Le pressioni dei campi di ghiaccio.
Nessun pericolo era venuto a turbare quel primo quarto di guardia. Una
calma assoluta ed un silenzio profondo regnavano sull’immensa pianura e
nessun orso si era mostrato in alcuna direzione.
Il sole, dopo d’aver tinto di rosso il campo di ghiaccio, era
tramontato, lasciando brillare le stelle, e quell’ammirabile croce del
Sud, che in quelle regioni indica il polo australe.
Blunt, a cui toccava il secondo quarto, ben avviluppato nella sua
coperta di lana, si era seduto fuori della tenda col fucile fra le
ginocchia, per vegliare sui compagni che russavano tranquillamente,
distesi sulle loro pelli d’orso.
Era già trascorsa un’ora, e verso il nord cominciava ad apparire una
striscia di luce che annunciava l’imminente ritorno dell’astro diurno,
il quale non rimaneva nascosto che due ore, quando tutto d’un tratto
l’immenso campo di ghiaccio si mise a crepitare in modo strano. Pareva
che una forza misteriosa, ma potente, tentasse di sollevarlo, o che lo
comprimesse ai suoi confini. Qua e là si formavano delle fessure d’una
grande lunghezza, che tosto si rinchiudevano e si alzavano, in cerchi
concentrici, delle colonne che subito scomparivano e si sfasciavano.
Quel fenomeno nuovissimo ed assolutamente inesplicabile per Blunt,
durò tre o quattro minuti, poi la calma ritornò, e quegli stridori
improvvisamente cessarono.
— Che sia avvenuto qualche terremoto? si chiese il velocipedista,
stupito. Fortunatamente qui non vi sono case che ci possano crollare
addosso. Spero che il signor Wilkye mi spiegherà questo fenomeno e.....
Non finì. Una brusca scossa era avvenuta e l’immensa pianura aveva
oscillato così violentemente da farlo cadere.
Quasi subito degli strani rumori si propagarono sotto la pianura. Erano
fischi acuti, stridori prolungati, sorde detonazioni e muggiti che
crescevano d’intensità.
Wilkye e Peruschi, svegliati bruscamente, si erano precipitati fuori.
Quale spettacolo!
All’incerta luce dell’alba, si vedeva la pianura ondeggiare come
se sotto di essa si dibattesse un mare in burrasca: si spaccava, si
rinchiudeva con formidabili detonazioni, con ululati spaventosi, con
ruggiti da far rabbrividire, si alzava e si abbassava violentemente,
e per ogni dove s’innalzavano delle piramidi enormi, come se fossero
spinte fuori da una potenza tremenda, che poi si sfasciavano con
immenso fracasso, scagliando i loro frantumi a grande distanza.
— Gran Dio! esclamò Wilkye, impallidendo. Le pressioni!... Dove siamo
adunque noi?
— Che si sfasci tutta la pianura? chiese Blunt, con accento di terrore.
Non ho mai veduto una scena simile.
— Tenetevi pronti a fuggire, rispose Wilkye. Siamo nelle mani di Dio!...
— Ma dove volete fuggire, che tutta la pianura si solleva? chiese
Peruschi. Siamo in mezzo ad una burrasca di ghiacci.
— Non lo so, ma se il banco si fende, bisogna fuggire o verremo
inghiottiti!
Intanto la grande pianura continuava ad agitarsi convulsivamente, a
fischiare, a stridere, a muggire ed a tuonare con fracasso assordante.
Vi erano certi momenti che si incurvava in alto, da temere che
scoppiasse e, cosa davvero strana, degli _ice-bergs_ sorti non si
sapeva da dove, quasi fossero muniti di un motore, s’avanzavano
attraverso ai ghiacci producendo delle spaccature tali, da inghiottire
una nave se si fosse colà trovata.
Quella convulsione spaventevole durò solamente pochi minuti, forse un
quarto d’ora, poi il grande campo si spianò, le spaccature si chiusero,
i fischi ed i muggiti cessarono e non si intese altro che un leggiero
fremito che agitava la crosta di ghiaccio su d’un vasto tratto.
— Sono cessate, disse Wilkye, respirando liberamente.
— Non si ripeterà questo fenomeno? chiese Blunt.
— Chi può dirlo? Le pressioni talvolta durano dei giorni interi.
— Ma da cosa derivano queste pressioni?
— Sono prodotte dai ghiacci: come voi sapete, l’acqua, gelando,
occupa uno spazio più considerevole e la sua forza d’espansione è così
potente, da rovesciare qualsiasi ostacolo.
Il freddo di questi giorni ha gelato l’acqua sottostante al grande
banco che noi percorriamo, ed il nuovo ghiaccio, dilatandosi, ha
prodotto questa tremenda convulsione.
— Ma adunque non ci troviamo più su di una pianura? chiese Peruschi.
— No, noi ci troviamo sopra un vasto banco di ghiaccio. La pianura non
esiste più: queste pressioni ce’l dicono.
— Adunque il continente australe non si spinge fino al polo?
— Non mi sembra.
— Che nel suo interno contenga un mare od un lago?
— Chi può dirlo?
— Non potremo saperlo?
— Forse.
— Che Linderman abbia la possibilità di spingersi fin qui? chiese Blunt.
— Il ghiaccio non si è sciolto e la sua nave non ha i mezzi necessarii
per passare sopra i grandi banchi.
— E queste pressioni permetteranno a noi di poter giungere al polo?
— Speriamolo, Peruschi.
— Sono spaventevoli, signore!
— Lo so, ma non si possono evitare e saremo costretti ad affrontarle
coraggiosamente.
— Udite come questo grande banco freme?
— Sì, e forse continuerà parecchio tempo.
— Ripartiamo?
— Blunt non ha riposato che due sole ore.
— E non ho più voglia di dormire, signore, disse il velocipedista.
Questi fremiti m’impedirebbero di chiudere gli occhi.
— Allora ripartiamo: forzando le marcie, posdomani possiamo giungere al
polo.
— In sella, signore, dissero i due velocipedisti.
In pochi istanti piegarono la tenda, arrotolarono le coperte,
raccolsero i viveri e ripartirono avventurandosi sul pericoloso banco
che se era tornato liscio, pure subiva delle vibrazioni che nulla di
buono pronosticavano.
Fortunatamente le pressioni non si ripeterono, e a mezzodì gli
arditi esploratori, dopo una corsa rapidissima, giungevano a 87° 44′
di latitudine, ossia a sole centotrentasei miglia dal polo. Furono
costretti a riposarsi parecchie ore, essendo affranti da quella lunga
marcia. Quantunque la vicinanza del polo infondesse a loro una energia
suprema, pure non si sentirono in caso di rimettersi in sella prima
delle quattro pomeridiane.
Stavano per ripartire, quando scorsero parecchi stormi di volatili
dirigersi verso il sud. Pareva che venissero tutti dal nord, ma erano
così alti, da non poter distinguere a quale specie appartenessero.
— Laggiù vi deve essere un mare od un lago, disse Wilkye. Quale
sorpresa sta per prepararci il polo australe? Che sia vero, che al di
là delle barriere di ghiaccio, si estenda il mare libero? Domani, se
Dio ci aiuta, spero di saperlo.
Ripartirono con una velocità di quindici miglia all’ora, volendo
riposarsi al di là del 89° di latitudine, ma furono ben presto
costretti a rallentarla. Il grande banco tendeva a cambiare: non era
più liscio come prima, ma interrotto da solchi e da ondulazioni assai
marcate, da crepacci profondi entro i quali si vedeva gorgogliare
un’acqua verde-cupa od azzurro-cupa, somigliante a quella degli oceani,
e qua e là si rizzavano degli ice-bergs, delle piramidi bizzarre, delle
colonne, delle cupole strane che scintillavano sotto i raggi del sole.
Anche le vibrazioni del ghiaccio crescevano di momento in momento che
la temperatura si abbassava, in causa del tramonto. Si udivano degli
scricchiolii prolungati, dei fremiti sonori, delle lontane detonazioni
e si producevano delle fessure che i velocipedisti evitavano con grande
difficoltà, avvenendo improvvisamente.
— Coraggio, amici, diceva Wilkye. Stiamo per superare le ultime
barriere del polo.
I due velocipedisti, quantunque fossero impressionati da quei continui
rombi, lo seguivano sempre, evitando le spaccature e raddoppiando di
lena, quando si presentava dinanzi a loro uno spazio piano e senza
ostacoli.
D’improvviso il grande banco sussultò fino agli estremi limiti
dell’orizzonte e così fortemente, che per poco i tre velocipedisti
non caddero di sella. Dopo quella prima scossa che annunciava
l’approssimarsi delle tremende pressioni, cominciarono i muggiti, gli
scricchiolii, le detonazioni, poi i ghiacci ripresero a sollevarsi ed a
spaccarsi, vomitando sul banco immensi getti d’acqua.
Gli _ice-bergs_, le piramidi, le colonne, le cupole oscillavano come
se le loro basi fossero furiosamente scrollate da una banda di Titani;
s’alzavano bruscamente, s’abbassavano, poi crollavano con sordo
fragore, sfondando, col loro enorme peso, il banco, il quale s’apriva
dovunque.
I tre esploratori, impotenti a proseguire la corsa su quella superficie
in convulsione, si erano arrestati, e pallidi, malgrado il loro
coraggio, gettavano sguardi atterriti su quei ghiacci che parevano
pronti ad inghiottirli nei profondi baratri del mare australe.
La morte stava a loro dinanzi, di dietro, a destra ed a sinistra e
nulla potevano fare, nulla tentare per sfuggirla. Essi si chiedevano
angosciosamente se eran proprio destinati a perire nel momento che
stavano per trionfare, nel momento in cui, dopo tante peripezie
coraggiosamente affrontate, stavano per piantare il vessillo americano
su quel punto situato ai confini del mondo australe che tanti audaci,
ma meno fortunati esploratori, avevano tentato per quattro secoli, ma
senza riuscirvi, di raggiungerlo.
La tremenda convulsione del campo di ghiaccio durò due ore, lunghe come
due secoli per gli esploratori che avevano veduto spaccarsi il ghiaccio
fin sotto ai loro piedi; poi le oscillazioni si calmarono, i muggiti
e le detonazioni cessarono ed i crepacci si rinchiusero. Il nuovo
ghiaccio si era fatto posto, ma quel campo non era più liscio come
prima; era coperto di picchi aguzzi, di piramidi, di ondulazioni, di
punte, di massi enormi.
— Mi sembra un sogno di essere ancora vivo, disse Blunt, che era ancora
pallido. Mai ho veduto la morte così vicina, signor Wilkye.
— Affrettiamoci a raggiungere il polo, disse Peruschi. Io ne ho
abbastanza di questi luoghi e sospiro il momento di ritornare al
continente.
— Sì, signor Wilkye, disse Blunt. Approfittiamo di questa calma per
raggiungere il polo; io non dormirò di certo su questo banco.
— Ma sono quindici ore che non riposate, Blunt, disse Wilkye.
— Mi sento forte, rispose il velocipedista. Preferisco correre tutta la
notte piuttosto che riposarmi qui. Quanto distiamo dal polo?
— Forse centoventi miglia; resisterete tanto?
— Sì, risposero i due velocipedisti.
— Allora ripartiamo: domani mattina noi avremo scoperto il polo.
— Avanti, signore!
Risalirono sulle biciclette e ripresero la corsa attraverso al campo di
ghiaccio che continuava a fremere ed a crepitare, ma ben presto furono
costretti a rallentarla e ad avanzarsi con estrema prudenza. I crepacci
si moltiplicavano dinanzi a loro, obbligandoli di frequente a fare dei
giri lunghissimi; gli ice-bergs che si rizzavano in forma di grandi
massi, sbarravano ad ogni istante la via, costringendoli a fermarsi
per trovare dei passaggi; le sporgenze crescevano ad ogni istante
minacciando di guastare le gomme delle biciclette, pure si sforzavano a
tirare innanzi e nessuno parlava di fermarsi. La speranza di giungere
ben presto al polo, infondeva in tutti una energia straordinaria e
faceva dimenticare ogni fatica.
A mezzanotte un altro grado era stato superato: sole sessanta miglia
li dividevano dal polo. La croce del Sud ormai brillava quasi sopra le
loro teste.
S’arrestarono qualche ora per sorseggiare una tazza di thè bollente,
essendo il freddo aumentato, poi ripresero la corsa in mezzo ad una
moltitudine di blocchi di ghiaccio, che si addossavano gli uni agli
altri.
Alle tre del mattino, nel mentre che il sole appariva all’orizzonte,
Peruschi, che precedeva i compagni di due o trecento passi, segnalò
un’alta montagna che si ergeva verso il sud e poco dopo una superficie
azzurro-cupa, che pareva acqua.
— Che il mare libero si estenda veramente attorno ai poli? si chiese
Wilkye. Che la supposizione degli scienziati e dei naviganti artici ed
antartici sia una realtà? Ah! ora comprendo perchè gli stormi d’uccelli
filavano verso il sud!... Animo, amici, il polo è a poche miglia da
noi!...
Non era necessario incoraggiare i due velocipedisti, i quali in
preda ad un entusiasmo che di minuto in minuto diventava più vivo,
precipitavano la corsa, girando attorno alle montagne di ghiaccio, ai
crepacci, agli ostacoli d’ogni specie, senza rallentare.
— Animo, animo, che il polo ci è vicino! ripetevano.
Gli ostacoli però si moltiplicavano dinanzi a quel libero mare che
scintillava verso il sud e dinanzi a quella montagna che prendeva
proporzioni gigantesche. I passaggi diventavano sempre più radi fra gli
ice-bergs i quali oramai pareva che chiudessero l’orizzonte meridionale
e gli esploratori perdevano un tempo prezioso.
Alle otto antimeridiane, affranti dalla fatica e dall’insonnia, furono
costretti a fermarsi nuovamente per riprendere lena. Ma ormai il mare
libero era vicino e la grande montagna che si rizzava nel mezzo, era
interamente visibile.
Alle 10, facendo un ultimo sforzo, intrapresero la scalata degli
_ice-bergs_ spingendo innanzi a loro le biciclette, e alle 11,50
giungevano, quasi improvvisamente, sull’orlo dell’immenso campo di
ghiaccio, a pochi passi dal mare.
Un _urrah_ fragoroso echeggiò sulle sponde di quel bacino, che mai,
prima di allora, erano state calpestate da piede umano.
Wilkye estrasse il sestante, aspettò il mezzodì e fece rapidamente il
calcolo.
— Amici miei, diss’egli con voce estremamente commossa e levandosi
il berretto, noi siamo al polo australe!... Spiegate la bandiera
dell’Unione Americana!...
Poi inoltrandosi verso quel mare, con voce solenne disse:
— Prendo possesso, in nome della mia patria, di questa regione. Forse
nessun essere umano mai verrà a premere il suo piede su queste terre od
alcuna nave a solcare le onde di questo mare, ma comunque sia, il polo
australe ci appartiene.
[Illustrazione: Prendo possesso, in nome della mia patria, di
questa regione (pag. 204).]
Blunt aveva estratta una piccola bandiera e Peruschi aveva rapidamente
unita un’asta avvitando dei cannelli di alluminio, che portava nel suo
sacco da viaggio.
Wilkye spiegò il vessillo e lo piantò sulla sponda salutandolo con un
triplice e fragoroso _urrah_!
Il polo australe era stato finalmente vinto!...