Terza lettera di Agnese al signor conte.
V*** marzo....
«Da venti giorni sei padre — padre d’una creaturina che si chiamerà
Corrado, come te. Mi pareva di desiderare una femmina, perchè avesse
della povera morta, che abbiamo amato tanto, almeno il nome — ora sono
certa che m’ingannavo, che il mio segreto desiderio era d’un maschio,
il quale ti somigliasse. Non ti scrissi prima perchè fui sempre in
pericolo di vita. Ho sperato tanto di morire! Il curato di questi
monti, che ha l’anima pietosa, ti avrebbe scritto in vece mia — tu
non avresti abbandonato tuo figlio alla carità degli estranei, saresti
accorso a raccogliere la preziosa eredità d’una sciagurata — ed io mi
sarei risparmiato il dolore acuto di doverlo abbandonare ora che l’ho
udito piangere, che mi sono sentita accarezzare dal suo alito lieve
lieve, e ne ho coperto di baci la faccia di rosa e di velluto. Ma io
aveva la febbre, ero una demente; il cielo non ha voluto risparmiare
un dolore ed una colpa ad una donna che ha sofferto tanto, che fu
colpevole tanto; mi ha lasciata viva perchè oggi ti potessi dire:
«Corrado, io sono giovine e sana, ed ho ora un affetto purissimo nel
mondo, e sento che amerei la vita — muoio per ridonare il padre a mio
figlio.» Sì Corrado, quando tu giungerai fra questi monti più non vi
sarà traccia della sciagurata; troverai solo una madre morta, che è
cosa santa.
«Nostro figlio — non ti offenda che io così lo chiami almeno una volta
— nostro figlio è allattato da una mugnaia della valle della Varaita;
tutti ti sapranno indicare l’unico mulino a piedi del monte; tutti
conoscono la Narcisa — lo troverai facilmente. Quanto sarei stata
felice di allattarlo io medesima! ma ho temuto di non aver poi la forza
di strapparmelo dal seno, ho avuto paura di amarlo troppo.... E poi
i bambini soffrono del cambiamento di latte, e poi.... è già molto,
è troppo, non è vero? che una creaturina abbia avuto la disgrazia di
nascere da una donna come me! — La Narcisa è una buona figliola, bella,
sana ed onesta. Sei contento così, Corrado? Oh! sì tu lo devi essere
tanto, sol che la gioia d’essere padre assomigli lontanamente a quella
della maternità; tu devi esserlo tanto, perchè ritrovi tuo figlio.
«Io lo vedo: un dubbio crudele ti ha in ogni ora di questi lunghi
giorni trascorsi avvelenato il piacere — il dubbio d’aver respinto una
creatura a cui avessi dato la vita. Potevi ben credermi ingannatrice
od ingannata io stessa, ma strapparti dalla mente e dal cuore l’ultima
ombra d’un sospetto che io potessi essere sincera e sicura, come sono,
questo non lo potevi fare.
«Ecco, tu esci da ogni pena, più non ti è possibile temere di una
menzogna che mi costa la vita, più non ti è possibile dubitare che una
madre abbandoni suo figlio perchè un estraneo lo raccolga e gl’impresti
un affetto falso, un nome non suo. Rallegrati. Tu incominci proprio ad
esser padre.
«Muoio, Corrado; in questi giorni che la campagna si sveglia, che in
ogni zolla freme la vita, io abbandono volontariamente la terra.
«Ho detto che non mi fu possibile scriverti prima d’oggi perchè
ero inferma. Sì, ero inferma; ieri e ieri l’altro mi ardeva una
febbre ignota e stolta; non avrei saputo morire — guardavo le nevi
scintillanti al sole, sentivo i primi tepori di marzo, vedevo i
monti aspri e severi, fatti ad un tratto generosi e buoni, prodigare
alla valle i loro fili d’argento per fecondare i germi impazienti di
nascere, e udivo mille voci chiamarmi a nome; erano gli alberi che mi
mostravano le loro gemme, i campi che vantavano il nuovo verde.... i
loro figli! — Pensavo al mio, correvo a vederlo, a baciarlo; non avevo
forza di dirgli _addio_ per sempre. Ero inferma, come vedi. Ora sono
guarita.
«E penso che la mia morte non solo è necessaria alla mia creatura ed a
te, ma è utile a me medesima — tu mi potrai ridonare un po’ di quella
stima a cui io aveva pazzamente rinunziato nel mondo e che un giorno
si riconosce preziosa — tu potrai dire a mio figlio il nome di sua
madre, mostrargli le sembianze con cui essa gli avrebbe sorriso se le
fosse stato concesso di vivere per amarlo, insegnargli a benedirne la
memoria, a pregare per essa. A pregare, Corrado, se anche tu non credi,
insegnaglielo; tu non sai quanto bene faccia lo spalancare gli occhi,
di notte, nel lettuccio, e guardare nel buio un mondo lontano.
«Insegnagli a non sgomentarsi delle ingiustizie della terra, perchè la
giustizia è altrove; digli che coloro a cui la sventura non meritata
insegna il dubbio sono pure le tristi creature — meno desolate se
apprenderanno la fede da altre sventure, che siano frutto della loro
colpa. E digli, oh! digli che fare il bene è un sacerdozio — perciò che
non basta volere, ma bisogna anche essere degni di farlo.
«Lo abbiamo provato noi, Corrado; sappiamo ora che una legge austera
regola anche le buone opere, e le nega agli indegni, e che questa
austera legge è insieme la più generosa, perchè mette il bene di
noi stessi a condizione di quello che vogliamo fare agli altri — lo
sappiamo, Corrado.
«Per me è tardi; ho camminato troppo apertamente nella via della
vergogna — più non mi è lecito ritrarmene; tutto il bene che io
posso compiere oramai è di non lasciare nel mondo la mia vita come un
inciampo.
«Per te è ben altro; hai errato, anima vagabonda, di piacere in
piacere, senza contaminarti interamente; puoi ritrovare più tardi anche
il conforto del bene che volesti fare e che non ti fu possibile. È
forse questa pure una delle tante ingiustizie che offendono i nostri
piccoli cervelli, i nostri cuori piagnolosi e gretti....
«Ma la giustizia è altrove — ed io spero che sarà fatta alle mie
intenzioni come se fossero opere.
«Addio Corrado. Del prepotente amore che ti portai per tanti mesi,
ancora tanto mi rimane da sentire la melanconica tenerezza di questa
parola che ti rivolgo per l’estrema volta: «addio.»
«E tu affretta; il nostro bimbo chiede il mio ultimo, il tuo primo
bacio.»