La situazione degli arditi esploratori stava per diventare molto
critica e le rosee speranze stavano per svanire. Arrestati a più di
trecentocinquanta miglia dal polo, a corto di viveri, lontani mille
e cento miglia dalla capanna, d’ora innanzi non dovevano contare che
sulle loro forze e sulle loro gambe.
Il polo era vicino e colle biciclette potevano raggiungerlo; ma
avrebbero potuto effettuare il ritorno alla costa, prima che il
tremendo inverno piombasse loro addosso e tramutasse quelle pianure
in un immenso deserto di neve, impossibile ad attraversare? E poi
avrebbero potuto resistere a quei freddi senza una stufa od una
macchina che li riscaldasse, non possedendo che una lampada e dodici
litri di alcool? Ed i viveri, avrebbero potuto durare tanto, mentre
ormai cominciavano a scarseggiare? Quale suprema lotta stavano per
intraprendere e quali crudeli sofferenze stavano per affrontare?
Wilkye, disceso dalla macchina, si era seduto su di un hummock come
fosse sfinito ed affranto da una tetra disperazione, e di là, colle
braccia incrociate, le labbra strette, il viso pallido ed alterato,
gettava cupi sguardi sull’immensa e silenziosa pianura che smarrivasi
verso le lontane regioni del sud. Pareva immerso in profondi pensieri o
in lotta contro una disperata risoluzione.
I suoi due compagni si erano intanto messi a scaricare i viveri, la
tenda e tutto il corredo, accumulandoli sul ghiaccio. Sembravano però
tranquilli e fidenti nel loro capo.
— Signor Wilkye, disse Peruschi, quand’ebbero terminato. Dobbiamo
rizzare la tenda o ripartiamo? Possiamo provare le biciclette e
guadagnare un altro grado, prima dell’ora della cena.
Wilkye si alzò e porgendo a loro le mani, disse con voce commossa:
— Siete due valorosi, due uomini degni di comparire a fianco dei più
audaci esploratori. Dunque non vi spaventa ancora, questa corsa verso
il polo?
— No, signore, e siamo pronti a seguirvi.
— È mio dovere di avvertirvi che stiamo per giuocare le nostre
esistenze. I viveri ci possono mancare nel ritorno.
— Ci metteremo a razione, signore, disse Peruschi. Ve lo abbiamo già
detto, noi non siamo venuti qui per fare una gita, ma per lottare
contro gli ostacoli più tremendi, pur di spiegare la bandiera
dell’Unione Americana ai confini del mondo.
— È vero, signore, confermò Blunt.
— Allora noi andremo al polo, amici, disse Wilkye. Ormai più nessun
ostacolo, nè la fame, nè il freddo, nè i ghiacci ci arresteranno.
Sciogliete la macchina.
— Ma potremo noi trasportare tutti i viveri, le tende, le armi, le
munizioni, le vesti, ecc.? chiese Peruschi.
— Non ci caricheremo che del puro necessario, rispose Wilkye. Dei
viveri per nutrirci dieci giorni, la tenda che ci è indispensabile
per ripararci alla notte dal freddo, le coperte di lana, le armi con
cinquanta cariche e la lampada ad alcool.
— Lascieremo qui il resto?
— Sì, Peruschi, e riprenderemo tutto nel nostro ritorno.
— Ma gli animali possono divorarci i viveri.
— Rizzerò un _cairn_ come usano le popolazioni del polo artico. Al
lavoro amici!......
Come si disse, la macchina era costruita in modo che si poteva smontare
ottenendo tre biciclette. Wilkye, che aveva assistito alla costruzione,
in pochi minuti sciolse i diversi pezzi, unì le ruote, vi adattò le
sterze ed i manubrii che aveva recati con sè, mise a posto i sellini
e consegnò ai suoi amici le tre biciclette, che in fatto di solidità
nulla avevano da invidiare alle altre.
— È fatto, disse. Ora aiutatemi a rizzare il _cairn_.
Radunò tutti gli oggetti che non potevano trasportare ed intorno ad
essi si mise ad ammucchiare dei massi di ghiaccio, che i suoi compagni
tagliavano nel campo, formando una specie di piramide alta parecchi
metri.
— Ecco ciò che si chiama un _cairn_, disse, quand’ebbe terminato. Ci
sarà facile a ritrovarlo in questa pianura e nessuno toccherà la nostra
riserva. In sella, amici e avanti sempre: la fortuna è con noi!.....
Salirono sulle biciclette dopo di essersi caricati delle provviste,
delle tende, delle coperte e delle armi le quali potevano diventare
preziose, e riforniti di viveri e della lampada ad alcool per la
cucina, ripartirono verso il sud, con una velocità media di quindici
miglia all’ora.
Quantunque fossero tutti e tre valenti velocipedisti, pure impacciati
come erano da quelle vesti pesanti dapprima si trovarono a disagio,
ma ben presto, specialmente dopo essersi riscaldate le membra, si
abituarono. La pianura del resto si prestava molto a quella corsa,
essendo perfettamente liscia e le ruote non scivolavano, essendo
leggermente dentellate.
Dovevano però evitare con estrema prudenza le sporgenze ed i margini
delle spaccature, per non correre il gravissimo pericolo di guastare
le gomme, quantunque fossero vulcanizzate per poter meglio resistere ai
freddi eccessivi di quella regione.
Peruschi, ch’era il più valente, apriva il passo, tenendo sulla cima
della sterza la bussola per mantenere l’esatta direzione, quantunque
già quell’istrumento avesse subìto una notevole variazione e non
indicasse più il sud del globo, essendo situato il polo magnetico,
a quanto sembra, a 70° di latitudine e 190° di longitudine, secondo
Hanster, e secondo Duperrey a 70° 90″ di latitudine e 195° di
longitudine.
L’intrepido velocipedista, che affrettava sempre più la marcia,
additava ai compagni i crepacci e le striature del ghiaccio a margini
rialzati, evitando a loro delle brusche evoluzioni, che potevano
produrre dei gravi capitomboli.
Alle sette di sera avevano già guadagnato quaranta miglia verso il
sud, toccando l’84° 40″ di latitudine. Wilkye, volendo risparmiare
le forze dei compagni, stava per gridare a Peruschi di arrestarsi,
quando vide piombare addosso al velocipedista una massa bruna, che era
improvvisamente sorta dietro ad una piramide di ghiaccio L’assalto fu
così repentino, che il disgraziato Peruschi stramazzò pesantemente sul
campo di ghiaccio, emettendo un grido di terrore.
Quella massa oscura gli si era gettata addosso e pareva che stesse per
stritolarlo.
— Peruschi!... gridò Wilkye, facendo uno sforzo disperato per accelerare
la corsa.
— Aiuto, signor Wilkye!... rispose il velocipedista.
— Gran Dio! esclamò Blunt. Un animale lo divora!.......
[Illustrazione: Afferrò il fucile per la canna... (pag. 190)]
Wilkye con una rapida corsa giunse a pochi passi dal velocipedista,
il quale si dibatteva disperatamente contro un animale enorme che
tentava di schiacciarlo col proprio peso e di stritolargli il capo fra
le mascelle. Armò rapidamente il fucile e fece fuoco a sei passi di
distanza.
L’animale, udendo la detonazione, fece un balzo indietro, poi stramazzò
a terra come fosse stato colpito a morte, ma facendo uno sforzo
supremo si rizzò sulle zampe posteriori e si precipitò addosso a Wilkye
emettendo delle rauche urla.
Quella fiera del continente antartico, faceva davvero paura.
Rassomigliava ad un orso, ma il suo corpo aveva dimensioni maggiori
di quelli della regione artica, il suo muso era un po’ più allungato,
i suoi occhi più grandi e feroci ed il suo pelo era lunghissimo e di
colore bruno-rossiccio.
Ritto sulle zampe posteriori misurava almeno sette piedi d’altezza
e poteva gareggiare col gigantesco orso grigio delle grandi Montagne
Rocciose dell’America settentrionale.
Quantunque fosse stato ferito, poichè il sangue gli sgorgava dal petto
arrossando il ghiaccio, in un lampo fu addosso a Wilkye, il quale
si trovava inerme, mancandogli il tempo di aprire la cartucciera.
L’intrepido americano però non si smarrì: afferrò il fucile per la
canna e servendosene a guisa di mazza, percosse furiosamente il muso
della fiera, fracassandole una mascella.
Quel momento bastò. Blunt era già giunto e Peruschi si era prontamente
alzato da terra col fucile in mano.
— Fatevi da parte, signor Wilkye, gridarono.
Echeggiarono due detonazioni: l’animale colpito da due altre palle
s’arrestò, gettando un rauco urlo, girò su sè stesso, poi piombò sul
ghiaccio rimanendo perfettamente immobile.
— È morto! gridò Wilkye. Grazie amici.
— Grazie a voi, signore, disse Peruschi. Senza il vostro soccorso, a
quest’ora non sarei più nel numero dei viventi.
— Siete ferito?
— Non m’ha stracciata che la casacca.
— Ma è un orso? disse Blunt.
— Credo che appartenga alla famiglia dei plantigradi, rispose Wilkye.
Mi sorprende però di aver trovato qui un simile animale.
— E perchè, signore? Forse che al polo artico non vi sono gli orsi
bianchi?
— È vero, Blunt, ma gli esploratori antartici non ne hanno mai veduti
su questo continente.
— Mai?
— No, poichè nessuno ne ha fatto menzione.
— Forse questi orsi vivono solamente nell’interno del continente e
fuggono le vicinanze del mare.
— Deve esser così, disse Wilkye. Gli esploratori antartici non si sono
inoltrati nel continente e questi animali possono essere sfuggiti ai
loro occhi. Comunque sia, io penso che noi abbiamo qui tanta carne da
cibarci per parecchie settimane.
— Sarà mangiabile? chiese Peruschi.
— E perchè no? La carne dei plantigradi è eccellente, anzi rassomiglia
a quella dei maiali, e conto di regalarvi un arrosto delizioso.
— Ci fermiamo qui?
— Sì, Peruschi. Sono già le sette e siamo stanchi: un riposo di dieci
ore ci farà bene.
— Dovremo però vegliare per turno, disse Blunt. Ora che sappiamo che
qui ci sono degli orsi, sarebbe un’imprudenza addormentarci senza un
compagno che vegli.
— Ognuno farà il suo quarto di guardia. Ed il vostro velocipede, si è
guastato, Peruschi?
— No, signore. Ho avuto la precauzione di allontanarlo subito, prima
che le zampaccie dell’orso me lo rovinassero. Sarebbe stata una
disgrazia irreparabile.
— È vero, Peruschi; sareste stato costretto a rimanere qui, ed
a ritornare alla costa a piedi. Facciamo a pezzi l’orso. Abbiamo
dell’alcool e la piccola lampada ci permetterà di arrostire alcune
costolette.
Mentre Blunt rizzava la tenda, Wilkye e Peruschi armatisi di scure
e di coltello, si misero a sezionare l’orso, dopo d’averlo privato
della folta pelliccia. Scelsero il pezzo migliore, ne misero da parte
alcuni altri che dovevano servire nei giorni susseguenti e il rimanente
chiusero in un _cairn_ per ritrovarlo al ritorno, non potendo, come è
facile immaginare, caricarsi d’un peso così enorme.
Accesa la lampada, anche per rialzare un po’ la temperatura interna,
facendo molto freddo anche sotto la tenda, misero ad arrostire un pezzo
d’orso, il quale non tardò a spandere all’ingiro un odore appetitoso.
— Se ci fosse qui Bisby, quale scorpacciata farebbe, disse Peruschi.
— Ne farà forse una migliore nella capanna, in questo momento,
disse Wilkye. È venuto al polo per ingrassare, immaginatevi voi come
saccheggierà le nostre provviste. Ho fretta di ritornare per tema di
non trovarne più.
— Quale disgrazia, se ci desse fondo prima del nostro ritorno.
Fortunatamente vi è la _Stella Polare_.
— Voi contate sulla nave? Io temo di non rivederla più mai.
— Credete che si sia fracassata, signor Wilkye?
— Che sia stata imprigionata fra i campi di ghiaccio.
[Illustrazione: L’arrosto è pronto... Intanto si assisero
sulle pelli... (pag. 196)]
— Non potrebbe liberarsi?
— Forse, ma l’anno venturo. Moltissime sono state le navi che dovettero
svernare fra i ghiacci un intero anno ed anche due.
— Un simile ritardo sarebbe disastroso per noi, signor Wilkye, disse
Blunt.
— Lo so, amici, ma se torniamo prima che piombi su di noi l’inverno, ci
affretteremo a lasciare il continente, imbarcandoci sulla scialuppa.
— In queste regioni è sempre eguale l’inverno?
— No, Blunt. Talvolta è così freddo e così precoce, che sul finire
dell’estate tutte le coste sono bloccate dai ghiacci e gela un vasto
tratto di mare. Anche nelle nostre regioni gli inverni non sono mai
eguali e ne abbiamo avuti di quelli veramente rigidissimi.
Nel 1400, per esempio, tutti i mari al nord dell’Europa gelarono,
impedendo la navigazione. Nel 1410, il freddo divenne così intenso in
Europa ed in Asia, che l’inchiostro gelava all’estremità delle penne,
costringendo gli scrittori ad adoperare le matite, e la mortalità fu
così grande, che in Russia i lupi entravano a branchi nelle città per
divorare i cadaveri abbandonati nelle vie.
— Era una temperatura polare, disse Peruschi.
— Anche nel 1558, il freddo fu tremendo in Europa, continuò Wilkye. In
parecchi Stati si vendeva il vino a peso, dovendolo spaccare a colpi
di scure, perchè erasi gelato. Nel 1709, altro inverno crudissimo,
fece morire gran numero di persone in Europa ed in America: le
campane, suonandole, si spezzavano, e moltissime piante dei giardini
soccombettero.
Nel 1795 il gelo fu così intenso, che non fu possibile un fatto d’armi
in tutta l’Europa, e permise, a pochi squadroni di cavalleria francese,
di fare prigioniera la flotta olandese che era stata chiusa fra i
ghiacci del Texel.
— Un bel caso! esclamò Blunt. La cavalleria che prende una flotta! Si è
mai udita una cosa simile! Quale sorpresa per gli equipaggi olandesi!
— Basta, signori, disse Peruschi. L’arrosto è pronto e vi assicuro che
è migliore di un pezzo di maiale.
Si assisero sulle pelli ed assalirono vigorosamente l’arrosto il quale
fu, ad unanimità, dichiarato squisito.
Alle 9, Wilkye e Blunt si avvolgevano nelle loro coperte e si
addormentarono sotto la guardia di Peruschi a cui spettava il primo
quarto.