XXX.

Dinanzi alla finestra.

Il giorno successivo Grazietta volle levarsi da letto, perchè era

forte, perchè si sentiva benissimo.

Invano la mamma Valentina ed Agnese provarono a trattenerla, almeno

fino a tanto che fosse venuto il medico.

— Non temete di nulla — rispondeva la fanciulla — non mi farà male.

Parlava con una singolare sonorità d’accento, ed alle parole aggiungeva

l’atto di levarsi; le si leggeva in viso una volontà ribelle, quasi

volesse trionfare del male in una disperata lotta.

Si vestì in silenzio, radunando tutte le forze nel suo proposito,

arrestandosi sfinita ad ogni istante, ma senza mai darsi vinta;

all’ultimo scese dal letto, barcollò, fu seduta in un seggiolone.

L’ansia le mozzava il respiro, la febbre le arroventava le membra.

Le fu porta una vesticciuola bianca, ma ella volle la sua d’ogni

giorno, quella da lutto; poi si fe’ spingere dinanzi alla finestra

aperta e stette a contemplare in silenzio il giardino.

Agnese e Valentina non le si staccavano dal fianco.

Poco dopo la fanciulla, vedendo in un vetro della finestra l’incerto

riflesso del proprio volto, disse sorridendo:

— Lo vedete, guarisco....

In vero, a vederla così, colle guancie accese dalla febbre, poteva

ingannare la pietà ed il desiderio.

Non s’ingannava Agnese, non s’ingannava Valentina. «È vero!» dissero

allo stesso tempo, e si scambiarono uno sguardo desolato.

Di nuovo la fanciulla s’immerse nella contemplazione, da cui man mano

passò alla pace del sonno. Le due donne non la lasciarono. Non altra

cura aveva il mondo per esse, tranne Grazietta; da molte settimane

vagavano per le camere visitate dal dolore, come due spettri,

silenziose, dimentiche di sè stesse.

«Signora Agnese, diceva talvolta la mamma Valentina; bisogna mangiare

qualche cosa.

— Non ho fame.

Altra volta era Agnese che diceva:

— Mamma Valentina, non fate colazione?

— Non ho fame.

E in quel silenzio d’agonia squillavano ogni tanto le vocette allegre

degli uccelli abbandonati nella gabbia; allora Valentina scivolava

nell’altra camera, e distribuiva malinconicamente il miglio e qualche

parola buona ai poveretti.

I canarini moltiplicavano le seduzioni, le moine, tentavano di tutto

per trattenerla — invano; era scomparsa la festa dalla casetta bianca.

Una volta la febbre dell’inferma era stata più forte, e la mamma

Valentina aveva detto seria seria ai suoi dozzinanti: «Pregate, domani

non avremo più Grazietta.» Ma i canarini avevano pregato tanto e così

forte, che Grazietta vinse la febbre.

Da alcuni minuti la fanciulla pareva dormire, quando a un tratto aprì

gli occhi e stette in ascolto.

Ascoltarono anche le due donne, e nulla udirono — ma un istante dopo un

passo leggiero salì le scale.... Agnese e Valentina si volsero — era

Corrado. Grazietta non si era mossa per salutare il nuovo venuto, ma

gli sorrideva nel vetro della finestra.

— Alzata! esclamò il conte con un tremito nella voce, facendosi presso;

dunque sta meglio?

— Sì, sto meglio, sto bene, rispose la poveretta guardandolo senza

titubanza, fisso e lungamente.

Poi volse di nuovo lo sguardo alla campagna, e dalla aiuola lo spinse

via via nel prato, oltre la siepe, nei campi d’oro, fino ai giganti

canuti ed all’azzurro dell’orizzonte.

La mattina era splendida, il sole già caldo non era giunto ancora

alla finestra. Le cicale appese agli alberi empivano l’aria del loro

stridìo, per tacere a un tratto se un passero si posava sul loro

ramo; ogni tanto una farfalla danzava dinanzi alla finestra, come

per posarsi, poi spiccava il volo diritto e diventava un punto bianco

nell’azzurro. Una volta si posò. E finchè stette là, colle ali tese

come una vela, sul davanzale, immobile, Grazietta non ne staccò gli

occhi; quando ebbe spiccato il volo, e, dopo una breve danza, fu

prima diventata un punto bianco nel cielo e poi scomparsa — allora la

fanciulla mormorò: «non la vedrò più.»

— Perchè dice questo? chiese Corrado con accento d’amorevole rimprovero.

— Perchè non tornerà più, rispose Grazietta semplicemente.

E per diradare del tutto la mestizia cagionata dalle sue parole, disse,

curvandosi a fatica sul davanzale della finestra:

«Come è bella la nostra aiuola! signor Corrado; e il viale come è

bello! e il padiglione!....

Ma le vennero meno le forze e cadde sulla spalliera. Ansimava.

Un soffio, prima leggiero come l’alito d’un bambino, poi più forte,

venne a lambire la fronte della fanciulla.

— Le farà male stare esposta all’aria.

— Mi fa bene, mi fa pensare.... indovini a che cosa?.... indovinalo

tu Agnese.... mi fa pensare all’osteria del _Piccione_, laggiù, in

mezzo ai campi ed ai canali.... questo stesso venticello che mi soffia

sulla faccia, perchè sa che ho caldo, fa dondolare l’insegna sull’asta

irruginita.... Che bel giorno quello! Se ne ricorda, signor Corrado?

Parlava con gran fatica, ma la voce nello sforzo le veniva fuori

limpida e forte.

— Sicuro che me ne ricordo, disse Corrado per farla tacere.... alla

mattina la passeggiata, cianciando, per dimenticare l’appetito, poi la

colazione....

— Non si ricorda bene.... e le due ghiandaie che passarono sul nostro

capo; e il Martin pescatore che radeva le acque del canale....

— E il picchio, disse Valentina.

— Sì, il picchio che batteva all’uscio di casa sua, e il merlo che

zufolava come un monello....

— Poi si giuocò a nasconderci, poi si raccolsero i fiori, proseguì

Corrado.

— Sì, sì, e il ritorno, e gli ippocastani del bastione.... allora come

erano puliti, se ne ricorda! L’altro giorno li ho riveduti; quanti

seccumi, quanti ragnateli!

Fece colle labbra una smorfietta di disgusto e disse: «non voglio bene

ai ragni!»

Tacque.

Il sole allungava ora un raggio fino ad accarezzare la manina

dell’inferma; senza far rumore, Corrado, assicuratosi che Grazietta

dormiva, socchiuse le imposte, poi si ritrasse in un canto della

camera, dove lo seguirono gli occhi ardenti di Agnese. Da principio

il conte non vi pose mente, poi si avvide di quell’occhiata intenta,

profonda, che ora gli pareva tenera, ora feroce; da ultimo con un cenno

chiamò a sè Agnese. Costei obbedì senza far rumore, senza staccar gli

occhi da lui, come una sonnambula.

— Che hai?

— Nulla, Corrado, nulla.

E l’accento di queste parole era carezzevole.

— Non è vero, tu mi nascondi qualche cosa.... parla....

— Ora no, rispose Agnese bruscamente e gli volse le spalle.

Venne il medico, esaminò l’inferma, le toccò la fronte e i polsi senza

svegliarla, si fece gravemente presso al conte, e guardandosi intorno

per assicurarsi che non l’udissero le due donne rimaste immobili come

due statue, aprì bocca per dire....

Corrado ebbe paura di quelle parole, ed impedì la confidenza chiedendo

con accento angosciato:

— Ha voluto levarsi da letto, vuol stare dinanzi alla finestra,

dobbiamo lasciarvela?... non le farà male?....

Il medico guardò in volto l’uomo che così gli parlava; comprese:

«Non le farà male, disse melanconicamente; e fece per andarsene.

— Tornerà stasera? chiese il conte facendo un passo dietro di lui.

— Stassera.

Ricominciò il silenzio della sciagura.

Verso il mezzodì Grazietta mandò uno di quei lunghi sospiri, seguiti da

un silenzio lungo, che gelano il sangue di chi assiste ad un morente.

Le due donne e Corrado le vennero al fianco.

— Che vuoi?

— Nulla, rispose Grazietta.... cioè sì, voglio qualche cosa.

— Che cosa? lo dica....

— Non so.

E curvò la testa per pensare.

— Ah! disse, ho trovato.... vorrei delle ciliege.

— Poveri noi! disse Valentina; non ce n’è più....

— Non importa, rispose Grazietta sorridendo.

— Pensi qualcos’altro....

— Sì, pensa qualcos’altro.

— Ci penso.... non trovo.... ah! mi pare che vorrei di quel pane nero

da contadini.... ma che fosse duro e dovessi rammollirlo nel latte

appena munto.... e poi correre, correre....

L’ansia le tolse la parola, poi disse:

— No, non è nemmeno questo — non trovo nulla.... non voglio nulla.

Alcune ore dopo, il sole lasciò la finestra di Grazietta; si potè

riaprire le imposte, lasciar entrare il canto degli uccelli e l’aria

ed il sentore dell’ampia campagna. Era una festa inesauribile per

la fanciulla, la quale, cogli occhi vaganti, guardava tutto, volendo

abbracciare un’ultima volta la terra ed il cielo che le avevano sempre

sorriso.

Quella giornata trascorsa dinanzi ad una finestra aperta sulla campagna

immensa riceveva vita da cento piccoli episodii; la nuvola bianca,

che passava nel cielo, svolgendosi come un velo da sposa, la quaglia,

che ripeteva le sue tre note nei solchi, la falce d’un contadino che

balenava al sole lontanamente, ogni cosa aggiungeva una strofa al canto

soave della natura che la morente leggeva con occhi innamorati.

Una volta una specie di palluzza cadde dall’alto della finestra e si

arrestò di botto nel vano, appesa ad un filo. Grazietta, che l’aveva

creduta una gocciolina nera, riconobbe uno degli animali a cui non

voleva bene — un ragno.

Non ne ebbe però ribrezzo, lo guardò a lungo, curiosamente, lo vide

attorcigliare il suo filo, risalire e ridiscendere rapidamente come

un acrobata, e quando fu scomparso nella sua buca, lo aspettò sperando

che discendesse ancora — finalmente disse: «poveretto! nessuno gli vuol

bene!»

Più tardi, quando il sole gettò i suoi raggi radendo terra, Grazietta

disse sospirando: «se n’è andato.»

— Non ancora, rispose Corrado affacciandosi alla finestra.

— Io non lo vedo più.

E pregò cogli atti che la rizzassero in piedi, per vederlo ancora, e lo

vide, e gli sorrise.

Poi venne la sfinge, poi un pipistrello audace.

— E Mario? domandò Grazietta; dov’è Mario, Agnese?

La povera donna uscì senza dir parola.

— La mia cara Agnese! disse la fanciulla, quanto è buona! Non è vero

che è buona, che merita d’esser felice?....

— È un angelo, rispose la signora Valentina.

Corrado non disse nulla.

Tornò Agnese colla gabbia di Mario.

— Poveretto! Ti ho abbandonato? Non mi conosci più? Canta, Mario, canta!

E perchè il canarino non volle cantare, Grazietta disse: «non mi

conosce più!....»

Incominciò il silenzio del tramonto, poi si svegliarono ad uno ad uno

i concertisti della notte: i grilli nelle siepi, le rane nel canale,

l’allocco colla sua nota lunga e melanconica; ogni tanto si udiva il

riso sguaiato e chiassoso del pavone d’una lontana fattoria.

Poi il cielo si fece bigio, apparve una stella.... tremolavano ancora

nell’aria gli ultimi raggi della luce diffusa....

Un istante dopo Corrado socchiuse i vetri, perchè l’aria della notte

non battesse sul viso di Grazietta, e si ritrasse in punta di piedi.

Venne il medico; si fece presso alla fanciulla; curvandosi a guardarla,

tratteneva quasi il respiro.... A un tratto fu in piedi, le toccò

la fronte, le sollevò bruscamente un braccio e lo lasciò ricadere,

accese un zolfanello. L’improvvisa luce illuminò tre spettri, ritti ed

immobili in diversi punti della camera.

Il medico avvicinò la fiammella alle labbra di Grazietta — poi si

scostò senza dir parola.

I tre astanti gli vennero accanto come automi; solo i loro occhi

interrogavano nell’ombra — e il medico, allargando le braccia e

stringendoli come in unico amplesso: «Coraggio» disse.

Capelli biondi · 第 43 / 57 题