Sette eretici festeggiano un Santo.
«.... Un Santo buon figliuolo, che ha saputo collocarsi per benino
nel calendario; un Santo a cui piacciono la baldoria, le mascherine,
il veglione, le cene dopo il veglione e il resto dopo cena; un Santo
che gongola tutto se per poco il suo giorno esce dalla sessagesima per
entrare nella settimana grassa! Mi par di vederlo: stamattina è sceso
dalla sua nicchia ed è andato a ringraziare Sant’Ambrogio, a cui deve
se oggi gli è rimasto un cantuccio del mondo cattolico dove sottrarsi
alla predica ed al digiuno. Sant’Ambrogio gli ha stretta la mano e gli
ha risposto che tra Santi....»
Vedendo che nessuno ride, Aniceto interrompe la sua ghiotta eresia,
crolla le spalle, vuota d’un fiato un lungo bicchiere di sciampagna
e si lascia andare sulla poltroncina, dicendo in un’ottava più bassa:
«Viva San Corrado!...»
— Evviva! risponde una voce femminina, poi tutto tace.
L’ampia sala è piena di luce; un’idra di bronzo, che pende dalla
vôlta, cava da cinque teste altrettante lingue di gas che bisbigliano
confuse parole; quattro grossi ceppi abbracciati nell’ampio camino, si
dibattono, sfavillano, barcollano con un rotto gridìo come fanciulli
che prolunghino un giuoco. Sulla mensa, fra i rottami d’una torta e
le piramidi rovinate di frutta e di confetti, scintillano bicchieri
di varie foggie, esili e tarchiati, grossi e piccini, alcuni tuttavia
ricolmi; e le bottiglie allineate sulla credenza, come tante personcine
svaporate ed impettite, hanno l’aria di credere immortale il quarto
d’ora di gloria che hanno passato. In ogni angolo della ricca sala gli
stipiti dorati si accendono di allegri riflessi; intorno alle pareti
coperte di tappezzeria bianca ed oro si schierano mobili preziosi,
divani coperti di ricche stoffe, a colori vivaci, d’un disegno allegro:
amorini panciuti che si appendono a frasche e fiori. Quella turba
irrequieta di monelluzzi ignudi si arrampica su tutte le seggiole, si
scalda intorno al camino, va su e giù per le larghe cortine che coprono
i vani delle finestre. E come per rallegrare vie più la gioconda
fisonomia della sala, si ode ad ogni tanto il muggito sordo del vento
che vaga per le vie deserte, e si vede la neve bianca che passa nel
nero vano delle finestre e picchia discretamente alle vetrate quando il
vento la sospinge.
Ogni cosa domanda ai commensali una risata sonora, un frizzo mordace,
una graziosa oscenità, brindisi, versi, aneddoti..., parole. Più nulla;
hanno dato tutto. Poc’anzi era per l’aria un incrociarsi di botte e
risposte, un volar di motti spiritosi. Filiberto e Felice avevano preso
a far solenne esperimento della forza persuasiva dei loro polmoni, in
proposito di bionde e di brune, e con tale fervore, che Aniceto s’era
invano provato a lanciare sette volte un suo bisticcio che nessuno
aveva raccolto. Barbara e Fanny, brune entrambe, per salvare il decoro,
pigliavano straordinariamente a cuore le sorti delle sciarpe scozzesi,
che incominciano a passar di moda, e del cappellino a scodella spuntato
or ora sull’orizzonte del bel mondo.
Domenico, il _Domenichino_, come lo chiamano un po’ perchè piccino
ed un po’ perchè ha fama di sapersi sporcare le dita col carbone da
disegno, non sonnecchiava ancora sopra la seggiola; e Corrado, da
buon anfitrione, per incuorar gli amici coll’esempio, aveva il lampo
dell’orgia nello sguardo. Poi quel lampo si è nascosto dietro un nugolo
e la ciancia amena è scesa di un tono; ci è stato un momento, quando
Corrado si è posto a sedere dinanzi al focolare, che i commensali si
sono accorti della propria musoneria ed hanno provato coscienziosamente
ad uscirne. Si è sparato ancora qualche razzo di buon umore, Aniceto
ha finalmente smaltito il suo bisticcio, e incuorato dalla riuscita
si è messo coraggiosamente in viaggio per andare a dire le sue quattro
impertinenze saporite a San Corrado.
Si è visto per quale deplorevole indifferenza del suo pubblico egli
abbia dovuto arrestarsi a mezza via.
Ed ora tutto tace, tranne il vento che svolta alle cantonate, i
grossi ceppi che s’acciuffano nel camino, e le cinque lingue beffarde
dell’idra.
La trista figura la fa Corrado. Non s’invitano gli amici a cena per
smorzar nel meglio l’allegria; tanto varrebbe spegnere i lumi e dire:
«buona notte» — ma l’oppressione del silenzio la sentono tutti, il
Domenichino eccettuato. Ora Aniceto, il quale, essendo il più maturo,
si crede in certe occasioni obbligato a mostrar più senno degli altri,
trova che non ci è scampo, che bisogna sfidar la _situazione_ corpo a
corpo ed uscirne trionfante. Oh! se il genio dei bisticci non gli si
ribella!... Non gli si ribella, no — ha trovato! Ma non basta concepire
un bisticcio, bisogna anche metterlo al mondo, ed è spesso il più
difficile. Dovrebbe far dire a qualcuno: «che cosa ha Corrado?» Si
prova.
— Eh! io lo so che cosa ha Corrado...
— Che cosa ha Corrado? domanda costui, rialzando il capo distrattamente.
— Un’_erre_ gli ha fatto un brutto tiro.
Ma Corrado non lo ascolta più. Aniceto interroga il volto degli altri
suoi compagni — nessuno gli bada. Filiberto guardava in fondo ad un
bicchiere, ed è il solo che abbia sentito la proposta dell’enigma, ma
ahi! non si mostra punto curioso di averne la chiave, alza gli occhi,
li riabbassa, sorride compassionando.... Felice, fingendo di star
pensoso, ascolta le ciancie sommesse di Barbara e Fanny.
Fanny dice:
.... «Sarà un mese, no, tre settimane..., no, un mese..., doveva essere
la vigilia di non so che..., sì, certo, era la vigilia di non so che. —
Corrado, gli dico, da un pezzo non mi regali nulla. — È vero, risponde
lui. — Ebbene, comprami qualche cosa. — Che cosa? — Una treccia,
una bella treccia tutta di capelli..., il parrucchiere..., quel
parrucchiere famoso.... (come si chiama? l’ho sulla punta della lingua)
ne ha una in vetrina, che par fatta apposta per me — è un pochino più
nera, ma tu sai, tu devi sapere che i capelli finti perdono un po’ il
colore....
— E lui? domanda Barbara gettando uno sguardo fuggitivo a Corrado.
— E lui: — Che bisogno hai tu di altri capelli, se n’hai tanti? — Vedi
Bice, la bionda Bice, dico io; ne ha meno di me, è quasi calva quella
poveretta, e pure ne porta il doppio.
— Già, già, entra a dire Felice a voce alta, ne porta il doppio. Ecco,
aggiunge imitando l’accento nasale di un predicatore, ecco in due
parole lo stato delle teste dell’umanità femminina: _ne portano il
doppio!_... e non già il doppio di quelli che hanno, ma bensì il doppio
di quelli che avrebbero, se ne avessero.
Non par vero che il silenzio glaciale sia rotto. Filiberto si rizza, e
mandandosi innanzi un grosso sospiro in forma d’esordio, aggiunge colla
stessa voce nasale:
— Sissignore, ne portate il doppio, è la sentenza sotto il cui peso
curvate le belle testine.... Non ve l’abbiamo detto per non farvi
inorridire, ma siete state condannate a portare i capelli della gente
morta, a portarli per le vie, nei teatri, fin fra gli amplessi del
vostro innamorato. È tempo che lo sappiate, poichè ciò che doveva
essere orrore e supplizio è diventato argomento d’una sacrilega gara di
vanità....
Aniceto vede in Filiberto un formidabile ostacolo al suo bisticcio;
egli solo par che gli legga sotto il cranio la voglia di dirlo, egli
solo ha udito la frase sacramentale che deve annunziarlo, ed ahi! egli
forse l’ha indovinato! Aniceto vuol farsene un alleato e dichiara che
Filiberto ha detto una verità sacrosanta.
Barbara si stringe nelle spalle, Fanny ride.
— Ah! tu ridi! Fanny, disgraziata Fanny! irrompe Aniceto levandosi
in piedi; ebbene apprendi tutto l’orrore della tua sorte: sappilo, tu
porti i capelli d’una vergine....
— Oh! oh! dice Filiberto; abbasso il lirismo!
— D’una fanciulla, corregge docilmente Aniceto, d’una fanciulla morta
all’ospedale; la tubercolosi le aveva disfatto le membra, rispettò i
capelli; ma ciò che rispettano la tubercolosi e la morte, la vanità non
rispetta.
Non vi è cinismo che eguagli quello della spensieratezza: Fanny crolla
la vaga testina e continua rivolgendosi a Barbara:
— Sì, insisto io, la Bice che è quasi calva.... — Avrai la treccia,
dice Corrado.
— Bravo Corrado!
— Aspetta.... perchè ho aspettato anch’io, e ancora non l’ho avuta! Eh
sì, Corrado non è avaro! Ma sai tu che cosa mi sono messa in capo?
Si guarda intorno, e vedendo che nessuno l’ascolta e che il tono della
conversazione è alto, non si cura d’abbassar la voce per far la sua
confidenza. Se non che proprio in quella la conversazione tace, e si
odono distintamente queste parole:
«Temo che mi pianti!...
— Chi? domanda Felice.
— Nessuno.
— Bada Fanny, se ti pianta lui ci sono io, dice Aniceto. Disponi del
mio cuore.
— Ed io, soggiunge Filiberto.
— Prima io....
Felice non può dir nulla, perchè è sotto gli occhi gelosi di Barbara.
— Grazie, dice Fanny ridendo; e prosegue alzando la voce: nella mia
vita ho sempre sentito il presentimento del biondo; già non vi voglio
dare a credere che Corrado sia il primo....
— Nobile schiettezza! osserva Filiberto.
— Lo sappiamo, lo sappiamo..., protestano gli altri.
— Ho una certa esperienza io ed ho sempre visto le brune piantate per
le bionde, e le bionde per le brune, e quando è il momento, mi capite,
ho il presentimento del biondo.... Allora....
— Allora per non essere piantata.... pianti; dice Aniceto.
— Vecchio mio, non sempre; a volte è necessario aspettare.
— Già, non si può buttarsi nelle braccia del primo venuto, il decoro di
casta lo vieta.
Filiberto si fa innanzi solennemente:
«Io non sono il primo venuto e ti offro un cuore.
— Vergine?
— Vedovo, perpetuamente vedovo, ed una capigliatura bionda.... Corrado
è bruno.
Aniceto si volta bruscamente a guardare dalla parte di Corrado: gli
batte il cuore, non osa sperare....
Filiberto s’arrende.
— Che diancine ha Corrado? domanda egli sorridendo.
— Te l’ho detto, un’_erre_ gli ha fatto un brutto tiro.
— Un’_erre_!
— Un tiro!
— Sì, dice Aniceto fissando gli occhi sul melanconico anfitrione ed
alzando la voce: io denunzio solennemente la colpevole: è la seconda
_erre_ del suo nome, la quale ha scavalcato l’a, infastidita di vivere
al fianco della sua gemella.... E così di Corrado ha fatto _Cor_...
_ardo_.
Domenico si è svegliato, ed arriva in tempo a consigliare sbadigliando:
— Accoppatelo!
— No, poveretto, dice Barbara, fa quello che può....
— Barbara, tu sei pietosa, esclama Aniceto, ma Corrado è innamorato.
— È innamorato!
— È innamorato!
— È innamorato!
— E se non è innamorato, si spieghi.
— Si spieghi.
Corrado rizza la bruna testa arrossata dal calore, guarda gli amici,
e per unica risposta, vuota d’un fiato un bicchiere ricolmo che aveva
accanto alla seggiola. Poi si leva in piedi, e si pianta ritto, colle
braccia incrociate, in faccia al crocchio ridente.
— Udite! udite! — grida Filiberto.