Capelli biondi.
Corrado viaggia; valica fiumi e monti, fugge inseguito da rimorsi
senza nome — poi ad uno ad uno i fantasmi neri si stancano e lo
abbandonano per via, finchè solo le immagini della sciagura rimangono
a contemplarlo con occhio di pietà, mentre egli attraversa pensoso le
ultime borgate che lo separano da V***.
E un bel giorno, nell’ora del tramonto, laggiù nella valle della
Varaita, dinanzi alla Narcisa che piange, a Gianni che ride e guarda
con occhi spalancati, egli se lo piglia nelle braccia, il bambinello,
e gli scioglie i nastri della cuffietta bianca, e a lungo, a lungo,
accarezza la lanuggine della testina bionda.
È passato un anno.
Altri anni volano e passano. Antonio non è mutato; egli sa di dover
rimanere al mondo per servire il padrone, ha promesso a sè stesso di
non morire e comincia dal non invecchiare; vedilo ritto sulla soglia,
duro, impettito, solenne, quando entra od esce il suo tiranno — è un
uomo nuovo, come è nuova la casa, come nuova è la vita in quel paesello
svizzero.
Quanto alla Valentina, è tal quale; i suoi canarini vengono e se ne
vanno — vengono ignoranti e se ne vanno pieni di dottrina; la mamma li
battezza e li sepellisce, ma non muta. E Mario? morto; la buona donna
pensa qualche volta che lassù ci deve essere una bella gabbietta anche
per lui.
Corrado solo invecchia; si è lasciato crescere la barba, e nessuno gli
strappa i fili d’argento dei capelli. Non è allegro, ma è felice; una
pace profonda, una contentezza che spicca dal fondo d’un dolore lontano
— ecco la sua felicità, la sola felicità della terra.
Nel paesello tutti lo conoscono e lo amano, perchè fa l’elemosina d’un
pane e d’un sorriso alla povera gente; ma quando passano entrambi,
tenendosi per mano, egli e suo figlio, tutti si voltano a guardarli,
qualcuno li benedice.
Corraduccio è bello, coi suoi occhioni neri, colle guancie di rosa e la
testina ricciuta, così bello, che pare ogni volta più bello.
Spesso, nell’ora del tramonto, il povero padre se lo tira fra le
ginocchia, e lo fa cianciare per udirne la vocetta gentile; poi pensa,
si ricorda, lo prega di star zitto, e lo guarda lungamente per rivedere
in lui.... E dice dentro di sè: «ah! se invece!...» si arresta, si
pente, gli pare di offendere la creaturina, che gli chiede sbigottita:
«Perchè mi guardi così, babbo?
Corrado alza il capo e domanda:
— Non è vero che mi somiglia?
E allora Antonio, il quale per caso si trovava in contemplazione nel
vano d’un uscio, si fa innanzi partendo col piede sinistro e dice
solennemente:
«Sfido a dubitarne io; la fronte è la stessa, il nasino identico, gli
occhi gettati nello stesso stampo e tinti colla stessa vernice.... solo
la bocca, se l’ho da dire.... è diversa....
— Sì, la bocca è diversa, risponde il babbo innamorato, e i capelli non
somigliano ai miei....
Corraduccio è curioso, come tutti i bimbi dell’età sua; se vede un
fanciullo scamiciato, lacero e scalzo, con un tozzo di pane nero in
mano, domanda: «Perchè quel bambino non è vestito come me?»
— Perchè è povero.
— E perchè è povero?
— Perchè è nato così.
— E che cosa ha fatto per nascere così? È un ragazzo cattivo?
— La giustizia è altrove, risponde allora il babbo.
— Dov’è?
— Dov’è la mamma.
E il curioso Corraduccio vuol sapere dov’è, perchè se n’è andata,
com’era, e s’egli la vedrà ancora, la mamma.
Corraduccio è buono; par che senza saperlo egli voglia compensare il
babbo della gran gioia che non gli può dare — non disobbedisce, non
s’impunta. E ogni giorno, quando incontrano un poverello per la via,
egli riceve una moneta perchè, dandola in elemosina, faccia sorridere
la creatura vestita di cenci.
— Sei stato buono, gli dice il babbo, e per questo la farai tu
l’elemosina....
— E se fossi stato cattivo?
— L’avrei fatta io; perchè vedi, per fare il bene non basta volerlo,
ma bisogna anche essere degni di farlo. Queste parole, ora non le puoi
capire; pure ricordale — sono della tua povera mamma.