Vita nuova.
«Non partirà! ripetè Corrado, e soggiunse poco dopo: «facciamo le cose
bene; sono ricco quasi quanto Aniceto io.... essa è bene informata.»
Trasse da uno scrigno un mucchio di biglietti, li cacciò senza contarli
in una busta, e scrittovi sopra il nome di Agnese, la Via Solferino, il
numero 9, chiamò Antonio.
Costui venne: aveva gli occhi gonfi e stentava a tenersi ritto come
comandava la disciplina domestica — ma il signor conte non badò a
nulla.
— Andrai dalla signora Agnese, in Via Solferino, n. 9; ti diranno che
sta facendo le valigie, ma che non è partita ancora....
— Deve partire?
— Doveva. Consegnerai a lei in persona questa busta, e dirai che la
mando io con tanti saluti.
Antonio non si muoveva.
— Va, disse il conte.
E Antonio andò.
Mezz’ora dopo, tornava colla sua busta in mano.
— Non ha voluto accettare?
— La busta no; ha accettato i saluti, e....
— Che cosa? chiese Corrado impensierito.
— Era bianca bianca, stava male, e.... «Antonio,» mi ha detto, —
«povero Antonio,» mi ha detto, «addio!» perchè mi ha detto: povero
Antonio?
— Sta bene, disse il conte; ci andrò....
— Oggi parte....
— Sta bene.
E allorquando fu solo, soggiunse: «Andrò domani; lo sappia almeno
che non credo una sillaba, e che il gioco le riesce solo perchè io mi
presto da compare.»
Tornò al Circolo, tornò al caffè e stette in contemplazione dinanzi
alla faccia sonnolenta di Domenico, immagine viva della noia.
Dopo il tramonto ebbe la curiosità di passare sotto le finestre di
Agnese — erano spalancate e buie. Un’idea gli balenò come un sospetto
nuovo.
— La signora Agnese?....
— Partita colla corsa delle 7 e 35, rispose il portinaio — Sarà
mezz’ora al più.
— Per dove?
— Non l’ha detto.
Una giovinetta, che teneva il capo chino in un canto, mostrò la faccia
lagrimosa.... Era la Nina.
Corrado la vide, la riconobbe — ebbe rossore e fuggì.
— Ha fatto sul serio, disse come fu giunto sulla via; chi l’avrebbe mai
creduto? Tanto meglio; scriverà; la posta fa le cose benino, risparmia
gl’incontri penosi, le parole stentate, le agonie d’un colloquio
difficile.
Ma Agnese non scrisse; una settimana, due, tre, Corrado stette in
aspettazione; da ultimo pensò che la bella avesse fatto fortuna
all’estero e si propose di non voler aspettare più. Aspettò ancora —
invano; poi mandò un ghigno all’ignoto indirizzo d’un ignoto signore,
probabilmente russo, che gli rapiva l’ultima innamorata, e mise il
cuore in pace.
Era tempo di ricostruire sè stesso, di rifarsi una vita, o almeno
un’abitudine, e se non una gioia una dimenticanza. Bisognava sgomberare
il cuore dai rottami del tempio, dove già aveva annicchiato il suo
bell’idolo sepolto; tornare all’orgia, ai baci frequenti del bicchiere
e delle belle, alle nebbie del pensiero e dello sigaro — svegliarsi
interamente dal sogno fatto ad occhi aperti, e ridiventare quello
che unicamente poteva essere un uomo come lui a quarantun’anno: un
giovinastro consumato. Rinnovò amicizie logore, ne incominciò di nuove;
fu dove erano le orgie più sfrenate, beffardo, sdegnoso, insolente.
A quel sarcasmo inquieto nessuno resisteva; la sua barzelletta faceva
ridere forte e tremare di nascosto.
Esperimentò più che mai quanta sia la potenza dell’arroganza fra gli
uomini; ognuno lo incoraggiava a ferire gli altri per timore d’essere
ferito; la sua parola pronta ed aspra era un coltello; un fascino
il suo sguardo — il suo cinismo divenne uno scettro. Barbara e molte
altre signore che le assomigliavano — Fanny eccettuata — incominciarono
un torneo in regola perchè egli si dichiarasse. Non si dichiarò. Un
giorno, rimasto solo con Fanny mentre Domenico sonnecchiava al solito,
guardò a lungo la sventatella, la quale si turbò, si fece rossa e
all’ultimo gli venne incontro.
Ma egli volse il capo da un’altra parte.
Fra i commensali del vizio era un neofito, un giovinetto appena
ventenne che Corrado guardava talvolta alla sfuggita con occhio
amoroso, ma che beffava ad ogni istante in palese; una volta costui
volle ribattere, e sentendo penetrar più addentro l’arme formidabile
dell’avversario e gli amici ridere, fece la solita bambocciata di
andare in collera. Ne risultò un duello — dopo il quale Angelino portò
due settimane più del necessario il braccio destro annodato al collo, e
si sentì preso da una riconoscenza viva, da un amore inesplicabile per
Corrado, il quale gli permise di dargli del tu.
— Perchè sei venuto a cacciarti in questo branco di scioperati? gli
disse un giorno il nuovo amico; non hai una madre tu, non hai una
sorella?
Angelino aveva una sorella e la madre.
— Stolto! soggiunse il conte, perchè hai vent’anni ti credi padrone
dell’avvenire; ti pare che sia presto; apri gli occhi; sappi che quando
hai messo il piede qua dentro era già troppo tardi, se non trovavi me;
vattene, sei ancora in tempo.
— E tu perchè ci vieni?.... Io vengo per te....
— Ho una casa, te ne faccio padrone; mi troverai colà; ma lascia queste
donne e questi uomini, che non hanno altro che un sesso.
— Te l’ho da dire? ci sono due Corradi in te; uno è piacevole, l’altro
è nojoso come un predicatore — voglio bene al primo.
Corrado ammutolì, poi disse:
«Hai ragione: non ti sei accorto che scherzavo?
Ma la «stupida smania» (come la chiamava egli stesso) di correggere
Angelino con un sermone gli tornava spesso, alle frutta, in qualche
quarto d’ora d’ipocondria, dopo aver tenuta allegra la comitiva; era
un’altra stravaganza di cui si rideva più forte che delle facezie.
Merito di un certo vino del Reno, si diceva, di quello soltanto; e si
proponeva un quesito enologico che rimarrà probabilmente insoluto: «se
e perchè il vino del Reno abbia la virtù di sviluppare, per ridere,
il senso morale.» Si rideva. Oh! gli stordimenti oratorii! Oh! le
barzellette eternamente giovani! Oh! le allegre serate!
A poco a poco Corrado si avvezzò alla nuova vita, fece per abitudine
e per bisogno quanto aveva ricominciato a fare per un dispetto amaro
contro la sorte. A tutti oramai era nota la sua sciagura: l’episodio
di Grazietta aveva però fatto male le spese delle ciancie; chè
dinanzi al conte nissuno osava scherzare in proposito, e, assente il
conte, nemmeno. Filiberto, il quale si era provato un giorno, aveva
ammutolito di botto al sopraggiungere di Corrado; Fanny gli aveva detto
malignamente: «tira innanzi Filiberto,» ma costui con una prontezza
preziosa aveva parlato di Aniceto, della sua Martina e della sua gotta.
Una volta Corrado tornò sulla tomba della fanciulla; dell’addio che vi
aveva scritto non rimaneva più che la prima lettera intatta; ed egli si
curvò e raccogliendo altri ciottoli e disponendoli a mosaico, scrisse:
Grazietta! Pensò: «Le parrà di sentirsi chiamare!» E un’altra volta
egli e la mamma Valentina le portarono i fiori del giardino che le
piacevano tanto.
Era rimasto alcuni giorni senza tornare fra gli amici, finchè, ripreso
da un’amarezza dispettosa, aveva restituito la sua nota sarcastica
indispensabile (diceva Angiolino) alla perfetta armonia dell’orgia.
Tornava ogni tanto nella casetta, ma v’incontrava la melanconia
rassegnata della signora Valentina, che lo indispettiva peggio. La pace
di quel luogo, l’indifferenza di quegli orizzonti, di quella campagna,
di quei fiori piantati per Grazietta e che pure crescevano rigogliosi,
parevano al conte le sembianze impassibili d’una forza crudele e
capricciosa.
— Devo andarmene? chiese un giorno la mamma Valentina — che faccio ora
qui?
— No, rimanga; non l’abbandoni....
— È vero! mi parrebbe proprio di lasciarla sola....
Dopo un breve silenzio disse:
— Della signora Agnese ha notizia?
— Sì.... sta bene.
— Dove si trova?
— Viaggia....
— Viaggia!... ripete Valentina come un’eco.... E lei perchè non
viaggia, perchè non si svaga?
— Perchè.... non so nemmeno io....
— Povero signor Corrado! si consoli, il bene che ha fatto è scritto
dove non si cancella.
— Ne è proprio sicura?
— Che sia scritto.... ne dubita lei?
— No.... che io abbia fatto del bene? esclamò amaramente il conte; i
fiori, le piante, il bel sole, la bella neve — tutto questo è bene,
nessuno lo contrasta, e chi lo fa è geloso del bene che possiamo fare
lei ed io; — ho fatto morire Grazietta più presto — ecco tutto il
bene che ho fatto. Ma stia tranquilla, mi è passata la smania, non mi
proverò più.
Tornava agli amici, ai bicchieri, alle follie; non era però guarito:
gli mancava sempre una cosa — l’innamorata.
Misurato dal falso riso e dall’ebbrezza finta, il tempo pareva un
vecchio podagroso a Corrado. Vedendo dinanzi a sè l’immagine viva della
noia, e sentendosi stanco dalla veglia, gli pareva talvolta che lo
stringesse una malìa; allora balzava in piedi per non cedere al sonno,
per non assomigliare nemmeno un istante a Domenichino.
Nelle pareti del Circolo eccheggiò un giorno una risata larga e
sincera, a cui si unì Corrado con tutto il cuore — Aniceto era guarito
alla meglio dalla gotta, per fare pochi passi e cadere.... indovinate?
nelle braccia della severa Martina, che lo strinsero in un amplesso
ferreo ed ahi! _legittimo_.
Gli astanti si divisero in due partiti.
— «Meglio la gotta!» — dicevano gli uni — e gli altri asserivano
«meglio Martina!» e non vi fu verso di mettersi d’accordo.
E un’altra volta le pareti del Circolo eccheggiarono d’un’altra risata,
egualmente larga, ma non del pari sincera: Felice aveva sposato la
cuginetta, e — primo atto di giudizio con cui iniziava la sua carriera
di patriarca — era venuto a darne la notizia agli amici, ad uno ad uno,
perchè li aveva temuti riuniti....
Alla buffa novella Angiolino rise troppo, Corrado niente affatto.
Così si trascinavano giorni _podagrosi_, come diceva il signor conte.