I due sciagurati stavano immobili senza guardarsi in volto.

— Agnese....

Nessuna risposta.

— Agnese....

Asciugò costei il volto lagrimoso, poi disse senza amarezza:

— Lo vedi?... lo vedi ora?...

Tacque. Corrado si fece forza, e pigliandole ambe le mani, disse con

grave accento:

— Sì, sono cattivo, sono crudele; sento di odiare me stesso; perdonami.

Egli ancora è nulla nella mia vita; sarà tutto, te lo prometto — lo

adotterò, sarò per lui il migliore dei padri....

— Lo vedi?... lo vedi? ripetè la povera donna.

E dopo un lungo silenzio, ripigliò a dire:

— Lo vedi che la mia morte è necessaria? Ho voluto darti retta, mi

sono lusingata un momento.... sono anche stata debole, ho colto il

pretesto che mi offrivi per differire di qualche ora.... mi è mancato

il cuore di separarmi dalla mia creatura senza averla vista nelle tue

braccia.... Vieni — disse con voce ferma — vieni, fa quel che devi....

— Dove?

— Vieni ad abbracciare tuo figlio dinanzi a sua madre; poi tutto sarà

finito.... vieni....

— Agnese.... Agnese!

— Sta tranquillo; ora ti pare un estraneo, più tardi l’amerai più di te

stesso — sì, sarà tutto nella tua vita il meschinello che hai guardato

appena; e non il migliore dei padri per lui, ma suo padre, ecco che

cosa sarai.... Vieni....

— Agnese, che vuoi fare? gridò lo sciagurato, trovando un accento di

tenerezza sincera.

— La solo cosa onesta concessa alla vergogna — nascondersi. Ciò che in

faccia al mondo sarà una buona azione, in faccia a mio figlio ed a te è

un dovere.... Vieni....

— No, non vengo; promettimi di vivere, io credo tutto, riconoscerò mio

figlio....

— Povero Corrado! rispose Agnese; tu mi credi? tu credi a me?... ah!

non credere a te stesso, povero Corrado! Tutta la mia vita non è forse

una menzogna? E il mondo, e gli uomini, e il cielo che permette il

dubbio, non sono forse un’unica menzogna atroce? La morte soltanto non

è bugiarda.

— Credo tutto, credo tutto....

— E allora vieni, disse Agnese baciandolo in volto; sento che

ricomincio ad amarti.

Lo prese per mano e lo trasse nell’abitazione, in una stanzuccia dietro

al mulino, dove, entro una culla di vimini, giaceva l’amorino cogli

occhi chiusi.

La Narcisa cessò un istante di dondolare la culla, e subito il bimbo

aprì gli occhi, il che fece dire alla balia: «è pieno di malizia — è un

demonietto quest’angelo.»

Agnese non rispose, teneva lo sguardo fisso in volto a Corrado, il

quale, obbediente a quello stimolo, si curvò e impresse un bacio lungo

sulla fronte del piccino, che rialzò gli occhi.

— Come ti guarda! disse Agnese sotto voce. Poi, piegandosi essa stessa,

ingelosita di quell’occhiata lunga:

«Non sono gelosa, no, ma io sono la mamma, la tua povera mamma, che....

Il resto della frase fu mormorato fra i baci.

Mezz’ora dopo, il bimbo dormiva; Agnese e Corrado, scostandosi sulla

punta dei piedi, uscirono all’aperto.

Era notte fitta: la luna nascondeva la faccia dietro ad un monte, la

vallata era invasa dalle ombre; a quando a quando balenava qua e là,

nel buio, il solco luminoso d’una stella cadente. Poche voci d’insetti

ha il mese di marzo, pochissime in quelle valli; si udiva solo il

rumoreggiar del torrente, che pareva cresciuto d’intensità.

— Come sono felice! disse Agnese, e si avviò a passo lento pigliando

per mano Corrado.

Camminarono lungo tratto in silenzio, docile il conte ad ogni capriccio

della bella, ella obbediente alle idee che le passavano pel capo,

arrestandosi talvolta di botto o camminando spedita.

— Non hai nulla da dirmi, Corrado? non mi parli di questo tempo

passato? Non mi chiedi quanto ho patito? Non mi dici se hai tu pure

sofferto?

— Perchè amareggiarci invano? rispose Corrado riluttante; il passato

non è più.

— Ma noi siamo pure i suoi figli! rispose Agnese con un sospiro.

E quando, dopo una lunga pausa, il conte potè credere che avesse volto

il pensiero altrove, la poveretta ripigliò a dire:

«Credi tu che io non sarei capace di soffrire la fame, i cenci, la

fatica, tutto ciò che ho tanto temuto finora, per avere ciò che ho

tanto disprezzato finora: la stima del mondo? Ma stolti! noi crediamo

d’essere soli nella vita, non pensiamo che forse una persona diletta

ci accompagna non vista, e che coglierà il pretesto d’un vergognoso

piacere se non le daremo un’occasione lecita di venirci a chiedere

tutto il nostro amore, ad offrirci tutto il suo.... Ma di’, come la

cosa più santa può nascere da una colpa?... Ci hai tu pensato mai,

Corrado?

Corrado ci pensava ora; non rispose.

— Lasciamo le melanconie, disse Agnese, e volgeva la faccia

biancheggiante verso il suo compagno, come ad interrogarne il silenzio;

parliamo del nostro piccino. L’hai trovato bello? non è vero che ti

somiglia?

— Sì, è bello.... mi somiglia.... poichè lo dici.... Come vuoi che io

faccia ad accorgermene, se l’ho visto appena?

— Sta tranquillo, gli rispose la povera madre con accento singolare, lo

vedrai molto e a lungo, e cercherai tu stesso su quel visino d’angelo

le traccie del tuo prepotente affetto di padre, e gli parlerai tu pure

come ho fatto io senza speranza di risposta.... e spierai, tu spierai

sulle sue labbra, con una voluttà più dolce di quante ne abbi mai

provato, la prima parola. Quanto sarai felice, Corrado!

Il conte non rispose; provava come un dispetto della propria debolezza,

si sentiva vergognoso del sacrifizio che aveva accettato. Aveva voglia

di dire: «taci, taci almeno!» Non disse nulla. Volle abbandonare il

braccio della sua compagna, e si accontentò di lasciarlo uscire dal suo

senza trattenerlo.

Erano giunti in cima ad una via sassosa dominante il torrente che

muggiva a molte braccia sotto i loro piedi; nel buio si scorgevano

biancheggiare i gorghi schiumosi, e scintillare nell’acqua i riflessi

delle stelle.

Lo spettacolo era incantevole; ma Corrado non vi badava: a un tratto si

sentì stringere le tempie da due mani calde e tremanti, e sentì sulle

labbra il fuoco di due baci, e quest’unica parola mormorata frammezzo:

«addio!» E poi un grido acuto.... e poi più nulla.

La disgraziata madre, fattasi sul ciglio della strada, si era

precipitata nell’abisso mugghiante.

Corrado corse come pazzo sulla sponda della via, scandagliando

cogli occhi l’oscurità; quando gli parve di vedere un corpo più nero

nell’ombra nera delle acque, si lasciò rotolare dalla rapida china.

L’impeto del torrente era irresistibile, ma la disperazione

centuplicava le forze allo sciagurato; riuscì egli a giungere presso al

corpo che le onde trasportavano come in un letto; afferrò coi denti le

treccie, che si sciolsero, e con uno sforzo supremo toccò la sponda.

Quivi slacciò le vesti madide della poveretta, le toccò la fronte,

e ritrasse la mano intrisa. Stette a lungo immoto, trattenendo il

respiro, aguzzando lo sguardo per cogliere nel buio una contrazione, un

alito, un indizio della vita.

Poi si affacciò dai monti la luna a contemplare il pietoso spettacolo;

e all’improvvisa luce, Corrado vide il bel volto insanguinato.

Coi brividi del freddo e del terrore, trasse la pezzuola bagnata, la

inzuppò nell’acqua e lavò con essa la bellissima fronte e le guancie e

le labbra, fra cui si era fermato un filo di sangue. Agnese si scosse e

con voce che non era più della terra:

«Grazie, mormorò — tuo figlio!»

Non altro.

Ed apparve un ultimo sorriso su quelle labbra purificate dal bacio

della morte.

Capelli biondi · 第 52 / 57 题