scuola medesima venne Rosa Niva, raccolta d’in sulla strada
da Ramier, altro maestro dal carattere e dal fare del tenero Choron
di cui era dipendente, imitatore, ed amico. Un _la_ magnifico di
soprano sortito a caso dalla bocca della fanciulla le avea guadagnato
la protezione dell’uomo generoso, dell’appassionato cantore, che prima
di coltivar quella voce, prese a dispor l’animo quasi selvaggio della
povera abbandonata, e comporne l’esterna figura che lasciava appena
un’ombra di qualche interesse, cominciando a prescriverle otto giorni
alla purificazion delle mani.
Coll’amore, col rigore, colla costanza della Provvidenza, ridusse
quella personcina pulita e graziosa, piegò il suo animo all’ordine
e alla obbedienza, la lingua alle facili espressioni, il fare alle
maniere gentili, sviluppò poi quella voce ai modi più soavi. Giunse a
non poterla riguardare senza sentirsi fiero d’averla così rigenerata;
nè potè udire gli altri a lodarla senza scorgere in loro un’invidia che
gli aumentava la gloria.
Perfezionò l’opera del suo cuore; e quando se la vide staccare dal
nuovo destino che aspettava la giovane cantatrice, Ramier soffrì
lo strazio colla rassegnazione paterna. Dagli splendidi palchi de’
suoi trionfi, ella divenuta celebre, riconobbe talvolta nel fondo
dell’orchestra l’amoroso maestro che piangeva di tenerezza, e la
commozione le toglieva la voce, e gli rispondeva col pianto.
L’allieva di quell’umile scuola era Rosina Stolz; del cui nome
altre non meno celebri udimmo ai nostri giorni, e che avremo qui ad
accennare.
Sotto le toccanti figure di questi maestri, non vi par di vedere i
modesti ritratti degli antichi _Maestri de’ fanciulli_, e di tanti
maestri dei villaggi, che dalle piccole scuole e dalle devote cappelle
diedero alle storie ed al mondo i più illustri musicisti e cantori?
E queste scuole, non potrebbero giovare ancora, meglio forse che i
superbi istituti, secondo le antiche tradizioni d’Italia e coi frutti
copiosi dei classici tempi?
Nell’umiltà e nell’amore fecondano i genj.
Dalle minute sementi crescono i più nobili arbusti; colle pianticelle
s’infoltano i boschi; la educazione di quelle dev’essere la cura
che precede la vaghezza degli artificj e l’opportunità di loro
trapiantamento.
Ma alle scuole primarie anche del canto, ai piedestalli di tant’arte,
si accorderanno le riforme volute dal progresso medesimo che non
permette il loro abbandono, o la lor trascuranza.
Ed anzi tutto, sarà d’uopo ridestare il valor nei maestri, la volontà
negli scolari; e negli uni e negl’altri l’amore.
Inutili sarebbero tutte le scuole se disgraziatamente dovesse ripetersi
a lungo: _Dove trovare un buon maestro di canto?_... Fatal ricerca, che
rese facile un’altra: _Chi vuol sommettersi a un bravo istitutore?_..
«Sì, a che giova tacerlo? _La vera scuola dei canto è in abbandono._»
Mi valgo di alcune belle parole del cantante e maestro Luigi
Celentano[107] perchè il loro lamento sembrami contenere un utile
programma alle buone scuole desiderate.
«E moralmente abbandonata; perchè non pochi sono i discenti, nè
mancano, per ora, institutori; ma non più, in generale, si apprende e
s’insegna _seriamente_ l’arte del cantare.
È vana cosa propugnare _a voce_ i precetti contenuti nelle prefazioni
dei classici metodi, se poi non si ha il coraggio di seguirli nella
applicazione, e manca la forza autorevole di farli apprezzare, o se
questa forza e quel coraggio s’infrangono in faccia alla corrente che
tutti involge e trascina.
Dove sono gli studj _lunghi e severi_, coi quali già ben riconosciuta
l’indole della voce, la gola dell’allievo giungeva ad acquistare
_sicurezza d’istrumento_?
Dov’è la paziente ricerca della più vera emissione del suono, in cui la
_nota tenuta_ o _messa di voce_, nell’atto che sceverava e _piantava_
il più bel suono, insegnava la tranquilla e profonda _respirazione_,
il _sostegno_ ed _equilibrio del fiato_, e la _parabola sonora_,
base della _mezza voce_ e di tutte le innumerabili _gradazioni_ del
_chiaroscuro_?
Dove sono le progressive esercitazioni d’ogni maniera di _vocalizzi_,
onde, insieme all’_impasto di tutti i registri e alla facilità
dell’estensione_, si otteneva la morbida _concatenazione_ de’ suoni
e lo _stacco_, la varietà del colorito nell’_unità di metallo_, e il
mezzo artistico di tenere sempre esercitata la voce nel suo vero bello,
o di svegliarla se per lungo silenzio pareva fioca?
Dov’è quel _complesso di tanti accertamenti_ che menano a quella
suprema _sicurezza d’intonazione_, che si ride d’ogni tempesta, e
che vuol dirsi infallibile, non già quando giunge a sfuggire alla
riprensione, ma se _dà pace alle orecchie_?
Dov’è più la fermezza del _metodo_, che nel maestro è certezza di
giungere, senza fallo, allo scopo studiando e soccorrendo la _tempra
speciale_ di ciascuna voce; e in chi apprende è abito costante e
radicato di rispettare, nella pratica i _confini dei proprii mezzi_, sì
che riescano esercitati, non _consunti_ dall’uso?
Dov’è l’antico rigore, l’antica docilità, l’antico coraggio di
spendere degli anni per avvicinarsi alla meta, che una più alta e non
iscoraggiante coscienza dell’arte diceva sì lontana, da non potersi
toccare?
Il più largo uso del canto _declamato_, nelle sue _forme sillabiche_
(trascorso tant’oltre, che oggi l’_interpretazione esecutiva_ soverchia
la misura dell’arte e l’intenzione degli autori), ha turbato e
sconvolto il metodo didascalico.
La vera scuola si travagliava prima a formare l’istrumento per facilità
e modulazione, e poi, come a corona dell’insegnamento, perveniva,
segnatamente con lo studio del _recitativo_, a forbire la sentita
pronunzia cantabile della parola, in che rifulge la _sovraeccellenza_
dell’organo canoro. Tutti i _pregi_ e i _modi_ tutti dell’arte, non
erano altrimenti studiati, che nel _suono puro e schietto_ della
voce, al quale solamente appartengono; e la parola era tenuta, qual è
veramente, l’ultima modificazione di esso. Percorrendo ogni maniera
di combinazioni di note nei rispettivi registri, perveniva la gola
a _maneggiare_ tutte le trasformazioni del primitivo suono vocale,
serbandone sempre la maggiore bellezza, il più libero corso, e la più
variata unità, ch’è ciò che dicesi _modular la voce_. Lo studio, le
cure, le ricerche, gli accorgimenti, la pazienza, il disinganno o la
gioja, non eran riferibili che al suono e all’istrumento. Quando poi
questo suono _timbrato e modulato_, padrone di sè e ricco di belle
forme, muoveva finalmente ad abbracciar la _parola_, lo scopo poteva
già dirsi ottenuto, poichè degno di accoglierla, era pur così vigoroso,
che non vacillava a sostenerla.
La scuola dei _moderni_, all’opposto, ben poco si profonda nel
meccanismo dell’istrumento, e nell’organizzazione dei suoni in rispetto
ai pregi ed alle difficoltà generali dell’arte. Nè gradazione, nè
certezza di metodo, nè flemma di preparare e attendere lontani
risultati. Sempre in cerca di nuove e non sicure _scorciatoje_,
s’industria piuttosto d’ajutare la buona disposizione dei frettolosi
scolari. Con viva e non intermessa preoccupazione d’ingrossare il
_corpo_ delle voci, dopo un discreto numero di solfeggi, passa
rapidamente al sospirato canto con la parola nei _pezzi_ delle
opere, e, in men che si creda agli _spartiti_. Chi più promette meno
s’indugia, e vola a sua fortuna; e più spesso rimane a struggersi
al bello dell’arte sol chi per difetto di voce, s’è visto impotente
a sposarla. Su gli spartiti si fa una certa _pratica_ di musica (se
pur non ajuta l’_orecchio_) e si cerca d’acquistare quel che dicono
_spolvero_, chè è la maschera dell’arte. Si chiariscono difficoltà
elementari a misura che si presentano, _puntando_ o troncando a
dirittura, le altre a cui si mostra ribelle l’infantile inesperienza
dei candidati della scena.
Accelerati in tal modo i passi, e confusi i criterii, non si coglie
nel segno, e torna più facile scambiare i soli _pregi_ dell’arte con
le immediate rispettive esagerazioni, che sono altrettanti _difetti_.
Per avere la _forza_ si fa allo _sforzo_; per la _sonorità_ al _grido_;
per l’_impeto_ al _conato_; si vuole il _piano_, e s’ha lo _sfiatato_;
bisogna l’_oscillazione_, e si è contenti dello _stridore_, s’evita
la _grazia_ per non dare nello sguajato. La _respirazione_, in tanto
sciupo, divenendo affannosa non abbraccia la _frase_ musicale, tradisce
il _ritmo_, spezza la _parola_: e le voci, faticando a _disagio_, si
spossano nell’atto appunto che si vorrebbe avvezzarle alla teatrale
fatica!
Gli scolari impazienti sogliono passare da un maestro all’altro per
l’unica ragione di fare più presto. I più brevi son tenuti più bravi.
Di costoro, in sul declivio dell’arte s’è ingrossata la schiera,
giacchè non pochi son venuti a prender posto nel campo inseminato e
infecondo. Ignari del _meccanismo vocale_ (_cioè di quel complesso di
norme di esperienza e tradizione imitativa, con le quali, studiando
il fatto estrinseco dei suoni, si determina, si regola, e si assicura
il maneggio dell’invisibile strumento_), trovano proseliti a cieche
e lusinghevoli massime: «che al canto basta la buona voce; che la
natura fa da sè; che la bella disposizione fa miracoli, che con gusto
e intelligenza si arriva a tutto; che in ogni caso il teatro fa il
resto.»
Nè questi inganni parvero nel fatto smentiti quando i nuovi cantanti
improvvisati, salite le scene, vi trovarono un repertorio che poteva,
fin a un certo segno, mascherare la loro imperizia, e gli applausi
del pubblico, che generoso con gli esordienti, si malavezzava alla
depravazione dell’arte.
I migliori maestri in ogni centro musicale d’Italia, stimati per
pruove d’incontestabile valore, han dovuto accorgersi che, dicendo il
vero, si predicava al deserto. Taluni si son tratti fuori del terreno
nel fervore della lotta! Han quasi abbandonata l’ambizione di formare
allievi al teatro, ch’è sì cara, come sapevano gli antichi, che per lei
lasciavano la scena: e si tengono modestamente paghi a far delibare
l’arte a chi la coltiva per _diletto_, o forse anche per _affetto_.
Ma lo scopo non si raggiunge; perocchè costoro, sebbene non incalzati
dallo spettro dell’odierna carriera, restano sempre lontanissimi dalla
vera _responsabilità_ dell’arte, e da quell’altezza invidiata, cui
solo l’artista, nella febbre continua delle emozioni, pel coraggio
instancabile di mille prove rischiose, e per l’alterna vicenda di
trionfi e cadute, ha diritto di aspirare. Altri per non restare
isolati, e mantenendosi severi a parole, si lasciano rapire nel fatto,
più o meno a malincuore dalla bieca corrente; pur non disperando che
questa trovi un argine più forte del loro volere.
E intanto quest’arte divenuta, come per incantesimo, la cosa meno
disagevole di questo mondo, falsata nella maggioranza delle scuole
è parimente tradita pressochè su tutte le scene. Avidi speculatori,
per guadagno giornaliero vi adescano giovani poco esperti, i quali
perdono voce e speranza, e tosto disillusi, cedono ad altri più illusi
il posto di cui niuno s’è reso meritevole. Fatta quasi impossibile
una vera _carriera_ (che vuol dire progresso di fama e di fortuna),
i nostri giovani contemporanei, tranne poche o meritate o fortunate
eccezioni, salgono e scendono in balìa del caso e degli intrighi
dei mezzani. Acquistando un falso _coraggio_, che non è quello del
_sapere_ e dell’_esperienza_, allora s’avveggono della distanza
che li separa dall’arte, quando a fronte di artisti di più antica e
severa disciplina, messi a cantare un _genere_, a cui non è del tutto
applicabile la _panacéa_ del declamato, affogano nei cantabili, non
sorretti da fragoroso strumentale.
Anzi mancando la _sicurezza_, che vien dallo studio, le più belle
intenzioni dell’arte sembrano, in faccia al pubblico, piene di
pericoli. Si rifugge per ciò dalla _mezza voce_, e da ogni altra
finezza e delicatura di modi eleganti (che sono, a un tempo,
_squisitezze d’arte e riposi_), e si è costretti ad abbracciare, come
più sopportabile e sicura, la fatica _suprema_ ed _ignobile_ di cacciar
fuori a tutta possa la voce. E felice chi arriva alla fine!
Oggi, segnatamente per gli uomini, danno a pensare poche note,
scorrenti di seguito su d’una stessa vocale. Dove si può s’infarciscono
sillabe a ricovrir note. Nelle stesse chiuse degli _adagi_, ove si
soleva aspettare, e gustare qualche acconcio abbellimento vocale,
che tuttavia i compositori sogliono lasciare _a piacere_, si ricorre
all’arido ripiego di rimartellare le parole, già ripetute abbastanza
nella melodia. Chi concerta la musica propria o l’altrui, si fa più
ardito ogni dì a _sfollare_ gli agglomeramenti di note, come più e più
van divenendo ineseguibili. E si avverte la caratteristica differenza
tra i più antichi e più recenti cantanti, che quelli sorvolavano
il passaggio astruso sdrucciolando su la parola e abbandonandosi al
vocalizzo; e questi, sol calcando la sillaba, giungono a schermirsi
dalle scabrose intonazioni.
I più accorti badano anche a cangiar la parola, per incontrar su la
nota di _pericolo_, o _d’effetto_, la _vocale_ meno sfavorevole alla
propria voce. Accorgimento _naturale_ nei cantanti moderni conforme
alle ultime delicate esperienze dell’Aesticau sul _fenomeno del suono_,
le quali dimostrano come — per ciascuna vocale vi ha sulla scala
musicale delle note privilegiate che danno al suono il suo colore
specifico e il suo pieno valore; e per trarre il miglior partito
dall’istrumento della voce non si dovrebbe cantare su d’una data vocale
che certe note soltanto. — Ma così le _recenti_ indagini scientifiche e
l’istinto pratico _odierno_ mettono sempre più in luce la superiorità
e la grandezza dell’_antica_ scuola italiana, che invece di temprare
i suoni nelle _vocali_, sapeva trovare nella voce, e _vi piantava e
radicava_ quella conciliante e studiata _unità di suono_, che tutte le
abbraccia e fa intendere, senza cangiar l’_appoggio_ per ciascheduna.»
Ecco riassunte da questo egregio conoscitore alcune osservazioni da
noi in precedenza annotate, altre da migliori pratici e studiosi
desunte[108]; ecco le prove, come diè a divedere il Mazzucato, di
mancanza di scienza nei pretesi maestri, e di voglia negli scolari di
tutt’altro che scienza.
Ecco le cause, per le quali, anche a mio vedere, mentre i Conservatorj
fioriscono per la composizione, in cui indispensabilmente si studia,
si spopolano nelle scuole di canto, a segno di tenerle e fuggirle come
nocive.
Ammessa qualche modificazione nei severi quanto schietti giudizj del
Celentano, e inteso per bene il lungo e accurato studio, non in base al
sistema, ma alla conoscenza del macchinismo e alla azione dell’organo
vocale, ed alle variabili condizioni da educare, sembrami che da quel
riassunto potrebbonsi ricavare i precetti migliori alla interpretazione
de’ metodi, alla savia loro applicazione, e per conseguenza alla
formazione delle voci da teatro o da camera atte al mantenimento ed al
progresso dell’arte, al diletto perenne in un colla istruzione degli
uditori, precetti valevoli al cantante ed alla sua fama.