Scene ultime.
Le molte veglie trionfarono della volontà — Agnese dormì un lungo
sonno. — La mamma Valentina aveva avuto la precauzione di chiudere
le imposte delle finestre, e la poveretta si svegliò ad ora tarda.
Entrando nella camera mortuaria, guardò istupidita le candele che
ardevano presso al lettuccio, impallidite dalla luce viva del giorno —
e interrogò Corrado, il quale si ribellava al sonno per assistere con
un’amara curiosità alle ultime scene della commedia umana.
— Che cosa hanno fatto? chiese sottovoce.
— È venuto un medico; lo ha mandato il municipio per dare un nome
diverso alla malattia che ha ucciso Grazietta; ora la cosa è in regola;
è venuto un prete per dirle delle parole latine; anche questo è in
regola.... sono venuti altri due a prenderle la misura: non si è fatto
altro.
E senza batter ciglio, Corrado continuò a tener lo sguardo fisso nel
lenzuolo, che ricopriva il corpo e la faccia della morta.
— Hai dormito? gli domandò Agnese.
— Sì.... no.... non ho sonno.
La povera donna gli diede un’occhiata lunga....
— Vorrei vederla, disse poi con un tremito nella voce; è ancora bella?
— Guardala....
E facendo un passo, Corrado scoprì la faccia della fanciulla.
Agnese diede un grido.
— Vieni, soggiunse con voce carezzevole, non rimanere qui; ti farà
male.... vieni, Corrado, vieni.
Pigliandolo per mano, lo fece scendere nel salotto, lo costrinse a
sedere sul canapè, lo circondò di silenzio e di tenebre — finchè il
sonno l’ebbe preso a tradimento.
Risvegliandosi verso il tramonto, Corrado balzò in piedi, aprì le
finestre, e vide, seduta presso al divano, Agnese che lo guardava con
una strana espressione di tenerezza e di angoscia. — Le si avvicinò
commosso.
— Perchè mi guardi così? che hai?
— Nulla.... nulla....
— Non è vero, — ripetè Corrado; ma senza darsene ragione, non osò
insistere, e volgendole un’occhiata paurosa, uscì da quella camera.
Agnese gli venne dietro.
— Grazietta?... chiese il conte volgendosi.
— Domani.
Venne il domani; una salmodia nota attraversò la via deserta; poi fu
un bisbiglio delle donnicciuole del vicinato, e un gran silenzio —
e di nuovo la salmodia e il canto limpido delle orfanelle che andò
lontano pei campi — all’ultimo uscì Grazietta nella sua piccola bara,
coperta di fiori; dietro a lei Agnese, la signora Valentina, Antonio,
la Giovanna, qualche vicina e molti poveretti — si udirono singhiozzi
soffocati; il breve corteo sparve dietro la cantonata. Pochi minuti
dopo una carrozza da nolo, uscita dalla casetta bianca, s’avviava al
cimitero. — Corrado giunse in tempo a veder da lontano la bara che
veniva calata sotterra; quando la folla fu lontana ed egli ebbe visto
Agnese cedere alle insistenze di Valentina e di Antonio ed andar via
anch’essa a ritroso, si fece innanzi, prese il suo pugno di terra e lo
buttò sulla fossa ricolma.
Teneva il capo chino sul petto, ma non piangeva. Risollevandosi,
vide all’opposto lato della tomba un giovine alto, bello e lagrimoso
— lo riconobbe. E sentì un desiderio ardente di farglisi presso,
di stringergli la mano, di piangere con lui, di chiamarlo amico e
fratello....
Si sarebbe sentito consolato, si sarebbe stimato di più, facendolo; non
lo fece — lo ripigliava il mondo.
Geloso delle lagrime di quell’ignoto, della sua preghiera muta
ma fervida, finse di allontanarsi, vagò fra le tombe, e quando lo
sconosciuto fu scomparso, egli venne un’altra volta alla fossa, cadde
in ginocchio, ed appoggiò le labbra al suolo per bisbigliare alla
povera morta queste parole: «Io t’ho amata più di lui! più di tutti!»
Raccolse alcuni ciottoli, e li dispose sulla fossa in modo da
scrivere; «addio!» poi girò uno sguardo intorno per accertarsi che
nessuno lo avesse visto, e si allontanò a passo rapido senza voltarsi.
Oltrepassando la cancellata, che separa la città dei vivi dalla città
dei morti, disse con un ghigno amaro: «La commedia è finita!»
Ma perchè dunque rifaceva la strada percorsa dal funebre corteo? Qual
fascino lo attirava in via Lesmi? Qual parte di Grazietta era rimasta
nella casicciola bianca?
Aveva non so quale bisogno di risalire quelle scale, di rivedere la
cameretta della fanciulla.
Giunse ed entrò; volse prima lo sguardo tutt’intorno poi lo tenne
lungamente sul lettuccio, facendosi forte per cancellarne una faccia
cadaverica e collocarvi un sorriso fra due guancie rosate; e quando
fu riuscito, e Grazietta gli riapparve bella, palpitante, innamorata,
allora sorrise. Ma ogni tanto si ricompiaceva nell’immagine scarna
della morta e la rievocava paurosamente per ribellarsele tosto.
Si fece alla finestra aperta, guardò al cielo che Grazietta aveva
guardato prima di morire: non aveva più le stesse nuvole, non era più
lo stesso. Allora spinse l’occhio nella campagna rimasta tal quale.
Assorto nella contemplazione, udiva ogni tanto alle spalle un passo,
quello della signora Valentina, e si ricordava d’Agnese. Dov’era
Agnese?
A un tratto, vide innanzi a sè cadere una palluzza nera appesa ad
un filo: era un ragno. L’istinto fu di ucciderlo, si trattenne, gli
vennero in mente queste parole: «Poveretto, nessuno gli vuol bene.»
Pensò: «Questa meschina creatura, che Grazietta ha compassionato,
è ancora piena di vita, va su e giù per le sue scale e si prepara
ad un’impresa gigantesca, a tessere dinanzi alla finestra una tela
colossale che deve assicurargli una virilità piena di piaceri, una
degna vecchiaia....»
Poi disse forte:
«Grazietta! povera Grazietta!»
Era il mezzodì, Agnese non veniva.... Dove era Agnese?
Detto addio alla mamma Valentina, il conte se ne andò perchè bisognava
andarsene, tornò a casa sua perchè bisognava tornarvi....
Seduta in una poltroncina del salotto, una donna l’aspettava da due ore.
— Agnese!
Egli si trattenne sul limitare, oppresso da un’improvvisa,
inesplicabile angoscia.