Allora vi dico che non lassaro per niente che non s'andassero a ferire
l'uno l'altro e uccidare senza nissuno risparmio; là volavano dardi
e saette, che l'uni e l'altri traevano sì spessamente più che la
piova che cade da cielo; e bene sappiate che là lo' fece molto bene
lo consolo Flammineo e li altri Romani che là erano, che difendevano
loro e loro terre valentemente, ma poco lo' valse alla fine, chè vi
fu morto lo consolo Flammineo, buono cavaliere e savio e pieno di
gran prodezza e di grande ardimento. E bene sappiate che poi che fu
morto, si difendero sì duramente li Romani come ardita gente e forte,
sì che tolsero la vita a più di mille di quelli dello re Anibal. Là
fu la battaglia sì orribile e sì grande, che le storie raccontiano,
che quella contrada in quello tempo tremò sì forte, che molte case e
difizii caddero per terra, e più montagne avallare giuso; e sappiate
ch'e fiumi lassaro loro corso e tornarono addietro tanto quanto lo
tremuoto bastò, ma di tutto ciò non sentivano niente coloro che
combattevano, tanto attendevano l'uno l'altro a uccidare; e là furo
tutti sconfitti li Romani, senza che, siccome io v'ô detto, lo consolo
Flammineo, che tanto era pro' e ardito e pieno di grande virtù, vi fu
morto, e con lui vinticinque migliaia di sua gente, e se' miglia presi,
e quagli non perdero allora la vita, anzi li fece lo re Anibal mettare
in prigioni, e mandonne in Cartaggine tutto l'avere e la gran preda,
ch'avevano guadagnata della battaglia.