Dinanzi alla finestra.
Il giorno successivo Grazietta volle levarsi da letto, perchè era
forte, perchè si sentiva benissimo.
Invano la mamma Valentina ed Agnese provarono a trattenerla, almeno
fino a tanto che fosse venuto il medico.
— Non temete di nulla — rispondeva la fanciulla — non mi farà male.
Parlava con una singolare sonorità d’accento, ed alle parole aggiungeva
l’atto di levarsi; le si leggeva in viso una volontà ribelle, quasi
volesse trionfare del male in una disperata lotta.
Si vestì in silenzio, radunando tutte le forze nel suo proposito,
arrestandosi sfinita ad ogni istante, ma senza mai darsi vinta;
all’ultimo scese dal letto, barcollò, fu seduta in un seggiolone.
L’ansia le mozzava il respiro, la febbre le arroventava le membra.
Le fu porta una vesticciuola bianca, ma ella volle la sua d’ogni
giorno, quella da lutto; poi si fe’ spingere dinanzi alla finestra
aperta e stette a contemplare in silenzio il giardino.
Agnese e Valentina non le si staccavano dal fianco.
Poco dopo la fanciulla, vedendo in un vetro della finestra l’incerto
riflesso del proprio volto, disse sorridendo:
— Lo vedete, guarisco....
In vero, a vederla così, colle guancie accese dalla febbre, poteva
ingannare la pietà ed il desiderio.
Non s’ingannava Agnese, non s’ingannava Valentina. «È vero!» dissero
allo stesso tempo, e si scambiarono uno sguardo desolato.
Di nuovo la fanciulla s’immerse nella contemplazione, da cui man mano
passò alla pace del sonno. Le due donne non la lasciarono. Non altra
cura aveva il mondo per esse, tranne Grazietta; da molte settimane
vagavano per le camere visitate dal dolore, come due spettri,
silenziose, dimentiche di sè stesse.
«Signora Agnese, diceva talvolta la mamma Valentina; bisogna mangiare
qualche cosa.
— Non ho fame.
Altra volta era Agnese che diceva:
— Mamma Valentina, non fate colazione?
— Non ho fame.
E in quel silenzio d’agonia squillavano ogni tanto le vocette allegre
degli uccelli abbandonati nella gabbia; allora Valentina scivolava
nell’altra camera, e distribuiva malinconicamente il miglio e qualche
parola buona ai poveretti.
I canarini moltiplicavano le seduzioni, le moine, tentavano di tutto
per trattenerla — invano; era scomparsa la festa dalla casetta bianca.
Una volta la febbre dell’inferma era stata più forte, e la mamma
Valentina aveva detto seria seria ai suoi dozzinanti: «Pregate, domani
non avremo più Grazietta.» Ma i canarini avevano pregato tanto e così
forte, che Grazietta vinse la febbre.
Da alcuni minuti la fanciulla pareva dormire, quando a un tratto aprì
gli occhi e stette in ascolto.
Ascoltarono anche le due donne, e nulla udirono — ma un istante dopo un
passo leggiero salì le scale.... Agnese e Valentina si volsero — era
Corrado. Grazietta non si era mossa per salutare il nuovo venuto, ma
gli sorrideva nel vetro della finestra.
— Alzata! esclamò il conte con un tremito nella voce, facendosi presso;
dunque sta meglio?
— Sì, sto meglio, sto bene, rispose la poveretta guardandolo senza
titubanza, fisso e lungamente.
Poi volse di nuovo lo sguardo alla campagna, e dalla aiuola lo spinse
via via nel prato, oltre la siepe, nei campi d’oro, fino ai giganti
canuti ed all’azzurro dell’orizzonte.
La mattina era splendida, il sole già caldo non era giunto ancora
alla finestra. Le cicale appese agli alberi empivano l’aria del loro
stridìo, per tacere a un tratto se un passero si posava sul loro
ramo; ogni tanto una farfalla danzava dinanzi alla finestra, come
per posarsi, poi spiccava il volo diritto e diventava un punto bianco
nell’azzurro. Una volta si posò. E finchè stette là, colle ali tese
come una vela, sul davanzale, immobile, Grazietta non ne staccò gli
occhi; quando ebbe spiccato il volo, e, dopo una breve danza, fu
prima diventata un punto bianco nel cielo e poi scomparsa — allora la
fanciulla mormorò: «non la vedrò più.»
— Perchè dice questo? chiese Corrado con accento d’amorevole rimprovero.
— Perchè non tornerà più, rispose Grazietta semplicemente.
E per diradare del tutto la mestizia cagionata dalle sue parole, disse,
curvandosi a fatica sul davanzale della finestra:
«Come è bella la nostra aiuola! signor Corrado; e il viale come è
bello! e il padiglione!....
Ma le vennero meno le forze e cadde sulla spalliera. Ansimava.
Un soffio, prima leggiero come l’alito d’un bambino, poi più forte,
venne a lambire la fronte della fanciulla.
— Le farà male stare esposta all’aria.
— Mi fa bene, mi fa pensare.... indovini a che cosa?.... indovinalo
tu Agnese.... mi fa pensare all’osteria del _Piccione_, laggiù, in
mezzo ai campi ed ai canali.... questo stesso venticello che mi soffia
sulla faccia, perchè sa che ho caldo, fa dondolare l’insegna sull’asta
irruginita.... Che bel giorno quello! Se ne ricorda, signor Corrado?
Parlava con gran fatica, ma la voce nello sforzo le veniva fuori
limpida e forte.
— Sicuro che me ne ricordo, disse Corrado per farla tacere.... alla
mattina la passeggiata, cianciando, per dimenticare l’appetito, poi la
colazione....
— Non si ricorda bene.... e le due ghiandaie che passarono sul nostro
capo; e il Martin pescatore che radeva le acque del canale....
— E il picchio, disse Valentina.
— Sì, il picchio che batteva all’uscio di casa sua, e il merlo che
zufolava come un monello....
— Poi si giuocò a nasconderci, poi si raccolsero i fiori, proseguì
Corrado.
— Sì, sì, e il ritorno, e gli ippocastani del bastione.... allora come
erano puliti, se ne ricorda! L’altro giorno li ho riveduti; quanti
seccumi, quanti ragnateli!
Fece colle labbra una smorfietta di disgusto e disse: «non voglio bene
ai ragni!»
Tacque.
Il sole allungava ora un raggio fino ad accarezzare la manina
dell’inferma; senza far rumore, Corrado, assicuratosi che Grazietta
dormiva, socchiuse le imposte, poi si ritrasse in un canto della
camera, dove lo seguirono gli occhi ardenti di Agnese. Da principio
il conte non vi pose mente, poi si avvide di quell’occhiata intenta,
profonda, che ora gli pareva tenera, ora feroce; da ultimo con un cenno
chiamò a sè Agnese. Costei obbedì senza far rumore, senza staccar gli
occhi da lui, come una sonnambula.
— Che hai?
— Nulla, Corrado, nulla.
E l’accento di queste parole era carezzevole.
— Non è vero, tu mi nascondi qualche cosa.... parla....
— Ora no, rispose Agnese bruscamente e gli volse le spalle.
Venne il medico, esaminò l’inferma, le toccò la fronte e i polsi senza
svegliarla, si fece gravemente presso al conte, e guardandosi intorno
per assicurarsi che non l’udissero le due donne rimaste immobili come
due statue, aprì bocca per dire....
Corrado ebbe paura di quelle parole, ed impedì la confidenza chiedendo
con accento angosciato:
— Ha voluto levarsi da letto, vuol stare dinanzi alla finestra,
dobbiamo lasciarvela?... non le farà male?....
Il medico guardò in volto l’uomo che così gli parlava; comprese:
«Non le farà male, disse melanconicamente; e fece per andarsene.
— Tornerà stasera? chiese il conte facendo un passo dietro di lui.
— Stassera.
Ricominciò il silenzio della sciagura.
Verso il mezzodì Grazietta mandò uno di quei lunghi sospiri, seguiti da
un silenzio lungo, che gelano il sangue di chi assiste ad un morente.
Le due donne e Corrado le vennero al fianco.
— Che vuoi?
— Nulla, rispose Grazietta.... cioè sì, voglio qualche cosa.
— Che cosa? lo dica....
— Non so.
E curvò la testa per pensare.
— Ah! disse, ho trovato.... vorrei delle ciliege.
— Poveri noi! disse Valentina; non ce n’è più....
— Non importa, rispose Grazietta sorridendo.
— Pensi qualcos’altro....
— Sì, pensa qualcos’altro.
— Ci penso.... non trovo.... ah! mi pare che vorrei di quel pane nero
da contadini.... ma che fosse duro e dovessi rammollirlo nel latte
appena munto.... e poi correre, correre....
L’ansia le tolse la parola, poi disse:
— No, non è nemmeno questo — non trovo nulla.... non voglio nulla.
Alcune ore dopo, il sole lasciò la finestra di Grazietta; si potè
riaprire le imposte, lasciar entrare il canto degli uccelli e l’aria
ed il sentore dell’ampia campagna. Era una festa inesauribile per
la fanciulla, la quale, cogli occhi vaganti, guardava tutto, volendo
abbracciare un’ultima volta la terra ed il cielo che le avevano sempre
sorriso.
Quella giornata trascorsa dinanzi ad una finestra aperta sulla campagna
immensa riceveva vita da cento piccoli episodii; la nuvola bianca,
che passava nel cielo, svolgendosi come un velo da sposa, la quaglia,
che ripeteva le sue tre note nei solchi, la falce d’un contadino che
balenava al sole lontanamente, ogni cosa aggiungeva una strofa al canto
soave della natura che la morente leggeva con occhi innamorati.
Una volta una specie di palluzza cadde dall’alto della finestra e si
arrestò di botto nel vano, appesa ad un filo. Grazietta, che l’aveva
creduta una gocciolina nera, riconobbe uno degli animali a cui non
voleva bene — un ragno.
Non ne ebbe però ribrezzo, lo guardò a lungo, curiosamente, lo vide
attorcigliare il suo filo, risalire e ridiscendere rapidamente come
un acrobata, e quando fu scomparso nella sua buca, lo aspettò sperando
che discendesse ancora — finalmente disse: «poveretto! nessuno gli vuol
bene!»
Più tardi, quando il sole gettò i suoi raggi radendo terra, Grazietta
disse sospirando: «se n’è andato.»
— Non ancora, rispose Corrado affacciandosi alla finestra.
— Io non lo vedo più.
E pregò cogli atti che la rizzassero in piedi, per vederlo ancora, e lo
vide, e gli sorrise.
Poi venne la sfinge, poi un pipistrello audace.
— E Mario? domandò Grazietta; dov’è Mario, Agnese?
La povera donna uscì senza dir parola.
— La mia cara Agnese! disse la fanciulla, quanto è buona! Non è vero
che è buona, che merita d’esser felice?....
— È un angelo, rispose la signora Valentina.
Corrado non disse nulla.
Tornò Agnese colla gabbia di Mario.
— Poveretto! Ti ho abbandonato? Non mi conosci più? Canta, Mario, canta!
E perchè il canarino non volle cantare, Grazietta disse: «non mi
conosce più!....»
Incominciò il silenzio del tramonto, poi si svegliarono ad uno ad uno
i concertisti della notte: i grilli nelle siepi, le rane nel canale,
l’allocco colla sua nota lunga e melanconica; ogni tanto si udiva il
riso sguaiato e chiassoso del pavone d’una lontana fattoria.
Poi il cielo si fece bigio, apparve una stella.... tremolavano ancora
nell’aria gli ultimi raggi della luce diffusa....
Un istante dopo Corrado socchiuse i vetri, perchè l’aria della notte
non battesse sul viso di Grazietta, e si ritrasse in punta di piedi.
Venne il medico; si fece presso alla fanciulla; curvandosi a guardarla,
tratteneva quasi il respiro.... A un tratto fu in piedi, le toccò
la fronte, le sollevò bruscamente un braccio e lo lasciò ricadere,
accese un zolfanello. L’improvvisa luce illuminò tre spettri, ritti ed
immobili in diversi punti della camera.
Il medico avvicinò la fiammella alle labbra di Grazietta — poi si
scostò senza dir parola.
I tre astanti gli vennero accanto come automi; solo i loro occhi
interrogavano nell’ombra — e il medico, allargando le braccia e
stringendoli come in unico amplesso: «Coraggio» disse.