Ciancie.
— Udite! udite!
— Che cosa? Io non ho nulla da dire, esclama Corrado con bizzarro
accento; non ho spiegazioni da dare; ci siamo divorati una cena
squisita.... tutte le cene sono squisite.... Abbiamo vuotato parecchie
bottiglie; il mio dovere d’anfitrione era di consigliarvi di stapparne
delle altre — l’ho fatto; il resto sarebbe un’insipida commedia in
cui dovrei essere io il protagonista, il mio santo il suggeritore. Vi
annoiate? Peggio per voi. Anfitrione, invitati — parole, fra gente come
noi; vino, baci, spirito quando ne troviamo, il buon umore quando viene
— ecco la vita. Non vi accomoda?... Invertiamo le parti, tanto torna
lo stesso: siate voi gli anfitrioni, sarò io l’unico invitato.... Mi
annoio.... Barbara, Fanny, Aniceto, Filiberto, Felice, Domenichino, mi
abbandono a voi.... tenetemi allegro.
Ciò detto, Corrado si lascia andare sopra un seggiolone nano,
allunga le gambe sul tappeto, spenzolando le braccia, e prende un
aspetto istupidito per raffigurare colla maggiore evidenza possibile
l’incarnazione della noia.
Una risata sonora echeggia nella sala, ma nessuno parla, e quando
il sonnacchioso Domenichino apre la bocca ad uno sbadiglio, Aniceto,
errando sulla sua intenzione, gliela tappa dicendo:
— Sta zitto, ce n’è ancora.
— Ce n’è ancora? ripete Corrado senza muoversi, guardando fisso innanzi
a sè e strascicando le parole — ce n’è ancora?... Io non so se ce ne
sia ancora; so che tu, Aniceto, mi hai lasciato dire cento volte senza
contraddirmi: «la mia casa è la tua» — ed ecco, alla prima occasione mi
mostri che non m’hai preso sul serio e mi avverti di non pigliarti sul
serio quando dirai che la tua casa è la mia.
Un’altra risata, non universale nè schietta, una risata inesplicabile
accoglie queste ultime parole. Tutti gli occhi sono rivolti ad Aniceto.
Costui non si sgomenta, si accarezza la faccia rasa, raduna tutte le
forze che può mettere in armi e risponde con disinvoltura:
— Non te lo dirò mai, perchè la buon’anima del droghiere che m’ha messo
al mondo, non mi ha lasciato che _generi coloniali_ da liquidare,
qualche debito privato e un po’ di debito pubblico — il tanto da
campare sotto la tutela dello Stato — castelli e case niente. Non
monta; quello che potrò sempre dire, lo dico subito: «Le mie tre camere
mobigliate in via Solferino sono tue, sono vostre, signori e signore».