Abitator del paradiso, o santo
Messaggiero di Dio, se mai per prova
Sapesti amor, se mai de le terrene
Tenebrose venture unqua ti venne
Conoscenza e pietà, deh! non lasciarmi
Derelitto così questo che tanto
Sovra tutte le cose ebbi diletto
Amatissimo capo! Amor fu tutta
La colpa nostra! Amato abbiamo entrambi,
Pianto entrambi abbiam noi! Raggio o sorriso
Non sparse mai sul nostro cor la gioia;
Ma il dolor con sue negre ali ne aggiunse
Fedelissimamente, e il morir tenne
Loco di maritaggi, e fu l'inferno
Del nostro santo amor talamo e altare!
Oh! qual favor, qual grazia oggi m'assume
Al cospetto di Dio, che me da tanta
Parte de l'esser mio svelle e divide?
A dura prova, a strazio orrido il Cielo,
Credi, questa tremante anima espone.
Deh! non negar che meco ei venga! Assunto
Meco al Cielo egli sia! Vedi? Mi manca
Tanta virtù, che da costui che piange
Eternamente io mi divida!
L'ANGELO
O cieche
Anime! O grazia del Signor, che indarno
Come fiume di luce ti diffondi
Su questo capo impenitente! Amore
Tu invochi? Ascolta: amor cantan le sfere.
I.
CORO D'ANGELI
Qui dove s'incolora
D'eterne rose il giorno,
Fra novi astri il soggiorno
Pose Colui che l'anime innamora.
Amor qui regna; al sole
Ei dà la luce, ei regge
Gli astri nel cielo ad intrecciar carole,
E al cielo, al mare, all'universo è legge.
I.
CORO DI DIAVOLI
Liberi come il vento,
Senz'amor, senza legge e senza posa,
D'ogni creata cosa
Noi Siam guerra e spavento.
Guerra noi siam, che adduce
Per la gora del mondo anima e vita;
Ombra noi siam, da cui sorge infinita
Brama ed amor de la siderea luce.
II.
CORO D'ANGELI
Qui in armonia perenne
Ogni sospir si muta;
Qui trova eco solenne
Ogni voce che al mondo erra perduta;
Qui in dolce ambra odorosa,
Che al sol novo scintilla,
Vien mutata la lacrima pietosa
Che amor da una soffrente alma distilla.
II.
CORO DI DIAVOLI
L'aria, la terra, il mare,
Tutto che vive e pensa a noi soggiace.
Nostro è l'arbitrio audace
Onde sorgon l'imprese inclite e chiare;
Per noi servo e conquiso
Non giace il vol de le coscienze ardite,
Anima nostra è la feconda Lite,
Virtù il dispregio, ed arma nostra il riso.
III.
CORO D'ANGELI
Nocchier naufrago, assorto
Da negre onde in tempesta,
Qui ai tuoi lunghi travagli apresi un porto,
Del procelloso mar la riva è questa.
Qui, dov'è luce e amore,
Trova ogni anima pia l'alma sorella,
Ogni affanno terren mutasi in fiore,
Ogni anima che amò diventa stella.
FRANCESCA
O dolcezze ineffabili! o celeste
Melodia, che nel cor placida scende
Come fioccar di mattutina neve
Sovra un povero arbusto! Un dolce io sento
Söavissimo spirito di pace
Scorrermi per le fibre intime, e come
Una memoria lungamente cara
D'un ben sempre sognato e mai raggiunto,
Come il ricordo d'un april fuggito
Sull'ali del più bello angiol d'amore,
Malinconicamente in cor mi parla
La gioia d'un perduto Èden, da cui
Sento che da gran tempo esule io vivo!
PAOLO
M'abbandona ella già! Mai non la vidi
Trasfigurata in simil guisa! Al cielo
Tende, a modo di stanche ali, le braccia,
E nel fronte e nei cari occhi le splende
La presenza del Nume!
FRANCESCA
Ascolta, ascolta!
Odo a nome chiamarmi; il cielo io veggio,
Veggio de le beate anime il coro
Radïante di luce...
PAOLO
Ombre di morte
Son su 'l mio guardo, e la bestemmia ascolto
Degli infelici, a cui negato è il cielo.
CORO DI BEATI
Oh! venite, venite, o dolorose
Anime erranti, cui l'amor flagella;
Nostre son queste miti aure odorose,
Nostra è la luce, ond'ogni ciel s'abbella;
Nostro il tesor de l'armonie nascose,
Che tempra ogni astro e ad ogni cor favella;
De le plaghe del ciel nostro è ogni fiore,
Nostro è il guardo di Dio, nostro è l'amore.
Oh! venite, venite! E se di pianto
Fu nutrito fin'oggi il vostro affetto,
Qui nasce un fior, che s'alza e s'alza tanto,
Che ogni astro attinge, e il fior degli astri è detto,
E chi ciba di lui, quel nodo infranto
Vedrà che il lega ad un terrestre obietto,
E ne l' oblio d'ogni beltà finita,
Saprà l'amor, la verità, la vita!
FRANCESCA
Obliare, obliar?... Che intesi? Il cielo
Loco non ha per le memorie mie?
VOCE DELLA MADRE
Sorgi a l'amplesso mio,
Vieni, non odi di mia voce il suono?
Figlia, senza di te sola son'io;
Tutto luce è nel ciel, ma cieca io sono.
Piegato ha il mio pregar l'ira di Dio,
Co 'l mio pianto cresciuto è il suo perdono;
Vieni, diletta mia, vieni e saprai,
Che amor qui sorge, e non tramonta mai.
FRANCESCA
O madre mia!
_(All'angelo)._ Partiam, fuggiam da questa
Tenebra lungi! Al ciel recami, al cielo
Patria degl'infelici! Oh! vedi? Io posso
Sostener la tua vista; al fin ti veggio
In tutto lo splendor che ti circonda
Nel paradiso.
PAOLO
O mia Francesca!
FRANCESCA
... Un serto
Di stelle fulgidissime circonda
Il tuo fronte, il tuo crin, tutta è di luce
La tua pura sostanza. Oh! schiudi il volo,
Scoti le penne lampeggianti; mira,
Io ti seguo, io m'inalzo!
PAOLO
O mia Francesca!
FRANCESCA
Chi piange qui? Chi mi rattien?...
Deh! vieni
Vieni tu pure, alma infelice! Iddio
Ne chiuderà nel suo perdon, siccome
Due piccioli, sorgenti astri, che il sole
Ne l'oceano dei suoi raggi confonde.
Fuggiam, fuggiam da questi lochi. Oh! mira...
Ma a che, pietoso messagger, tu il guardo
Luminoso da me torci, e le penne
Pur dianzi aperte e lampeggianti al volo
Mestamente sui lievi òmeri chiudi?
Venir sola degg'io? Su questa fronte,
Ch'io tanto amai, ch'io tanto amo (oh! perdona,
Pietoso angiol di Dio! nel cor mi siede
Quella memoria ancor, nè forse il cielo
Cancellarla potria) Rispondi: eterna
Su questa fronte derelitta e cara
Striderà l'ira del Signor? Ch'io sappia
Pria di partir...
L'ANGELO
Sieguimi!
FRANCESCA
Ah! di'...
L'ANGELO
Ritorno
Far deggio al ciel recando il tuo rifiuto?
Breve istante t'assegno.
PAOLO
Ah! parti, il segui,
Lasciami, fuggi...
FRANCESCA
Oimè!
PAOLO
Svolgiti; addio...
Eternamente!
FRANCESCA
Addio!
PAOLO
Pur, là nel cielo,
Non obliarmi!... Al nostro amor talora,
Al morir nostro il pensier volgi!
FRANCESCA
O dolci
Istanti de la terra, e voi del nostro
Tanto soffrir memori luoghi... addio!
_(La musica risuona più dolcemente; l'angelo dispiega le ali e
cinge Francesca delle sue braccia)._
PAOLO
Scatenatevi, o turbini; ululate,
Dèmoni e voi, spalancatevi, o abissi,
Fulmina, o ciel; tutti or vi spregio e sfido,
Che solo al pianto eternamente io resto!
_(Mentre i demoni stanno per impadronirsi di Paolo, e Francesca
stà per sollevarsi al Cielo, Lanciotto ripassa in fondo in mezzo
ai diavoli)._
FRANCESCA
Oh! sorreggimi al volo! È tanto grave
Quest'aria, e l'ali mie son così stanche!
Lascia ch'io posi anco un istante! Intorno
Vedi? fiorito è questo loco...
L'ANGELO
Orrendo
Loco di pianto e di supplizio è questo:
Vieni, il ciel si dischiude...
FRANCESCA
Il ciel? Deserto
È intorno a me; vasto deserto! Mute
Son l'armonie, pallidi gli astri, estinta
Ogni luce, ogni raggio... Immoto, in grembo
D'una tenebra immensa, Iddio balena
Terribile dagli occhi... Oh! non è questo
Il ciel, l'amor questo non è! Lasciatemi,
Udite? Egli è laggiù!... laggiù dal fondo
Di quell'abisso piangendo ei mi chiama...
Oh! la mia gloria, l'amor mio, la luce,
Tutto il mio cielo in quest'abisso è chiuso!
_(si stacca dalle braccia dell'Angelo e ripiomba abbandonatamente
sul suolo)._
PAOLO
Che fai? misera donna! eternamente
Tu sei perduta!...
FRANCESCA
Eternamente io t'amo!
_(La musica cessa d'un tratto; la bufera mugola spaventosamente,
i demoni intrecciano una tregenda)._
UN DEMONIO
Oh! nostra gloria onnipossente!
L'ANGELO
_(Coprendosi la faccia)._ Oh! amore!
FINE
PARTE SECONDA.
(1869-72.)
_Ver novum._
ALLA NATURA.
per il congresso dei naturalisti tenuto in Catania.
A te, diva Natura,
Sorga dal petto il libero
Inno più caro al ciel;
Sia che remota e scura
Volgi pe 'l mar de l'essere,
Sia che t'assenti a noi scevra di vel.
Di falsi idoli ai piedi
Chinar non vuò l'indocile
Fronte devota a Te!
Tu che su tutto siedi,
Una, diversa, onnigena,
Inni e culto tu sola avrai da me.
Sul tuo carro di stelle
Muta procedi, e il pallio
Serri al virgineo sen;
Danzan leggiadre e snelle
L'ore ai tuoi passi, e stendono
Per le vuote regioni ampio seren.
Sotto al tuo ferreo trono,
Come bendate vittime
Presso il fumante altar,
Servi e costretti sono
L'ire dei nembi e i fulmini,
E le insidie e i selvaggi odî del mar.
Tu parli, e pe' profondi
Spazî fecondo s'agita
Il tuo soffio vital;
Sorgon pianeti e mondi
Ad intrecciar le lucide
Danze intorno a la tua fronte immortal.
Fremi, e dai morti abissi
Balzan vulcani, e mugola
Il riverso oceàn;
Cadon confusi e scissi
Mondi e pianeti, e placida
Tu sui lampi passeggi e l'uragan.
Ma allor che sulla bocca
Passa qual raggio d'iride,
Un tuo riso gentil,
Amor che i dardi scocca,
L'alme raccende, e il fremito
Sente la terra del fiorito april.
Così tu regni. Poco
È al tuo possente imperio
Il vuoto e l'avvenir;
Son tuo trastullo e gioco
Gli astri, gli abissi, i secoli,
L'albe e i tramonti, il vivere e il morir!
Salve! Dal carcer nero
Ove, superbi Enceladi,
Veniam teco a tenzon,
Al tuo nume severo
Prostro io la faccia, e trepida
Alzo la voce de la mia canzon!
Salve! Se lieta e pia
Mai concedesti a l'italo
Genio un tuo raggio sol,
Or da' che questa mia
Natante isola il fulgido
Serto rinnovi, e levi inclita il vol.
Mira! Al tuo culto eletti
Qui manda Ausonia i provvidi
Figli del suo saper;
Da sacro amor costretti,
La vasta ombra d'Empedocle
Dal fumante li chiama ampio crater.
Sorridi a noi, sorridi,
O dea, sia che da l'Etna
T'amiamo oggi invocar,
O dai petrosi lidi,
Ove fuggente e pavido
Scagliossi il poveretto Aci nel mar.
Vedremo ai tuoi benigni
Lumi svelar più docili
Tesori il Mongibel:
Quanti ha zolfi e macigni
E immonde scorie e fumide
Sabbie e insoluto al sol manto di gel.
Dai vorticosi balli
Verrà l'onda del Càmmaro
Queta a lambirti il piè;
Di conche e di coralli
Ne verseran le Najadi
Dai ricolmi canestri ardua mercè.
Allor d'alti portenti
Risplenderà più vivido
L'invidïato allôr;
E a le stupite genti
Schiuderà il Genio italico
Nuovi Olimpi di gloria e di splendor!
A FRANCESCO DALL'ONGARO
nel dedicargli una tragedia.
EPISTOLA.
Se dai lirici voli, a cui seconda
Spirò l'itala Musa, or mi raccolgo,
E allaccio al piede il Sofoclèo coturno,
Tu da' vènia al poeta. Instabil alma
Diè natura al mio petto; e s'or m'aggiro
Spensierato pe' campi a coglier fiori,
Or pensoso d'amor canto a le stelle,
M'è pur caro talor spinger fra' nembi
La musa, o tra l'impure ansie del mondo
Incorrotta portar l'alma e la cetra.
Dirai: Perchè de la plaudente scena
Paventasti il cimento? Arguto senno
D'accigliato Aristarco esalta indarno
Opra che pria non allettò gli orecchi
(Sien lunghi pur!) di Frine e di Narciso.
Ben hai ragion: Melpomene non balla
Su polverosi tavolini al lume
Di lucignoli incerti, e non si pregia
Star tra vecchi scaffali a pigliar mosche
Nel regal manto che le tesse Aragne.
Ma vuoi tu, d'eleganti attici sali
Maestro e caro de le muse alunno,
Vuoi che la sacra libertà de' carmi
E le leggi, ond'ha vita unica il Bello,
Vil strumento sien fatte a l'irrequiete
Voglie e al capriccio de l'istabil Moda?
O vuoi, che quanto mi mandò da l'alto
L'invisibile Genio, e la severa
Arte ridusse a non fallibil norma,
Come vecchia libbréa scorci e rimendi
Perchè s'attagli a le gibbose terga
D'un vecchio Davo, o d'un urlante Oreste?
Non dissimulo il ver: vanto non cerca
Di ritte chiome e di donneschi aborti
La mia povera Musa, e la fallace
Scena paventa, ove con acre frizzo
Di sconce salse e di stranieri aromi
Stuzzicar dee lo stomacato senso
D'egri mariti e di svagate dame.
Ben qui morto non è (volgan la punta
Le malediche lingue ad altri obietti)
Il gusto almo de l'arte: e se a le stelle
Balza Macrino a furia di gazzette,
Macrin, che tramutò l'itala scena
In orrendo covil d'egizia maga,
Direm, che sol di pane e di circensi
Uopo han l'itale genti? o che distrutti
Sono i tripodi sacri e l'auree bende,
Onde culto solenne ebbero un giorno
L'arti vaganti dal natio Cefiso?
Lascia, che dal polmon fradicio e stucco
Tragga il tempo un sospir: vedrai per l'aria
Tante aurate scoppiar bolle e vesciche,
Ch'astri parvero al vulgo; e a lui, che indarno
Del carro de la fama unse le ruote,
Restar di tanti plausi e tanti allori,
Appena appena un ciondolin sul petto.
A sciocca plebe, che s'allegra al lazzo
D'osceno Stenterello, e piange agli urli
De l'omicida frenesia d'Orlando,
Melpomene s'invola; e benchè molti
Sdegnosi petti e non corrotti ingegni
Al severo suo culto ardan devoti,
Qual ne trarrem giammai pregio e decoro,
Se qual zingara abietta erra pe 'l mondo
L'arte di Roscio, e divien Roscio istesso
Mercatante di laudi e di quattrini?
Però non slaccerà l'arduo coturno
La mia tragica Musa, e tu, cortese,
Del favor tuo l'affida. I casi udrai
Di Manfredi infelice; e se di sacra
Ira, più che di pianto, illustre obietto
Ti fia l'alta sua fine, ed all'inulta
Ombra tesor darò d'itali sdegni
Contro l'invitta tirannia di Roma,
Vano non fia che mi si schiuda un giorno
L'ambito onor de la redenta scena.
Tu, quando a l'ara de le Grazie, intatto
Sacerdote, t'appressi, o sia che aspergi
Di doriche fragranze il patrio stile,
O ver che a le dormenti api di Flora
Con astuzia gentil sottraggi i fiori,
che le perle de la tua laguna
A le propizie Dee volgi in monile,
Deh! se mai ti fui caro, al sacro rito
Me non ultimo accogli, e men dolente
Vita mi prega! Chè se neri e torti
Fia che ne mandi il ciel sempre i destini,
Miglior senno allor fia frangere a' sassi
L'arguta lira e il tragico pugnale,
E con la larva di Talìa sul volto
Ridere almen degli altri e di me stesso!
A MADONINA.
Ben sovra i fior d'aprile
Care ti son le rose,
O fanciulla gentile,
Cui de le rose al pari
I versi anco son cari.
Tra le nitide foglie
Le sue perle odorose
La mite alba raccoglie;
E succhi e miele insieme
La parca ape ne spreme.
Così, se fra le belle
Labbra tu chiudi e suggi
Le foglie tenerelle,
Tesor d'aërei cibi
Ne traggi e ne delibi.
E dentro al cor, converso
Da un Dio, per cui ti struggi,
L'umor succhiato in verso,
Dolce e fragrante il detto
Sgorga dal vergin petto.
Io per la bionda riva
D'Arno, pensoso e solo
M'aggiro, e al cor m'è viva
Qualche memoria e il nero
Fiore del mio pensiero.
Ma spesso a l'ora bruna
Torno furtivo a volo
Sovra la tua laguna,
E a te chiedo, o pietosa,
Qualche foglia di rosa.
UN ASTRO.
Ella dicea: Da questa ultima e bruna
Terra, ov'io traggo i dì sola e dolente,
L'astro io ti chiamo della mia fortuna,
Pietoso astro nascente.
Ed or che lungi dal mio patrio tetto
Come rondine io vo' di lido in lido,
A te rivolgo il mio segreto affetto,
Con te piango, o sorrido.
Ai misteri del ciel mi spingo ardita,
Erro i campi dell'aria, e mi confondo:
Chi sa, se un sol tu sei, luce infinita,
Se sei tu solo un mondo!
Forse lontane da quest'aure impure
Hanno l'anime in te gaudio perenne;
Occhio eterno del ciel, potessi io pure
A te drizzar le penne;
E scosso il peso del natio dolore,
Ond'io vivo quaggiù stanca e delusa,
Circonfondermi anch'io del tuo splendore,
Essere in te confusa!
E con l'arcana melodia, che ignora
Sol nel mondo l'abietta alma e la rea,
Così a la giovinetta anima allora
Il bianco astro dicea:
Solo, al pari di te, per questa eterna
Solitudine io vo' nel ciel disperso,
Nè la vita mi giova e la superna
Luce che intorno io verso.
Ah! non sai tu, ch'ogni creata cosa,
Come provvide il ciel, sente e favella?
Ch'à linguaggio d'amor l'astro e la rosa,
La brina e la procella?
Giovinetta, a te caro è in su la sera
Questo cielo ov'io splendo, ed io frattanto
Lascerei questa luce e questa sfera
Sol per venirti accanto;
E il mio fato obliando e i raggi miei,
Del tuo mondo sfidar gli affanni e l'ire,
Solo un giorno per te viver vorrei,
Dir: t'amo, e poi morire.
CARA SE VUOI SAPER...
Cara, se vuoi saper perchè s'apprende
Tanta dagli occhi tuoi fiamma al mio core,
Dimmi pria, perchè in ciel l'astro risplende,
Perchè va l'ape al fiore.
Cara, se vuoi saper quanta dolcezza
Mi sia l'amor che tu mi dai cotanto,
Chiedilo al fior, che a la notturna brezza
Leva lo stelo affranto;
Chiedilo a l'uccellin che mesto e solo
Pellegrinando errò tanto paese,
E sul cader del dì raccoglie il volo
Nel suo nido cortese.
Cara, se vuoi saper quanto sia forte
L'amor che lega i nostri dì fugaci,
Niun mai dir te 'l potrà fuor che la morte,
Niun mai fuor che i miei baci.
Oh! che colpa abbiam noi, se ogni soletta
Alma amor cerca per gentil costume?
Se va l'albe a cercar l'allodoletta,
E la farfalla il lume?
L' amore, il nostro amor, cara fanciulla,
Gioie saprà trovarci anche nel lutto:
Ci cullerem, come l'alcion si culla
Sul tempestoso flutto.
ALLE LUCCIOLE.
O mobili e viventi
Atomi luminosi,
Che pe' cheti riposi
De le notti silenti,
Muovete in fra le siepi
Degli orti e dei presépi;
O lucciole errabonde
Che mi girate intorno,
Da queste, ov'io soggiorno,
De l'Arno ospiti sponde,
A lei la mente io giro,
Che un dì fu il mio sospiro.
Con infantil costume
Pei taciti vïali
Ella seguiavi, e l'ali
V'invidiava e il lume,
Che non diè il fato rio
A noi, simili a Dio.
Pe 'l verdeggiante piano
Noi vagavam co 'l vento,
Angioli d'un momento,
Tenendoci per mano;
E gl'istanti fugaci
Numeravam coi baci.
Tutto or passò! Le infide
Gioie annerì l'oblio;
E forse al nome mio
Pensando, ella sorride;
Sorride, ed io frattanto
Sogno d'un'altra accanto.
D'una, che ha neri e belli
Tutti amor gli occhi, ed una
Sera mi diè la bruna
Ciocca dei suoi capelli;
D'una che ancor può darmi
Le illusïoni e i carmi.
Io di lusinghe aurata
Non tesserò catena
A quella sua serena
Anima innamorata,
Chè poveretto e lasso
Sovra la terra io passo.
Che val? Com'ape o uccello
Che va di ramo in fiore,
Passa su noi l'amore,
Che, perchè ha l'ali, è bello;
Ha l'ali e il miel raccoglie
De le più dolci foglie.
Ma questa ora fiorita
Che sopra il cor mi vola,
Questa ricchezza sola
Dar posso a la sua vita:
Fulgor d'oro e di tede
Altri le dia, se il chiede.
Quest'ora è mia; m'accende
Amor l'alma e son vivo;
Siccome il fuggitivo
Foco che in voi risplende,
Quest'ora è il mio tesoro,
O lucciolette d'oro.
Qualor, pensoso, al tardo
Raggio degli astri incerti,
Fra questi olmi deserti
Al vostro lume io guardo,
Al buio orrido immenso
E a nostra sorte io penso.
Chi sa? Forse de l'erbe,
A cui movete in giro,
Far credete un empiro,
O picciole superbe,
Spaziando inclite e belle
Ad emular le stelle.
Chi sa? Simili a voi
Forse non siam? Non siamo
Tutti, gorilla o Adamo,
Codarde anime o eroi,
Fuggevoli scintille,
Che morte spegne a mille?
Come iridate bolle,
Che dal veron sublime
Il fanciullino esprime,
Tal noi su queste zolle
Lancia per suo trastullo
Dio, l'eterno fanciullo.
Lieti del fatuo raggio
Ch'abbiamo entro al pensiero,
Pe 'l mare ampio del vero
Crediam muover vïaggio,
Ma ognun s'agita e culla
Nel mar del proprio nulla.
O lucciolette, io, quando
Siccome gemme alate
Pe 'l bruno aer volate,
A l'esser mio pensando
E al baglior vostro infido,
Pianger vorrei; ma rido.
A GISELDA.