In quella essendosi messi i Ponenti ordinarî, le armate dovettero

sempre più separarsi. Luccialì di gran pressa co’ trinchetti e co’

bastardi riducevasi a porto Quaglio, Marcantonio pel vento contrario

e per la stanchezza delle genti non potendogli tener dietro rendeva

il bordo verso il Cerigo. Stette la prima notte in mare, e la

mattina seguente sotto il castello, lasciando di fuori le navi alla

guardia. Ben si doleva grandemente di non esser stato ubbidito e

seguitato da alcuni capitani,[388] e che la loro pertinacia avessegli

tolto una certa vittoria. Moderando però le sue parole con quella

modesta circospezione che in mezzo al disordine di siffatta lega era

necessaria, senza eccitar tumulti, nè offendere i generosi, conduceva

i mancatori dolcemente a riconoscere l’errore e a farne l’ammenda.

Diceva, non volersi mettere a gastigare quei capitani che avevano

fallato per non imitare Luccialì, che nel sangue soleva lavare la viltà

dei suoi: ma invece lasciarli in vita perchè tra poco, venendo don

Giovanni, avessero agio a dar di sè miglior mostra, e con opere degne

sotto gli occhi di sua Altezza lavarsi dal viso la vergogna.

[14-16 agosto 1572]

Tanto egli diceva perchè ormai tutti convenivano che senza il rinforzo

di don Giovanni non potevasi durare a quel modo. Troppo piccolo era il

numero delle galere: e le navi, sebbene per la fortezza loro portassero

molta sicurtà, pure altrettanto grande incomodo per rimburchiarle e

rimetterle; convenendosi poi dipender dalle fortune del mare, dal

capriccio dei venti, e dalla volontà del nemico, e star sempre in

pericolo o di abbandonarle, o di perderle, o di regolare i propri

pensieri secondo il volere e la comodità degli altri. Però sapendo che

don Giovanni con cinquantaquattro galere era in punto ed aspettavali,

piacque a tutti andarlo a ritrovare, e tirarselo seco loro alla

giornata; che per la giunta di così grande rinforzo non poteva riuscire

se non felicissima. Quindi la notte del quattordici agosto con vento

fresco di levante, che al parer dei marinai doveva durare, salparono

dal Cerigo. Con tutte le navi e le galere fecero vela pel Zante, la

mattina del sedici senz’altra novità vi dettero fondo, e trovarono

avvisi di sua Altezza che giunta a Corfù il dieci era per partirne il

quattordici, ed essere due giorni dopo alla Cefalonia per unirsi con

loro. Laonde Marcantonio sommamente rallegrandosene con tutti, massime

con don Alonso di Bazan che le buone novelle portato aveva, pensò

esser venuto in buon punto per veder ristorata la fortuna dell’armi

cristiane, e compiuti i suoi desiderî. Difese le isole dei Veneziani,

protetti i cristiani della Grecia, riconosciute le forze del nemico,

percosse le sue galere, e tutta sua armata messa in fuga due volte, era

pur colà ove sua Altezza il voleva, senza che per tutti questi servigi

resi alla lega non si fosse pure un’ora differita la congiunzione

dell’armata.

[16 agosto 1572.]

XII. — Ma laddove sperava trovare unione e forza, quivi erano a

pubblico danno infinite discordie e biechi disegni, pe’ quali doveva

la congiunzione da due giorni differirsi ad un mese, poi rompersi

l’alleanza, e finalmente andarne l’autore innanzi tempo alla tomba.

Sapeva ben egli l’inflessibile rigore delle gelosie di stato, e non

ignorava i pensieri dei suoi nemici: ma forse non credeva che giunger

potessero a tanto, quanto egli ai fatti ne vide, e quanto a me per

intelligenza delle cose che quinci innanzi si racconteranno fa bisogno

ritoccare. Ho detto degli inganni tesi sul campo della lega per i

sospetti di Francia, ora vengo al resto, dopo un breve preambolo.

Al regio consiglio di Madrid era saputo male della vittoria di don

Giovanni,[389] i grandi della Spagna invidiavano alla sua gloria[390]

i ministri temevano la sua potenza:[391] e il Re geloso per infrenarlo

avevagli messo attorno due vecchi marchesi, due giovani cortigiani,

e altri sedici consiglieri; senza dei quali non poteva far nulla. I

Veneziani ed i Romani non solo dal re e da don Giovanni, ma anche dalla

balìa dei venti, dipender dovevano. Oneste apparenze, e soprusi alla

lega. Erano tra costoro principali don Gonsalvo Fernandez di Cordova,

duca di Sessa, e gran privato del re; Giannandrea Doria, principe di

Melfi, già notissimo ai miei lettori; Ferdinando Loffredo, marchese di

Trevico, e Antonio Doria marchese di Santostefano, stretti ambedue da

Filippo a lasciare le solite comodità dei vecchi soldati per essere

intorno al fratello; e finalmente il Davalos di quella consorteria

che dal porto di Tristamo non volle soccorrere Cipro, e da Corfù non

comparve mai con le navi della lega a Lepanto.[392]

Essi dovevano stringere don Giovanni, e siffattamente consigliarlo

che l’armata di sua Maestà fosse sempre salva, e quella de’ suoi

nemici depressa. Siccome però nel numero dei nemici erano i Turchi e

i Veneziani; e forse più questi che quelli;[393] così per deprimerli

tutti e due e salvar sè stessi bastava solo una cosa, cioè mostrare

animo alla battaglia e a ogni potere sfuggirla: perchè in tal modo

l’armata del Re conservavasi alle spese del clero: e le due armate

dei Turchi e dei Veneziani si consumavano.[394] Dell’armata romana,

maltese, savoiarda, fiorentina, e degli altri principi d’Italia,

niuna cura. Non già che avessero formato in questi precisi termini

il disegno, come io risguardando alle testimonianze ed ai fatti lo

svolgo, ma assai meglio e più secretamente facevano giucare secondo

gli intendimenti loro la persona certa che a tempo e luogo doveva

produrre effetti certi: don Giovanni era a far le mostre di guerra; i

consiglieri a impedir la battaglia;[395] i Francesi a metter sospetti;

il Re Filippo a levarli; i Turchi a ricevere le minaccie, i Veneziani a

esser consunti, il Papa e gli altri a restar gabbati.

Perciò, vivendo ancora san Pio, i negoziatori spagnuoli in Roma

tenzonavano a sviar la guerra in Africa; e don Giovanni obbligato a dar

calore alla pratica, se ne andava a Palermo; e là ammassava munizioni,

faceva gente, e stagiva navi; come se già fosse ferma l’impresa di

Tunisi.[396] Ma fatto il decreto di guerreggiare in Grecia contro il

gran Sultano e non in Africa contro i piccoli pirati, ecco don Giovanni

tornarsene a Messina e quivi far le viste di molta sollecitudine,

finchè fu Sede vacante. Eletto però il papa, venuto Marcantonio e il

Soranzo, e richiesto di far vela, pigliava tempo, copriva il secreto,

tentava Marcantonio;[397] e finalmente per liberarsi dalle molestie

pubblicava i sospetti di Francia e l’ordine che aveva dal Re di non

partirsi dalla Sicilia.[398] Non guari dopo consentiva a Marcantonio

di portare in Levante lo stendardo della lega, ed un piccolo soccorso

di galere spagnuole: se non che a talento dei suoi consiglieri tanto

assegnatamente gliene dava, quanto bastar potesse ad allettare i

Veneziani alla guerra, e insieme a non far possibile la vittoria.[399]

Partitosene Marcantonio ai sette di luglio, credevasi da ciascuno

ch’egli potrebbe liberamente condurre la guerra: ma don Giovanni

il faceva raggiugnere alle Gomenizze; annunciavagli il gran zelo

del Re nel posporre gli interessi suoi al pubblico bene, prometteva

di portargli il soccorso di tutta l’armata, scriveva a senno dei

consiglieri lettere d’ambigui concetti, e intimavagli di andare e

di restare, d’opporsi al nemico e di non far nulla; affinchè da sè

pigliasse quest’ultimo partito, e ne portasse il biasimo.[400] Appresso

sua Altezza moveva per Corfù a mostra di gran prontezza: ma lasciavasi

indietro in Messina le galere di Giannandrea, quelle del duca di

Sessa, e menava le sue sprovviste di vettovaglie.[401] Finalmente

sentendo che Marcantonio era scorso avanti a raggiugnere il nemico,

e parendo a lui (per quanto gliene dicevano i consiglieri) di essere

stato defraudato nell’onore, non sapea sì celare lo sdegno[402] che non

rompesse a parole ingiuriose contro il Colonna e l’Andrada, facendoli

segno a future vendette.[403] La diligenza di Marcantonio, e lo spedir

frequente delle lettere e delle galere, conturbava tanto il pupillo che

i tutori: e venendo dall’armata notizie o sinistre o prospere, sempre

era colpa o della temerità o della imprudenza di Marcantonio. A lui

tanto il perdere quanto il vincere tornava male:[404] ed ai Veneziani

noceva egualmente aver sua Altezza vicino che lontano.[405]

Arrivata poi a Corfù la galera spagnuola del capitan Pedro Pardo,

che Marcantonio aveva spedita per avvisare delle novità occorse sino

alla mattina del sette agosto, si riempì di turbamento l’animo di sua

Altezza, e dei consiglieri secreti: imperciocchè avendo Pietro dopo

la sua partenza per più ore sentito da lungi il rombo delle cannonate,

come ho detto addietro; e facendo giudizio che pel piccol numero delle

galere cristiane, per l’ingombro delle navi, e per la poca obbedienza

dei capitani, non potessero aver vinto; tanto erasi persuaso che

Marcantonio fosse stato rotto e l’armata perduta, che in secreto dette

l’una e l’altra cosa per certa al marchese di Santacroce, e dopo

in pubblico all’istesso don Giovanni.[406] Di che tutti gli altri

consiglieri, giucando di fantasia al paro del Pardo, menarono tanto

scalpore contro Marcantonio, e presero così gran paura di Luccialì, che

non sapendo ormai cosa più dire contro il primo, nè come salvarsi dal

secondo, restarono istupiditi a Corfù. Comparve da lungi in mare una

galeotta che prodeggiando se ne veniva in quel porto: era di messaggeri

mandati già molto tempo da Marcantonio a tenere avvisato don Giovanni

del suo viaggio. Invece la presero per antiguardo dell’armata nemica:

e dettero subito all’arme. Non solo don Giovanni con tutte le galere

tirossi in gran fretta sotto la fortezza; ma fece pur quivi accalcar le

navi: tutti insieme palpitanti aspettavano essere in breve dai nemici

assaliti. Erano in punto di bruciare le navi, e salvare le persone in

terra.[407]

[18 agosto 1572.]

Così stettero per due giorni in varii e paurosi disegni. Ma non

vedendosi Luccialì, nè segno alcuno di armata nemica, quando si

disponevano a spedire uno stuolo di galere rinforzate per raccogliere

gli avanzi della supposta sconfitta, ecco sopraggiungere don Alonso

di Bozan dall’isola del Zante a dimostrare non solo la vanità di quei

timori, e le fallacie del Pardo, ma anche a riferire con tutta certezza

che Marcantonio, invece di esser stato disconfitto dai Turchi avevali

due volte con loro danno e vergogna battuti e cacciati in fuga; e che

tutta l’armata da lui condotta sorgeva vigorosa al Zante, nulla più

desiderando che congiungersi prestamente coll’Altezza sua per tornare

a più gloriosi cimenti.[408] Cadute le paure risursero un altra volta i

rancori.

[20 agosto 1572.]

Stavano a mezzo agosto i nostri capitani così: Marcantonio, coll’armata

veneziana e la sua, più le ventidue galere di Spagna e le venti navi

della lega, in tutto censessanta vele, giù al Zante proprio sulla

fronte del paese nemico; don Giovanni, con cinquantaquattro galere

del Re e alcune navi da trasporto, dugento miglia addietro, e più

vicino all’Italia, nel porto di Corfù; in mezzo a loro la Cefalonia,

quasi egualmente dagli uni e dagli altri discosta. Con questo però

che, volendo andare avanti, doveva don Giovanni di necessità venire

oltre alla Cefalonia ed al Zante; ma non Marcantonio. Il quale, per

essere già al capo opposto, non poteva tirarsi addietro a Corfù senza

perder tempo in quella strada due volte, e senza lasciare sbrigliati

i nemici, e smarrirne la traccia. Ciò non pertanto vedendo per sua

prudenza come gli facesse mestieri dare anzi nel soverchio che nel

difetto sul fatto di onorar don Giovanni, perchè la lega si mantenesse,

persuase ai Veneziani che, lasciate le navi al Zante, con cento e

venticinque galere se ne venissero insiem con lui ad incontrare sua

Altezza sino alla Cefalonia. Nella qual cosa egli dovette travagliarsi

assai, sembrando duro a quei signori sobbarcarsi a tanto peso

inutilmente, e ristancar le ciurme già stanche da tante fatiche, e

lasciar senza difesa le navi al Zante, e le isole loro in preda al

nemico. Pure, non se ne potendo altrimenti, s’acconciarono a seguirlo:

ed il venti d’agosto approdarono ad Argostoli, fortezza e sorgitore

principale della Cefalonia. Di là spedirono più galere a far chiamate e

contrassegni, perchè don Giovanni a sicurtà vi si conducesse.[409]

[26 agosto 1572.]

Sua Altezza intanto, dopo fatta una leggera prova di navigare verso

la Cefalonia, erasene ritornato a Corfù. Fosse timore di Luccialì,

o malizia dei consiglieri, o volontà di abbassare Marcantonio,[410]

scrissegli tal ordine che se voleva la congiunzione venisse con tutta

l’armata in quel porto, ove aspettavalo.[411]

Io lascio qui libero sfogo alla giusta indignazione dei Veneziani,

che sempre delusi a un modo e abbindolati a Messina, a Corfù, al

Cerigo, al Zante, alla Cefalonia, e ora da capo a Corfù in andirivieni

continui perdevano il tempo e ogni altra cosa; compensati soltanto dal

superbo dominio di quel garzone che a suo talento, quantunque assente,

arrogavasi il comando sopra gli altri due generali della lega, i quali

a lui stesso presente potevano coi loro voti dar legge.[412]

Lascio eziandio un secreto corso all’indignazione di Marcantonio che

vedeva ogni giorno farsi più difficile la mediazione sua a conservare

la lega per la quale aveva sostenuto tante fatiche.[413] Dirò soltanto

che Romani e Veneziani, stretti a chinarsi alle voglie altrui,

dovettero dalla Cefalonia tornare al Zante, levarne le navi, rivolgersi

un’altra volta alla Cefalonia, e colle navi appresso tirarsi a Corfù:

mentre Luccialì, libero da ogni freno disertava il Cerigo e riduceva

a disperazione i cristiani di Candia e di Morea. Sultano Selim non

avrebbe potuto fare risoluzione a sè stesso più utile di quella che

aveva fatta don Giovanni nel richiamare i Veneziani dalla Cefalonia.

L’armata ottomana ripigliava la padronanza; ed i collegati perdevano

il filo dei disegni incominciati, lasciavano la traccia dei nemici,

abbandonavano i cristiani d’Oriente, gittandosi tutto dietro le spalle

per trecento miglia di mare.[414]

[1 settembre 1572]

XIII. — Arrivato pertanto Marcantonio a Corfù che era il primo di

settembre, trovò al di fuori allegrezza grande della sua venuta, e

salve d’artiglierie, e festa che i più facevano nel vedere finalmente

insieme tutta l’armata già da tanto tempo divisa: ma entrato dentro

nella galea di don Giovanni per dimostrare con le lettere di sua

Altezza che egli aveva eseguito quanto in esse si conteneva, conforme

al debito suo, don Giovanni senza alcun segno nè pur di cortesia le

lettere si ritenne, e gli intimò di ritirarsi, non volendo niente udire

da lui delle cose passate. Cui Marcantonio rispose che se non poteva

mostrar le sue ragioni a Corfù non gli sarebbe divietato portarle a

Roma e a Madrid, prima di essere prevenuto delle sinistre relazioni

de’ suoi nemici: lascerebbe all’armata in luogo suo Pompeo Colonna:

e poichè tornava non gradita l’opera sua, gli si desse licenza di

partirsene. A questo replicò don Giovanni fargli mestieri alcun tempo

a risolvere. E vedendo come il congedo di Marcantonio sarebbe suo

gran biasimo, la mattina seguente gli fece dire che non poteva dargli

licenza: e Marcantonio, rispondergli che non era d’animo a restare di

buona voglia senza potersi discolpare.[415]

Anche Gil d’Andrada commendatore dell’abito di san Giovanni

gerosolimitano, per le minacce avute nel capo, parlò di tal maniera

con sua Altezza che fu riputato magnanimo: perchè coraggiosamente si

offrì pronto alla pena quando si potesse trovare esserne in colpa; e

francamente gli disse che, per non servire più a lui, rinuncierebbe

ad ogni carico nell’armata del Re, tornandosene a servir privatamente

alla sua religione in Malta. E a Marcantonio profferse una lettera,

scrittagli di proprio pugno di don Giovanni negli stessi termini

dell’altra che sua Altezza si era ripigliata, affinchè non restasse

senza difesa; col dire che, potendo ajutare la verità in persona di

tanto merito quanto quello del signor Marcantonio, non avrebbe mai nè

per timore nè per qualsivoglia altro rispetto lasciato di farlo. Laonde

don Giovanni si trovò stretto a rispondere che non poteva consentire

ch’egli si partisse: e l’altro a soggiungere che resterebbe a servirlo

quindi innanzi per timore, laddove prima avealo servito per amore.

Raccolse adunque sua Altezza da ogni lato confusione: perchè al

postutto la reità di prendersi a gabbo la lega era in lui, e non in

quei due degni campioni che egli avrebbe voluto punire di aver fatto

quello che far dovevano non solo per debito loro, ma anche per ordine

scritto di sua mano. A tale fu condotto don Giovanni dai biechi

divisamenti della corte e da’ rei consigli dei tutori. Chè nell’armata

cristiana, se tu ne togli i promotori di siffatti disordini, non

restò alcuno il quale non ammirasse la magnanimità dell’Andrada e la

virtù del Colonna: intorno a loro crebbe sempre più la venerazione e

il rispetto di chiunque aveva sentimento di lealtà e di onore.[416]

Marcantonio in quella così ardua prova, vincendo sè stesso e temperando

lo sdegno (che tanto mai grande non si accende nei petti generosi

quanto al veder vilipese le opere magnanime da chi men dovrebbe) nelle

parole e nei fatti proseguì non solo coll’istessa fede e valore; ma,

quel che impossibil parrebbe se non si fosse da tutti veduto, con

maggiore virtù. Nè è da tacere che di questi brutti vezzi ricevuti da

don Giovanni, nelle secrete corrispondenze in cifra, e nei preziosi

codici Colonnesi, che io per cortesia del gentil cavaliero don Vincenzo

Colonna da un capo all’altro ho diligentemente studiati, non se ne

parla altrimenti, se non con eroica moderazione: segno manifesto che

l’anima di quel grande, usa a infrenar le private passioni per servire

agl’interessi comuni, non sentiva il basso livor della vendetta. Anzi

nelle lettere al cardinal di Como, segretario di Stato, scrivendo

in quello stesso giorno del primo di settembre, non fece motto di

risentimento, nè si querelò dell’oltraggio fatto nella sua persona

alla maestà del Pontefice; ma per non giunger esca al fuoco, in quanto

a don Giovanni se ne passò, toccò a pena il fatto il Gil d’Andrada,

e descrisse lo stato della lega con tanta gravità di sentenze, che io

senza uscir gran fatto dai confini della presente materia mi prenderò

licenza di qui recarlo colle sue stesse parole.[417]

«Io vedo quanto questo negozio della lega è a cuore di Sua Santità, e

però è bene che sappia che per volerlo conservare ci bisogna diligenza,

e non meno quella che qui si procura, quanto col negoziare in Spagna e

in Venezia e coll’Imperadore. E che Sua Maestà Cattolica si risolva se

questo negozio le sta bene, o no. Se le sta bene, lasci da parte quello

che meno importa: che certo ei fia glorioso con salute certissima de’

suoi stati. Se altramente la intendono, sarebbe molto meglio levar Sua

Santità da questa continua ansietà; e che ognuno faccia il fatto suo. E

certo qui hanno mal consigliato Sua Altezza a farci tornare con tanto

incomodo, lasciando in mano dei nemici il paese che con tanta fatica

avevamo conservato, per dover forse poi fare il medesimo d’andare

avanti: oltrechè noi (finchè Sua Altezza non si congiungeva) avevamo

pur l’autorità delle deliberazioni: ed egli non poteva commandare con

tanta autorità. Questo io non lo dico per me: chè l’ubbidir Sua Altezza

mi è felicità (che sono avvezzo ad andar sotto ogni spagnoluzzo) ma

per li capitoli e per li Veneziani. Ed hanno messo in disgrazia di Sua

Altezza Gil d’Andrada, il quale concorse in quel che si doveva. Sicchè

ci è pur troppo che fare a conservare questo negozio, ed alle volte

vorrei essere non solo qui, ma in Venezia, in Spagna, e per tutto.

Che è miserabil cosa veder perire una congiunzione già fatta, la quale

non vi essendo, nè si dovrebbe nè si potrebbe desiderare e procurare

altra, a beneficio della Cristianità. Io so ch’è superfluo entrar io in

questi particolari che nostro Signore sa e vede tutto: ma l’importanza

del negozio mi fà trascorrere, stando impiegato nel servizio di Sua

Santità. A Vostra Signoria illustrissima bacio le mani. Di Corfù al

primo di settembre 1572.»

Prudentemente in questa lettera Marcantonio toccava i punti

fondamentali della maggior causa che in quei giorni si trattasse

in Europa. Qui la necessità della lega per pubblico beneficio della

Cristianità; qui la doppiezza della corte di Spagna, di che dopo tre

anni ancor non si sapeva se la lega le piacesse, o no; qui il mal

governo che facevano i consiglieri di don Giovanni; l’oltraggio ai

Veneziani, le non meritate minacce a Gil d’Andrada, e qui l’animo

grande di Marcantonio che tace delle sue offese, che non ricusa

sottomettersi a chicchessia, sì veramente che non ne venga alcuno

sconcio al bene pubblico della Cristianità. Ed è per questo che a

me, come dal grave officio di storico viene imposto, conviensi tanto

più rendergli ragione quanto maggiore mi si mostra la sua virtù;

e senz’altro rispetto se non della pubblica moralità, biasimare

apertamente i soprusi, le doppiezze, e dirò pure i tradimenti onde i

cortigiani ruppero il corso alla prosperità delle armi cristiane, le

frodarono del frutto della gran vittoria, e ci abbandonarono a quei

lunghi disastri che avrò per molto tempo a descrivere nella storia

della mia marina.

[6 settembre 1572.]

Quanto ai fatti, qui potrei finire: non avendone altro notevole. Ma

perciocchè non cessarono nè i disegni delle grandi imprese nè le arti

di ruinarle, ed io mi trovo avere in mano le secrete pratiche, e le

fila, e le ruote di quella macchina, stimerei troppo gran difetto

togliere agli studiosi tanta messe di ammaestramenti quanti se ne

possono quindi cavare. Perocchè il tanto negoziare di quell’anno per

la sua importanza era fondamento di salute o ruina alla Cristianità

ed all’Italia; e per le tanto sottili arti adoperativi ha potuto, tra

le accuse degli uni e le recriminazioni degli altri, tener sospeso il

giudizio del mondo sino ai nostri giorni.

Finite le difficoltà della congiunzione, cominciavano quelle dei

consigli. Chiunque aveva ad arte condotta la stagione tanto innanzi,

bisognava pur che se ne prevalesse e ne cavasse costrutto. Dicevano

non esser più tempo di imprese rilevanti, nè di liberare la Grecia,

nè di pigliare più fortezze ai nemici, e nè anche di combattere contro

Luccialì, perchè troppo più potente di quanto non si pensava; ma solo

di rimandare le navi in Sicilia, e con le galere inseguire e molestare

alla coda l’armata nemica; e le più grandi cose rimetterle all’anno

venturo. Alle quali induzioni contrapponevasi Marcantonio, dicendo:

troppo onore volergli fare il consiglio, che dopo aver lui potuto con

piccol soccorso due volte superare il nemico, non consentiva che con

tutto il nerbo della lega potesse farlo sua Altezza: ripensassero alla

vittoria dell’anno addietro e vedrebbero che quella ne darebbe questa,

se in Dio e in sè stessi quanto si doveva confidavano: risguardassero

in viso la marineria cristiana, e la mettessero al paragone delle

spaurite genti turchesche: noverassero gli archibugeri, e troverebbonli

tali di qualità e di numero da combattere non contro dugento, ma

contro trecento e più galere; attendessero finalmente alla stagione

che sollecitamente pressavali non a smettere le imprese perchè erano

venuti, ma a rompere gli indugi. Cacciassero una volta la paura dei

Turchi.[418]

Non potendosi trovar risposte a siffatte ragioni, senza rinnegare

l’evidenza e l’onore, il consiglio stava per assentire al parere del

General pontificio, sostenuto dal veneziano e dal suo luogotenente:

che eran quivi tutti i maggiori capitani soliti a intervenire, men

che Pompeo Colonna, escluso quel giorno dal consiglio per volontà di

don Giovanni, e a ingiuria di Marcantonio.[419] Se non che il marchese

di Trevico, gran privato di Spagna, rifacendosi sull’argomento della

speditezza, suggeriva di lasciare le navi, le grosse artiglierie, i

cavalli, ed ogni altro apparato di guerra campale, e con le sole galere

inseguire Luccialì: sforzandosi a dimostrare che assai ne avrebbero a

poterlo combattere; e che, alla fronte di così grossa armata com’era la

turchesca, non sarebbe possibile nè sbarcare in terra, nè adoperarsi

ad espugnar fortezze, nè a far conquiste. Freddi consigli di vecchio

cortigiano. Marcantonio però con caldi ragionamenti, e da valoroso

generale, rispondevagli: non doversi pensare che il nemico faccia

ogni cosa bene, perchè così non si verrebbe mai al punto d’assalirlo:

ma potendosi andare a sicurtà colle navi, sarebbe da vederlo in che

termini fosse: non essendo difficile incontrarlo in tanto disordine,

per la sollevazione dei Greci, per la debolezza delle sue piazze, e

per la perduta riputazione, da aversi a pentire di essere andati senza

le navi, e senza tutti quegli aiuti di vittovaglie, di soldati, e di

arredi che in esse si tenevano. Quindi richiedeva che di presente si

dovesse far vela; le galere a ritrovare l’armata nemica, e le navi a

seguirla: e quando non si potesse costringere il nemico alla battaglia

navale, s’imprendesse almen l’espugnazione di alcuna delle sue

fortezze.

[7 settembre 1572.]

XIV. — Presa la deliberazione conforme al parere di Marcantonio, le

galere salparono da Corfù alli sette di settembre; e le navi sciolsero

verso il Zante, ove si era ordinato che dessero fondo ed aspettassero

gli ordini di Sua Altezza. Intanto don Giovanni s’era lasciato

intendere dai Veneziani come egli teneva che le galere loro non fossero

provviste a dovere di fanterie, e quindi dovessero rinforzarsi, con

ricevere a bordo soldati di sua Maestà. I Veneziani però, offesi

dall’incontrato loro per simil ragione l’anno avanti, non potevan pure

sentirselo ricordare; e di più tenevano ordine espresso del Senato

di non prenderne a niun patto. Quindi Iacopo Foscarino apertamente

si rifiutò, dicendo che la sicurezza del suo naviglio tanto a cuore

stava a lui medesimo, quanto a chiunque altro; che sentiva di non avere

alcun bisogno d’aiuto: ed in prova citava i fatti recenti, l’avere in

Grecia due volte combattuto e fugato il nemico; e nel ritorno eziandio

preso cinquecento fanti dalla fortezza di Corfù, altrettanti dalle

navi, e così provvisto anche meglio che non bisognava alle sue galere.

Ma don Giovanni replicando, e quegli persistendo, giunsero a tale

che niuno di loro poteva più ritirarsi dall’impegno. E chi sa come

sarebbesi terminata la contesa, se non fosse quivi stato a mediatore

d’ogni differenza quel sottile ingegno di Marcantonio, il quale

con una delle sue destrezze tolse ambedue d’impaccio. Don Giovanni

mettesse il rinforzo, ed i Veneziani non ne ricevessero da lui: cioè,

invece di soldati spagnuoli, andassero mille e seicento uomini delle

fanterie pontificie. Li rassegnò di presente sotto tredici capitani

al commissario Contarini, e ne prese nelle sue galere altrettanti di

quelli del Re.[420] L’intramessa dei Romani nell’armata della lega,

massime sotto a tal capitano qual era Marcantonio, nei maggiori bisogni

riusciva opportuna a riparare i disordini e a mantener la concordia.

Non poteva però rimediare alla perdita del tempo: chè in queste

pratiche se ne passarono cinque giorni.

[11 settembre 1572.]

Erano pertanto alle Gomenizze tredici galere, e due navi del Papa;

settantasei galere, e ventiquattro navi del Re; cento cinque galere,

sette navi, e sei galeazze dei Veneziani; più due galeazze del

granduca di Toscana: che unite insieme facevano grossa armata di cento

novantaquattro galere, trentatre navi, e otto galeazze, tutte acconce

e corredate d’ogni cosa necessaria a navigare e a combattere. Allora

parve a don Giovanni di metterle in ordinanza, divise in squadre,

e contrassegnate da pennoncelli di diversi colori. Nella battaglia

galere settanta di giallo al calcese, condotte dai tre generali della

lega; nell’ala diritta quarantacinque galere, di verde alla prua,

sotto il marchese di Santacroce; nella sinistra altrettante d’azzurro

all’osta, sotto il Soranzo; e nel retroguardo di bianco alla poppa,

con più di trenta galere, don Giovanni di Cardona: le galeazze, guidate

dall’intrepido e veterano comandante Francesco Duodo, all’antiguardo;

due per ciascun corno, tre sul fronte della battaglia, ed una alla

coda; le navi finalmente, a carico di don Rodrigo di Mendoza e di

Adriano Bragadino, alla vela tutte in un corpo sino al Zante, e là

pronte ad ogni cenno di sua Altezza.

[11-16 settembre 1572.]

Con quest’ordine salparono dalle Gomenizze agli undici di settembre,

la sera dettero fondo presso all’isola Ericusa, oggi detta il

Paxò; e la mattina, levatisi per andare verso la Cefalonia, ebbero

incontro due galere che per ordine di Marcantonio avevano spiato i

movimenti dell’armata nemica, e venivano a riferire trovarsi buona

parte di quella in Portogiunco presso a Navarino, e il resto sotto la

fortezza di Modone; ma tutta stremata di vettovaglie, oppressa dalla

infermità, e piena di terrore.[421] Però crebbe a dismisura l’ardire

delle nostre genti; e tanto maggiore allegrezza si faceva, quanto

che la cosa tornava quasi fuor d’aspettazione: giudicando ciascuno

che i Turchi, avuto avviso della congiunzione dell’armata cristiana,

senza dubbio si dovessero esser fuggiti a Costantinopoli, paghi di

aver ricuperato molta riputazione coll’essersi mostrati presti alla

battaglia. Saputo però che Luccialì era venuto così vicino, quasi a

cercar le busse, non altro desideravano che dar dentro, e rivedere

un’altra giornata a Navarino, come quella dell’anno avanti a Lepanto.

Ma ora la contrarietà dei tempi, ora quella degli uomini, fece ritardo:

perchè la sera del dodici pel vento contrario bisognò ritornarsene

a Paxò; la mattina del tredici dar fondo alli Guardiani fuor del

porto di Argostoli, il quattordici passarlo a far acqua e legna, e il

quindici a veder l’armata in battaglia; rodendosene i Veneziani, che

per violenza trovavansi stretti a patire quel perdimento di tempo.

Il qual cruccio tanto più cresceva quanto che, messosi alla sera il

ponente freschissimo, si sarebbe potuto giungere improvvisamente sopra

Portogiunco, ed avere certissima vittoria. Don Giovanni però contro il

parere del generale di Roma e di Venezia (che nel corso della notte

tre volte, e sempre con maggior premura il sollecitarono) non volle

scorrere avanti: anzi, avendo divietato ogni mossa di remo ed ogni

scossa di vela, per consiglio di don Giovanni di Cardona e de’ suoi

marinari, navigò tutta la notte a secco. Avrebbe potuto essere all’alba

sopra Navarino, e pur non giunse che ben tardi alle Strofadi, oggidì

chiamate Stanfane, isole picciolette e deserte in mezzo al mare, quasi

egualmente dal Zante che da Navarino lontane.[422]

Qui già trapela l’accordo secreto tra i consiglieri e i marinari per

arreticare i movimenti dell’armata. Si naviga a secco, cioè senza

vela, si arriva a mezza strada, si dà fondo, e si chiamano i capitani

a consiglio. Però il Foscarino, afflitto nell’animo, e condotto

dall’istessa freddezza del temperamento suo a mostrare una volta che

poteva risentirsi di così lunga sofferenza, liberamente rivoltosi a

don Giovanni ed ai suoi, prese a dire:[423] Che fa per noi, signori,

metterci ogni giorno in consiglio per vedere il modo di combattere e di

navigare, se navigare e combattere non vogliamo? A che tante parole?

Questa notte si poteva filar dodici nodi all’ora, col vento fresco

di ponente, e non si è fatto vela: ecco, quest’oggi si poteva dar la

battaglia, e ci troviam qui fermi a perder tempo in consigli perpetui.

Non basta? Vogliam noi che il nemico si prepari meglio a resistere?

Vogliamo che si riduca in parte più sicura? Che sappia l’arrivo nostro

in quest’isola? Stiamci due giorni; ed egli il saprà. Ma che dico due

giorni? E non basta forse a quest’ora per averci discoperti il gran

fuoco che si è da certuni acceso alla spiaggia? Son questi i nostri

consigli? Queste le glorie della Cristianità? Questa la liberazione

della Grecia? E già era in procinto di non attendere risposta, ma da

sè stesso e di buon peso far ragione alle domande sue; allorquando

Marcantonio, colto forse il momento d’un suo sospiro, interrompevalo

dicendo: Esser quello il tempo da concludere con poche parole la grande

impresa; si spegnessero i fuochi, si calmassero gli animi, l’armata si

apprestasse a combattere: la notte si leverebbero copertamente di là

per esser prima dell’altro giorno sopra l’isola della Sapienza, innanzi

alla fortezza di Modone: da quell’isola potrebbero a oltranza assalire

l’armata nemica, tutta o parte, che fosse in Navarino, e troncarle la

strada perchè mai più non potesse fuggire. Escluso Luccialì da Modone,

avrebbero gli alleati a loro posta l’armata sua.[424] Il qual partito

sebbene fosse in consiglio da tutti abbracciato e fermo, come tale che

poteva dare gloriosa vittoria, ciò non pertanto tornò vano. Sulle rive

di quell’isola, ove i poeti avevano posto il seggio dell’Arpie, non

doveva essere che il marzial congresso, a che i prodi si convitavano,

non fosse da sconce mani e guasto e corrotto.

[17 settembre 1572.]

XV. — Imperciocchè venuta la sera assai quieta e serena, senza niun

vento, l’armata cristiana levossi; e celatamente prese a navigare

secondo il convenuto. Ma nel silenzio della notte, quando i soldati e i

capitani immersi nel sonno riposavano le stanche membra a invigorirle

pel combattimento imminente, allora fu sconvolto onninamente l’ordine

del navigare, e tolta non solo una gran vittoria alla Cristianità, ma

per altri tre secoli aggravato il servaggio dei Greci, e mantenuti

i barbari a flagellar l’Europa. Di che, mentre io scrivo, la

penna in mano mi trema pel fremito che sento nel ripensare come la

frode a pubblico danno e perpetuo delle genti usa vestire il manto

dell’innocenza, e la menzogna sfacciatamente mostrarsi sotto l’aspetto

della verità. Il Caracciolo, il Sereno, il Graziani e l’Adriani,[425]

che ho sempre innanzi, autori di somma fede, concordi fra loro, e con

quanto v’ha di recondito negli archivj; tutti contemporanei, i due

primi capitani assennati e presenti all’armata, gli altri due uomini

di stato e di quell’ingegno che tutti sanno, temono dir troppo, e

si tengono tra l’errore di qualche piloto, e il maltalento di alcun

comandante, lasciando alla posterità scevra di paure e di speranze

il risolvere. Ed io senza passione, che nulla temo e nulla spero,

stretto solo dall’evidenza dei fatti, mi fo coscienza a gettar via quel

tormento dei dubbi, ed a parlare la sincera verità, perchè la storia

sia qual esser deve maestra della vita, ritratto fedele della virtù, e

flagello del vizio.

Tuttavia prima di mettere in chiaro l’arcano di quella notte, mi fa

bisogno descrivere in brevi tratti i contorni delle costiere ove il

fatto avvenne. Un vago disegno, dipinto a colori per mano del tanto

celebre capitan Francesco de Marchi, svolge il prospetto della costa

occidentale di Morea, le isole del Prodano e della Sapienza, il porto

di Navarino, la rada di Modone, e le posizioni delle due armate di

Cristiani e di Turchi, come furono in questo giorno diciassette

settembre 1572. È alla Magliabecchiana tra le tavole e piante di

fortezze disegnate dal De Marchi, il quale fu presente a questi fatti,

come si rileva dalla scrittura posta al margine del disegno.[426]

Da quella e da altre carte marine si rileva che la spiaggia di Morèa

rimpetto alle Stanfane, donde si è mossa l’armata cristiana, scorre

tra la foce del fiume Achelòo e la punta di capo Gallo, quasi per

diritta linea da settentrione a mezzogiorno; ed offre ai navigatori nel

picciol tratto di quindici miglia due porti capacissimi di qualunque

armata: su verso tramontana è Navarino, la cui fama risuona nel

mondo per moderni e per antichi avvenimenti, di che avrò più volte a

parlare; ed all’ingiù, verso ostro, è Modone, fortezza, città e porto

principalissimo della Grecia. Presso a ciascuno di questi luoghi è

un’isoletta: la prima, sei miglia al di sopra di Navarino, è chiamata

il Prodàno, o isola di Proteo; e l’altra, per tre miglia sotto Modone,

è detta oggidì la Sapienza, e presso gli antichi Enusa: quella scopre

Navarino da lungi, e non lo domina, per la troppa lontananza; questa

però tanto sovrasta sull’angusto canale di Modone, che gli è tutt’uno

il mettersi alla Sapienza ed il bloccare questa città, senza che niuno

possa più uscirne od entrarvi. E siccome nel fatto presente l’armata

nemica stava divisa tra i due porti or ora nominati, così la venuta

improvvisa degli alleati sopra la Sapienza doveva disunirla per sempre,

tenerne deboli e soggette le divisioni, e quasi senza alcun risico

aprir la strada a disfarle ambedue.

Con questa deliberazione l’armata nostra sciolse dalle Stanfane, con

questa navigò a remo tacitamente nella oscurità della notte, con questa

in dodici ore avrebbe potuto filare le quaranta miglia, con questa

all’alba presero l’armi capitani e soldati.[427] Ma, tra le maraviglie

che ne fece ciascuno ignaro del secreto, invece di trovarsi la mattina

alla Sapienza, quinci distante quarantun miglio nel rombo di scirocco

per due gradi a mezzogiorno, l’armata della lega (condotta secondo

la tattica dal Piloto della real galera di don Giovanni), fatte non

più che ventisei miglia, e nel rombo di scirocco per quindici gradi

a levante, trovossi fuor di strada! Non alla fronte ma alla coda dei

nemici, non alla Sapienza ma al Prodàno! Non a vittoria segnalata, ma a

perdere la riputazione e il frutto di tante fatiche![428]

Io non coprirò questa enormità con magre scuse. Non dirò che fu errore

involontario del piloto di sua Altezza.[429] Perchè questo non potrebbe

supporsi senza ingiustizia o follia: ingiusto io dico dar taccia di

così grande reità ad un piloto reale, senza alcuna prova; anzi quando

si sa che non fu nè punito nè rampognato, nè dal suo generale nè

dal suo sovrano: follia sarebbe supporre nell’arte di navigare, in

una notte tranquillissima di mare e di vento, per un tragitto così

breve e tanto conosciuto, tal fatta errori che in un negozio di tanto

rilievo menassero alla differenza di diciassette gradi per rombo e

di quindici miglia per distanza; quandochè (volendo pur concedere

qualche errore al piloto) doveva essere tutto nell’allargarsi a mare

e nel tirar oltre a gradi ed a miglia, anzi che nel troppo stringersi

a terra e nel trattenersi tutta la notte per via: e ciò perchè di

suprema importanza era sorprendere il nemico, comparirgli di fronte

ancorchè tardi, tagliargli la strada, invece di lasciarsi vedere

prima del tempo, e alla coda. Nè pure dirò che i ministri spagnuoli

per loro private passioni si opponessero in ogni incontro alla buona

volontà del re Filippo;[430] perchè tanta contumacia e perpetua di tre

anni non era possibile contro un sovrano di quella tempra, che aveva

poc’anzi per disubbidiente fatto morire il figlio nella prigione.

E nè anche mi sento di seguire il terribile salto di certuni che,

sfiduciati di trovare altra scusa qui in terra, sono andati a cercarla

nei cieli:[431] perchè troppo enorme bestemmia mi parrebbe attribuire

all’altissima Maestà di Dio i peccati degli uomini i quali gli si

opponevano, allora appunto che tanta bella occasione di vittoria

metteva loro innanzi. Dirò dunque che questo fu tiro maestro di quelli

stessi personaggi che alla Prevesa, a Cipro, a Lepanto, a Navarino

non volevan battaglie; di quelli che a Roma intrigavano i capitoli, a

Messina mettevano sospetti, a Corfù richiami, per tutto mala frode e

false scuse.

Chi ne dubitasse, senta gli effetti, e legga il resto. Appena i Turchi

che erano in Navarino ebbero scoperta a levata di sole tutta l’armata

cristiana venirne da tergo verso il Prodàno, conosciuto il precipizio

sull’orlo del quale s’erano quella notte trovati, con la fretta maggior

che potevano o salparono i ferri, o troncarono a furia le gomene, per

ridursi in salvo a Modone, prima che i nostri giungessero a chiudere

il passo. Ma dovendo ad una ad una quelle galere mettersi in mare,

tra la confusione che in ogni repentino caso suole incontrarsi, non

poterono tanto presto smucciare, che gli alleati non le avessero

già quasi raggiunte.[432] Don Giovanni però non dava loro che poca

caccia, quasi per mandarle più presto a ricoverarsi in Modone, anzichè

per assalirle nella fuga. Marcantonio tutt’armato com’era, fattosi

tragittare di presente dal suo palischermo alla galera di don Giovanni,

con franchezza e libertà pari al bisogno, dicevagli: Che, se pure si

era navigato a rovescio, contro la risoluzione fatta, e già il nemico

se ne fuggiva, ordinasse almeno venti galere delle migliori, perchè

l’inseguissero alla coda, tanto per provocarlo a battaglia, quanto

per ghermirgli qualche galera grave e tarda che dietro all’altre,

come sempre succede, si rimanesse. Ed avendolo l’Altezza Sua con molto

sussiego interrogato, se egli stesso che proponeva il partito l’avrebbe

voluto eseguire; Marcantonio sull’atto fece scorrere il suo palischermo

a cavar fuori le venti galere che, dopo la sua capitana, stimava più

leggiere e ben armate: ed era già sul muovere, quando don Giovanni

facevagli dire che si rimanesse nell’ordinanza con tutti gli altri,

perchè l’armata nemica non fuggiva altrimenti, ma se ne veniva in tre

squadre a presentar la battaglia. Allora Marcantonio, cui non poteva

parer vero tal mutamento, a voga arrancata passò col battello sotto la

poppa della sua Capitana, e domandò più volte alla guardia del calcese:

qual vista facesse l’armata nemica; e quegli sempre a rispondere: Di

fuggire.

Il perchè tornò alla reale ripetendo come per certo il nemico fuggiva,

e don Giovanni fermo a negare. Finalmente per levarsi dinanzi il

testimonio importuno della verità, ed il tacito riprenditore della

maligna e codarda politica, gli comandava che andasse con sola la

sua capitana dietro ai nemici per vederli da vicino: e se venivano

a combattere, ne desse segno con un tiro; altrimenti con due, se

fuggivano.

E quantunque ciascuno vedesse in ciò l’oltraggio manifesto alla

capitana, allo stendardo, ed al generale del Papa nel mandarlo a mo’ di

stracorridore, e senza dignità di accompagnamento, a spiare i nemici;

pure Marcantonio di presente acconsentì, e spiccò senz’altro la sua

capitana. Alla cui vista molte galere mossero dalla posta per seguirlo,

specialmente la padrona e le sensili del Papa, parendo a tutti che

non si dovesse patire di lasciarlo andar solo.[433] Ma per ordine

di don Giovanni furono tutte, loro malgrado, ritenute; salvo che la

galera del Quirino, il quale, giudicando che il suo Generale veneziano

per la ragione di più alta giustizia e di comune utilità gliel

consentisse, volle contro il divieto di don Giovanni andare appresso a

Marcantonio.[434]

Così il generale romano, e luogotenente della lega passò avanti

di tutti gli altri tre miglia; laddove vedendo con gli occhi suoi

manifestamente che il nemico fuggiva, sparò li due tiri: e non per

questo don Giovanni si mosse. Voltarongli però la faccia nove galere

turchesche, sdegnose di vederselo appresso così solo in mezzo al mare

a sparare cannonate: e sarebbesi quivi fatto disperato combattimento,

perchè Marcantonio intrepido aspettavale, se il Quirino, rimandato

indietro da lui, non avesse ottenuto da don Giovanni che si avanzassero

seco due galere di Malta e cinque del Re, alla vista delle quali le

turchesche ripigliarono la fuga, inseguite sempre e cannoneggiate da

Marcantonio sin sotto la fortezza di Modone.

Io lascio a voi il ripensare da questi fatti quale esser dovesse

l’animo di sua Altezza e dei suoi consiglieri contro i Turchi in

quel giorno e nella notte precedente: e, toccando di volo i minori

incontri per non tenervi a tedio, ometto le prove di egregio valore

che Marcantonio dette nell’affrontarsi là sotto Modone con alcune

galere nemiche, e nel farle investire in terra, ed anche nel tentare

di pigliarsene due incagliate sotto la stessa fortezza, donde i Turchi

sfolgoravano di tutte le loro artiglierie contro lui solo. Concludo

però che la giornata del diciassette settembre tale doveva essere per

la lega quale era stata quella del sette d’ottobre.[435] Ma arcani

ordinamenti, traendo l’armata di don Giovanni nella notte fuori di

via, e nel giorno fuori di senno, permisero al nemico d’andarsene,

di ricongiungersi e di mettersi in salvo. Or prenda cui tocca a suo

carico il lento movere, il simulato navigare, il falso vedere, e il

non inseguire; che quanto a Marcantonio bisogna concedere che mostrò

come sempre, così quel giorno, esser schifo di simulazione e di

vigliaccheria.

XVI. — Ritirate che furono le galere dei nemici a Modone, sopravvenne

lenta lenta presso al medesimo porto tutta l’armata con don Giovanni,

che in quel giorno, come ne dicono il Caracciolo ed il Sereno, aveva

fatto sempre vogare a quartieri.[436] La qual parola quartieri non

è stata quivi messa a caso dagli esperti capitani, ma pensatamente:

perchè fosse intesa da chi si conviene. Laonde ben fecero gli editori

di Montecassino a fiutare che quivi il loro Sereno abbisognava di

chiosa, ma andarono fuori del seminato nel volergliela fare mal a

proposito.[437] Perchè il vogare del testo non tocca nè al fil del

timone, nè al vento tra la perpendicolare o il traverso, come essi

dicono, fermandosi alle prime parole del dizionario. Vogare è dar

dei remi in acqua, non di vele al vento, nè di filo al timone. Perciò

con buona loro licenza mi bisogna ricordare che quartiero significa

propriamente la quarta parte, e spesso per analogia la terza o la

quinta di ogni cosa: quindi i tre scompartimenti d’una galera, presa

per lo lungo da ruota a ruota, chiamavansi quartieri di prua, di

poppa, e di mezzanía. Onde, vogare a quartieri significava remigare con

sola una parte del palamento; ora con quello di prua, ora coll’altro

di poppa, ora col terzo di mezzana;[438] tanto che riposandosi gli

uni di qua, travagliavano gli altri di là; a vicenda toglievano e

lasciavano il remo, ed a vicenda aveano riposo e fatica. Insomma era

un vogar lentamente con pochi remi. Ed usavasi tanto per dar fiato

alle ciurme a fin di mantenersele vigorose in procinto di battaglia,

quanto per non essere troppo presto in alcuna parte ove non mettesse

conto. Dunque dicendo quei maestri che don Giovanni il diciassette

settembre aveva fatto vogar a quartieri, vogliono farci intendere

che veniva senza fretta, e che copriva la lentezza sotto colore di

riposar le ciurme pel caso della battaglia. Spiegano eziandio (tanto

è feconda la verità) le opere dei navigatori coll’arte del navigare; e

viceversa l’arte coll’opere. Anzi mi si permetta che dal detto innanzi

ne deduca per conseguenza necessaria che quella notte e quel giorno

fu bonaccia, o poco vento: perchè altrimenti nè la notte sarebbero

andati a remo, nè il giorno a quartieri, nè il piloto a trattenersi

per via, nè Marcantonio a raggiugnere tanto da vicino i nemici, nè

questi a voltarglisi contro, nè il Quirino avanti e indietro, nè i

Turchi fuggirsene lasciando altri a dubitare se si movessero in su o in

giù: segno certo che niuno alzava la vela, e notizie bellissime che al

bisogno si possono cavare da quei diligenti scrittori, perchè viemeglio

si confermi l’impossibilità dell’errore, e la certezza che si adoperava

a malizia.

Giunti a Modone, indarno Marcantonio rappresentò che, senza dar tempo

ai nemici, si dovesse di presente a viva forza entrar nel porto, e

tra quelle angustie opprimerli siffattamente che non ne scampasse pur

uno. Indarno si offrì d’esser il primo alla prova, e indarno promise

certissimo effetto. Coloro che sempre erano a schifare i cimenti,

veduto quel luogo, cominciarono a chiamarlo invincibile: a diritta la

rocca sopra una rupe circondata dal mare, a sinistra le batterie sur

una collina, e in mezzo galere, soldati e cannoni a guardarne la bocca.

Altro non vollero per dire che pareva cosa piena di pericolo e quasi

impossibile entrare là dentro. E facendo conto don Giovanni, per esser

vari i pareri e l’ora già tarda, che non si potrebbe in quel giorno

pigliare alcun partito, ordinò che l’armata si ritraesse, e ne andasse

a dar fondo alla Sapienza: e che Marcantonio, pigliate otto galere

di vanguardia, codiasse il nemico, e si mettesse a suo piacimento

sulle vedette tra quell’isola e la Capraia. Nel qual tempo, disfatta

l’ordinanza e navigando ogni altro a suo talento, egli col predetto

antiguardo volle accostarsi a Modone per viemeglio riconoscere il

porto, la piazza e l’armata nemica. Se non che scontratosi là presso

con quattordici galere turchesche, prese a inseguirle: e con tutto che

quelle disperatamente fuggissero, era per raggiungerne qualcuna, e già

cominciava a bersagliarle col cannone, quando Luccialì, che stava in

punto per uscire, si mostrò con ottanta galere, non tanto a ricoverare

le sue quattordici, quanto a dar vista di coraggio, e a confondere

vieppiù i Cristiani che senza aver fatto nulla procedevano chi qua chi

là disordinati.

Ondechè don Giovanni fu costretto a voltar la faccia, ma il fece con

tanta confusione che Luccialì l’avrebbe rotto se fosse stato pronto

ad assalirlo.[439] Avendo però costui tardato, per la paura che

soppanno agghiadavalo, sapendo che la ruina sua sarebbe certa se i

Cristiani pigliassero ardire, contento di averli con siffatto badalucco

sgomentati, prese a ritirarsi in quella che i nostri si rimettevano:

e non lasciando mai di trar cannonate, rientrò nel porto che erano due

ore di notte.

[18 settembre 1572.]

Don Giovanni allora si allargò sino a venti miglia da Modone, e aspettò

in giolito il nuovo giorno. Venuto il quale, si rifece innanzi al

porto, provocò in più modi il nemico alla battaglia; non ebbe risposta.

Chiaro era che Luccialì, secondo si legge di Fabio Massimo, intendeva

a temporeggiare, a confondere gli alleati, e far le viste non le prove

della guerra, insomma a vincere senza combattere. Ciò non per tanto

sua Altezza e i suoi si lasciarono prendere a quelle arti: e quando

avrebbero dovuto tirarlo per forza alla giornata, in quella vece se ne

andarono a rinfrescar l’acquata.

Una delle grandi necessità che spesso stringeva le galere, era la

provvisione dell’acqua: imperciocchè questa specie di navigilio non

potendo imbarcar vasi di gran capacità, doveva usare i barili. Che

sebbene industriosamente ripartiti, senza ingombrare nè il ponte di

sopra nè le camere di sotto, ma in quella vece allogati a tre a tre

sotto ai banchi dei remieri, giungessero al numero di quasi dugento

barili in ciascuna galea; tuttavia per la gran moltitudine delle genti,

e l’arsura che provavano nella fatica, non fornivano bevanda più che

per dieci o quindici giorni: dopo i quali, fosse pure in paese nemico,

bisognava accostarsi a terra, e da qualche ruscello o fontana attigner

acqua: e sovente battersi ancora con quelli che venivano ad opporsi.

Perciò si sbarcavano primamente drappelli di archibugieri più o meno

numerosi, secondo il bisogno; e quando di qua e di là della sorgente,

spiegatisi alla campagna avevano abbracciato le alture circostanti,

allora scendevano le ciurme per acqua.

Così il diciotto settembre l’armata della lega mosse verso la fortezza

di Corone, salutolla di buon mattino con alcune volate d’artiglieria,

e, scorsa dieci miglia più oltre ad un fiumicello, sbarcò quasi tre

mila fanti spagnuoli sotto il conte di Landriano, e cominciò l’acquata.

Ma avendo il conte svolte le maniche degli archibugieri sul piano,

attorno alle siepi e alle macerie di certi giardini, e non avvertito

di guadagnare una villa che da presso gli sovrastava, ecco venirvi

speditamente per la via di terra con tre mila giannizzeri e cento

cavalli l’istesso Luccialì, diligentissimo a cogliere l’occasione

che gli si offriva. Dì là caricò più volte sui nostri, e sempre

mantenne viva la scaramuccia, che per essere il luogo pieno d’alberi

durò sei ore. In capo alle quali, avvisato don Giovanni che gli

Spagnuoli cominciavano a cedere, vi mandò Paolo Sforza con una mano

d’Italiani a sostenerli sino a notte, che si terminò il travaglio degli

acquatori.[440] Morirono in questa fazione da una parte e dall’altra

molti soldati e capitani, tra i quali Alessandro Strozzi e il cavalier

di Bazan; avendo pur corso pericolo Alessandro Farnese, che con molti

cavalieri del suo seguito vi fece prove di gran valore.

[19 settembre 1572.]

Rimbarcate le genti nella notte, rimenò don Giovanni l’armata a Modone;

donde le galere nemiche non s’erano punto mosse. Rivide alla prima luce

del giorno la gran selva d’alberi e d’antenne che là sorgevano, e il

prese vaghezza di accostarvisi e considerarne da presso la postura.

E perchè la capitana di Marcantonio s’era mostrata in tanti riscontri

agile, sicura e forte più ch’ogni altra dell’armata, volle sua Altezza

montare in quella, col general veneziano e cogli altri del consiglio,

e senza galere d’accompagno scorrere sin quasi alla bocca grande del

Porto, tra l’isola della fortezza e la spiaggia.[441] Colà stette

alquanto a riguardare le dugento galere ottomane ormeggiate in tre

file, colle poppe a terra, la tenda fatta, e la fronte difesa dalle

stesse loro artiglierie; egualmente che i fianchi dalla fortezza sulle

rupe di ponente, e dai ridotti sulla collina di levante. Sua Altezza e

i consiglieri sclamavano, che l’armata nemica era bene alla posta.

Stando adunque in queste ed altre molte considerazioni, ecco uscir

dalla punta del molo quindici galere, che guizzando fuor fuori venivano

per metterlo in mezzo e tagliargli la ritirata: ondechè sua Altezza

diè volta indietro, dicendo che prima di mettersi al pericolo di

assaltar là dentro un nemico così bene afforzato si doveva deliberare

l’impresa co’ voti di tutti. Così fece chiamare a consiglio nella

sala dell’istessa capitana[442] oltre i generali di Venezia e del

Papa, i consiglieri privati, i provveditori, i condottieri, e insieme,

il principe di Parma e il duca di Bracciano: e dette principio al

parlamento con quella diversità di pareri stata sin allora consueta.

Gli Spagnuoli tenevano per impossibile assaltare l’armata ottomana nel

porto di Modone: e in quella vece proponevano di tornare al Zante,

ripigliar le navi, rinfrescar le vettovaglie, e governarsi poscia

secondo che metterebbe conto.[443]

I Veneziani chiamavano codardia la ritirata al Zante, non acconcia

se non a crescer baldanza ai nemici e a dar pretesti a chi cercava

di non far altri conti. Niuna battaglia navate, dicevano, potersi

combattere ove non era l’armata nemica; nè alcuna impresa di terra

tentare ove quella poteva da un momento all’altro sopraggiugnere.

Come difenderebbero l’armata senza soldati? e come piglierebbero le

fortezze senza sbarcarli? Venissero adunque le navi dal Zante a Modone;

troverebbero la via sicura ed aperta. Basterebbe un messaggero ed

una lettera, senza che capitani, generali, soldati, e tutta la lega

andassero a chiamarle. E dappoichè il nemico era stretto e bloccato in

Modone, si deliberasse non il modo di abbandonarlo, ma di offenderlo.

Marcantonio risolutamente affermava che le batterie e le difese di

Modone in altri tempi e con altra gente potevano forse credersi

difficili a superare; non allora con quei Turchi che dentro vi

stavano fuggitivi, pieni di paura, invalidi, e trepidanti alla fresca

memoria di tante sconfitte; non allora che all’incontro stavano uomini

prodi, esperti di guerra, usi a vittorie, e pieni di grandi speranze.

Mostrassero gli alleati coi fatti più che colle parole il poco conto

in che si doveva tenere quella gente raunaticcia ed inesperta, che non

mai ardiva venire a battaglia. Si provassero ad assalirla nel porto:

e vedrebbero che coloro, non avendo nè animo di combattere, nè modo di

resistere, ma solamente comodità di fuggire in terra, al primo abbordo

lascerebbero in abbandono i loro vascelli, e metterebbero la piazza in

tal disordine, che i vincitori, come già a Tunisi, piglierebbero a un

tratto l’armata e le fortezze.[444]

E tale senza fallo sarebbe stato l’effetto del suo consiglio quale

egli prediceva: perchè gli esploratori e i rinegati sin d’allora

rapportavano quel che dappoi meglio si venne a risapere, che Luccialì

disperava di salvar l’armata sua, essendo di soldati e di remigi

mal provvista, piena di avvilimento, e oppressa dalla fame: e che

quantunque richiamato dal Sultano, non ardiva partirsi, temendo non

forse gli alleati il raggiungessero per via. E più volte pensato aveva

o di abbandonar secretamente l’armata e con pochi ripararsi in Algeri,

o di fuggire in terra con tutti i suoi e lasciare i vascelli in poter

dei Cristiani, cui pensava vedere più anche in quell’anno che nel

precedente vittoriosi.[445] E mentre egli seco stesso tenzonando in

grande amarezza deplorava la sua trista sorte e l’imminente pericolo

che gli sovrastava o dai nemici o dal padrone,[446] allora la stoltezza

o malizia dei consiglieri venne in suo soccorso e il rese fuor d’ogni

sua opinione vincitore.

Perocchè quasi tutti, per sino i Veneziani, impensieriti al pericolo,

e trepidanti per l’autorità e pel numero degli oppositori, esclusero

il partito di Marcantonio.[447] Grande sventura! Non era pari alla

potenza degli Spagnuoli la sincerità; nè pari alla prudenza dei

Veneziani l’ardire. Per manco di sincerità e d’ardimento, non vi ebbe

chi sostenesse il partito salutifero del romano campione. Nè questi

sel recò ad offesa: anzi sommesso alle leggi dell’alleanza, ed ai

voti degli altri due generali, smise il primo disegno; e, riguardando

alla pianta della città, del porto e dei rivaggi di Modone, un altro

ne svolse da produrre ugualmente buon effetto. Far campo attorno

alla terra; ed espugnata la piazza, impadronirsi dell’armata. Per la

qual fazione bisognandogli avere un giusto esercito alla campagna, e

l’armata in punto sul mare, fece seco le ragioni del condurre l’una e

l’altra bisogna; così che sbarcando dodici mila uomini ne avrebbe assai

per l’assedio, e gliene resterebbero ventimila sull’armata (cento per

galera) bastevoli a sostenerla. Che se si volesse condurre l’armata

medesima quivi presso nel porto di Navarino, chiusa la bocca colle

galeazze e colle navi, starebbe sicura da qualunque insulto di nemici

e da ogni fortuna di mare; e darebbe eziandio calore all’assedio.

I dodici mila, traendo seco vittovaglie e artiglierie, andrebbero a

porsi sul colle di Santaveneranda, vicino o per dir meglio a cavaliero

sulla fortezza e sul porto; donde già prima combattendo avevano i

Turchi tolta la terra ai Veneziani, e donde (come altrove si dirà)

Romani e Veneziani la ritolsero ai Turchi. Quivi avrebbero acqua

in gran copia, che da inesauste sorgenti vi rampolla, vittovaglie

abbondanti dall’armata, e più anche dai Greci del contado; con che

risparmierebbero le proprie e torrebbero quel sostentamento ai nemici.

E venendo al modo di eseguire il suo disegno, prese a considerare

che, sbarcando i dodici mila nel porto di Navarino, resterebbe sicura

l’armata; ma l’esercito avrebbe a camminar quindici miglia di strada

difficile all’artiglieria, e sovente aperta agli assalti dei cavalli

nemici: e in quella vece, sbarcandoli alla spiaggia sotto il colle di

Santaveneranda, l’esercito andrebbe sicurissimo a campo; ma le galere

correrebbero pericolo di essere in mal punto assalite da Luccialì.

Perciò schivando l’uno e l’altro inconveniente si dovrebbe pigliare

una via di mezzo: metter prima l’armata a Navarino; e all’improvviso

venire con cinquanta galere delle migliori e con tutti i palischermi

e fregatine a sbarcare il detto numero di soldati a due miglia da

Modone, in una valletta chiamata Mauria: ma di notte, in silenzio e

con prestezza tale, che fatto lo sbarco in un ora, quando pur Luccialì

se ne addasse, non potesse aver tempo nè d’impedire che l’esercito non

salisse a Santaveneranda, nè che le cinquanta galere non ritornassero

sicure a Navarino.[448]

Mirabile fecondità di mente! A lui tanto era facile trovar sempre nuovi

ed ingegnosi partiti, quanto ad altri l’udirli raccontare. Egli in un

giorno, e son già tre secoli, spiegò a Modone quella tattica sublime

onde crebbe la rinomanza di Bonaparte a Tolone, di Nelson ad Abukir, e

dei tre grandi ammiragli quivi stesso a Navarino. Ma non per questo se

ne contentavano i prudentissimi consiglieri privati: anzi, dopo aver

impedito l’assalto del porto, non potendo opporsi all’assedio della

piazza, prendevano a ridir sul modo proposto da Marcantonio, e gli si

contrapponevano col voto del marchese di Santostefano. Questi divisava

che di pieno giorno tutta l’armata si dovesse mettere tra l’isola della

Sapienza e della Capraia; di là muovere e sbarcare i dodici mila, non

sulla diritta di Modone per a Santaveneranda, ma sulla sinistra al

piè della Collina fortificata; e quivi presso rimanere schierata in

battaglia: le fanterie dalla spiaggia dovessero assalire la Collina; e,

potendola pigliare, fortificarsi in quella: quindi scorrere sul Monte

appresso; e di là, scoprendo a giusto tiro l’armata nemica nel porto,

prendere a offenderla. Che se altrimenti non riusciva lo sbarco, nè

l’assalto della Collina e del Monte, allora si richiamerebbero a bordo

le fanterie, e si darebbe volta per l’Italia.[449]

Se non che il General veneziano, non tanto commosso dal finale

proposito di ritirarsi in Italia, quanto dalla vanità del progetto del

Marchese, prese a parlare, dicendo: Che ben si poteva salvar l’armata

a Navarino, sbarcar di notte i dodici mila, ricoverar le cinquanta

galere, mettersi a Santaveneranda, e di là pigliar Modone, secondo

l’avviso del signor Marcantonio; ma che non sarebbe mai possibile di

pieno giorno, sopra spiaggia aperta, in faccia al nemico, sbarcare

senza ostacoli dodicimila uomini, e il parco dell’artiglieria; e

quandochè riuscisse, per fortuna dei Cristiani o per negligenza

di Turchi, restavano troppe Colline e Monti a superare, troppe

fortificazioni a vincere, e troppa sete a patire in quella parte priva

d’acqua, e solo guarnita di bocche a fuoco: e che nè anche l’armata

cristiana potrebbe a piacer del Marchese fermarsi in battaglia

a rimpetto di Modone, perchè discacciata di là al primo scirocco

dovrebbe andarsene, lasciando l’esercito disperato di ritirata e di

soccorso.[450] Tra questi e molti altri ragionamenti, dibattendosi

lunga pezza i capitani, n’andò la giornata, e si sciolse il consiglio,

senza aver ferma alcuna deliberazione. Don Giovanni o non seppe o non

volle concludere, nè troncare il filo alla diversità delle sentenze.

[25 settembre 1572 ]

XVII. — Quando ecco, per dar tregua alle altrui ed alle nostre

melanconie, un cotal architetto di oscura fama, per nome Giuseppe

Buono, messo all’armata dal duca Cosimo (gran partigiano della corte

di Spagna)[451] offerirsi di costruire alcune batterie galleggianti

con che facilmente piglierebbe Modone. Approvò don Giovanni che

si fabbricassero le macchine, e dette il carico di sopravvederle a

Marcantonio, come a colui che pel desiderio di buoni effetti si metteva

volentieri ad ogni travaglio. Primamente il Buono richiese sei galere

per farne tre batterie, e Marcantonio propose che si piglierebbe

secondo la rata di ciascuno nella lega: tre di Spagna, due di Venezia,

ed una del Papa. Ma i grandi personaggi che per parte del Re stavano

con don Giovanni, dopo aver consentito al disegno delle macchine,

cominciarono a farne poco conto; ed a volere che prima se ne tentasse

la prova con due sole galere dei Veneziani.[452] Contentandosene

il Foscarino, le due galere vennero in mano al Buono: disarmate,

disalberate, rase di tutta l’opera morta, strettamente incatenate l’una

coll’altra; sopra la coperta da poppa a prua gran piazza di tavole

massicce; attorno il parapetto di gabbioni e fascinotti terrapienato

per di dentro, dodici palmi alto, quattordici profondo; la piattaforma,

e sopra quella otto cannoni in batteria, sei di fronte e due per

fianco. Ed affinchè la macchina al gran peso non profondasse, il Buono

vi metteva sotto e di costa due file di botti vuote; e similmente

dentro nella stiva da poppa a prua altre botti quante più ve ne

capissero: talchè se mai l’artiglieria nemica rompesse in qualche parte

la macchina, non per questo affondasse.

Con tuttociò pesava tanto, che appena reggevasi a galla: e quando

ne sparavano i pezzi immergeva il rostro nel mare. Laonde quel gran

successo che si sperava, e che erasi pur veduto venti anni prima nella

espugnazione d’Afrodisio,[453] non era a vedersi in quel di Modone.

E ritirandosene ciascuno, come per vergogna, restava là soltanto

Marcantonio a sorvegliare il lavoro, secondo l’ordine di sua Altezza;

ed a beccarsi la taccia di intendere alle vanità, e di mettere a

pericolo la gente del Re: quando dall’altra parte i Veneziani in

peggior condizione si dolevano di aver perduto due galere, e patito

altri danni, e vista l’opera abbandonata alla metà da chi non voleva

metterci nè tavole, nè corde, nè portar la terra, nè dar mano a

compirla o a ripararla.[454]

[27 settembre 1572.]

Passati col pretesto di siffatto lavoreccio nove giorni, arrivarono dal

Zante le ventotto navi che don Giovanni aveva mandato a richiamare.

Crebbe con esse la forza dell’armata, ma non il sostentamento della

guerra. I marinari si aspettavano guazzare nell’abbondanza della

Sicilia, unico granaio donde si potessero trarre i viveri dell’armata;

i capitani per le promesse del provveditore di Spagna don Giorgio

Manriquez si aspettavano sette mila soldati, e vittovaglia per due

mesi: ma non erano più che due mila fanti, parte del Re, parte della

Signoria, e tanto poca e così cattiva panatica quanto malamente poteva

bastare cinque giorni: tutta roba di mazzamurro.[455] Sicchè alla

diversità dei pareri, al non potersi far macchine, e a tante altre

difficoltà, aggiungendosi a grado a grado la penuria del vivere, e

la stagione facendosi di giorno in giorno più trista, tutti colà

fluttuavano. Più d’ogni altro don Giovanni: che smarritosi nelle

contraddizioni, nè sapendo più tra que’ suoi consiglieri cui credere,

dubbioso tra lo stare e l’andare, tra il desio d’aver Modone e la

vergogna di non prenderlo, qua mormorazioni delle genti, là querele dei

Veneziani, non trovava loco a risquitto. Gran testa quel re Filippo,

che sapeva confonderli tutti; da vicino e da lontano, in vita e dopo

morto.

[30 settembre 1572.]

Finalmente parendo a don Giovanni ed al General veneziano che per

allora non si poteva far altro a Modone, essendosi troppo nei pubblici

e privati discorsi inaspriti gli animi, e non avendo ardimento nè di

seguire Marcantonio nè di opporsi al gran consiglio, pensarono operare

per diversione, e mettersi all’assedio di un castello che i Turchi

avevano al lato destro del gran porto di Navarino, di che portava il

nome.[456] Era Navarino in quel tempo una piccola terra, malamente

fortificata, senza fossi e senza baluardi, con solo un muro attorno,

e qualche torre e qualche fianco all’antica; non aveva altro vantaggio

che di sorgere sopra una rupe a guardia della bocca minore del porto,

senza poter impedire il passo a chi vi entrava per la maggiore. Tale

era questo luogo, prima che Luccialì lo fortificasse alla moderna, e

in onta a don Giovanni vi costruisse quella nuova fortezza di che avrò

con miglior successo altra volta a trattare. Ora dico che, alla prima

parola di Navarino, tutto il Consiglio fece plauso. Non v’ebbero più

nè Colline, nè Venerande, nè scirocchi, nè altra difficoltà: si fece

pressa a partire. Alli trenta di settembre don Giovanni sbarcò quattro

mila Spagnuoli del Padiglia e del Moncada, cinquecento Papalini del

Bonelli, cinquecento Veneziani di Paolo Orsini, quasi mille nobili

avventurieri sotto Girolamo Acquaviva duca d’Atri; e postili tutti al

comando di Alessandro Farnese (che tanto poi rese chiaro il romano suo

nome nelle campagne di Fiandra e nell’assedio di Parigi), mandolli

con diciannove cannoni a pigliar Navarino. Il Padiglia, ordinato a

guidar l’antiguardo e ad investir la piazza, se le accostò nella notte:

con poca fatica occupò una tra le due strade: ma non avendo atteso

all’altra, e ciò contro al parere del conte di Sarno, fu cagione che

il giorno seguente per quella via entrasse nella fortezza l’istesso

Luccialì. Il quale, cavatine i vecchi, le donne, i fanciulli, empito

tutto di vittovaglie, e postivi dentro sceltissimi soldati, sventò

a un tratto il disegno della lega.[457] Indarno si dette mano agli

approcci, indarno a far salir l’artiglierie, indarno ad aprire il

fuoco delle trincere: i difensori con arditissime sortite e col

trar continuo li rimboccavano. Alle quali cose aggiungendosi tristi

tempi, e dirottissime piogge, e per tutto il campo una voce, che si

dovesse levare l’assedio, altrimenti sarebbe succeduto qualche gran

sinistro, tanto più che i Turchi si facevano vedere alla campagna con

grande assembramento di fanti e cavalli, don Giovanni deliberava di

abbandonare l’impresa, quantunque vi fosse impegnata la riputazione

sua, e l’onore delle armi cristiane. Sempre le discordie dei capitani

confondono, e i timidi consigli conturbano la mente dei soldati.

[5 ottobre 1572.]

La notte dopo il quattro di ottobre si cominciò a ritirar

l’artiglieria, appresso il bagaglio, l’esercito, i capitani. E parendo

bene a don Giovanni che quei signori fossero aiutati a scendere,

fece venir in terra Marcantonio a dar loro la mano. Egli che per

natura odiava le fazioni non compite, ed allora sentiva vivissimo

il dispiacere di trovarsi testimonio di tanta vergogna, dovendosi

così grande armata ritirare da sotto una roccaccia, pur si mise alla

coda delle colonne nella loro contrammarcia; sempre difendendole e

sempre combattendo contro la cavalleria nemica che lo accompagnò sino

alla spiaggia, sino ai palischermi, sin quasi sotto al tiro delle

galere.[458]

[7 ottobre 1572.]

XVIII. — Fatta l’acquata a Portogiunco, che è l’uno dei sorgitori

dentro il golfo Navarino, e terminato l’imbarco con quell’avvilimento

che a siffatti disastri va sempre congiunto, si trovarono per

soprassello quasi affamati. Tanto di vittovaglia per le piogge, pel

trasporto, e per lo sciupío s’era consumato in sei giorni al campo,

quanto sarebbe bastato per venti giorni in mare. Di che sgomentandosi

ciascuno, massime gli Spagnuoli, cominciavano a parlare del ritorno:

e don Giovanni stava già per mettere il segno di far vela con tutta

l’armata verso l’Italia, quando gli rammentarono la mattina del sette

ottobre, che quello era il primo anniversario della gran vittoria: e

che si doveva con qualche prova di valore celebrare. Il perchè deliberò

rivolgersi un’altra volta a Luccialì, appunto allora che costui, reso

ardito dalle nostre miserie, e dal niun frutto della lega in quella

campagna, era uscito di Modone, e se ne veniva codiando alla larga

l’armata cristiana. Nel qual tempo essendo comparsa in alto mare una

nave veneziana che, partita dal Zante col pieno carico di vittovaglie,

era stata prima spinta dal vento al Cerigo, e di là se ne veniva a

Navarino, entrò Luccialì nella speranza di poterla predare, avanti

che don Giovanni avesse tempo a difenderla. Per ciò spinse a quella

vôlta venticinque delle sue migliori galere, ed egli stesso con tutta

l’armata si mise in punto per sostenerle. La qual cosa divulgatasi a

Portogiunco, e riferita a don Giovanni, fece nascere un subito e pronto

movimento delle galere cristiane, che alla sfilata, come meglio si

trovavano, uscivano fuori, e arrancavano verso terra per cacciare al

largo le venticinque galere nemiche. Marcantonio divisava affrontarle,

e tanto trattenerle che il marchese di Santacroce potesse tagliarle

fuori dell’armata loro. E don Giovanni si ordinava appresso per essere

pronto alla giornata, qualora Luccialì si fosse avanzato a proteggere

i suoi. Ma il corsaro che non voleva perdere con una battaglia ciò che

aveva fin allora guadagnato senza far nulla, richiamò di presente le

venticinque galere; e si rivolse a fuggire verso Modone.

In quello scompiglio dei nemici le migliori nostre galere, la capitana

di Marcantonio, del Cardona, del Caneletto, del Santacroce, e di Malta

si misero in caccia, gareggiando tra loro per ghermirne qualcuno:

ma tanto erano lontani e così prestamente smucciavano e tanto da

presso avevano il porto, che sarebbero i nostri tornati addietro

senza alcuna presa, se in una di quelle galere, capitanata da Mahamud

nipote di Barbarossa, gli schiavi cristiani in numero di duecento,

rivoltandosi contro di lui non avessero gettato i remi e fermato il

naviglio, perchè il marchese di Santacroce, che davagli la caccia, se

lo pigliasse. Mahamud resistette combattendo sino alla morte, alcuni

degli schiavi cristiani restarono massacrati al primo rumore, gli altri

ricuperarono la libertà, ed il Marchese ritornando con quella preda

fu ricevuto a sommo onore da don Giovanni e con infiniti applausi dai

cortigiani.[459] Gran miseria sfamarsi di briciole.

Allora dalla concorde testimonianza di dugento persone si venne meglio

a confermare come Luccialì era pien di spavento, e non fidava rimenare

l’armata a Costantinopoli, per quanto il Sultano lo richiamasse,

temendo esser nel viaggio sopraggiunto dai Cristiani. Di più che se

i nostri lo avessero assaltato la sera del diciassette settembre,

certamente pigliato avrebbero l’armata sua; perchè egli, pensando

non poter resistere, aveva fermo di salvarsi a terra, e fuggire. La

stessa deliberazione dicevano aver fatta il giorno diciannove, quando

gli si presentò la battaglia nel canale della Sapienza. Riferivano

inoltre che durante l’assedio di Navarino egli ogni dì entrava nella

fortezza e ne dirigeva le difese. E che sebbene gli fosse arrivato

alcun rinforzo di gente e rinfreschi di provvigioni, non per questo

si trovava fornito a dovere; ma anzi in molta penuria, e più pieno di

timore che di speranza. E per tutte queste ragioni essi, sebben schiavi

alla catena, avevano preso animo a rivoltarsi. Donde era a concludere

che con alquanto più d’ardire, secondo il parere di Marcantonio, si

sarebbe potuto già molto prima per terra e per mare aver finita la

guerra. Tuttavia, tanto erano gli animi oppressi dal letargo e dal

privato consiglio, che senza cavar profitto da tutto ciò, non altro

ardimento prese don Giovanni se non di condurre l’armata davanti a

Modone, e di farla quivi vedere terribilmente al nemico. Là stette con

gran valore fermo alla mostra per tutta la giornata; finalmente stanco

di tanta bravura, per non aver più che mangiare, propose di tornarsene

in Italia. Marcantonio eziandio persuaso che a quel modo non si poteva

far nulla di bene, ma soltanto accelerare lo scioglimento della lega,

consentì alla domanda:[460] e il Generale veneziano, lieto altresì

di potersi ritirare senza aver colpa nella deliberazione, chinò la

fronte e si mise cogli altri; dicendo che il voto dei due era legge

per tutti. Di che l’Europa restò maravigliata, il Papa offeso, la

Repubblica oppressa, e l’armata piena di confusione. Grande il trionfo

di Luccialì. Intorno a costui furono in festa tutti i mussulmani, con

quella schiuma di malvagi cristiani, specialmente di Dalmatini e di

Spagnuoli che gli si presentavano ogni giorno per farsi, se forse già

prima non erano, turchi.[461]

Or non sarà che io lasci di trascrivere qui, almeno in parte, il

dispaccio di Marcantonio al cardinal di Como nel quale si contiene il

suo giudizio sopra questi successi, in questa forma:[462] «Per una mia

lettera delli due diedi conto a Vostra Signoria Illustrissima come si

era concluso di pigliar questo luogo di Navarino, et come se n’era data

la cura al signor principe di Parma. Vi è stato tanto poc’ordine nel

piantar dell’artiglieria, e nel munire il campo, et in ogni altra cosa

necessaria, et quel che più importa si è lasciato il transito libero

all’inimico di potere a sua posta di giorno e di notte rinforzare il

presidio, che stante il suddetto, et il mancamento delle vittovaglie,

si fece jer sera deliberazione di ritirare l’artiglieria et l’esercito,

con grandissimo dispiacere di tutti.... Parse anche conveniente che

il signor Principe fosse ajutato a ritirar l’artiglieria, et così

vi andai io; dove sono stato la notte passata et questa mattina....

Non si tenterà altro per quanto vedo in queste parti.... Ed ancorchè

si aspettino alcune navi di vittovaglie non può essere bastante;

dovendo esser molta quella che abbia da rimediare un’armata come

questa, quando viene a restarne del tutto sprovveduta, come questa

ora si trova.... Dio perdoni a chi da principio non ha voluto che

fosse possibile di offendere il nemico, e sono andati dando tempo

al tempo, con far macchine e aspettar navi, acciò il mancamento del

pane ci abbia poi escluso il tutto. La volontà di sua Altezza non può

migliorarsi.» _Cifra_. «Siamo stati sempre uniformi li tre voti, ed

in questa ritirata avendo parlato il signor don Giovanni ed io che per

la necessità del vivere il partito era forzato, il generale veneziano

disse: la risoluzione è fatta perchè li due voti bastano. Io replicai

che se le altre deliberazioni si erano prese sempre di comune accordo,

questa doveva essere più di tutte, perchè era forzata dalla necessità;

e che avendo io ordine da sua Beatitudine non solo di tardare ma

anche di procurare che sua Altezza sverni in Levante, dicevo che mi

pareva che stessimo: e che se loro avevano vittovaglie ce ne dessero,

che io per il mio voto dicevo che si stesse fermi. Rispose che egli

non replicava, nè contraddiceva. Io soggiunsi che giacchè non poteva

contraddire, doveva consentire: et non volere buttare in faccia ad

altri il carico del bisogno che era comune a tutti: perchè li soldati

di Nostro Signore che io avevo nelle sue galere si morivano dalla fame.

Et così afflosciò. Et oggi è stato da me a scusarsi mostrandomi la

terribilità della sua Republica; et dicendomi, che se io non venivo a

Corfù con quelle galere di Sua Santità, et del Re cattolico, lui aveva

ordine di andare a combattere l’armata del Turco, et che si sarebbe

perso in un tratto. Mi è parso che Sua Santità sappia la verità di

questo fatto.[463]

»Quello di che li signori Veneziani si possono dolere (levato il

passato)[464] è, che sua Altezza ne fece tornare a Corfù; che si venne

pigramente a trovar quest’armata, et che risolvendosi di dare all’alba

sopra l’isola della Sapienza (quando l’armata turchesca era in questo

Porto) dessimo in quella del Prodano. — Da Porto-Giunco la sera del 7

ottobre 1572.»

Or dunque, messe anche da parte le ingiurie del tempo passato in tre

anni di guerra, e prese sol queste più recenti degli ultimi due mesi,

avevano pur di che dolersi i Veneziani. La volontà di sua Altezza non

poteva migliorarsi. Vedi destrezza nello scegliere la sua frase: non

dice con questo che la volontà di lui sia cattiva, non dice che sia

buona; soltanto dà per impossibile che si muti in meglio. Dunque non

aveva più volontà. Soltanto doveva patire che a libito altrui andassero

per sempre le cose al modo stesso; che si lasciasse la briglia sciolta

al nemico, e che gli amici fossero abbindolati dal Cerigo sino a

Corfù; che il tempo migliore si perdesse; che fosse offeso Marcantonio,

minacciato Gil d’Andrada, dispregiato il generale di Venezia; patire

che pigramente si andasse a cercar la battaglia, che invece di aver

la vittoria alla Sapienza si andasse a perdere ogni cosa al Prodano;

che a Navarino si accattasse vergogna; che a lui venuto per ultimo dai

granai della Sicilia mancasse dopo un mese la vittovaglia, non mancata

agli altri nell’anno; patire di venir tardi e mal provvisto, che i suoi

commissarj entrassero col vanto dell’abbondanza e poco dopo scoprissero

i cenci della miseria; che i suoi consiglieri promettessero vittorie

senza battaglie, e tutti insieme mettessero difficoltà in ogni cosa,

men che nel ritorno. E così lasciare abbandonati i Veneziani innanzi al

nemico cresciuto di potenza e di riputazione.[465]

[18 ottobre 1572.]

Con questi patimenti dell’una e dell’altra parte in broncio navigarono

di ritorno. Ed al turbamento degli animi rispondendo le tempeste del

mare, tra le dirotte piogge, il fragor dei tuoni, ed il folgorar delle

saette, andarono afflitti e dimessi dal Zante al Viscardo, e più oltre

alle Gomenizze, ed a Corfù. Mancò la galera san Pietro del Papa: che

scorrendo alla vela, menata da gagliardo scirocco, sulla prima guardia

dopo la mezza notte del giorno diciotto di ottobre, investì sulla secca

che è presso l’isola di Paxo.[466] Metà della galera salì di prua sul

banco, metà di poppa si sommerse, e nel mezzo si sdirenò: affogarono

più che cento persone. Il cavalier di Sangiorgio che n’era capitano,

tutti gli ufficiali, e trecento altri si salvarono sulla prua: passando

di là due galere furono tirati a salvamento. La mattina seguente

Marcantonio dalle Gomenizze mandò monsignor Grimaldi commissario con

tre bastimenti a ricuperar ciò che avanzava del naufragio: ma il mare

grosso, lo scirocco gagliardo, e lo sfacelo della nave non permisero

che si ricoverasse altro se non l’artiglieria, e qualche parte degli

armeggi: il resto andò in mano ai rapaci che poco dopo quivi si

gittarono per bottino.[467]

Raccoltasi finalmente l’armata nel porto delle Gomenizze, ecco

sopraggiungere il Morillo, regio provveditore, con cinque navi spagnole

cariche di vettovaglie, ecco nove galere di Spagna col cavalier Vasquez

de Coronado, e insieme Giannandrea Doria con cinque galere sue, il duca

di Mondragone, Gabrio Serbelloni, il Figueroa, tre mila soldati,[468]

e sopra ogni altro il signor don Gonzalo Ferrante di Cordova duca di

Sessa, venuto colà con tutta quella provvisione e compagnia non già

per confortare i collegati alla guerra, nè per reprimere i nemici, nè

per mettersi ad alcuna impresa, nè per unirsi, o come essi dicevano

incorporarsi all’armata; ma per disciogliere l’unione, e per sollecitar

don Giovanni a tornarsene presto in Sicilia.[469]

Il perchè, reclamando indarno i Veneziani, e indarno offerendosi

Marcantonio a svernare in Levante se restassevi l’Altezza sua, o almeno

qualche squadra di galere spagnole, perchè vi si vedesse la forma

di Lega, don Giovanni con poco onore, senza salva, e senza segno di

allegrezza, molto diversamente dalle altre volte, partissi da Corfù.

Alli venticinque entrò in Messina. Marcantonio poco dopo ricondusse

le genti del Papa a Civitavecchia.[470] I Veneziani restarono soli

a fronte dei nemici. Niuno mai avrebbe nell’ottobre del settantuno

pensato che tale sarebbe stato l’anno appresso il ritorno dell’armata.

[Novembre-Dicembre 1572.]

XIX. — Or io non voglio mettermi appresso a ciascun di quei capitani,

nè raccontare minutamente i viaggi e le pratiche in che si occuparono.

Bastimi per sommi capi raccogliere la venuta di don Giovanni a Napoli,

laddove nelle delizie, da altro fuoco che non di guerra nel giovanil

petto acceso, aspettava e temeva essere richiamato dal fratello.[471]

Brevemente ancora raccolgo il viaggio che Marcantonio per commissione

del Papa fece a Madrid, con animo non tanto di scolpare sè stesso

delle accuse di che gli invidiosi caricavanlo presso il Re, quanto

di convenire del modo col quale avesse l’anno venturo a trattarsi la

guerra. Nel suo passaggio ricevette grandissimi onori, tutti vollero

vederlo e festeggiarlo, per fino i suoi contrarj. Tanto la verità

vince sopra le menzogne, e la virtù sopra le passioni. In Genova ogni

ordine di cittadini, e l’istesso Giannandrea, quasi da occulta forza

condotti, furono a visitarlo.[472] Dal Re poi gratissimamente ricevuto

ed onorato, dopo spediti i negozii pubblici, e giustificata benissimo

la sua causa, fu confortato a tornarsene in Italia, ed a procurare

che l’armata per tempo potesse uscir fuori.[473] Al modo stesso il

principe di Parma, Paolo Giordano Orsini, il duca di Sessa, e gli altri

personaggi principali, in modo differente delle cose fatte e da farsi

discorrendo, si ridussero a Madrid. E il re Filippo, sì di tutti loro

che di Marcantonio e di Giannandrea lodandosi, ebbe a dire che: Quei

signori avevano molto sentito la passeggiata.[474] Cioè che menavano

gran rumore, non avendo per tutto l’anno fatto altro più che andarsene

a spasso.

Ma il passeggio delle armate, che al re Filippo dava materia di giocose

parole, quello per appunto rimescolava la bile dei Veneziani. Intesi i

successi della campagna ed i disgusti ricevuti del loro Generale, non

più secretamente ma in pubblico, per le piazze, domandavano qual mai

fine aver dovesse la loro miseria, da qual rabbia fosse compreso il

Senato, e per punizione di quali peccati nella mente dei consiglieri

fosse venuta tanta pazzia, che paresse loro di far cosa bella a

mostrarsi invitti contro tutte le avversità e contro tutti i mali, sol

che potessero mantenere la cara amicizia di quella corte che già tante

volte avevagli derisi, straziati, e traditi.[475] Da uomini prudenti,

com’erano, si guardavano dal suscitarsi contro l’ira personale del

Re terribile, menavano per buone più le parole che i fatti suoi, e

rovesciavano la colpa, gli sdegni, e le maledizioni sopra i ministri.

Dimostravano con molte ragioni che si troverebbe la Signoria meglio

d’accordo coi Turchi, che non con loro.[476] Di che inteso secretamente

il Senato, fu scritto a Marcantonio Barbaro, ambasciadore in

Costantinopoli. Costui, uomo di molte lettere e di molta virtù, sebben

dai Turchi sul cominciare delle ostilità posto in custodia, pure aveva

saputo per destrezza sua molto bene accomodarsi al tempo, e non ostante

la guardia e la prigionia, potuto sempre mandare e ricevere avvisi e

lettere anche in cifra per salvezza della sua patria: egli medesimo

ricevuta la commissione prese daddovero a trattar la pace col Sultano.

Ciò non pertanto i Veneziani si apparecchiavano più che mai alla

guerra, per esser pronti ad ogni successo nella nuova stagione. In Roma

il Papa disegnava accrescere il numero delle sue galere: già n’aveva

per opera di Marcantonio messe assieme da varie parti diciassette, e ne

cercava delle altre.[477] Per mezzo di Pompeo Colonna duca di Zagarolo

e di Concetto Matteucci da Fermo scriveva le nuove fanterie.[478] Da

Madrid il re Filippo, fermo ne’ suoi principi e fedele osservatore

delle formalità di corte, rinnovava solennemente con tutti i suoi

titoli le lettere di credenza per il congresso di Roma a quelli stessi

deputati Granuela, Pacheco e Zuñiga che avevano negli altri anni più

volte, massime nella chiesa della Minerva, cavato le lacrime a san

Pio.[479]

[Gennaio-Marzo 1573.]

XX. — Con siffatti animi si ripigliarono in Roma le sedute; alla prima

delle quali volle esser presente il Pontefice. Ciascuno tornò al filo

di quelle ragioni, e di quegli scaltrimenti che aveva già altre volte

adoperati. Gli Spagnuoli a levar la guerra dalla Grecia ed a tirarla

in Africa, i cardinali a mantenerla contro il Sultano, ed i Veneziani

a chiedere che le forze degli alleati si dovessero accrescere, come

per certo crescerebbero quelle del nemico, che don Giovanni smettesse

il vezzo dell’assoluta padronanza, osservando o assente o presente il

voto degli altri due generali; e che nel mese di marzo, non più tardi,

l’armata del re e del Papa fosse pronta a Messina per mettersi in

campagna a guerra guerreggiata con forza e diligenza in tempo debito

secondo l’uso delle nazioni e la dignità del nome cristiano.[480] Le

quali proposte essendo in ogni parte conformi ai capitoli della Lega,

per quanto venissero contrastate dai cavilli degli Spagnuoli, e messe

a troppa tortura dalla minutezza dei Veneziani,[481] dovettero in

fine essere approvate da tutti: deliberandosi di comun consenso che

innanzi al primo d’aprile dovrebbe l’armata del Re e del Papa essere

a Messina, e di là senza indugio unirsi a Corfù coi Veneziani, per

cacciare di Grecia il nemico: le galere sino al numero di trecento si

accrescessero, e la guerra non secondo l’arbitrio di un solo, ma col

voto dei tre si governasse.[482]

[4 aprile 1573.]

Ferme queste ed altre utilissime deliberazioni, uscito il mese di

marzo, ed entralo l’aprile, senza essersi ancora eseguito dagli

Spagnuoli nulla di ciò che era promesso:[483] ecco la sera del due

arrivare a Venezia il figliuolo dell’ambasciatore Marcantonio Barbaro,

e portare da Costantinopoli al Senato i capitoli della pace promessi

dal Sultano a suo padre, sotto la malleveria dell’ambasciatore di

Francia,[484] quando il doge volesse firmarli. Ai Francesi non piaceva

che Venezia si consumasse inutilmente nella guerra, nè che con essa

cadesse l’ultimo baluardo d’Italia in mano degli Spagnuoli.

Alli tre il consiglio dei dieci, ponderata da una parte la infedeltà

perpetua di Filippo, l’ingiuria di Andrea Doria alla Prevesa,

l’abbandono di Giannandrea a Cipro, la diserzione di quest’istesso

a Lepanto, le difficoltà del Granuela a Roma, le opposizioni del

consiglio privato a Messina, gli inganni della navigazione al Prodàno,

e le continue dilazioni, soprusi e menzogne; e dall’altra le condizioni

quantunque si voglia gravose, che il Sultano come se fosse vincitore

imponeva, deliberò piuttosto alla pace col Turco che alla perfidia

degli Spagnuoli affidarsi. La mattina del quattro il Doge, fatto venire

il nunzio del Papa, con lui in questa sentenza parlò.[485]

«Iddio onnipotente scrutator de’ cuori sa quanto noi sino al dì d’oggi

con ogni sforzo abbiamo procurato di mettere un freno alla prepotenza

del Turco. Egli pur sa che la grande giornata del settantuno non è

stata proseguita dalla Lega, e non ha prodotto l’effetto che doveva.

Egli sa che l’anno passato quando le forze marittime del nemico erano

ancor fiacche e noi pronti, il Re cattolico non ha fatto la parte sua:

e prima dette ordine a don Giovanni che non andasse in Levante, poi che

tardi venisse; e questi a vista dei nemici, o per deliberazione de’

suoi consiglieri, o per mancamento di biscotto, si ritirò senza aver

fatto cosa alcuna.

»Oggi il Turco si è riavuto, ha armato quattrocento galere, e fa sforzo

estremo d’esercito in terra a’ nostri danni. Cattaro, Zara, Traù,

tutta la Dalmazia è in pericolo; il nemico ha devastato le campagne;

noi non abbiamo che città assediate: Candia, il Cerigo e Corfù esposte

ai nemici; e quei popoli in stato di disperazione per le continue

molestie, il poco soccorso e la mancanza del pane. Noi dovremmo essere

già in campagna a fin di marzo: pure si vede col fatto che non giovano

ad assicurarci nè i capitoli della lega giurata, nè le deliberazioni

del congresso a Roma. Eccoci alli quattro di aprile, senza vedersi

eseguita cosa alcuna. Ne duole affliggere maggiormente Sua Beatitudine.

Di essa non possiamo dolerci, anzi ce ne teniamo, e terremo sempre

obbligati. Ma l’infedeltà degli Spagnuoli, il non poter più reggere a

tante spese, la manifesta ruina di tutto lo stato nostro, ci ha sciolto

da ogni impegno, e ci ha sforzati ad accettare dal nemico una misera

pace, che ora vi annunciamo conclusa.

»Non erano queste le nostre speranze; ma ci scusa la forza che ci ha

stretti a chinare il capo e ad acconciar i nostri pensieri alla qualità

delle cose.»

La pace fu trattata con tanta segretezza che, avanti di saperne il

principio, se ne sentì la conclusione. Restò la Repubblica tra molte

angustie per l’aggravio dei capitoli; ma al tempo stesso in grande

sicurtà per la fede con che la corte ottomana prese ad osservarli.

Per quasi un secolo non vi fu più guerra tra loro. Ma il Pontefice

che, dopo tanti pensieri e così gran travaglio abbandonato, perdeva la

speranza di veder riscossa dalle usurpazioni ottomane la cristianità

di Oriente; gli Ungheresi, i Pollacchi, i Tedeschi che rivedevano il

Turco sbrigliato in atto di gittarsi nuovamente sulle loro terre; gli

ambasciatori di Spagna, che sempre davan voce contro i Veneziani;[486]

tutti quelli che senza muovere un dito zelavano le vittorie sopra i

nemici della fede; i capitani di ventura che perdevano il soldo, i

mercadanti che scadevano nelle tratte, i novellieri che non avevan

più pascolo, e infiniti altri che per innumerevoli rispetti credevano

scapitarci, ne menarono scalpore incredibile: tutti contro i Veneziani.

Di che io mi passo assai quietamente; rivolgendo lo sguardo al re

Filippo di Spagna che fu il primo a quietarsene. Quando seppe della

pace, senza mostrare risentimento e senza alcuna apparente amarezza,

disse:[487] Che se i Veneziani tanto prudenti avevano conosciuto

che lor mettesse conto la pace, stimava che avessero fatto bene di

provvedere ai casi loro; nè egli potrebbe offendersi che la guerra

fosse finita ad arbitrio e piacimento di quelli per utilità dei quali

era cominciata. Ciò non pertanto egli continuerebbe a combattere

contro i Turchi, ancorchè solo; e basterebbegli in premio che il mondo

conoscesse come alla prontezza sua nel pigliar l’armi corrispondesse

sempre la costanza nel mantenerle.

Parole magnifiche: che riportate da tutti, anche dai suoi parziali, gli

tolgono ogni scusa. Filippo non si era messo nella lega per ricuperare

i paesi perduti, non per riscuotere la Grecia, non per rimettere la

civiltà in Oriente, nè per restituire a quei cristiani gli usurpati

diritti; ma perchè il mondo lo chiamasse costante nel mantenere i

suoi sudditi, i suoi nemici, e i suoi alleati tutti insieme in guerra

perpetua, senza battaglia, senza compenso, senza fine: perchè il Turco

sempre ci fosse, e l’Italia sempre palpitasse in quello strazio in

che per tanto tempo fu tenuta dai barbari, massime co’ ladronecci

e scorrerie perpetue sui paesi littorani. Il mondo non si piglia a

gabbo per più di tre secoli. Oggi il mondo chiama perfidia quella che

esso chiamava costanza: oggi dice che la lega fu rotta da lui, non

dai Veneziani.[488] Che se egli fosse stato sincero, e avesse voluto

da senno ciò che tutti i popoli di Europa ed i Pontefici altresì

s’aspettavano dalla lega, egli al paro d’ogni altro si sarebbe sdegnato

della rottura.

Nel tempo istesso l’ambasciador suo in Roma spediva un corriero

a don Giovanni d’Austria, proponendogli di far grandi promesse ai

Veneziani, sol che si rompessero un’altra volta col Turco. Allora,

diceva, oltre agli aiuti che la corte di Spagna avrebbe da Venezia, le

toglierebbero per sempre la speranza di pacificarsi, e la ridurrebbero

a suo dispetto schiava di sua Maestà: il Papa eziandio quinci innanzi

con maggior sommissione guarderebbe le cose del Re; e sua Altezza

don Giovanni farebbe la guerra a suo modo, senza stare ai capitoli

dell’alleanza, e senza dover osservare il voto del generale del Papa e

dei Veneziani.[489]

[Maggio 1573.]

Non si lasciarono però a siffatta tresca condurre i Veneziani. Il

general Foscarino rimise l’armata nell’arsenale; don Giovanni sul

molo di Napoli abbattè lo stendardo della lega; e Marcantonio sapendo

come il Pontefice aveva a gran fretta rimandate indietro le galere, e

sciolte le milizie, andò, come aveva già fatto dopo la morte di san

Pio, a chiedere licenza.[490] Senza replica l’ottenne.[491] Di là a

pochi giorni fu eletto governator generale delle armi pontificie, e

supremo comandante di terra e di mare, Jacopo Boncompagni consanguineo

del papa.[492]

Così ebbe fine il generalato che Marcantonio Colonna tenne con tanto

decoro del Papato e di Roma, quanto mai se ne sappia degli antichi e

dei moderni capitani. Per la virtù sua non solo trionfò dei nemici e

riempì d’ammirazione i popoli; ma, quel che parrebbe impossibile ad

ogni altro, restò egualmente nella stima delle emule corti di Venezia

e di Madrid, con le quali mantenne sempre corrispondenza di lettere e

d’uffici. Il Doge sovente il ricercò dei suoi consigli. E il Re, dopo

la terribile disfatta che andò costantemente cercando in Africa, e ve

la trovò l’anno dopo, temendo troppo della Sicilia, e bisognandogli

governatore tale che fosse in terrore agli Ottomani, pregò Marcantonio

a pigliarne come vicerè il governo: egli resse per nove anni quei

popoli con lode di giusto e di prudente reggimento. Or io avendomi a

dividere da questo eroe, non mi proverò di compendiarne qui gli elogi;

perchè sì grandi sono e tanto li ho discorsi, che nè io saprei meglio,

nè egli a venire in maggior fama ne abbisogna.[493]

Nell’altezza però di tanta gloria, onorato dai principi, riverito

dai popoli, superiore a qualunque offesa aperta, non fu già sicuro

dalle arti vilissime dell’invidia, con che alcuni pochi ma potenti

travagliarono il resto della sua vita, e procacciarono oscurarne

la fama. Il Litta con poco accorgimento, e per volersi mostrare

imparziale, si mise in ponte tra la verità e gli inganni di costoro.

Marcantonio scrivendo al re di Spagna, a cose finite, e con l’usata sua

circospezione, di sè e di loro parlava così:[494]

«Le contrarietà che mi sono state fatte nel tempo della guerra che

per tre anni si fece in lega col Papa e co’ Veneziani vennero da tre

cagioni. Primo, perchè vi furono alcuni che non giudicavano utile, nè

avevano piacere della lega: secondo, perchè non potevano persuadersi

che si potesse combattere contro i Turchi sul mare: terzo, la grande

invidia e rabbiosa che mi portavano, perchè col favore di Vostra

Maestà io tenevo in quella spedizione un luogo tanto principale. E

questo maledetto peccato tanto più andò crescendo quanto meglio le cose

succedevano al rovescio della loro opinione. Il frutto che ho cavato io

fino al dì d’oggi dalla grande giornata sono state persecuzioni.»

La rabbia dei persecutori, non sazia mai di calunnie, spinse innanzi

tempo l’eroe di Lepanto al sepolcro. Chiamato dal re Filippo alla

corte l’anno mille cinquecento ottanta quattro, se ne venne con dieci

galere di Sicilia a Civitavecchia: e dopo essere stato in Roma sua

patria per riveder la famiglia, quasi presago della triste sua sorte,

da tutti affettuosamente accomiatandosi, passò per mare a Barcellona,

e di là con molto seguito prese le poste verso Madrid. Ma come fu

giunto a Medinaceli, colto da violentissimo male, morissi: lasciando

a tutti gli storici sospettare che il veleno di alcun possente ed

invido nemico spegnesse nella fresca età di anni quarantanove questo

luminare di gentilezza e di virtù romana.[495] Le sue spoglie mortali,

ricondotte tra noi, si posarono con quelle dei suoi maggiori nella

chiesa di sant’Andrea del castello di Paliano. Io però, tra le mura

del chiostro e sulle carte dell’età trascorse dolorosamente ripensando

all’ingratitudine degli uomini, che fa più grande e mesta la mia

solitudine, non ho cessato fatica per rinverdire nella memoria e nella

estimazione dei posteri la fama dell’altissimo campione. L’ho seguito

ne’ suoi viaggi, ho narrate le sue geste, l’ho accompagnato alla tomba.

Qui mi fermo, qui oro, qui poso alquanto la penna a ritemprare l’animo

stanco del passato, e fiducioso dell’avvenire.

Marcantonio Colonna alla battaglia di Lepanto · 第 25 / 99 题