Quando tutte loro genti furo assembrate, ellino s'attendaro più presso
che potero l'uno all'altro, e li due prencipi, e quali erano coraggiosi
e fieri, avevano messo tutto loro ingegno e avere in gente ragunare
per avere la vittoria; e sì tosto com'ebbero ciò fatto, ellino non si
indugiaro più che non si assembrassero, che molto lo' parea all'uno
e all'altro che si tardasse la battaglia, tanto erano desiderosi
di combattare. Quelli due che prima s'assembrassero in su ricchi
destrieri dinanzi a tutte le schiere bene una balestrata, si fu Scipio
ed Anibal, che duramente si feriro in sulli scudi dorati, e quali
spezzare, e ruppero le lancio sugli sberghi doppi che non ne smagaro
niente, nè niuno de' due baroni cadde del destriere, anzi passare
oltre e misserò mano alle spade per combattare con coloro che lo'
venivano alla rincontra a grande ardire. Per questa giostra furo molti
cavalieri morti ed abbattuti, de' quali e cavalli fuggivano per lo
campo; e quando le genti appiei assembraro a quelli da cavallo, allora
fu grande dolore di sbudellare cavagli ed abbattere de' cavalieri, e
quelli che non si potevano levare, giacevano a terra; e sì avareste
da mille parti udito sgridare l'uno Cartaggine e l'altro Roma con
sì alte voci, che tutta la contrada ne rinsonava. Tre volte avvenne
che Anibal e Scipio combattero a corpo a corpo colle spade nude, e
tagliarsi li scudi innorati onde si coprivano, e tre volte li partì la
pressa de' loro cavalieri che si mettevano tra loro, e poco si poteva
sapere chi n'avesse il meglio; e quando le prime schiere di Scipio si
missero infra li alifanti, che quelli di Cartaggine avevano menati, in
quella parte Scipio si trasse colla forza de' Romani, chè coloro delle
castella che gli olifanti portavano, facevano di loro uomini molto
crudele dannaggio; ma poi che gli cominciaro a uccidare, eglino gli
fecero tutti tornare addietro, sicchè nullo ne potevano fare ritornare
alla battaglia di quelli che feriti erano e che fuggire potevano.