Ricordano il _Moschettiere_ di Alessandro Dumas, il vecchio, giornale
che era scritto da _Alessandre Dumas père et seul_, e che fece
sorridere e anche ridere, al suo apparire, per la ingenua vanità di
quel _seul_. Il _Moschettiere_ parlava di tutto: dall'articolo di
fondo spoliticante, passava alle ricette culinarie, delle quali il
Dumas era forse più orgoglioso che del _Conte di Montecristo_ e dei
_Tre Moschettieri_; gli articoli di viaggi e di varietà si
avvicendavano coi capitoli degli ultimi suoi stanchi romanzi, con
frammenti di memorie, cioè, di strabilianti fantasie. Veramente il
_seul_ non era poi una novità. Alfonso Karr aveva scritto anche lui da
solo, _Les Guépes_, ma non aveva inalberato quell'aggettivo con la
spavalderia del simpaticissimo fanciullone che fu per tutta la vita
Alessandro Dumas.
_Le Cronache drammatiche_, apparse ieri l'altro, somigliano al
_Moschettiere_ e alle _Vespe_ in questo soltanto: saranno un opuscolo
settimanale scritto tutto da Edoardo Boutet e si occuperanno
unicamente di cose riguardanti il teatro.
Arrivano in buon punto. Da qualche anno, per opera di attori e di
scrittori, viene risuscitato nel pubblico italiano l'interesse, se non
l'entusiasmo, di trenta anni fa, quando una nuova produzione
drammatica, data nella capitale provvisoria, occupava per settimane
gli spiriti e faceva quasi tacere le discussioni politiche.
Oggi, l'interesse non è scevro di un senso di scetticismo, effetto
delle delusioni seguite alle illusioni eccessive. Ma bisogna dire che
noi, da schietti meridionali, da latini, siamo trascorsi dall'eccesso
delle speranze all'eccesso della sfiducia: e se le _Cronache
drammatiche_ riusciranno a mettere le cose in equilibrio, faranno
opera degna di grandissima lode.
Nessuno, io credo, in Italia, è più adatto di Edoardo Boutet a operare
questo miracolo. Egli è un topo di palcoscenico. Da anni, sua
occupazione e preoccupazione sono stati gli attori e gli autori
drammatici. Con franchezza straordinaria, spesso brutale, egli ha
detto la sua opinione su tutto e su tutti, ogni volta che l'occasione
si è presentata. I suoi articoli nel _Corriere di Roma_ dello
Scarfoglio lo misero in vista. La gente che leggeva quegli scritti, si
domandava con curiosità:
Chi è mai questo nuovo _paysan du Danube_ che irrompe nella cronaca
teatrale?--E la curiosità non veniva eccitata soltanto dalle cose che
egli diceva, ma dallo stile con cui le diceva; stile pieno di
immagini, lutulento, imbarazzato, eppure innegabilmente efficace.
Sotto l'impaccio della parola e della frase, si sentiva l'uomo
sincero, convinto; una specie di apostolo e di profeta.
Allora il giornale quotidiano non era un organo frettoloso
d'informazioni com'è divenuto oggi. Il cronista teatrale aveva dignità
di critico; non si trovava obbligato di far sapere la sua opinione
immediatamente dopo lo spettacolo a cui aveva assistito; dal teatro
non doveva correre in tipografia, e là improvvisare l'articolo e darne
le cartelle ai compositori di mano in mano che le scriveva, senza
avere tempo neppure di rileggerle. Durava il bel costume
dell'appendice del lunedì; delle novità date il venerdì sera--e che
egli era in caso di riudire nelle sere seguenti, se state tali da
ottenere di essere replicate--l'_appendicista_ poteva scrivere
pensatamente, con comodo; e la curiosità del pubblico veniva anche
aguzzata dall'attesa, e trovava piena soddisfazione nel poter leggere,
il lunedì, i giudizii degli appendicisti teatrali più in voga; giacchè
allora accadeva che alcune _appendici drammatiche_ assumessero il
valore di un piccolo avvenimento letterario.
Edoardo Boutet portava qualcosa di nuovo, di speciale nella critica
drammatica: la perfetta conoscenza dei misteri del palcoscenico. Di
rimpetto a lui, gli _appendicisti_ del lunedì di dieci anni avanti
sembravano persone impettite, troppo serie, quasi accademiche. Egli
era uno sbarazzino e nello stesso tempo uno che _credeva_, che si
infiammava, e che talvolta arrivava fino ad assumere atteggiamenti
apocalittici, fino a far intravvedere che tra la critica teatrale e
lui egli supponesse un'assoluta identità di persona.
Anche quando era ingiusto, o meglio, anche quando s'ingannava (non c'è
ingiustizia nello ingannarsi) sotto la violenza del giudizio e della
frase si scorgeva benissimo la sincerità del suo sdegno. Quella che
per lui era un'offesa all'arte, sembrava anche si mutasse in offesa
personale; ma sembrava così per la montatura del periodo che gli si
aggrovigliava tra le mani tremanti di santissimo sdegno. I puristi,
leggendo, si sentivano venire la pelle d'oca, ma non cessavano di
leggerlo. Gli attori flagellati a sangue, le attrici contristate nella
loro vanità, gli autori redarguiti con accompagnamento di sferzate
fingevano di disprezzarlo, di sorridere di quelle sue sfuriate, ma poi
gli davano ragione. Conosco qualcuno che non ha potuto tenergli
broncio neppure un giorno, dopo un articolo che lo aveva stritolato la
sera avanti, nel primo _Capitan Fracassa_ di gloriosa memoria. Critico
e autore, il giorno dopo erano a braccetto in Piazza Colonna e
ridevano assieme, con gran meraviglia di parecchi che immaginavano
forse di doverli vedere piuttosto presi pei capelli, dato che
l'autore drammatico avesse avuto dei capelli afferrabili; e non ne
aveva.
Da quei giorni, molt'acqua è passata sotto i ponti del Tevere. Edoardo
Boutet ha sentito anche lui la mortificazione degli anni. Può
darsi--ma non pare--che il vedersi mancare lo spazio e il tempo, per
le invadenti necessità giornalistiche, lo abbia un po' scoraggiato. I
suoi grandi articoli, le sue encicliche drammatiche si erano fatte
rare. Di quando in quando, la _Nuova Antologia_, la _Rivista d'Italia_
portavano un suo studio di attrice, una sua disquisizione intorno a
qualche soggetto di attualità drammatica; studio e disquisizione dove
egli mostrava la grande abilità di sapersi adattare all'ambiente, di
parlare con moderazione di concetti e di forma--sì, anche di
forma--che gli dava l'aria di persona un po' costretta a raffrenarsi,
a comportarsi come chi si trova in un circolo di conversazione fuori
dell'usuale.
Di quando in quando, una scappata, un razzo, l'iniziamento di una
serie di studi sur un particolare soggetto presto interrotta e non più
ripresa; nient'altro.
Si vedeva l'uomo che avrebbe voluto parlare, chiacchierare a suo agio
e che non poteva più farlo, perchè il proto gl'insidiava le righe,
perchè l'articolo politico, la cronaca, la satira gli contendevano lo
spazio. Edoardo Boutet però è un parlatore brioso, delizioso, un
conversatore; e il suo dialetto napoletano non forma la minore
attrattiva delle sue improvvisazioni familiari. Ha dovuto dire dentro
di sè: Mi si tura la bocca o, per lo meno, mi si trattiene il braccio,
mi si lesina lo spazio? Ebbene, io non posso sentirmi soffocare, io
voglio sfogarmi. Ho tante e tante cose da dire! Debbo attendere
un'occasione propizia che forse non si presenterà o chi sa quando si
presenterà? No; fondo una piccola rivista settimanale e in essa sarò
libero di sfogarmi e di scapricciarmi come voglio e come non posso più
fare da un pezzo!
Ed ecco le _Cronache drammatiche_, comparse il 2 aprile, col sorriso
della Pasqua di Resurrezione, quasi anche il giorno della prima
pubblicazione dovesse essere un buon augurio! Sedici fitte pagine in
16º.
Ora _Caramba_ è a suo agio. Ogni domenica, egli avrà la sua tribuna,
il suo pulpito, o più propriamente il suo salotto. Egli non scrive,
discorre. Qualcuno che lo vede frequentemente e che prende gran gusto
nello stare ad ascoltarlo, ha esclamato: Ah, se Edoardo Boutet si
risolvesse a scrivere le sue _Cronache_ in dialetto napoletano! Che
festa sarebbe!
Sarà una festa egualmente! Anche a dispetto di certe velleità di
affettazioni stilistiche che da qualche tempo egli predilige, come
questa che chiude il suo primo articolo, _Il sogno della Duse_:--E
intanto, in cosiffatta imperante e straripante dissennattezza, si
compie, forse, il delitto di uccidere la ignota anima _destinata di
un teatro italiano a gettar le fondamenta_!
Sarà una festa egualmente. Edoardo Boutet non diverrà mai un pedante:
non _scriverà_ mai, _parlerà_: ed è la sua caratteristica e sarà la
sua forza. Passare una mezz'ora con lui, per via di quelle
fosforescenti e svariate pagine delle _Cronache drammatiche_,
diventerà presto un piacere che si tramuterà in dolce abitudine, anche
per coloro che non si occupano esclusivamente di cose drammatiche.
E sarà una festa e una cosa seria.
Le cose che egli dice ridendo sono anzi le più serie.
Leggete l'aneddoto intorno ad Adamo Alberti, illustre impresario,
tempo fa, del teatro dei _Fiorentini_ a Napoli; leggete l'articolo
_Spettacolo di onore_ che chiude il primo fascicolo. Sono del Boutet
più schietto, e di quello che non ha bisogno di scrivere in dialetto
napoletano per riuscire efficace e nello stesso tempo divertente.