XXXIV.

Qui Aniceto fa un altro bisticcio.

Corrado stette lungamente nelle sue camere, solo, vagante come uno

spettro; e quando Antonio venne ad avvertire con voce sospirosa che il

desinare era pronto, prese il cappello ed uscì. Andò prima al Circolo,

sebbene non fosse l’ora, poi al caffè, dove solevano radunarsi gli

amici; chiese dei cibi che assaggiò appena — e di nuovo stette come

trasognato.

Finalmente qualcuno venne — Filiberto; e subito Corrado gli troncò le

ciancie in bocca, sciorinando un’infilata d’interrogazioni.

— Come stai? È un pezzo che non ci vediamo! Barbara e Fanny che fanno?

E che fa Aniceto?

— Non sai nulla?

— Di che?

— Della sua gotta; da alcuni giorni non esce di casa.... ha sloggiato.

Ora sta in via Castelfidardo, dove abitava una volta.

— Andrò a vederlo.

— Gli farai piacere; è sempre di buon umore; fa ancora dei bisticci.

— E dov’è Felicino?

— Sulla cattiva strada, in quella che finisce dinanzi al sindaco od

all’assessore — è innamorato sul serio....

— Questo lo sapevo.... non ci è altro?

— Ci è che ha peggiorato — ci è che le pubblicazioni se non le

ha fatte, le sta per fare. La ragazza è bellina.... egli la trova

bellissima.... finchè non sarà sua moglie.

— E Domenico?

— Eccolo.

Infatti, il Domenichino entrava allora colla sua cascaggine solita;

girò uno sguardo spento intorno, non vide gli amici, che lo guardavano

sorridendo, e vista invece una poltrona che pareva invitarlo a fare

nelle sue braccia un pisolino, vi si lasciò cadere di peso.

Allora i due risero forte; Domenichino alzò gli occhi, li indovinò se

non li vide, e fece cenno venissero da lui.

Vennero.

— Ed ora parlaci di te, disse Filiberto; ti vedo di buon umore;

segno che sei fuor di pericolo.... Hai potuto uscire dalla rete della

biondina?

— Sì, rispose Corrado con voce sorda, abbuiandosi in volto.

— Come lo dici? ti sarebbe scappata lei invece?

— Sì....

— Lo diceva Aniceto che quell’innocentina era capace di fartela.... e

che....

— Taci.... interruppe Corrado.

— E che....

— Taci, ti dico.... è morta!

Filiberto e Domenico si guardarono in viso e non aggiunsero parola.

L’allegria falsa si spense.

— Vado da Aniceto, disse all’ultimo il conte — ed uscì solo.

A Filiberto e Domenico non venne nemmeno in capo di cercare

d’accompagnarlo.

Un amaro riso si era posto sulle labbra di Corrado, e non se ne

staccava un istante; beffardo e cinico, egli aveva l’aria d’assistere

alla parodia d’un dramma, che si rappresentasse nel suo cuore.

Affatto uscita di mente eragli Agnese; solo passando in via Solferino,

egli alzò il capo e disse dentro di sè: «Bisognerà ricordarmi di lei —

farò un nodo al fazzoletto.»

Aniceto, rivedendo il «suo caro, il suo migliore amico,» ebbe uno

slancio di tenerezza, e volle balzargli nelle braccia; ma la gotta

lo tirò per un piede e lo costrinse a ricadere sul seggiolone. Allora

disse:

— Non l’ho ancora domata, ma la domeremo; non è la prima volta — ti

ricordi, quando stavo in questa stessa casa, che ebbi male a un piede,

e lo credevo un reuma?... era invece la gotta.... Non è vero, Martina,

che era la gotta?... non me l’avevano detto per non farmi paura....

Martina, un gran pezzo di donna sui trentacinque, ferrea, angolosa, si

accontentò di crollare il capo senza dir parola e senza muoversi.

— Sono venuto qui, soggiunse Aniceto, perchè Martina mi ha curato la

prima volta a meraviglia — la gotta e lei si conoscono.

Guardandola di nuovo, per poco non parve al conte che la gotta e

Martina fossero tutt’uno, e non sapeva quale delle due fosse capace

di inchiodar meglio Aniceto. Ma quest’idea, balenata come tante altre

nella mente di Corrado, non si fermò.

Aniceto proseguiva, facendo colla lingua tutto il movimento che non

poteva fare col restante del corpo.

— Non mi dici nulla; mi hai l’aria buia; smettila; non mi

compassionare; non sono ancora seppellito; vedrai che guarirò; e poi

anche tu hai studiato, lo sai il detto memorando: «gutta cavat lapidem

— la gotta cava la lapide» — e se la cava, è segno che non la mette — è

chiara mi pare.

— Bravo!

Parve a Corrado che Martina continuasse a farsi sempre più immobile,

solenne, nera e ferrea.

— La signora è la tua padrona di casa?...

— No.... precisamente.... la padrona di casa è una vecchia

decrepita.... Martina è la.... capisci....

— Già, disse Corrado forte, la fantesca.

Aniceto sorrise e guardò alla sfuggita verso il donnone che era rimasto

impassibile.

Nel ripassare un’altra volta sotto le finestre di Agnese, il conte

rialzò il capo senza cancellare il sorriso amaro, e disse:

«A quest’ora aspetta.... aspetterà tutt’oggi, domani scriverà una

lettera commovente; la commedia non è finita. Vedrai, Corrado:»

Capelli biondi · 第 47 / 57 题