_Continuazione sui Metodi e sulle Scuole. — Norme
didattico-fisico-speculative. — Metodi artistici. — Metodisti
moderni. — Sistemi. — Conservatorj. — Cappelle. — Loro decadenza. —
Osservazioni. — Esempj. — Giudizj._
Fu allorquando si cominciò trattar l’arte, non pel ministero servile
della voce soltanto, ma per quell’alta speculazione voluta, come
dicemmo, da Boezio, che la Scuola avea dovuto levarsi allo splendore
che il vero suo spirito ne disvela: ed ecco quel trattatista, già sopra
accennato, che possiede la scienza per la pratica e pel sentimento;
e che ancora in oggi può dirsi primo de’ metodisti al perfezionamento
rivolti.
Intorno al 1740, cantava ed insegnava in Roma Emanuele Garcia, detto
anche Garzia o lo _Spagnoletto_, perchè oriundo d’Iberia; cantava
le arie del Galuppi e del Porpora, e insegnava alla bella Catterina,
figlia al cuoco del principe Gabrielli, dal quale ebbe il nome, fatto
più chiaro dal suo canto.
Pare che da quell’organo prodigioso di voce della Gabrielli, ispirato
dal più vago capriccio, traesse il Garcia serio argomento alle sue
speculazioni. Avea inoltre da studiare negli emuli Pacchiarotti e
Marchesi, coi quali la Gabrielli rapì Europa intera alla ammirazione e
non fu da lor superata.
La seguì a Lucca, dov’ella cantava la _Sofonisba_; a Vienna, dove
Metastasio la introdusse alla corte per la sua _Didone_; a Palermo,
dove per un pranzo del Vicerè non accettato, la capricciosa fu
carcerata; in Russia, dove la Gabrielli chiese a Catterina II.
10,000 rubli all’anno, e all’osservazione della imperatrice, che
non dava tanto ai suoi feld-marascialli, quella rispose, che i suoi
feld-marascialli facesse cantare.
Garcia potè educare nella propria carriera il figlio che portò il
suo stesso nome, questi pure dotato di disposizioni eccellenti per la
bell’arte; trasfuse in lui le pratiche sue cognizioni, non senza far
di pubblica ragione però alcune buone norme e classici esercizj[1]. Il
degno figlio ed erede de’ pratici e speculativi studj paterni, trovò
per singolare fortuna altro condegno modello onde meglio approfondare
le sue osservazioni, da poterle poi esibire come il più fondato e
completo sistema d’insegnamento.
Emanuele Garcia figlio, divenia padre in Parigi nel 1808 di Maria
Felicita, che fu poi la Malibran. Quel mostro canoro che, seguendo la
famiglia paterna in Italia, a soli cinque anni, sostenne al teatro
Fiorentino di Napoli, a mente, la intera parte del fanciullo nella
_Agnese_ di Paër; e che al suo terzo lustro, non sentì più bisogno
dell’istruzione paterna nella bell’arte, e s’abbandonò ai proprj
slanci naturali ispirati dal genio. Garcia studiò i confronti nella
Pasta, che non meno brillante carriera della figlia iniziava a Londra;
studiò i prodigiosi artifizj vocali del musico Veluti, le cui lezioni
disputavansi le ricche e capricciose figlie della metropoli; e qui si
decise aprire una nuova scuola di canto (1824).
Con basi così potenti, quest’era la vera scuola pratico-speculativa; e
a suo monumento, il figlio dello Spagnoletto, e padre alla Malibran,
diè quel trattato che lascia poco da aggiungere agli odierni nostri
maestri, e che si può ritenere ancora realmente quale l’autore lo ha
intitolato: _Trattato completo dell’arte del Canto_.
A prefazione del metodo pose il Garcia alcune parole che servono
a schiarimento intorno allo spirito del suo lavoro, e che spargono
qualche luce sulla storia di questo pratico insegnamento.
«Sarebbe cosa interessante il conoscer l’andamento che tenne l’arte
del canto dai tempi più remoti fino a’ dì nostri; e principalmente
piacerebbe lo studiare ne’ suoi dettagli il metodo, d’insegnamento,
seguìto nei secoli diecisette e dieciotto dalle scuole dei Fedi, di
Pistocchi, di Porpora, d’Egizio, di Bernacchi ecc.... che produssero
tanti e sì belli risultamenti. (Uscirono da queste scuole gl’illustri
cantanti, Ferri, Farinelli, Conti, Raff, Bernacchi, Tosi, ecc.)
È però una sventura che quest’epoca non ci abbia trasmesso sulle sue
tradizioni fuorchè documenti vaghi ed incompleti. Le opere di Tosi, di
Mancini, i lavori di Herbst, d’Agricola, qualche passo sparso qua e là
nelle storie di Bontempi, di Burney, di Hawkins, di Baini, non danno
che una idea approssimativa e confusa dei metodi professati in quei
tempi.
Figlio d’un artista generalmente stimato come cantante, e per la
meritata rinomanza di molti fra i suoi allievi (Maria Malibran, Adolfo
Nourit ecc...) commendabilissimo come maestro, io ho riunite le sue
istruzioni, frutti d’una lunga esperienza e del più squisito gusto
musicale. È dunque il suo metodo che io qui riproduco, che soltanto ho
procurato di ridurre a forma più teorica, e di rannodarvi gli effetti
alle cause.
Siccome poi in ultima analisi tutti gli effetti del canto sono
il prodotto dell’organo vocale, così ne sottoposi lo studio alle
considerazioni fisiologiche. In conseguenza di tal metodo, io giunsi
a riconoscere il numero preciso de’ registri, e la vera estensione
di ciascuno; ho potuto determinare i timbri fondamentali della voce,
il loro meccanismo, e i loro caratteri distintivi, i diversi modi di
eseguire i passi, la natura ed il meccanismo di trilli ecc...
Io sono persuaso che l’insegnamento riguardato in questa maniera, debba
riuscire nel suo tutto più preciso e più completo. Tutti gli effetti,
sia che appartengano ad una esecuzione particolare della melodia, sia
che dipendano dal timbro speciale impresso alla voce dalla passione,
sia finalmente che risultino da un accento qualunque, possono essere
analizzati e trasmessi sotto una forma sensibile.
Per applicare in modo logico la teorica così concepita, è mestieri,
secondo la nostra opinione, isolare la difficoltà e far di ciascuna
l’oggetto d’un lavoro speciale. Nella prima parte di quest’opera sono
indicati gli esercizj proprj a formare ed a sviluppare la voce. Nella
seconda farò l’applicazione di questo primo studio alla pronuncia,
all’arte di fraseggiare, al colorito delle passioni, ai varj stili
ecc...
Forse qualcuno s’attende a trovare in questa opera de’ vocalizzi;
l’uso dei quali ci è ben noto essere antichissimo e quasi generale al
presente. Se però noi li abbiamo esclusi da questo metodo ne fu cagione
il non aver essi più, secondo la nostra scuola, quei vantaggi che
porgevano altre volte ed il condurre che fanno ad inconvenienti che gli
antichi metodi sapevano prevenire[2].
I vocalizzi sono melodie senza parole che offrono all’allievo la
riunione di tutte le difficoltà del canto. Questo esercizio suppone
che l’allievo sappia già posar la voce, renderla pura, uguale, intensa,
unire i registri, variarne i suoni, comandare all’emissione del fiato,
eseguire le scale, gli arpeggi, i trilli, i mordenti, e per dirla ad
un tratto, ch’egli possieda tutte le qualità del cantante, eccettuata
soltanto la pronuncia. Tutte queste parziali difficoltà amalgamandosi
nei vocalizzi confondono e trattengono per molto tempo l’allievo.
Qualcuno dirà, è vero, ch’egli può insistere isolatamente su quella
parte che lo imbarazza; ma ciascuno di questi inciampi si rannoda ad un
complesso di difficoltà della stessa natura che avrebbero dovuto essere
anticipatamente e separatamente l’oggetto d’uno speciale esercizio. Il
trillo, per esempio, invece d’essere studiato in una frase particolare,
dovrebbe esserlo dapprima da sè solo e in tutte le sue forme diverse,
e questo studio ne preparerebbe per certo l’applicazione a tutti quei
passi in cui esso venisse ad offrirsi. Principiando in tal guisa si
avrebbe guadagno sul tempo e si otterrebbero risultamenti più estesi
e più completi. Ecco i motivi che ci hanno fatto preferire il metodo
analitico al sistema contrario più generalmente adottato.»
Il Garcia quindi, con quella concisione propria ai savj istitutori,
affinchè gli allievi ancora inesperti non vadino naufragando nelle
confusioni, riduce principalmente i suoi argomenti, allo _Stile del
canto_ ed alla _Educazione dell’organo vocale_.
E veramente in quest’ultima materia diè saggi di una sperienza non
comune e di osservazioni diligentissime. Inventò il _Laringoscopio_.
Egli descrisse poi, quanto si può meglio, l’Apparecchio vocale:
apparecchio complicatissimo che dipende da quello della respirazione e
della voce, funzioni intimamente legate.
Presentò anche una _Memoria sulla Voce_ umana all’Accademia delle
Scienze in Parigi (16 novembre 1840). La Commissione eletta a riferire
intorno a quella Memoria venne formata dai signori Megandie, Savart,
e Dutrochet; i quali se inoltrarono in essa seriamente i loro studj,
non giunsero però a dare un risolutivo giudizio; e conchiusero la loro
relazione del 12 aprile 1841, col dire che: «la teoria della formazione
e variazione de’ suoni per mezzo dell’organo vocale umano è ben lontana
dall’essere completa; non essendosi neppure d’accordo sul genere
di strumento a cui possa essere comparato.» Piacque a quasi tutti i
fisici considerarlo siccome del genere degli strumenti a fiato, nei
quali il suono producesi per le vibrazioni di alcuni corpi solidi ed
elastici. Solo il Savart paragonò l’organo vocale umano agli strumenti
de’ cacciatori che si servono per imitare il canto degli augelli,
del genere dei flauti, in cui il suono non è prodotto se non dalle
vibrazioni dell’aria che percuote sulle pareti d’una cavità, o che si
rompe sul tagliente di un’ugnatura.
Ben si sa come Roberto Schumann, fra i suoi primi precetti musicali,
richiamasse la riflessione continua de’ musicisti ai suoni prodotti
dalle campane, dai vetri delle finestre, dal cuculo, ecc., consigliando
a sforzarsi di conoscerne le qualità, di coltivare l’orecchio a
discernerli, la voce a imitarli. (Sperimento già usato spontaneamente
anche dal Rameau). Egli soggiungea: «Fatti per tempo una chiara
idea della umana voce nelle sue quattro principali specie; osservala
specialmente nel coro; indaga in quali intervalli sta la sua maggior
forza, in quali altri si può adoperare con flessibilità e dolcezza.»
Vedemmo gli antichi tutti ignari anch’essi, od incerti sulla teoria
della formazione e variazione della voce umana, fermare le loro
osservazioni in sugli effetti meglio che sulle cause.
E credo che anche il Garcia basandosi agli effetti abbia potuto bensì
studiarli, provocarli, confrontarli, imitarli, modificarli; ma non
s’abbia potuto mai rendere ragione del perchè le estese e acute note
della Gabrielli non potessero essere eseguite da altri, se non fosse
un violino abilissimo; e la Catalani sia riuscita appena a imitarle;
del perchè la voce di petto nella Malibran toccasse la tredicesima,
la massima estensione che voce di donna ha raggiunto; del perchè il
timbro della Pasta, dapprima aspro e velato, siasi spiegato con tanta
sonorità; mentre le rimaneva invincibile la difficoltà delle scale
ascendenti; ed il trillo in lei ritenuto impossibile, dopo dieci anni
di celebrata carriera, improvvisamente siasi permesso alla sua voce, la
sera del 15 novembre 1830, nel teatro italiano di Parigi, in cui con
istupore generale, nuovamente, la cavatina del _Tancredi_ brillò d’un
_trillo a inflessioni_ magnifico.
E chi avrebbe potuto spiegare le cause per cui la Sontag e la Persiani
s’impadronirono con lunghi studj del _re e_ del _mi^b_, mentre la
Demeric alla sua prima comparsa (1819) emise il _fa_, con incomparabile
bellezza e purezza di voce?
Come trovare l’origine del re gigantesco di Lablache; e del sol
nell’ottava sotto ai bassi ordinarj, con cui il russo Yvanoff
discendeva a un registro ignoto ai cantanti?
Da che, la _segnalata organizzazione_ con registro percorrente tre
ottave, d’Hitzinger, Duprez, Rubini, principi fra i tenori?
Per sì mirabili effetti Garcia potè fare vaste osservazioni e fissare
norme utilissime. Definì anche esattamente alcune modificazioni
della voce, e ne trovò le corrispondenti immagini e le artificiali
imitazioni.
Dimostrò, per esempio che, «il _Trillo_ avviene da un movimento
oscillatorio nella laringe, non dissimile a quello d’uno stantuffo
moventesi nel corpo di una pompa; e si opera nella faringe che serve di
inviluppo alla laringe.» Nei rossignoli, trovò l’esempio più perfetto
di questo fenomeno. Trovò il trillo artificiale in quello ottenuto
agitando esternamente la gola coi diti.
Studiò il _Timbro_, e lo definì «quel carattere proprio e variabile
all’infinito, che ogni registro ogni suono può prendere, fatta
estrazione dalla intensità.» Quindi _timbro aperto_, come dicesi in
Francia, quella _voce bianca_ che gl’italiani danno alle donne ed ai
fanciulli; timbro _chiuso_ alla _voce mista_.
Ridusse a due soli i _Registri_ possibili, quello _di petto_, e _di
falsetto_: escluse i così detti _appoggi_.
Asserì che non sarà mai cantante _chi non sa rendersi padrone del
proprio fiato_.
Anch’egli trovò solfeggi da esercitare efficacemente gli organi vocali,
accogliendone alcuni paterni, ricordando quelli del Panseron e di altri
sperimentati maestri.
S’attenne altresì ai trovati ed ai giudizj di alcuni pratici
celebrati; e ritenne col Veluti che l’_Eco flautato_ (filatura) _riesca
coll’ingrandire tutto l’arco di dentro_.
Disse _Vibrazioni_ di voce, que’ suoni filati con inflessioni eguali
di forze e di durata, il di cui effetto Catruffo nel suo metodo di
vocalizzo indicava col mezzo di sincopi.
Sulla così detta voix _sombrée_ s’attenne allo studio fisiologico
relativo dei signori Diday e Pétrerquin; e chiamò _registro di
contrabasso_, questo suono straordinario assai basso e rauco, simile al
grugnito d’animale. Registro di voce umana, inferiore per la gravità
dei suoni alle note più profonde che possano prodursi da un basso
in voce di petto; che s’impiega in Russia nei canti religiosi; voce
portata in Francia nel 1837 da un artista teatrale italiano; e di cui
ne diede contezza ai fisiologi, per primo, il dott. Bennati.
Ritenne anche Garcia, come il Lichtenthal, che l’_appoggiatura_, e
quella specialmente ripetuta o doppia, debbasi al Pacchiarotti, con
altri abbellimenti e fioriture registrate nell’opera del Calegari.
(Vedi retro, vol. I, p. 158.)
Ottemperò i fondamentali suoi giudizj intorno alla voce umana agli
antichi dettati di Aristoxene, e alle recenti ricerche del fisico e
letterato Dodart[3].
Con tali e simili osservazioni, offerse poi un buon sistema educativo
per ogni voce, emendando il difetto lamentato da Rousseau nei maestri
francesi, di non distinguere le voci e non appropriarvi speciali
esercitamenti, a scapito della lor musica; e compendiando i varj metodi
che a seconda delle proprie voci e delle speciali sperienze alcuni
celebri artisti moderni avevano dati separatamente a guida dei nuovi
cantori, com’erano gli esercizj proposti da Lablache o da Rubini[4],
atti soltanto alle voci che alla natura e carattere delle loro
rispettivamente tenevano.
In omaggio però alle storiche ricerche ed al vero, devesi ricordare
che altri zelanti cantori e maestri italiani tentarono non solamente di
dar qualche regola per la educazion della voce, ma di scrutare le cause
vocali e porgerne le scoperte.
Fra i primi, quel fantastico genio e appassionato cantore che fu
Gaetano Donizzetti. Questi, che nella prima gioventù parea chiamato
alle genialità del disegno ed alle armonie dell’arte della sesta, passò
a quelle della bell’arte sorella, cantando con gusto particolare, come
già quasi tutti i compositori italiani cominciarono la lor musicale
carriera; e si occupò d’una maniera tutta speciale del meccanismo della
voce umana. Su questa grande e misteriosa architettura eresse anche
un lavoro, ch’egli pure, quasi contemporaneamente a quello del Garcia,
indirizzò all’Istituto di Francia.
Quivi, dove gl’italiani maestri per tanto tempo ricorsero quasi al
battesimo del buon gusto e della scienza, porgendo fatalmente lo strano
spettacolo di cercar essi maestri i giudizj dei discepoli e degli
allievi, per quell’aura orgogliosa e suprema di cui questi nell’altrui
decadenza aveano saputo circondarsi; in Francia dico, fu ammirato
e rimase più noto il lavoro del Donizzetti di quello che nella sua
patria; perfino si pretese da alcuni, che di non pochi materiali di
quel suo trascurato edificio, il prefato Garcia, per riverenza o per
astuzia, abbia il proprio arricchito.
Anche Pietro Generali lasciava un metodo per apprendere il bel canto, e
parecchi solfeggi utilissimi.
Anna Maria Pellegrini-Celoni di Roma, una _Grammatica_ o regole di ben
cantare; ed ivi pure la _Grammatica melodiale_ di Francesco Rossino,
1793.
Il maestro Albanese prescrivea utili norme ai suoi allievi di canto
per lettere (1773), alcune delle quali furono pubblicate nel 1850 da
periodici d’arte.
Savinelli lasciava esercizj noti ai vecchi cantanti, non men di quelli
di Rubini e di Generali.
Asioli fra i parecchi suoi trattati d’armonia, dettò _Principj
elementari_ che furono adottati dall’Istituto di Milano, e furono
imitati da altri, quali il Cajani, il Cattaneo[5], il De Marchi.
Vitali Geremia intese a riformarli (Milano 1850).
Recentemente il Parisini li estese in forma più analitica e storica,
e ottenne al suo lavoro l’approvazione pei licei musicali d’Italia in
sostituzione all’Asioli[6].
Picchianti parlò di canto ne’ suoi _Principj generali e ragionati della
musica teorico-pratica._ Milano 1830; ed ivi, Reicha Antonio, nel suo
_Trattato di Melodia_ 1841[7].
Guido Cimoso padre, di Vicenza, nel «Trattato element. di Musica, ossia
Principj element., seguendo il metodo di Bonifacio Asioli aggiuntevi
alcune annotazioni necessarie nello studiare quest’arte, ad uso
de’ suoi allievi ed a chi volesse approfittarsene, con sette tavole
relative» (Vicenza, tip. Picutti 1828, in 4.º).
Anche Gianelli Pietro, analogo trattato grammaticale dava in Venezia
nel 1820, seguito da un dizionario; e un _Sunto teorico_, Sartorelli
Alessandro, 1836. Massimino, a Milano nel 1846.
Paragoni storici delle Musiche e de’ loro sistemi, osservazioni e
provvedimenti al loro progresso, avemmo poi da Perotti Gian Agostino,
1811-12; da Mayer Andrea, Padova, 1821; e quivi poscia da Zacco, 1855;
da Revoire Lorenzo, Milano 1833; da Hogart Giorgio, ivi tradotto 1836;
e da Ancini Pietro, che trasse il suo ragionare da Martini, Kircher, e
d’Alembert (Milano 1826).
G. A. Villoteau ricercò _sull’analogia della musica colle arti_, Parigi
1807; Pier Francesco Tosi osservò _il canto figurato sulle opinioni
de’ cantori antichi e moderni_ (Venezia); e Saverio Mattei ponea le
sue _Probole se i Maestri di Cappella son compresi fra gli artigiani_
(Napoli).
Il dottor Bennati medico, lasciò una memoria sulle cause vocali e sul
relativo esercizio, poi convalidato da una scuola pratica, in occasione
del XI. Congresso medico a Vienna nel 1831.
A Milano, Tettamanzi Flaminio dava nuove _Teorie pel canto fermo_,
1832; Luraschi Gaetano altro metodo per tale canto, 1840; ed altro,
Macchi Giovanni, 1845; Gambale Emanuele le sue _Riforme_, 1840;
Catruffo G. _Nuovi vocalizzi_.
De Garaudè Alessio un suo completo metodo di canto pei fanciulli.
Basevi ragionava degli effetti fisici, 1838; Boucheron dei filosofici,
come a lui piacque chiamarli, 1842; e in quella gran sede musicale,
nuovi saggi cantabili, ad istruzione e diletto, veniano dati dai due
celebri tenori Crescentini[8] e Crivelli; indi da Moretti Luigi, Nava
Antonio, Rabitti Luigi, Ubaldi Carlo, Biava Samuele (1838).
Lauro Rossi pubblicò a Milano nel 1858 una _Guida di Armonia pratica
orale_. Indi, Enrico Boucheron, il _Corso completo di canto_.
Antonio Leoni un _Breve Metodo di canto corale_, per la r. Scuola
milanese, ove le belle tradizioni degli asili dell’arte egli insegna.
E quivi nuovi studj ed esercizj _per la Divisione_, ed a voci di
soprano, tenore e contralto, del Bona; per baritono e _per tutte le
voci_, del Nava; in genere, del Varisco, del Consolini, del Perelli,
del Mazzucato, e d’altri maestri.
Ultimamente alla _Scuola Corale_, considerata anche come arte
educativa, Giovanni Varisco porse nozioni tecniche ed esercizj
(Milano, 1872); ed Ernesto Panofka espose in francese idioma
(Firenze, tip. Cellini 1872), tradotto subito dal Meini, 28 Capitoli
di _Considerazioni generali sulla voce e sull’arte del canto_, dove
esamina l’organo vocale dallo stato suo naturale _sano e forte_, fino
al suo educamento alla vera arte, senza _sforzo_ e _imitazione_, per le
quali esagerazioni specialmente avverte la cagione e i fenomeni della
decadenza vocale; consiglia i mezzi ad evitarla, e quelli in pari tempo
valevoli a migliorare l’insegnamento[9].
Ermagora Fabio, maestro di canto a Venezia, fornì di suo metodo un
nuovo istituto musicale privato (Camploy), autorizzato dal Governo nel
1838, che però presto si spense. Indi Plet Luigi nel 1852.
Gervasoni Carlo parimenti diede un metodo alle scuole di Piacenza e di
Parma, 1800-12; Venturini, a Bassano 1820; Adriano Balbi, autore della
_Grammatica ragionata_, a Padova.
Francesco Canneti a Vicenza; Masutto Giovanni a Treviso; Baldissera
Giacomo a Polcenigo, colle Composizioni ginnasiali e corali; Benelli e
Vivaldo Vivaldi, diedero le _Teorie elementari_; e Vitangelo Nisio la
_Grammatica facile_ alle scuole primarie.
Salvatore de Castrone-Marchesi, nella scuola di canto da lui diretta
al conservatorio di Colonia, sperimentò i suoi eccellenti _Vocalizzi
elementari progressivi per unire l’articolazione alla vocalizzazione_
(Milano, per Lucca, 1870) che furono ritrovati utili a ridestare quelle
purtroppo obbliate leggi di saggia economia nella emissione della voce,
delle molteplici sue sfumature, dell’uso dei differenti registri, della
spontanea _morbidezza_ d’esecuzione.
Vaccaj scrisse il _Metodo pratico del canto italiano per camera_;
nell’intento di renderlo più famigliare, e ricondurlo siccome
maestro di civiltà nelle modeste pareti d’onde esso canto era uscito
d’infanzia.
Luigi Felice Rossi, uno di _Lettura musicale e canto_, a Torino, 1834.
Francesco Zingarle, altro _metodo di canto elementare_, a Trieste, 1869.
Platania parimenti a Palermo.
Corinno Mariotti, _Norme pel canto popolare onde renderlo efficace_,
Torino 1870.
Beniamino Carelli, _Sull’arte del canto_, intitolò una parte,
_Cronaca del respiro_; trattò l’_anatomia della gola_; il _danno
dell’accompagnamento_: alcuni _Consigli ai Cantanti_ dalla voce
alterata o stanca, seguiti da analoghi esercizj, fanno completo il
trattato di igiene e di estetica musicale. Napoli (1871).
All’estero, fra i distinti maestri e metodisti, Francesco Dominga
Varalles de San-José, avea pubblicato per le scuole della Spagna e del
Portogallo, un _Compendio di Musica teorico-pratica_; Porto 1806.
L’inglese dottor Burney, che fin dal 1770 percorreva l’Italia per
raccogliere tradizioni e documenti, benchè non dasse nella sua _Storia
della Musica_, che una riproduzione di quella del padre Martini, sulla
quale specialmente s’era fondato, giovò non pertanto a diffondere i
principj della nostra Scuola anche per quanto al canto si riferiscono.
Il dottor Pietro Lichtenthal porgeva alle scuole austriache un nuovo
suo Dizionario musico con leggi pel canto, da Milano 1830.
Delle teoriche francesi di Galin — Paris — Chevé, e quindi d’Halevy,
specialmente rivolte a facilitare e diffondere il canto abbiamo
parlato, come pure del _Manuale completo di musica vocale e
strumentale_, di Alessandro Stefano Choron.
F. J. Fétis, direttore della cappella del re dei Belgi e del
Conservatorio in Bruxelles, erigendo il nuovo suo Dizionario _di
Biografie universali dei Musici_, che fece precedere da un breve
compendio storico della musica (1837), non mancava di dare le
sue opinioni sul canto. Ma in queste non fu sempre felice; fu più
che imitatore nella storia; inesatto nelle biografie e trascurato
specialmente per gl’italiani, onde il prof. Canal di Padova ad una
opportuna correzione s’accinse. Migliore, se non completa, è la _Storia
generale della Musica_ che imprese a pubblicare nel 1869 a Parigi, alla
cui continuazione desiderasi più imparziali e generali compilatori.
Allievo peraltro del Conservatorio di Parigi, e per elezione
classicista, Fétis fu più rispettabile pei suoi dettati sulla armonia,
di cui lasciò il _Trattato del contrappunto_; mentre fu poco amico dei
maestri e della musica italiana, benchè gli uni e l’altra abbia a fondo
studiati, onde talvolta ne fu savio critico e insieme archeologo, morì
a 87 anni nel marzo 1871.
Successe alla sua doppia cattedra altro belga distinto, il Gevaert.
Alla Danimarca, A. P. Bergreen dava un trattato istorico musicale,
relativo però più che altro alle terre Scandinave, sul quale
specialmente s’informano[10].
Al Conservatorio di Parigi, con eclettico sistema, insegnavasi colle
norme migliori di parecchi maestri; ma come da altri fu detto, mancava
sempre un buon indirizzo di canto dove il canto non era.
Lo stesso Garcia biasimava in quell’istituto la distruzione della più
bella melodia Cherubiniana, attribuita, a suo vedere, specialmente
all’ingenito difetto di _attaccare i suoni con portamento di voce
inferiore, che attira il biasimo dell’uomo di gusto_.
E attorno il tempo appunto de’ cennati metodisti e dei metodi chi
riuscirono più o meno completi, e più o meno accetti, per non parlar di
tanti altri che rimasero più o meno cogniti o fortunati, emergea quello
da noi osservato del Garcia a Londra insegnante.
Al quale, se pur non vuolsi accordare la efficacia di formare il
cantante, specialmente dopo i nuovi modi introdotti dalle moderne
declamazioni, gli si confermerà sempre il primato ne’ riguardi teorici
dell’arte; e resterà sempre la pratica più opportuna nei fisiologici
rapporti; onde il suo autore fu giustamente proclamato, sovrano
legislatore dell’igiene del canto.
Fatto non indifferente alla conservazion degli artisti, alla vita
dell’arte, al soccorso umanitario. Questione di perdita delle voci e
rovina degl’organi, o di rafforzamento vocale e sanità polmonare, alla
quale rivolsero speciale attenzione Crescentini, Busti, Aprile, Choron,
Chevé; Cuvier, che dovette il riordino del suo petto agli esercizj
della sua cattedra corale; Ferrein, Müller, Weber, Segond, Wrisberg,
Lichfeldt, Raffaello dottor Folinea, scrittori musicali; Lablache
Luigi, Panofka, Casamorta, maestri che propugnano l’utile ginnastica;
Mantegazza, che la prescrive per lo sperimento della propria fisica
debolezza vinta con regime analogo; Fantoni scrivente, che provò egual
giovamento; Carelli, che nella sua _Cronaca d’un respiro_, conchiude:
Vuoi star ben, canta bene.
Nè mal s’appone quest’ultimo scrittore, se in vista della infervorata
accettazione della bella scuola anche come metodo salutare, osa
avvertire a un’alba novella pel risorgimento del canto italiano.
Il professore di canto nel Conservatorio di Milano, Alberto Mazzucato,
voltò dal francese nell’italiano idioma il metodo del Garcia. Vi
premise alcune proprie osservazioni: confermando che — la formazione
della voce umana, e specialmente la modificazione della voce pel
canto, s’avvolse e s’avvolge tuttora nel mistero. — Lamentando quindi
il difetto dell’unità di insegnamento, così si esprime nella sua
prefazione:
«E chi trova giusto di rotondare, chi di quadrare la bocca, chi di
aprire sguajatamente le vocali, chi di chiuderle[11], a tale che
un povero allievo cui fosse venuto il grillo di cambiare più volte
d’_insegnatore_, anche passando da un reputato ad un altro più riputato
ancora, trovavasi ogni volta in uno ripetuto caos, se per non altra
causa, per la disparità che aveavi nel modo di far emettere la voce; e
non di rado avveniva che nello sforzo di ridurre a nuova forma l’organo
vocale vi perdesse anche la voce medesima. Nè parlo di ciò come di cosa
passata, che al giorno d’oggi pure non avvi maestro di canto, il quale
non abbia idee sue proprie e sì disparate dalle altrui, da sembrare
per sino, sarei per dire, non trattarsi dell’istessa materia. Non così
negli strumenti propriamente detti. Ivi la buona, la vera scuola è
una; ed ogni istitutore valente parte da un principio, che ad eccezione
di modificazioni lievissime è sempre lo stesso e s’accorda cogl’altri
tutti. Nè a modo d’esempio, un allievo di Rolla avrebbe dovuto rifare
intero lo studio ed anzi dimenticare come biasimevole il già fatto, se
posto si fosse in seguito sotto la scuola di Paganini.
Ben altrimenti nel canto, lo ripeto, dove, salvo rare eccezioni, ogni
maestro trova falso il metodo dell’altro maestro, e rimette il nuovo
allievo affatto ai principj, inculcandogli di dimenticare totalmente
i studj già fatti e i vizj nell’antecedente scuola appresi. E perchè
dunque? Per due ragioni: 1.º per _totale, o quasi totale ignoranza del
meccanismo e modo di agire dell’organo vocale_; 2.º per _ignoranza
delle differenti e rilevantissime modificazioni cui va soggetto
quest’organo dall’uno all’altro individuo_[12].»
Nell’importantissima osservazione dell’illustre Mazzucato con tanta
semplicità esposta, trovo purtroppo compendiata una dolorosa passione
ch’io medesimo ebbi a provare nella scuola genialmente invocata della
musica vocale; e riportate al vero le fiere vicende d’un tradito
educamento.
Altro che incolpare la musica della rovina dei cantanti! la musica
sente il danno de’ cantanti che si danno a lei rovinati.
Dai più abili insegnanti che non erano mossi nè da vanità, nè dallo
interesse, io appresi le prime norme del vocale educamento. La natura
prima e fedele maestra, m’avea lasciato poco da chiedere all’arte. Ma
l’idea della necessità della scuola e dell’utilità d’assiduo e regolato
studio, mi fe’ cercare e affrettare il possibile perfezionamento.
E come accade sovente pel concorso delle circostanze, o per l’avidità
d’apprendimento, da uno all’altro reputato maestro cercai tormento,
confusion, perdizione.
Un appassionato cantore, cui per poco avea sorriso il favor della
natura, e che in sè medesimo non avea saviamente osservato, mi spingea
ciecamente per la strada dove egli stesso era caduto.
Un teorico maestro faceami convinto ch’altro mezzo non m’avrebbe
giovato fuora di tal sistema che in questo e in quell’allievo mostrato
aveva i mirabili effetti, e che all’uno come all’altro dovea assicurar
la riuscita.
Consultato uno più pratico, da una sola udizione pretendendo aver
penetrato il mistero tutto d’una voce, giudicava subito di trattarla,
come da un’altra, fosse pure di natura opposta o derivante da organismo
assolutamente diverso, avea ricevuto o gli era sembrato ricevere
consimili impressioni.
Un amico artista dedito alle modulazioni ed alla agilità, inculcava
doversi attendere a questo studio, che non nuocerebbe alla sicurezza e
alla forza.
Un provetto declamatore insinuava la libertà e la manifestazion della
voce, nè mancherebbe poscia il suo abbellimento.
A Venezia un parere; un altro a Milano.
Lo sforzo continuo di riformare l’organo vocale pagavasi intanto col
tesoro della voce. Nella confusione ingenerata, per cui al paziente non
era ormai più possibile discernere la retta via, ammenochè lunga dimora
non s’avesse frapposta, ritenuta da altri anche questa nociva, io pur
ricordo una bella sentenza, che in questo argomento noto ad onore d’un
egregio maestro, men ch’altri superbo e vocicida.
Francesco Canneti di Vicenza[13], buon compositore per sapienza
cumulata al Liceo di Bologna, e insegnante il bel canto senza posseder
filo di voce, mi guidò qualche tempo nei vocali esercizj.
Dopo ch’io l’avea lasciato per attingere alla scuola lombarda ritenuta
superiore, reduce da questa, riferiva al primo maestro il consiglio ivi
suggerito di emettere la voce con intera apertura del petto e della
bocca, onde giovare alla sua forza, mentre il cantar sempre di petto
dovea costare meno fatica. Canneti si tacque.
Un dì mentr’egli accompagnava sul cembalo il mio canto, ad una bella
nota libera, forte, spontanea, si arresta, mi guarda, e mosso da
nobil’impeto mi dice:
«Siano pur queste note di petto, di testa, di gola, o come meglio
aggrada ad altri giudici il riguardarle; emettete sempre questo la
come vi dà natura, e sarà sempre nota bella e stupenda; e vel dica
il consenso non di chi quà dentro v’applaude, ma degli estranei e
meno periti che passando in fondo alla via v’odono anche da lungi, si
soffermano ed esclamano: che bella voce!....»
Altra volta, essendo io accompagnato d’altro bravo maestro, giovane
e ignoto, Luigi Facchin, con me amico al famigerato Apolloni, m’ebbi
richiesta da Gaetano Fraschini presente, che mi giovava di suo
consiglio, perchè spingessi a certi modi alcune note. Alla risposta mia
cònsona al vanto di elevato insegnamento, il grande tenore mi soggiunse
parole da farmi comprendere come il giovane panattiere di Pavia dai
modesti cori della sua parrocchia di San Feliciano avesse egli medesimo
insegnato al futuro suo maestro Moretti la guida per cui poscia a più
elevati voli dovea confortarlo.
Questo naturale supremo effetto, libero mistero della voce, aveano
fortunatamente compreso la cuciniera del Gabrielli, quando senza scuola
veruna e ottimamente, cantava le arie del Galuppi; la figlia a Garcia
quando ribellandosi anche agli insegnamenti del padre, s’abbandonava
ai proprj slanci naturali, ispirata dall’inclinazione e dal proprio
sentire per diventare la Malibran; il sarte e corista al teatro di
Bergamo, quando cantava il celebre Nozzari, che senza curar di imitarlo
e per cantar a modo suo, superò ogn’altra fama di tenore, e fu Rubini.
Si pretese poscia che le virtù di questo esimio potessero acquistarsi
seguendo il suo metodo di canto, se può dirsi metodo l’esercizio vocale
da lui lasciato nelle _Dodici lezioni di canto moderno_. Vana pretesa
in chi lo consiglia; illusione in chi lo adopra.
Rispettabili sono le lezioni di chi volle poco o nulla alle lezioni
altrui assoggettarsi: e tanto più in quanto che, per risonante che sia
il grido del cantante, diversamente da ogni fama, è destinato a perdere
in breve tempo l’èco che sparse, se l’artista non lascia più stabile
monumento.
Rubini, che ammirò il mondo della sua voce e della sua maniera di
canto, lasciò il più grande insegnamento nel nessuno sistema, e nelle
poche lezioni di vocale esercizio: ma lasciò la libertà, e il segreto
per conservare al cantante il tesoro della sua voce.
Questo lo insegnò tacitamente nella negazion del sistema; e lo espresse
nella sentenza che la tradizione ci serba a mirabile documento.
Allorchè prematuramente il più grande tenore francese avea terminata
la sua carriera, per aver sforzata la magnifica sua voce, l’incontrò
un giorno Rubini a Bruxelles, essendo reduce da Pietroburgo, e benchè
più attempato, pure nella pienezza ancora dei suoi mezzi. — Ebbene, gli
disse Duprez, tu canti ancora, ed io dovei ritirarmi (et moi j’ai du
mettre chapeau bas!...) —
— Eh mio caro, rispose il re dei tenori, _tu hai cantato col tuo
capitale, ed io canto cogli interessi_. —
Oh quanti di questo vero ebbero a fare fatale sperienza! E quanti
maestri non concorsero anche involontariamente a sacrifizj così
crudeli!
Sentite, sentite, a proposito di metodi e di insegnamento per il bel
canto, che cosa scrisse non ha guari un reputato critico, e consigliere
nominato e riconfermato a far parte nei giudizj accademici del r.º
Conservatorio di Milano, parlando appunto della scuola di canto ivi
pure famosa e parte d’uno degli Istituti musicali più importanti e
rinomati di Europa[14].
«Le due accademie finali al Conservatorio (settembre 1870) mi
suggerirono alcune serie considerazioni sui risultati degli studj
musicali in quell’importante istituto: queste considerazioni non
pullularono nella mia mente all’improvviso; esse si rinnovarono
con più tenace persuasione, e siccome sono verità mi sembra obbligo
indeclinabile il dirle, qualunque sia la mia attuale posizione nel
Conservatorio.
Premetto però ch’io non mi pongo fra coloro che trovano il
Conservatorio pessimo, che lo credono più dannoso che inutile....
Il Conservatorio rende incontestabili servigi all’arte, facilita
l’istruzione musicale, e non difetta che d’un buon indirizzo artistico.
La Musica nel Conservatorio la s’insegna bene, quanto alla sua parte
materiale e oserei dire meccanica; gli allievi di canto, anzi le
allieve, perchè i maschi brillano sempre per la loro assenza, quando
escono dal Conservatorio, cantano quasi tutte barbaramente, con
pessimo gusto e colla voce sciupata prima d’incominciare la carriera;
ma la musica la sanno per bene, e possono leggere a prima vista,
accompagnarsi sul cembalo, e mettere giù un basso correttamente....
Cattivo sistema di sommare insieme tanto gli studj musicali che gli
altri letterarj. Abbondanza di premj così badiale e stemperata, da
perdere ogni merito, ogni efficacia, e da sembrare veramente ridicola;
e mi basta citare quell’allieva diecenne di canto, che ebbe il gran
premio musicale! Premiata un’allieva di canto di dodici anni! con qual
voce? con quali speranze per l’avvenire?....
Sui risultati delle scuole di canto mi basti il dire, senza far nomi,
che ho udite voci guaste forse dai cattivi metodi, emissioni viziose,
canto senza grazia, senza eleganza, e senza giusta espressione.
Un’eccezione è la signorina Suardi ch’è un vero portento, con quella
sua cara vocina, quell’accento così giusto, quel fraseggiare così
elegante, e un’agilità, una nitidezza da canarino; questa piccola Patti
è allieva del Lamperti, ed è già scritturata a Varsavia, che sarà per
lei il principio d’una luminosa e fortunata carriera....»[15]
Così Filippo Filippi, nell’_Appendice_ della _Perseveranza_, 18
settembre 1870 N. 3909.
Nè io da questa libera e severa opinione prendo animo adesso a
censurare; chè, come sopra ho già accennato, ebbi campo ben prima
d’ora, a lamentare le conseguenze d’un malinteso sistematico
educamento, avendone provati pur troppo in me medesimo i tristi
effetti.
Nè serbar posso rancore alla scuola di Milano; se il mio povero collega
e concittadino Marco Viani, colto cantore egli pure, di bel tesoro di
voce egli pure da natura fornito, vidi dalla scuola di Venezia cogliere
i medesimi amarissimi frutti; se cent’altri dalle varie scuole d’Italia
e dell’estero, incolsero nella stessa sventura.
Nè tampoco questo torna a demerito de’ singoli insegnanti, maestri e
cantanti illustri per sè medesimi.
Non consento a fregiare interamente i maestri della gloria dei loro
allievi: addebito la colpa ai metodi ed ai sistemi impotenti a spiegare
ed informare i misteri delle umane voci, e tiranni quanto la moda.
A sfogo di questo dubbio da gran tempo in me ingenerato, che poi
fissossi nella mia mente come certezza, deponeva in altri miei
scritti alcune osservazioni, dalla sperienza appunto suggerite; colla
confidenza che il soldato in sul campo ferito, discorre e specula
intorno ai casi della battaglia.
Ho scritto nelle mie memorie: Devo rammentare, anche per la possibile
istruzione altrui, quanto sia difficile e raro un buono insegnamento
di canto, e adatto ai singoli individui che alla bell’arte si dedicano;
quanto sia facile di rincontro e frequente il perdere in questo studio
preziosi tesori, doni peregrini di cielo e gelosissimi.
Io sperimentai fra gl’insegnanti i meglio stimati in Vicenza, città
peraltro distinta anche nelle cose musicali, altri in Venezia, ed in
Milano; e posso asserire che se ciascuno di quelli potea incorrere
nella sorte di legare al suo nome fortunati allievi, nessuno potea
essere istitutore di canto.
E veramente parea che il destino volesse per le mie fatiche musicali
formare in me piuttosto un osservatore che artista; perocchè
attraversandomi quasi sul colmo ogni progetto, mi lasciava soltanto
dell’esperienza. È per questo, che non mi pèrito talvolta di levare
la voce in argomento, e che non rinunzio di poter discernere, e forse
meglio di qualche laudato professore od artista, sulla bontà e sulla
opportunità de’ mezzi che s’impiegano alla educazion delle voci, che
dovrebbero essere sempre variabili e relativi, mentre pur troppo li
vedo quasi sempre assoluti e sistemati. A sostegno della mia credenza,
che non è pretensione, basta ch’io indichi il fatto d’aver visto
ai miei tempi, epoca de’ canti Verdiani, tanti istitutori e molti
de’ grandi artisti impuntarsi a ritenere che una tale maniera di
scuola avuta buona per un individuo, oppure provata in loro medesimi
felicemente, possa e debba riuscire acconcia per ogni altro; e quindi
quasi tutti sovra ad un metodo, per formare, distruggere; non occupati
d’altro sui loro allievi che ad usare; a sforzare precipitosamente i
mezzi trovati; chiedere miracoli a lor modo pedantemente, dai metodi
scritti; ostinati a voler dalla natura quello che dovea porgere l’arte;
e non accordare all’arte i suoi riposi e quel tempo, senza i quali ella
non crea.
Quasi che gli artisti ambissero di goder negli allievi i loro
imitatori, anzichè lasciare alla natura il proprio sentire e le
spontanee sue forze; e quasichè i maestri avessero sempre a ricreare
in iscuola le loro orecchie, piuttosto che pazientare e stancarsi onde
preparare per gli altri.
Non è vero che natura sia avara di belle voci; ella facile le
dona. Raro è il mantenerle. La trascuranza, e i falsi sistemi ce le
disperdono. Non sono i modi Verdiani che guastano i cantanti: sono
i cantanti che si guastano, e i loro educatori che ne affrettano la
rovina.
In questi tempi di sconfinate idee, purtroppo notar si deve anche
una prodigalità di fiato, una esagerazione d’accento; il che pone in
contrasto forze, espressione, intonazione.
Se è ammissibile un sistema, soltanto quello provvido di Auber e
predicato da Rubini dev’essere: _Economia della voce_; la eccellente
regola nella difficil’arte.
Bella voce, buona attitudine, finita educazione fanno il cantante.
Quest’è la potenza una e trina al suo genio. Egli ha in sè il metodo
del sentimento. — Gli altrui insegnamenti s’aggiungono a conservazione
ed a fregio.
Io tengo che, pel canto nessun metodo possa fermarsi; se, il canto è
_melodia dell’animo_; se, è quel movimento originale, spontaneo, men
suscettibile di legami, meno inclinato all’imitazione.
Quel filosofo che in tutte le arti scorgeva la imitazione, e la
lamentava nella poesia e nella musica, insegnò: — doversi riflettere
costantemente che la sola specie di canti imitativi da ammettersi
nella repubblica, sono gl’inni in onore degli Dei e le lodi ai grandi
uomini; oltre a questa eccezione, la Musa imitativa nuoce alla verità,
e fuorvia l’uomo dal buono e dal bello. —
Ed io trovo il metodo uno strumento della più servile imitazione,
che limita il potere dell’animo, si impone al mistero della sua
manifestazione (la voce); inceppa quindi i naturali slanci, e toglie
dal vero e dal bello.
Lascio di trascrivere un altro libro di mie osservazioni in proposito,
per far luogo ad altre sentenze.
Con quali sistemi mai erano rette e giudicate le scuole del Fedi,
del Pistocchi, del Redi, del Brivio, del Bernardi, dell’Amadei, e de’
napolitani Leo, Feo, e del Gizzi?
Ove sono i grandi e sapienti artisti di quei tempi, quando il
Pasi cantava con largo stile e magistrale, e Ferri in un sol fiato
percorreva ascendendo e discendendo due piene ottave continuamente
trillando e segnando i gradi tutti della scala cromatica con
sorprendente giustezza[16]?
Perchè era possibile allora sentire un grande artista _cantare con uno
stile proprio e diverso da quello di altri grandi_ pure educati alla
medesima scuola?
Perchè oggi, quando il numero de’ libri scritti, così detti metodi,
è cresciuto a dismisura, avvi tanta deficienza di cantanti che ne
meritino il nome, e da ogni lato proclamasi la decadenza dell’arte?
Così domanda lo studioso maestro Caputo. Ed io intrometto: potrebbesi
a lui rispondere coscienziosamente coi motivi ai quali il De La Fage
accagiona tal decadenza, cioè allo stabilimento de’ Francesi in Italia,
alla soppressione delle scuole, all’abolizion dei castrati, alla
deviazione dai primitivi sistemi[17]?
Il Mancini invece, ancora nel 1777[18], prevedea questa deviazione
dalle lunghe, pazienti, innamorate pratiche dell’arte; accusando
l’aurea fame risvegliata nei maestri, e la smania di _subito guadagno_,
causa di corruzione e decadenza.
Fétis nel suo _Metodo de’ metodi di canto_, limita la colpa agli
avvenimenti della guerra e della politica, che toccando le basi delle
scuole ne affrettarono il decadimento e prepararono la rovina.
Marchesi poi, ne compendia le cause esprimendosi in questi termini:
«Volgiamo tutta la nostra attenzione alla vera arte del _bel canto
italiano_, la quale oggi giorno si trova in uno stato di completa
decadenza, alla quale a gara l’hanno spinta il realismo, l’empirismo,
ed il ciarlatanismo; ma guardiamoci dal volere apporre dei limiti alle
infinite rivelazioni dell’umano intelletto nelle sfere trascendentali.
Queste cambiano bene di forma nel modo di manifestarsi, seguendo loro
malgrado l’impulso della direzione morale della umanità, nelle sue
alternanti fasi di progresso e decadenza, ma non si estinguono mai,
perchè sono eterne, tal che la fonte d’onde esse emanano, il cielo.
.... L’epoca più gloriosa della musica fu quella nella quale l’arte
del canto era giunta all’apice della sua perfezione; e se oggi, maestri
altamente dotati, mostrano nelle loro composizioni una certa materiale,
realistica, e direi quasi, volgare tendenza, io oso asserire che la
loro divagazione dal retto sentiero, e le loro stranezze sono l’effetto
della completa ignoranza del meccanismo e della vera missione della
voce umana, nonchè del vero bel canto.... Tanto i moderni cantanti,
quanto i moderni compositori, tutti, meno pochissime eccezioni, cercano
soltanto con titanici sforzi vincere le più grandi difficoltà, soltanto
per sorprendere l’uditorio, invece di commuoverlo. La forza regna da
per tutto; la grazia, questa madre santa e pura delle belle arti, è
divenuta una rarità[19].»
Rossini elogiando i 24 _Vocalizzi_ della signora Marchesi ebbe ad
esprimersi: «Ho percorsi col massimo interesse (quei esercizj), sono
composti con somma conoscenza della voce umana, con chiarezza ed
eleganza, essi contengono quanto fa d’uopo allo sviluppo d’un’arte che
da troppo tempo io assimilo alle _Barricate vocali_! Possa il di lei
interessante lavoro profittare alla gioventù odierna, che trovasi un
tantino fuori della buona via. Insista pure ad insegnare il _bel canto
italiano_, esso non esclude l’espressione e la parte drammatica, che
va riducendosi ad una semplice questione di polmoni, e senza studio
(_c’est bien commode!_)[20].
Goethe sentenziò, che la madre della sublime fra le arti belle «non
richiede deduzione nè di materiale, nè di soggettivo elemento; poichè
dessa è tutta _forma_ e _possanza_, ed eleva e nobilita tutto ciò che
esprime.»
Rousseau: «La melodia italiana trova in ciascun suo movimento,
espressioni per tutti i caratteri, quadri per tutti gli oggetti.
Ell’è a piacere del musicista, triste sur un movimento vivace, gaja
sopra uno lento, senza dipendere dalla parola, e senza esporsi a
contrassensi. Ecco la fonte di quella prodigiosa varietà che offrono i
maestri d’Italia (del suo tempo); varietà che previene la monotonia, il
languore, la noja, e che i musicisti francesi non possono imitare...
_La imitazione teatrale francese_ sia pel canto che per l’armonia è
un’arte barbara e gotica.»
(Scudo la definì «quella imitazione premeditata che s’immagina
poter sorprendere il secreto della vita e togliere clandestinamente
l’altrui bene di cui pretende glorificarsi; ben diversa dalla
imitazione spontanea che procede dalla ispirazione e risulta dalla
affinità de’ genj; sterile e fallace, perchè chi la pratica, incapace
d’essere commosso, si fa illusione simulando a passione che non prova
e riproduce per solo artificio, quasi tenendosi alla lettera, il
linguaggio dell’amore).»
Meglio sarebbe, segue Rousseau, «conservare il duro e ridicolo canto
francese qual’è piuttostochè più ridicolmente sforzarsi a fabbricarlo
italiano, tanto più disgustevole e mostruoso, quanto che è impossibile
associare all’italiana melodia la lingua francese[21].»
Disse inoltre quel profondo osservatore — insostenibile il principio
della semplicità dei rapporti sulla quale vorrebbesi fondare il piacere
della musica[22] — impossibile l’imitazione di quelle espressioni
naturali e solenni dell’amore e del dolore; e _predisse arditamente_
che il tragico canto italiano non potrebbe essere d’altri nemmeno
tentato[23].
Ammise qualche successo nelle comiche e leggiere espressioni; il favore
delle _sinfonie_; la potenza in altri delle armoniche combinazioni.
Colla forza del genio parea presentisse le misteriose ricerche di
Beethoven, gl’intrelciati arpeggiamenti di Haendel, le fantasie
tumultuose di Berlioz, le fabbricazioni di Wagner, i progressi de’ loro
imitatori che appartengono al regno della scienza, non confondibili coi
semplici naturali concetti dell’invenzione, con quelle semplici forme
possibili soltanto al vero canto, e che infatti scorgonsi conservate
malgrado le riforme introdotte dalle italiane scuole del passato
secolo.
Ed è in conferma il gran fatto, che la scienza nell’impossibilità
di trovare il bel canto fuor dalle pure fonti e naturali, e vedendo
inutile ostinarsi a far comune il retaggio di pochi, volse per altra
via i suoi conati, dove immancabile esito potea ripromettersi; e si diè
a fabbricare armonie, laudabili, talvolta sublimi; ma che non hanno a
che fare col vero canto.
Fra questo e quelle è insussistente adunque la question del primato; ed
anzichè questione, v’ha confessione reciproca dell’attitudine relativa,
e della diversa natura.
Per la composizione sono opportunissimi il metodo ed il sistema: il
metodo non può essere che sussidiario alla espressione; il sistema non
può essere che micidiale al bel canto.
A dimostrazione speciale di questo criterio, oltrechè ad esporre le
fonti più feconde de’ canti universalmente riconosciuti siccome i più
puri, grati, ed esprimenti, noi ci siamo per lunga via intrattenuti
con istorici ricordi degli antichi compositori, gelosi tutti, più
che modernamente non sia, di marcare un carattere proprio, uno stile
particolare e indipendente.
Alto insegnamento anche a colui che vuol farsi vero interprete delle
varie composizioni cantabili, inesprimibili senza un accurato studio
sulla natura speciale alle medesime, e per la perfetta espression delle
quali, deve regolare il proprio sentire a seconda del loro carattere e
del loro stile.
I maestri cantanti più degni di questo nome inculcarono sempre questa
indispensabile conoscenza, proponendo a migliore scorta lo studio de’
diversi stili negli antichi compositori.
«All’artista cantante non basterà possedere il dono d’una bella voce,
ed averla anche educata a tutte le difficoltà del canto, se a questo
non vi si aggiunga una profonda educazione musicale, che gli permetta
d’immedesimarsi col pensiero poetico, sul quale s’ispirò da prima il
compositore, egli stesso.
L’educazione vocale basterà per l’esecuzione materiale di una musica
fatta più per dilettare le orecchie che per commuovere il cuore: ma
il cantante di espressione, oltre all’educazione vocale che lo deve
porre in caso d’eseguire tutte le difficoltà di una melodia, deve
inoltre possedere molta sensibilità d’animo e l’arte della espressione;
principio sul quale si basa la vera interpretazione melodica. Nessuno
studio sarà più atto a sviluppare questo sentimento, quanto quello
dello stile de’ primi maestri che si distinguevano sopratutto per una
schiettezza ed una spontaneità rimarchevoli.
Nell’esaminare attentamente la storia de’ differenti generi di musica
che diedero poi nascita a quello oggi in uso, si formerà un giusto
criterio del carattere e dello stile particolare ad ognuno d’essi — e
questo studio nell’allargare le conoscenze del cantante svilupperà in
lui lo stile ed il sentimento del bello.»
Così consiglia anche il celebre artista Leone Giraldoni, in una sua
_Guida teorico-pratica ad uso dell’artista cantante_[24]; alla quale
operetta viene egli pure a introdursi colla lamentanza sulla scarsità
di maestri sapienti per la educazione vocale, e sulla inopportunità
de’ sistemi de’ pretesi maestri, che in cambio di rivolgere ogni
lor cura alla conoscenza ed alla regola dell’istrumento al cui buon
uso essi devono indirizzare e con tanto maggior studio quant’esso è
più delicato, la voce, si danno incredibilmente premura d’inculcare
all’allievo il proprio loro modo di sentire, unica cosa, come il
Giraldoni soggiunge, che non si possa trasmettere.
«I nostri antichi cantanti avevano più buon senso di noi altri su
questo particolare; ed i Nozzari, Crescentini, Righini, Garcia,
facevano passare ai loro allievi anni interi negli studj materiali
della voce, non curandosi che della parte meccanica della gola,
persuasi che vinta quella difficoltà ed ammaestrata la voce a tutte
le risorse dell’arte, il cantante potesse proseguire da sè stesso
nell’incominciato cammino.»
Pienamente d’accordo in questa massima coi grandi maestri-cantanti che
furono, e col rinomato artista dei nostri giorni, noi abbiamo anzi
mostrato di restringere l’opportunità del sistema anche in ciò che
esclusivamente all’organo materiale si riferisce; chè mentre in alcuni
casi abbiamo dovuto ammettere la prodigiosa virtù d’un metodo al buon
indirizzo delle voci, l’abbiamo in tanti altri riconosciuto inefficace
per modo da non poterlo ammettere col Giraldori giovevole sempre
e indispensabile «ad estirpare que’ primi e naturali difetti — che
snaturano la emissione semplice del suono — che recano impedimento al
cantante nell’esercizio dell’arte sua — che ritenute _leggi di natura_
dai maestri in generale e perciò non infrangibili senza pericolo, egli
riguarda più spesso come _vizj di natura_.»
Siano pur leggi o vizj, l’arte può realmente mutarle od emendarli?...
Io non convengo che «da tale assurdità, come si esprime il Giraldoni,
provengano tante voci difettose che ogni giorno si odono sulle scene»
e che per conseguenza i sistemi vocali, anche impiegati a suo tempo,
avrebbero potuto sollevarci da tutti quegl’ingratissimi suoni.
Infatti l’autore medesimo, deve soggiungere: «vi sono certamente alcune
voci che hanno ricevuto dalla natura stessa tali prerogative da poter
essere ammaestrate da chicchessia, facendo così la fama del maestro,
senza sua colpa, però sono assai rare. Il caso pure viene in ajuto allo
scolaro, il quale senza sapersene rendere conto, incontra un bel giorno
insoliti effetti di sonorità nella sua voce....»
Insiste altrove sulla _estirpazione de’ naturali difetti_, e sulla
possibilità «di giungere con uno studio intelligente e coscienzioso
a cambiare la voce in meglio ed in modo irreconoscibile,» ma combatte
col dottor Mandl[25], il metodo di canto del Conservatorio di Parigi,
che si scosta dai modi più naturali — funesta teoria — principio
fatale, non mai contraddetto abbastanza, preconizzato in metodo
officiale. —
Conviene che l’artista, o sacerdote dell’arte, è colui che «dedicandosi
al culto e all’incremento di questa, anima colla favilla _del
suo genio_ ogni concepimento di cui dev’essere l’interprete; come
Pigmalione animò l’inerte marmo col fuoco derubato dal cielo....
A portare meritevolmente questo nome nell’arte melodrammatica, è
d’uopo armarsi di gran volontà e d’instancabile costanza: — e solo
dopo, per una primitiva ed elaborata educazione (trascurata purtroppo
generalmente) potrà _aspirarvi_ l’ingegno colto ed il cuore sensibile
— e dopo un assiduo e indefesso studio, il cantante potrà _sperare_
di essere distinto in mezzo al gregge de’ sedicenti artisti.» E posti
gli esempj di Rubini e Duprez, conviene che, il primo anche dopo
le sapienti cure del maestro Nozzari, il quale spiò nel rejetto di
Napoli[26] le potenti risorse che lo fecero poscia un portento, ebbe
a sfidare lunghe scoraggianti prove, nelle quali più che la scienza
medesima pur tanto acclamata che il nuovo maestro gli avea trasfusa,
gli valsero gli studj pratici in sè stesso, le proprie scoperte e la
costanza.
Il secondo egualmente, in onta all’ottima istruzione che portò seco al
primo calcare delle scene, dovè durar parecchi anni alla formazione
della propria scuola; e fu tutta opera sua quell’ampio fraseggiare,
quella declamazione espressiva, quello stile largo ed elevato, quella
pronunzia vibrata e quell’emissione acquistata in Italia, per cui
giunse a detronizzare Nourrit innanzi allo stesso pubblico parigino che
da quindic’anni non si stancava di festeggiarlo; e pose il fondamento
della sua estesa e durevole fama. Il ritorno di Duprez a Parigi e il
trionfo nella sua apparizione nel _Guglielmo Tell_ fu tale, che non si
rammenta l’eguale negli annali del teatro dell’Opera.
Bel conforto ai primi passi degli iniziati nell’arte; e bell’esempio
con cui il Giraldoni li invita allo studio continuo ed alla costanza
instancabile.
Ottimi del resto i suggerimenti di questo sperimentato artista, sia
ai riguardi della _respirazione_, come per la pratica de’ _registri_,
sulle _esercitazioni vocali_, sugli _effetti drammatici_, sulla
_erudizione_ e sull’_igiene_ del cantante, coi quali argomenti discorre
nei dieci brevi capitoli della sua _Guida_.
E bene conchiude considerando, che «pittore vivo dell’umana natura in
sè stesso, l’artista incontrerà l’oggetto principale de’ suoi studj ed
il germoglio della sua scienza.»
— Coi doni della natura, anche straordinarj, giungerà a dilettare le
orecchie, ma giammai a commuovere il cuore se non accoppia una bella
educazione. —
L’artista cantante è sacerdote educatore. La sua ignoranza pervertisce
un pubblico, come un pubblico ignorante piega servilmente al gusto
depravato l’artista colle lusinghe de’ suoi favori. — L’artista
che cerca l’effetto plateale, abdica le sue sovrane prerogative,
sacrifica alle facili soddisfazioni dell’amor proprio l’alta missione
di cooperare alla educazione del popolo, dirigendo verso il bello
artistico il di lui sentimento e buon gusto, e tradisce sè stesso. Ma
sia ben guardingo a non lasciarsi trasportare dalla foga del proprio
sentire — più l’artista sarà padrone di sè per dominarsi, più grande
sarà l’effetto della espressione; effetto che deve stare nei limiti
del vero. — Mercè la educazione infatti, il sano criterio e il giudizio
intelligente saranno la miglior guida anche alla regola e buon impiego
delle doti naturali, colle quali potenze soltanto potrà il cantante
innalzarsi al di sopra di quelle migliaja di così detti artisti, che
vegetando tutta la vita nell’esercizio di tal professione, che per loro
non è altro che un mestiere volgare, bestemmiano contro la fortuna, o
il destino che li dimentica, quando dovrebbero invece accusare la loro
nullità, ignoranza e presunzione.
Con ciò finisco sui metodi con cui vorrebbesi, erroneamente, formare
e modificare la voce umana; finirò intorno alle moderne scuole con
qualche autorevole giudizio, coll’espressione della pubblica opinione,
colla convinzione de’ fatti.
* * * * *
Un altro splendido documento a conferma delle idee suesposte, e
specialmente a prova della necessità indispensabile e prima di
coltura nel sacerdozio del canto, e di profonda e variata dottrina
nell’artista, è la lettera di Giuseppe Verdi, bene perito nelle
bisogne, colla quale declinava la onorifica offerta fattagli dai
napoletani affinchè egli assumesse la Direzione di quell’illustre
Conservatorio, lasciata vacante per la morte all’arte funesta di
Mercadante[27].
Verdi, cui la scienza affida i suoi alti misteri per fare al popolo la
rivelazione del bello; che mantiene le tradizioni senza rinunziare alle
ricchezze delle forme straniere, così pronunciavasi:
«Mi sarei fatto una gloria, nè in questo momento sarebbe un regresso,
di esercitare gli alunni a quegli studj gravi e severi, e in uno così
chiari dei primi padri, A. Scarlatti, Durante, Leo...
Per comporre, studiate Palestrina e pochi suoi coetanei, saltate dopo
a Marcello, e fermate la vostra attenzione specialmente sui recitativi.
Fatti questi studj uniti a larga coltura letteraria, non aumenterete la
turba degli imitatori e degli _ammalati_ dell’epoca nostra... Nel canto
avrei voluto pure gli studj antichi uniti alla declamazione moderna.
Ma per mettere in pratica queste poche massime facili in apparenza,
bisognerebbe sorvegliare l’insegnamento con assiduità... vuolsi un uomo
_dotto sopratutto e severo negli studj. Tornate all’antico e sarà un
progresso_[28].»
Questa lettera è un vero programma artistico, dignitoso, savio, leale;
che insiste sulla dottrina necessaria ai cultori d’un’arte divina,
che per lungo tempo, e generalmente, parve abbandonata alla gente più
incolta. «Questa lettera è un vero balsamo, — commentò Filippi, — un
refrigerio alle piaghe che affliggono la musica: Dio voglia che la
evangelica parola del grande Maestro, faccia i molti miracoli per la
redenzione dell’arte... e pel ritorno dei Conservatori alle gloriose
tradizioni.» E qui dietro il rifiuto dell’autore del _Rigoletto_,
proponeva Antonio Bazzini di Brescia quale compositore e conoscitore
approfondito d’ogni musicale disciplina, e tale che per la coltura sua
«potrebbe rialzare le sorti d’uno stabilimento sceso così al basso da
smarrire quasi ogni tradizione del suo gloriosissimo passato.»
D’Arcais v’aggiunse, che il Ministero per la pubb. istruzione in
Italia, dovrebbe far precedere una tal nomina da una mutazione quasi
generale degli ordinamenti di quell’istituto, per non dannare a
riuscita manchevole il nuovo Rettore per quanto valente[29].
Accagiona le tristi condizioni in cui il più celebre Conservatorio
è caduto, all’errore d’aver lasciato sullo stallo difficile del
Zingarelli, fino all’ultimo tramonto dell’età sua, quando più
conveniagli riposo, il Mercadante, cieco, affranto da dolori fisici
e morali; coadjuvato bensì da un Consiglio di governatori e da un
emerito archivista; ma atto piuttosto a presiedere onorariamente
la conservazion d’un museo, che ad allontanare i danni onde il
reale Collegio fu colpito e che lo ridussero alla condizione cui
presentemente si trova.
Tale Collegio, di san Pietro a Majella, sorto dalle rovine di parecchi
altri Istituti che fiorivano in Napoli, raccolse in sè tutte le glorie
della scuola napoletana; o per dir meglio, ha goduto i frutti d’un
glorioso passato.
Il cav. Francesco Florimo archivista, nel suo _Cenno storico sulla
scuola musicale napolitana_, testè pubblicato (tip. Rocco) ci narra le
vicende dei Conservatorj napoletani che prima di quello ora esistente
furono quattro, chiamati: _dei Poveri di Gesù Cristo; di sant’Onofrio;
della Madonna del Loreto; e della Pietà dei Turchini_. Aboliti i
primi, rimasero per qualche tempo quelli della Madonna di Loreto e
dei Turchini, finchè anche questi furono riuniti in un solo che prese
il nome di Collegio R. di Musica; occupò diversi locali, e finalmente
quello di san Pietro a Majella. Sorto in principio di questo secolo,
quando la scuola napoletana era all’apogèo di suo splendore, se
paragoniamo i suoi frutti a quelli che per tanti anni vennero dati dai
Conservatorj precedenti, siamo tratti alla conseguenza che la scuola
napoletana cominciò a cadere fin da quel tempo.
Addito questo fatto a coloro che portano a cielo gli ordinamenti
di quell’Istituto, che furono a più riprese modificati, ma mai
profondamente e per modo tale da accennare a un mutamento di sistema.
Abbiamo veduto, come dalle sue varie sedi quel tempio chiarissimo
nell’arte della composizione s’abbia ingloriato degl’illustri fondatori
Porpora, Durante, Scarlatti, Leo, Cherubini, Feneroli, Zingarelli,
Bellini, Pacini; venerò viventi fino a questi giorni Saverio
Mercadante[30] e Michele Carafa; nè cessa di vantare in Enrico Petrella
un degno emulo a Verdi.
Ricorda ultimamente i bravi maestri di canto, Carlo Conti ed Angelo
Ciccarelli.
Ora nuovamente s’illustra del suo concittadino Lauro Rossi chiamato
all’onore di quella direzione nel 1871.
Tale stabilimento può dirsi anche l’Archivio musicale il più ricco
d’Europa; e mercè i riordinamenti e le cure del sullodato archivista,
mostra le sue _Stanze artistiche_ quasi complete nelle collezioni
de’ classici d’ogni nazione, d’opere didattiche e teorico-musicali,
d’autografi dei celebri compositori, e perfino di una raccolta
ritenuta per unica di ritratti originali ad olio de’ maestri italiani
e stranieri dal diciassettesimo secolo al presente, speciale dono del
cav. Florimo[31].
Ma fra tante memorie e ricchezze, vi si è mantenuta in fiore la
scuola napoletana? la scuola che sembra essersi chiusa con Paisiello e
Cimarosa?!
Nel nostro secolo è bensì uscito qualche valente compositore; ma poco
per volta andarono miseramente perdendosi le tradizioni dell’antica
scuola che aveva riempiuto il mondo di maestri.
Le scuole artistiche possono vivere e prosperare indipendentemente dai
Conservatorj e dalle Accademie; ma non è men vero che un Conservatorio
può e deve giovare a conservare le tradizioni.
Una delle parti più importanti dell’insegnamento musicale è il canto; e
quivi pure questo è in decadenza.
Procede lo stimabile critico D’Arcais: — le cose stanno in questi
termini. I professori di canto vi sono anche male retribuiti; due
o tremila lire! onde traggono lucro dalla loro abilità fuor del
Conservatorio, il cui posto è in generale ambito unicamente per
procurarsi una numerosa clientela, ed è una occupazione di sopra più,
mentre tutte le cure sono rivolte e consacrate agli alunni perfino
patroni di agenzie teatrali, onde innumerevoli abusi.
Nessuno può chiedere l’abolizione dei Conservatorj di musica, ma se è
giusto che lo Stato si sobbarchi ad una spesa non lieve per tenerli in
vita, è pure indispensabile ch’essi rechino all’arte maggior utilità di
quella che presentemente se ne ritrae.
La malattia è grave, ma invece di uccidere l’infermo, cerchiamo il
rimedio.
Nel riordinamento generale di tali Istituti si lasci per carità V
elemento burocratico, i mecenati consiglieri, i posti _ad honorem_ ed a
riposo —[32].
Nè valgono a far rifiorire degnamente la scuola di canto in Napoli
tanti maestri che anche fuori del r.º Collegio esercitano l’opera loro
nel campo già culto felicemente dal Marotta discepolo a Crescentini.
I maestri Seidler e Costa insegnarono per molto tempo nei primarj
Educatorj di quella città, ora diretti pel canto da Giorgio Micieli.
Hanno bel nome di maestri e compositori: Paolo Serrao, De Giosa, Nicola
d’Arienzo, Beniamino Carelli, Carlo Caputo, Delfico, Mazzone, Bonamici.
Seguono: Sarria, Colletti, Casammata, Nani, Moscuzza, Achille Valenza
autor delle _Fate_, Claudio Conti che or regge la scuola al r.º Albergo
dei Poveri.
Mancarono di recente: Salv. Sarmiento, L. Siri, L. Graziani, Pasquale
Mugnone, Raffaele Giannetti.
Promettono: Paolo Manica di Catanzaro, Vincenzo Fornari, Pietro Musone
di Casapulla[33].
Fra la folla poi de’ presunti virtuosi, a ben pochi fu dato di tenere
non del tutto inchinata la bandiera della bell’arte.
Sul quale argomento, il medesimo D’Arcais, parlando dell’Istituto
Fiorentino (_Rassegna Musicale_), ebbe a ripetere: «L’arte del
canto è senza dubbio in cattive condizioni per tutta Italia.
Mancano buoni maestri. E fu proposto da molti di stabili scuole
normali pei professori di canto, come mezzo più utile a rialzare
quell’importantissimo insegnamento. Si dovrebbe scegliere que’
pochi maestri che conoscono e conservano le tradizioni del bel canto
italiano, per questa nuova scuola destinata a produrre buoni professori
di canto.....»
Senonchè, Francesco Dall’Ongaro proponendo di introdurre l’insegnamento
del canto anche nelle nostre scuole primarie, come si pratica nella
Svizzera, nella Germania, in Inghilterra, in America, sentì opporsi dal
suo amico prof. Alessandro Biaggi:
«_Dove trovare un maestro di canto?_...»
«Mancano i maestri, e _mancano i valenti esecutori del canto_, e a
questo si deve ascrivere la decadenza dell’arte e non già alle vicende
politiche — disse pure in questi giorni Giuseppe Rota, maestro alla
Cappella e al Teatro Comunale di Trieste, in occasione d’apertura
della Società filarmonica Triestina di mutuo Soccorso. — L’arte non è
il trastullo del senso; mentre la vediamo associarsi alle più nobili
aspirazioni del secolo, e partecipare al dolore di un pubblico lutto,
e alla gioja d’un avvenimento eroico, nazionale.... l’arte piange e
sorride con noi, in noi. Fu gloria de’ più secoli; illustrò nazioni; è
fomite di civiltà e progresso[34].
L’antico poeta di Salmona avea già dimostrate le ingenue arti come
quelle che «ingentiliscono i costumi, nè permettono all’uomo d’esser
crudele, purchè s’apprendano fedelmente, non in maniera superficiale
per solo passatempo o trastullo, ma con pienezza di giudizio.»
«L’arte, dice C. Cantù, deve associarsi alla civiltà.»
Ma la bell’arte del canto è in realtà fuorviata: ed è pur questa,
come disse Massimo d’Azeglio della letteratura «una delle cagioni
dell’abbassamento notevole che ognuno conosce nel termometro morale
della società leggente e cantante d’Europa.»
Fra questa società, bisogna pur confessare, alcune straniere nazioni
minacciano di rapire alla madre Italia collo studio, quel primato che
non poterono mai torle col genio. Ed ecco legarmisi l’idea dell’ottima
proposta di un urgente provvedimento per l’istruzione del canto anche
nelle scuole primarie.
— In Germania, Francia, Inghilterra, leggesi a prima vista gli
_Oratorj_ di Haydn, e le _musiche a cappella_ di Palestrina, Carissimi
e Marcello, poichè in quelle scuole corali tutti gli elementi sociali
vi prendono parte, e non i soli operaj che hanno poco tempo di
dedicarvisi. Aristocrazia, borghesia, commercianti e popolo coltivano
il canto; quindi la possibilità di quelle numerose e perfette masse
corali, e maggior probabilità di speciali distinte riuscite quanto più
vasto è il seminato.
Nuoce dunque al progresso dell’arte in Italia la limitazione del canto
alle Scuole popolari; e benchè in quest’anno si constati anche a Milano
un miglioramento, specialmente nella Scuola corale, — che corrispose
alle cure intelligenti ed assidue del direttore Leoni, coadjuvato
dall’aggiunto m.º Prina[35] — pur si rimarca il gran danno d’abbandonar
tanta coltura solamente alla classe men colta.
Non devono arrestarsi gli Italiani sulle passate glorie e sugli
ottenuti trionfi, ma adoperare ogni mezzo, per procedere di pari passo
coll’odierno progresso, e per mantener quel primato che non fu a loro
fin qui contestato, potente ancora presso a’ stranieri, come vedremo
passando in breve rivista le attuali più importanti scuole europee e
mondiali.
_Segue la rivista delle scuole italiane. — Degli studj sovra esse e
giudizj. — Nuovo indirizzo de’ Conservatorj. — Ultime fasi della scuola
veneta. — Attualità delle principali nostre scuole, e loro speranze._
E tornando brevemente a quella milanese, dopo aver accennato alle
critiche ed alle lamentanze che si fanno su quel Conservatorio,
dobbiam constatare una lodevole attività non affatto infruttuosa anche
oltre le porte di quell’Istituto, una gara di docenti che pur lascia
sperare migliore indirizzo, come da suolo irrigato da spesse sorgenti è
probabile che quella più pura abbia a scaturire.
Laddove ricordasi Sammartini, vecchia guida melodica ai compositori, e
Secchi maestro, per tanti anni creator di cantanti, e quindi Lamperti
padre esimio maestro, adesso il figlio Giov. Battista e B. Prati,
trattano il canto _teatrale_; Leoni quello corale.
Fuori del Conserv., finirono da poco la loro carriera, Ronchetti
e Giovanni Rossi istitutori alle scuole popolari, gravi d’anni; ed
in fiorente età, De Giovanni, Tamburini Riccardo, Eugenio Torriani,
Giano Brida. Ed oltre a quei già nominati fra i metodisti, s’hanno
accreditati maestri, Gerli, Zarini, Bona, Prina, Ronzi, Gamberini,
Garzoni, Perelli, Bruni, Sangiovanni, Marcarini; la Aspri-Bolognotti,
Antonio Davila, Gaetano Nava, B. Pisani, non ignoti compositori;
Baretta, che fu già rettore del Conservatorio di Bologna, ora attende
in Milano ad erigere un nuovo _Dizionario musicale_. Binaghi, veterano
tenore, che ora insegna ai ragazzi; Isabella Alba che apre una scuola
collettiva; Enrico Boucheron preposto ai cantori del Duomo; Enrico
Panofka che esamina le _Voci_ e il loro educamento; Giovanni Varisco
che propone l’indirizzo normale ai maestri medesimi.
Merita anche menzione il pietoso impiego del canto nel Manicomio di
Milano, e quivi la istruzione dei cori, con felice e rinnovato successo
(Vedi vol. I, pag. 107).
Il trasferimento dell’illustre Lauro Rossi alla direzione del Collegio
di Napoli, e l’innalzamento del prof. Alberto Mazzucato[36] a quella
del milanese Conservatorio, valgano a fonderne con unisona norma e
con eclettico studio i buoni sistemi; perocchè è certo che a base
educativa vuolsi pure un metodo stabile e generale, che potrà essere
poi modificato, o per meglio dire, diversamente applicato e indirizzato
dai vari cultori, a seconda delle opportunità e circostanze; ma nella
sua iniziativa non deve variare di artista in artista, offerendo mille
strade dubbie e nessuna sicura; distruggendo la scuola, scemando gli
artisti; e, come scriveva fin dal 1844 il pratico Ferrary Rodigino,
peggiorando l’arte con un negativo progresso[37].
Non è, diceva egli saviamente, come noi sopra abbiamo osservato, non
è scuola la misera imitazione, il tirocinio pubblico, la servilità al
metodo di questo o di quell’artista felicemente riuscito, chè il teatro
non fa l’arte, nè è questa un mestiere.
Dei tanti pretesi artisti che pullulano in siffatta maniera, non per
proprio valore ma ad altrui rimorchio, strano il più delle volte e
incompreso, si può dire col Varchi, che dessi non servando metodo
alcuno non intendono sè medesimi. Come poi potrebbe agire moralmente
una siffatta educazione? Fu detto che, «la educazione artistica non può
formare il cuore.» Vuolsi dunque una fondamentale istituzione savia e
uniforme.
Il ministro per l’Istruzione pubblica del regno d’Italia, Cesare
Correnti, formulando il nuovo Statuto organico del Collegio musicale di
Napoli, pubblicato con r.º Decreto 14 gennajo 1872, «_cercò allargare
anche il campo delle lettere, perchè gli artisti devono oggimai
persuadersi che non saliranno mai in altezza ed in fama durevole e
meritata senza quell’ajuto_[38].»
Il 1.º Congresso musicale espresse quindi il voto che anche il
Conservatorio di Napoli abbia a tramutarsi in vero Liceo, come gli
altri d’Italia, e quelli di Parigi, Praga, Bruxelles, tendono mano a
trasformarsi.
Dopo i Conservatorj di Napoli e di Milano, di cui abbiam fatto cenno,
devesi oggi notare distintamente in Italia l’Istituto Fiorentino.
— Che se non vanta antiche origini al pari di qualche altro della
penisola, e per copia di mezzi, per numero d’insegnanti e di allievi, è
inferiore ai due suddetti, non è certamente da meno di qualunque altro
stabilimento musicale per ciò che riguarda la bontà dell’insegnamento.
— Ne è preside il cav. Casamorta valente compositore. Il venerando
Pietro Romani maestro di canto, vecchio amico di Cimarosa, di
Meyerbeer, di Rossini, e consigliere ai più celebri artisti, è
incaricato del corso di perfezionamento.
S’aprono annuali concorsi a premio, specialmente per composizioni di
canto[39].
Sono unite all’Istituto: una scuola di estetica e di storia musicale,
di cui è titolare il prof. Biagi, ed una scuola elementare che
rimedia al difetto d’istruzione, _solito nei dedicati alla carriera
teatrale_...
Una commissione, sotto il ministero Bargoni, unificò l’Istituto colla
scuola di declamazione. — I frequenti esercizj pratici gioverebbero
agli allievi delle scuole del canto, come le prove di studio
annuali. Chè i cantanti esordienti, appena usciti dal Conservatorio
non sempre sanno accordarsi colle orchestre, di rado si presentano
convenientemente al pubblico, e quasi mai accompagnano il canto
coll’azione[40].
A quest’utile pratica intese venire in ajuto la Società Filarmonica
diretta dall’abile istitutrice di canto Cecilia Varesi in Firenze,
che gareggia cogli insegnamenti d’altra riputata cantatrice Sofia
Vera-LorinL Altri sodalizj, quello del Cherubini, al cui nome rende
onore la fondatrice di tale scuola corale, la tedesca Laussot, quelli
de’ Fidenti e degl’Orfeisti, s’adoprano al culto dell’arte.
Anche un Teodulo Mabellini, conoscitore approfondito d’ogni musicale
disciplina, non lascia dimenticare la scuola dal Marchesi ivi tenuta:
nè la dimenticava quel Cesare Paganini, compositore, cantante,
scrittore ed artista, di cui ora si piange la perdita a Firenze. Avvi
il Gamucci; ed il Palloni, uno degli ottimi compositori di musica
vocale, rinnova la mèsse feconda de’ bei canti popolari toscani.
Nella esecuzione poi di tali canti un altro solerte maestro, Giulio
Roberti, spinse le sue cure fino a cingersi d’un numeroso coro di
_Orecchianti_, i quali colla memoria e il buon volere rendono un soave
profumo alle riunioni del povero e alle case di beneficenza, nè sono
inutili a rendere più solenni le patrie pubbliche feste.
Questa bella attività nella nuova Firenze, che meritò provvisoria sede
capitale dell’Italia riunita, compensi il letargo miseramente succeduto
in altre illustre città che di gloriosi Conservatorj ebbero vanto.
A Venezia, da secoli culla di cantori famosa, non v’ha più scuola
formale.
A Venezia, i cui pii conservatorj, gareggianti con quelli di Napoli,
diedero la prima idea e i primi ordinamenti delle scuole musicali
del mondo. Dove, fino ai primi anni di questo secolo, in quattro
conservatorj femminili fioriva la musica e il sacro canto, in cui
vedemmo ad ogni tratto concorsi, a dare o a ricevere rinomanza,
distinti maestri, come a solenne areopago che dai primordj del XIV
secolo pronunciava.
Vantaggio ora affatto perduto; e non solo per l’artistico decoro, ma,
come espresse Francesco Fapanni, per quel compenso che, la sventura di
nascita illegale e l’orfanezza dei genitori almeno in parte trovavano
da un po’ di educazione e dalla coltura nelle arti musicali.
Al vespro d’ogni domenica, riassunse il cennato scrittore, s’aprivano
le chiese di quattro pii istituti, ed ognuno accorreva a udir con
immenso diletto le melodie di que’ sacri drammi. L’azione, tratta dai
libri biblici, era scritta in cattivi carmi latini, talvolta rimati,
con arie, duetti, a solo, come i vecchi drammi italiani; e c’era
un’ansia, una ressa ad avere il libretto, a fermare lo scanno.
Nel Conservatorio della _Pietà_ era maestro prete Bonaventura
Furlanetto nato in Chioggia, nel 1738. Quivi sonavansi tutti gli
istrumenti, ed erano celebri le organiste Lucietta e Matilde, che
accompagnavano qualsiasi musica all’improvviso, con trasporto di tuoni
e di mezzi tuoni[41].
Molte le sonatrici d’arco, di fiato, di tasto; ed erano le più
acclamate la Marina, la Marcella, la Gregorietta, l’Ignazia dalla voce
maschile: la Benvenuta poi era sublime nel canto, e ben se ne valeva il
Furlanetto, detto pur esso il maestro di raro gorgozzule. Riuscivano
mirabili i suoi cori di cui lasciò gran copia. De’ suoi drammi ed
oratorj emersero _La Caduta di Jerico_, e _La Sposa de’ Cantici_.
Ai _Mendicanti_ una Ventura Teresa, nata in Vicenza nel 1750, levavasi
in grido fra quelle allieve, e giungeva a insolite fortune pel suo bel
canto. Chè di là uscita, maritavasi a Benedetto de’ Pretis, e poi,
sciolto quel nodo, al nob. Alvise Venier, recando nelle stanze del
patriziato di quella sua dote i pregi. Morta nell’anno 1790, 2 gennajo,
meritò che la nob. Accademia de’ Rinnovati di Venezia la onorasse con
pubblico funere in Santo Stefano, e le erigesse iscrizioni lapidarie in
una delle camere dell’Accademia stessa, nelle quali si celebra la di
lei straordinaria abilità e nel canto e nella declamazione teatrale.
Avvi alle stampe una Raccolta di composizioni in sua morte col titolo
«_I Pianti di Elicona sulla tomba di Teresa Ventura Venier_». (Parma,
1790, dalla Stamp. Reale, in 4.º)
Il nome della famiglia Venier va congiunto con altre memorie della
coltura del canto fra la nobiltà veneta del passato secolo, la quale se
non isdegnò talvolta violare perfino l’aristocratico riserbo nei legami
matrimoniali per amore dell’arte, come anche il nob. Benedetto Marcello
avea dato l’esempio, facea poi suo particolar vanto la partecipazione
allo studio e la protezione de’ musicisti.
Vedemmo già fra i mecenati del secolo XVI, (pag. 183, vol. I), quel
Domenico Venier, le cui rime furono musicate dal Baccusi e dallo
Zarlino e cantate dalla Bellamano e dalla Gaspara Stampa.
E prima di Teresa Ventura, la nobil donna Maria Venier avea illustrato
la famiglia di questo nome per le sue cure allo studio del canto,
e meritò che Giuseppe Seratelli, maestro in uno dei conservatorj,
ad esercizio della sua bella voce di soprano componesse appositi
solfeggi[42], ed altri le dedicassero arie e cantate.
Gerolamo Venier, Procuratore di san Marco, nella schiera invece
dei compositori, lasciò prove de’ studj suoi musicali colle _Arie,
Oratorj_, ed altri canti, scritti dal 1732 al 1745.
Fino agli ultimi istanti della Signoria veneta, erano ricetto alle
celebrità de’ canti, le ville di Mira e di Dolo, dove rimase e finì
l’istesso Veluti ultimo de’ nostri _musici_; e sui vicini colli
Euganei, ancora nel 1802, un Santonini cultore e mecenate dell’arte,
era da tanto di dare nella privata sua villa di Arquà, la prima
volta l’opera intera _Teresa e Claudio_, in accoglienza del generale
Bellegarde nuovo proconsolo delle Venezie[43].
Perdurava poi la fama della Villa o Conservatorio Contarini a Piazzola,
dove quell’illustre famiglia, detta degli Ambasciatori, attirando
quanto di più celebre avea girato il mondo nella classe di maestri e
cantori, die’ gli spettacoli superiormente accennati, e lasciò memorie
e collezioni preziose, fra quali, quel museo istrumentale notato a pag.
184, vol. I, e la biblioteca musicale che per generoso legato del co.
Gerolamo, nel 1843, recò tesori alla Marciana.
Continuando poi colle memorie dei Conservatorj di Venezia, fu detta
_ultimo sostegno ed onore_ di quello dei _Mendicanti_, riguardo al
canto, quella Bianca Sacchetti altrove citata. Cantatrice ed arpista
singolarmente culta e amoreggiata dal maestro Francesco Bianchi che per
lei scrisse e per la Catalani, il di cui educatore Alberto Cavos era
stato in Venezia suo allievo insieme a Giambattista Cimador, Giuseppe
Carcano, e Antonio Calegari poi direttore della cappella patavina del
Santo.
Il Bianchi alla caduta della Repubblica s’era rifuggiato in Londra ove
per ultimo suo lavoro diede l’_Ines de Castro_ nel 1795.
Finalmente ai _Mendicanti_, cantava, e toccava squisitamente il violino
una Antonietta Cubli, cui sola potea stare a rincontro la Giacomina
Stromba, degli _Incurabili_.
Ma sovra tutte al Conservatorio di questo nome, dove per vent’anni
(1730-1750) fu maestro fra gli altri il celebre Giovanni Adolfo Hasse
detto il Sassone, indi Giuseppe Carcano, cremonese, applaudivasi
l’Elena Corner, nell’immaginoso dialetto veneto surnomata _Oseletti_,
pel suo canto indorato di gruppetti, trilli, gorgheggi, a mo’ degli
augelli.
Il quarto Conservatorio di musica era l’_Ospedaletto_, anch’esso come i
_Mendicanti_, locato presso a’ SS. Giovanni e Paolo.
Queste cantorie ed orchestre accennate da un Veneziano[44] che ne sentì
la soavità e ne ricorda i trionfi, erano le cantorie e le orchestre
innovate dal Croce, dal Baccusi, dal Vicentino, dal Zacchino, e dai
Gabrieli; a cui s’aggiungeano le glorie della massima cappella dai
Willaert, Zarlino, Monteverde nel secolo XVI; e quindi, dai Lotti, dai
Galuppi, Bertoni, e dal medesimo Furlanetto, l’amico di Rossini, morto
il 6 aprile 1817[45]; per cui la cantoria e l’orchestra che servì a
modello a quelle tutte chiesastiche e teatri di Italia[46].
Perotti Lodovico continuò la serie degli abili maestri alla cappella,
col vice-direttore Don Carlo Faggi, e s’ingegnò di raccogliere gli
elementi delle antiche soppresse scuole di Venezia in una Congregazione
detta di santa Cecilia, che non potè più aver vita col precedere de’
nuovi grandi Istituti d’altre città d’Italia e delle capitali europee.
Quindi un coro di fanciulli della povera classe circondò il Buzzola
nella insigne patriarcale cappella, e pochi privati docenti insegnarono
a pochi scolari. Concluderemo fra poco della Scuola veneziana
coll’attualità di suo stato.
Mentre di quando in quando qualche volonteroso richiama l’idea di
ricostituire a Venezia una scuola, il veneziano Manzato ne conduce
prosperamente una a Vicenza, ove in vero elementi non mancano. Nella
gentile città, anche tuttora di cultori del canto tanto feconda[47],
ad una folta schiera di maestri, musicisti ed artisti, stanno a capo
Francesco Canneti e Giuseppe Apolloni benemeriti al teatro ed al
tempio. Domenico Sbabo e Andrea Donà battono alle cantorie gloriose del
Vicentino e del Grotto.
Nella patavina cappella del Tartini, dello Stradella, e del Calegari,
Chiocchi Gaetano, l’egregio fattore di violini fra i custodi di
quest’arte italiana, diresse fino a questi giorni in cui morì (31
agosto 1872). Melchiorre A. Balbi conta un’antica serie d’allievi
cantori. Girotta regge una nuova scuola corale. Luigi dott. Farina,
l’ab. Canal, e il cav. Balbi predetto (inventore d’una nuova
notazione), scrivono di cose musicali.
Verona, le cui arie danno sovente di belle voci all’italo canto, si
dolse della perdita d’abili insegnanti, per la morte del m.º Foroni
e dell’artista Conti, e per la partenza di Pedrotti, l’autor della
_Fiorina_; ed ha attualmente l’istituto filarmonico degli _Ansioni_,
Paolo Bombardi e Alessandro Sala alla privata scuola, prete Sante
Aldrighetti alla cappella.
A Trento, Antonio Micheletti nei canti corali, pei quali scrisse anche
un _breve metodo_ (Bolzano 1871), educa quegli italiani come conviensi
in sulle porte delle città tedesche della corodia tanto cultrici.
Ad altro confine d’Italia, la arcivescovile cappella Friulana
illustrata recentemente dal Comincini d’Udine, dal Tomadini di
Cividale, e da Leonardo Marzona di San Daniele, è diretta dal non meno
valente prete Giambattista Candiotti. Anche un Vieri Adamo d’Arezzo
insegnò in Udine.
Nella vicina Gorizia, una scuola musicale fondata, nel 1854, avea Carlo
Mailing maestro pel canto.
La scuola Torinese, che dai primordi del secolo ricorda Pugnani,
Radicati e la Bertinotti, col Liceo cui appartiene è decaduta. Ebbe
non pertanto, Alari Adamo, e il Demacchi che ne tentò la ristaurazione
colle scuole serali cantanti. Ebbe le celebri cantatrici A. Zoja
e Teresa Sasso di recente perdute; ha il Bernacovich, il Pedrotti,
Corinno Mariotti, e Stefano Tempia.
A Genova, patria di Paganini e Sivori, v’ha men penuria di maestri
che di cantanti: nominansi, Emilio Bozzano, Sanfiorenzo, Bossola,
Lavagnino, Cordiali, Denina, Grimaldi.
A Cagliari G. B. Dessy, diede molti spartiti, a speciale onore della
Sardegna.
Lucca, che fin dai tempi della sua repubblica illustravasi della
Confraternita di Santa Cecilia, ove i maestri Boccherini, Manfredi,
Romaggi, ebbero seggio, e che tuttora nel settembre d’ogni anno
grandiose musiche appresta, fondò a cura di quel Municipio il
nuovo Istituto _Pacini_, v’ascrisse il maestro Andrea Bernardini,
e s’attendono i frutti. Intanto per l’istituto medesimo e per la
cappella, ammaestrano a’ bei trovati, il suddetto Bernardini da
Buti, Michel Puccini, Carlo Angeloni autor dell’_Asraele_, ed Augusto
Michelangeli della Comunal scuola di canto istruttore.
Trassero tarda età fino a questi giorni e benemerenti della Pistoiese
cappella, Luigi Gherardeschi, e Giuseppe Pillotti, del quale sono
allievi Gelli e Mabellini.
Nella scuola di Parma, fondata già da Agostini illustrata da Paër,
attualmente insegna Lodovico Spina, e fra gli altri un Giov. Bolzoni le
fa onore. Di là un Tommasi passò a istruire i cori teatrali a Vicenza.
A Modena, Alessandro Gandini, che era succeduto al padre suo, Antonio,
nella cappella ducale Estense, lasciò morendo, nel 1871, anche buoni
lavori teatrali nelle opere _Demetrio, Zaira, Isabella di Lara_. Ivi
pure Venceslao Zavertal si fece insegnante.
La scuola di Felice Moretti a Pavia prende anima alla gloria del suo
grande allievo Gaetano Fraschini.
Cremona, che diede tanti maestri ai primi Conservatorj, e quindi quei
rari artefici che agli strumenti d’arco seppero meglio dar quasi voce
che imitare possa l’umano canto, seguì colla scuola illustrata da altro
Ruggero Manna autor di _Jacopo da Valenza_, e _Preziosa_.
Distinguonsi i maestri Abele Barazzoni e Lovati Cazzulani a Como[48].
Raffaele Luccarini e Gaetano Braga, autore di _Reginella_, a Lecco.
Morì da poco a Bergamo Bort. Radici.
Trivalsi insegna a Brescia, dove il celebre violinista e maestro
Antonio Bazzini compone le nuove _Sinfonie cantate_ per la Società dei
Concerti da cinqu’anni fondata nell’eroica sua patria, quasi a mostrare
che anche dove maggiormente rifulge il poter musicale, l’anima sempre è
dovuta all’ispirazione ed al canto.
Perugia attende nuovo lustro al suo Istituto dal nuovo eletto maestro
Agostino Mercuri, or chiamato a comporre la prima opera pell’aperto
teatro della vicina Repubblica di San Marino[49].
Loreto colla sua famosa cappella dai 12 Cantori fornisce pure maestri
ed artisti ad altre regioni, alle scuole e ai teatri. Vivono ancora
in essa i metodi e le composizioni magistrali di Luigi Vecchiotti,
che legava morendo a quella Basilica tutti gli studj suoi (1863), ora
continuati dall’attuale maestro Amadei.
Nell’antico asilo del sacro canto, in Assisi, dove insegnarono
il Francesco, il Rufino, il Boemo (maestro a Tartini), e anche
dopo che Benedetto XIV, nel 1775, levando la scuola all’onore di
Cappella papale, veniva a bandire dal suo sistema musicale ogni altro
istrumento dal violino, violoncello ed organo in fuori, eppur diede il
classico contrappuntista Mattei (maestro a Rossini), ivi tale scuola
è degnamente rappresentata ancora dal minorita Alessandro Borroni
discepolo del Pesarese e di Mercadante.
Da Fossombrone, il bravo Enrico Panicalli intende specialmente a
coltivare e generalizzare il canto tra i fanciulli, ed offre agli Asili
d’infanzia geniali e nobilissime esercitazioni.
Ben conduce una scuola a Cento, Leone Sarti anche distinto violinista.
A Roma, per lungo tempo la scuola rimase stazionaria sui corali ormai
insufficienti, e stanca su quelli purtroppo corrotti.
Non pertanto dalla cappella Vaticana risuonano ancora concerti soavi
d’una ventina di voci espertissime, condotte attualmente dal maestro
Meluzzi.
Quella di santa Cecilia non è più che una accademica mostra in onoranza
de’ socj vaghi del nome dell’illustre donzella romana auspice ai canti.
Ora però che di Real titolo s’appella, diretta dal cav. Alessandro
Orsini, accenna a risveglio, ripigliando intanto i privati settimanali
esercizj, i vocali agli istrumentali alternati.
Possa la trasformata Roma rinnovare le glorie della sua scuola antica e
delle sue provincie, e ristorare anche quell’arte, tanto meno immobile
quanto men positiva, e che mirabilmente si presta alla trasformazione.
Ne siano auspici, la brava Orsola Aspri maestra di canto e compositrice
che sciolse il primo Inno al Re d’Italia (1870); Filippo Marchetti del
_Ruy-Blas_, Libani della _Gulnara_, e Decio Monti della _Graziella_,
inventori; Pietro Terziani di nuovi cantici sacri; Rotoli, Bertini,
Sgambati, Jacovacci, Sangiorgi, D’Este, Teresa Rosati, Erminia
Tecchi, de’ corali concerti benemerenti; Luigi Mililotti che da tempo
apprestava il canto _Te Dio lodiamo_, a quattro voci, col rimbombo
del cannone, pel trionfo nuovissimo in Campidoglio. Ma furono invece a
migliaja e libere le voci che benedissero alla prima comparsa del Re
galantuomo liberatore: l’inno coi feroci accompagnamenti attenda le
nuove vittorie sugli stranieri nemici[50].
La cappella Petroniana, non men di quella di san Pietro, gloriosa del
suo passato, sentì già l’impulso delle istituzioni che si risvegliarono
accanto ai depositi della sua scienza[51].
Al Liceo di Bologna non mancano valenti che speculano sull’orme de’
padri Martini e Mattel; vi operò lodevolmente il direttore Baretta,
che vedemmo ritirato in Milano a scrivere di cose musicali; e Federico
Parisini che in oggi v’insegna il canto corale, si mostra egregiamente
fornito di quella scienza non disgiunta dalle eleganze che i bolognesi
cantori appresero dal Bernacchi[52].
Ma in quella scuola dove in auree cifre sta scritto — qui Rossini entrò
discepolo e sortì principe — si dimentica forse che questi, negl’ultimi
suoi momenti, finì ripetendo: _Melodia Melodia!_...
Non importa sotto qual forma; ma sempre grazia e melodia, che sole
possono piacere in ogni tempo e sott’ogni costume, e senza le quali il
progresso non potrà raggiungere il bello.
Le splendide tradizioni e un’attitudine innata e speciale ne’ bolognesi
mantengono tuttavia vivo il culto della bell’arte, onde al suo decoro
concorrono spontaneamente, anche fuori dalle chiostre particolarmente
alle scienze dicate, e il popolo e il patriziato.
Di questo, mantiene il vanto Antonio Sampieri dei conti di San
Bonifacio, che s’impiega specialmente allo studio di quelle espressioni
che nella serenità religiosa e nella rassegnazione della preghiera
trovano non men facile ajuto di quello che la profana musica non trovi
nel dipingere le varie sensazioni della vita materiale ed il contrasto
di tante passioni.
Chi si dà al sacro canto porge nobile eccitamento a studiarne le arcane
maraviglie, e concorre a tenerlo in onore quanto si deve, e più che dai
superbi od ignari purtroppo non facciasi.
Qui gli altri valenti maestri, Busi, Antonelli, Capanna, Brunetti,
Gattinelli, Adolfo Crescentini, Pietro Romagnoli, Dom. Lucilla.
Giova poi ricordare che il sig. Casarini, già sindaco di Bologna si
fece iniziatore di un _gran centro artistico musicale_ per l’esecuzione
di tutti i grandi capolavori di tutte le scuole, secondo un criterio
storico e cronologico da esaurirsi in un numero determinato d’anni,
nella basilica Petroniana per le sacre composizioni, e per le profane
ne’ teatri, dove ha special sede quel preclaro direttore che è Angelo
Mariani.
Nell’isola estremale d’Italia, dove le traccie dell’arabe canzoni non
sono distrutte interamente, dove il genio di pura itala melodia in
Bellini rinacque, e il sole della ispirazione non manca, il fior del
canto pur tarda a sviluppare.