[Gennaio 1572 ]
I. — Pensava il mondo che la vittoria di Lepanto tanto maggior
frutto portar dovesse ai vincitori, quanto incomparabilmente più
d’ogni altra che per i tempi passati ricordar si potesse, era stata
gloriosa, decisiva, e compiuta.[291] I Greci erano in punto di levarsi
per tutto l’Oriente, i Turchi sbigottiti stavano aspettandosi la
caduta dell’imperio, il Sultano confuso tornava precipitosamente
dalle provincie a guardar la capitale, e la plebe musulmana a quei
Franchi, che aveva sino allora disprezzati, s’inchinava pubblicamente;
e loro confidava le più preziose sostanze, per salvarle dal sacco,
che temevano da un giorno all’altro imminente.[292] Gli Occidentali
dall’altra parte niuna cosa più rivolgevano per la mente che battaglie
e conquiste: cacciare i Turchi dall’Europa, svellere dalle radici
la pirateria africana, rimettere in piedi l’imperio di Grecia,
riscuotere la Palestina, liberare Gerusalemme, impedire la temuta
rovina dell’Ungheria e della Polonia, ed ogni altra impresa, quantunque
ardua, stimavano che dovesse, dopo così felice cominciamento, riuscire.
Ciò non pertanto dalla grande vittoria nostra (che pur fu principio
del dichinamento in che è venuto l’imperio turchesco) non si cavò
allora niun frutto: perchè ad onta dell’opinione pubblicamente tenuta
dagli amici e dai nemici, contro il corso ordinario degli eventi, ed
oppositamente agli interessi comuni del Cristianesimo e dell’Italia,
vi fu chi si adoperò a contrariarlo. Questa sola ragione, già nota ai
miei lettori, quantunque studiosamente ricoperta dietro le cortine dei
gabinetti, e poco eziandio potuta o voluta vedere dagli storici timidi
o parziali, pur rilevasi da tutta l’orditura dei fatti precedenti e
seguenti, e dalle carte secrete degli archivî. Questa sola ragione,
dico e ripeto, può chiarire gl’intricati successi con che si passarono
gli altri anni dell’alleanza.
A vedere insieme Spagnuoli e Veneziani pareva che dovessero essere in
grande amicizia tra loro; ma nel secreto nudrivano gli uni contro gli
altri odio più acerbo che non contro i Turchi.[293] Ed il fuoco occulto
delle passioni, rattizzato dalle continue querele, e più che mai
scosso dal soffio della recente vittoria, divampava qua e là in fiamme
di sdegnose parole. Imperciocchè gli Spagnuoli, generazione d’uomini
gonfia e burbanzosa, dispettando la semplicità e sottigliezza dei
Veneziani, ne spregiavano il costume, la milizia e l’armata; altamente
sentivano e parlavano di sè; tutto il vanto della giornata davano
ai capitani, ai soldati e galere loro. Ed i Veneziani non sapendosi
passare di tanta arroganza, e forse anche travalicando i limiti della
giusta indignazione, riforbivano le lingue a narrare i loro meriti,
e le altrui magagne. Contrapponevano alla tardanza di don Giovanni
la prontezza del Veniero; alla fuga o al tradimento di Giannandrea,
le prodezze e la gloriosa morte del Barbarigo; alla infingardaggine
del Davalos, capitan delle navi spagnuole, la bravura di Francesco
Duodo, duce delle galeazze veneziane; ai timidi consigli dei tutori
di sua Altezza, il deliberato parere dei provveditori di san Marco: e
dimostravano che la battaglia e la vittoria erano state, non a diletto
ma a dispetto degli Spagnuoli: essendo che per quant’era da loro non
avrebbero voluto combattere per non vincere. Il governo di Venezia
oltracciò mirava apertamente non solo a ricuperare Cipro e Negroponte,
ma ben anche a mettere altri ordini di dominio nell’Epiro e nella
Grecia: e la corte di Madrid, che non poteva nè per i capitoli della
lega, nè per la distanza delle regioni, aver parte a siffatti guadagni,
pativa troppo a dar mano perchè l’abborrita rivale se ne facesse
padrona. Bisognavale piuttosto averla avvilita e fiacca, che gagliarda
e vittoriosa.[294] Così gli alleati di gloria, d’imperio e di virtù,
nella marineria, nella milizia e nei gabinetti contendevano.
Ma in Roma sotto la fede di Pio V si facean pratiche per coprire gli
oltraggi, quietare gli sdegni, e promovere la concordia: a pur ottener
che tutti insieme si volgessero al pubblico beneficio. Da questo
centro, ove era più pura l’intenzione e più sincera la pietà, partivano
consigli generosi ed efficaci rimedj per condurre sulla diritta via a
termine salutare la scontorta machina della lega. Perciò, volendo a un
tempo crescerle forza e ripararne i difetti, pensò il Papa rinfiancarla
coll’imperadore de’ Romani, e col re di Francia, e di Portogallo;
invitandoli a mettersi di accordo per così giusta ed util guerra. Ma
quantunque si brigassero a Vienna e a Parigi i due cardinali Commendone
e Bonelli, a questo intendimento mandativi dal Pontefice, non si
potè conseguir nulla di rilevante.[295] Massimiliano, dopo la gran
battaglia navale, non avendo più paura del Turco, schermivasi dai colpi
maestrevoli del Commendone: e Carlo, dicendo che sarebbe venuto nella
Lega quando ci fosse entrato Cesare, si scusava: prometteva però con
molta solennità di parole e magnificenze di regî segni al Bonelli, che,
sebbene dovesse far risentimento di certi oltraggi ricevuti dal re di
Spagna; pure vivendo il Pontefice, non avrebbe mai mosso l’armi contro
di lui, nè in alcun modo disturbata la lega. Di Portogallo si ebbero
molte promesse, e nulla più.[296]
Così al principio del settantadue non furono in Roma a trattar le sorti
della futura campagna altri ambasciadori se non quelli stessi del re
Filippo e dei Veneziani: i quali sembrava pur che non avessero modo
ad accordarsi insieme altrimenti che nel trovare ogni dì nuovi capi di
questioni senza fine, se l’autorità del Pontefice mediatore, appo gli
uni e gli altri sommamente valevole, non le avesse terminate.[297]
Per dirne quel tanto che basta, comincerò dai Veneziani: i quali
primamente proponevano che si vedessero i registri delle spese, e per
giustizia si restituisse alla repubblica il denaro cavato al di là
del debito suo. Laddove gli Spagnuoli scaltritamente entrando con loro
nell’irto spineto del lungo e minuto bilancio, tanto li ravvolgevano
in cento digressioni sulla passata economia da mandar quasi in
oblio i provvedimenti della guerra da farsi. Il Pontefice però che
intentamente vegliava sopra i negoziatori, e più d’ogni altro sentiva
l’importanza del trattato, e però il danno che dalle altrui passioni
gli veniva, per ovviarvi, proibì a quei signori di fermarsi punto
sulle cose passate senza aver prima concordato delle future. Ma qui
pure si fece campo a discordie e a strani infingimenti. Qui si erano
a grand’arte provvisti e trincerati gli Spagnuoli. Avevano tra loro
deliberato, e con molte maniere di ragionamenti persuaso a sè stessi,
e non dubitavano di poterlo persuadere anche agli altri, di smettere
la guerra di Grecia, e di rivoltarla in Africa. E ciò ostinatamente
richiedevano per comprimere la oltracotanza dei pirati, e per rilevare
la Spagna dalle loro molestie. Trovato bellissimo a mantener la guerra,
a perdere i frutti della vittoria, ed a consumare i Veneziani. Questi
però si opponevano a siffatto tranello, richiamandosi al capitolo
quarto della Lega, e all’obbligo di esser tutti colà ove Turchi e
barbareschi, molestavano insieme, non con parziali ladronecci, ma
con guerra guerreggiata i possedimenti di una tra le potenze alleate.
Richiedevano la difesa di Candia, la riscossa di Cipro, l’impresa già
bene incominciata di cacciar fuori il Turco dall’Europa, e francare per
sempre l’Italia e la Cristianità dal timore dei barbari. Schiacciato
il capo dei nemici a Costantinopoli, dicevano, cadrebbero da sè le
membra troppo slogate del mostruoso imperio nella Libia: al contrario
i pirati, quantunque percossi, rileverebbersi più che mai formidabili
se al loro capo si lasciasse il vigore di ravvivarli. Allora gli
Spagnuoli, ribattuti sino alle trincee, voltavano la faccia, e si
rifacevano all’assalto da un altro lato: dicevano che non si poteva
andare tanto innanzi nella Grecia senza l’aiuto dell’imperadore dei
Romani, il quale non si sapeva ancora se volesse o no entrare nella
lega. E i Veneziani, che non cedevano in destrezza e avvantaggiavano
nella giustezza dei tiri, rispondevano che Cesare più facilmente si
metterebbe con loro se li vedesse venire avanti verso di lui, che
non se li sentisse andare in dietro verso l’Africa. Quindi i primi
abbassavano l’armi; e come se volessero capitolare, proponevano con
molta dolcezza, che, stando Cesare irresoluto, si potrebbe almeno
lasciare in arbitrio dei tre generali il decidere quando e come meglio
metterebbe il voltarsi a Levante, o a Ponente: facevano secretamente
ragione di poter tirare ogni cosa a quest’ultima parte coll’autorità
di don Giovanni e con lo stringervi Marcantonio. Ma gli altri,
fiutata la malizia, rilevavano in alto le armi della capitolazione,
dicendo doversi osservare quelle leggi che si erano con solennità
di sacramento stabilite; nè concedere a niuno, fossero pure i tre
generali, la facoltà di violarle.[298] I primi allora querelavansi
che la Repubblica volesse dominare a suo talento, e togliere per sè
ogni vantaggio: i secondi che si tentasse ingannarli, e toglier loro
il frutto della vittoria. E gli uni e gli altri da questo a quel
ragionamento trapassando, senza fermarsi mai, dopo il giro di due mesi
si restavano nell’incertezza del primo giorno: nè si vedeva alcun segno
di conclusione.
[Marzo-Aprile 1572.]
II. — Allora san Pio, contrappesate le opposte sentenze, e veduto
che da una parte era doppiezza e pubblico danno, e dall’altra lealtà
e comun beneficio (sebbene accidentalmente congiunto con la privata
utilità di chi lo sosteneva) pronunciò l’arbitramento, conforme al
vigesimoterzo capitolo dell’alleanza, che fu da tutti di buona o mala
voglia ricevuto.[299] Con questo restarono decisi i quattro punti di
maggior controversia: primo, all’entrante di aprile l’armata tutta
si troverebbe a Corfù; secondo, la guerra si farebbe nella Grecia;
terzo, là e non altrove si governerebbero le imprese col voto dei tre
generali; finalmente ciascuno accrescerebbe a poter suo il numero delle
galere, e tutti insieme per la rata parte condurrebbero sull’armata
trentaduemila fanti, cinquecento cavalli, trenta cannoni da batteria,
munizioni all’avvenante; e terrebbero un campo di dodici mila fanti ad
Otranto, sia per rinforzar l’armata, sia per traghettarli quando che
fosse in Grecia. Ciò fermato, e tronche per la diligenza ed autorità
sua infinite altre questioni, si venne a sottoscrivere i detti ordini
per la campagna dell’anno mille cinquecensettantadue. I Veneziani
palesemente gioivano sperando gran fatti: e gli Spagnuoli in segreto
sogghignavano, sapendo di aver loro dato parole di soddisfazione in
carta, purchè continuassero a consumarsi nella guerra.[300]
Marcantonio ebbe ordine di allestirsi alla partenza. Sapeva bene quanta
invidia fosse cresciuta dalla plebe dei cortigiani sino al trono di
Filippo contro di sè.[301] Sapeva le querele tra Spagnuoli e Veneziani,
e pensava come, dovendo star tra loro nel mezzo, sarebbe stato afflitto
o dalle esorbitanze degli uni, o dalle esigenze degli altri. Ciò
non pertanto, ripigliato animosamente il governo della spedizione,
e pronto a soffrire tutto anzichè fallire alla fiducia del Papa, si
dette a provvedere quello che bisognava per la campagna. Prima deputò
ad Otranto Torquato Conti e Gentile Sassatelli, nobilissimi romani e
prodi condottieri, con duemila fanti che esser dovevano la parte del
Pontefice in quel campo.[302] E trovandosi poco soddisfatto di Onorato
Gaetani per la provvisione dei soldati, quantunque marito dell’Agnesina
Colonna sua sorella, gli tolse il generalato delle fanterie,[303] e
in suo luogo pose Michele Bonelli; che, avendo molto valorosamente
combattuto a Lepanto, per la sua virtù e per l’autorità che gli dava
la parentela e benevolenza del Papa, stimava molto a proposito per
quel carico. Aveva altresì destinati i nuovi capitani a far levata
di fanterie sotto la direzione di Cencio Capizucchi mastro di campo
generale, cui spacciò con amplissima autorità nelle provincie, datagli
tra l’altre una lettera di bando a tutti i governatori e magistrati
secondo suo usato in questi brevi concetti:[304] «Molto magnifici
Signori. Roma, 15 gennaro 1572. Il signor Cencio Capizucchi viene
per servigio di Nostro Signore e per ordine mio a fare scelta delle
fanterie che sono necessarie in questa nuova spedizione per l’armata
di Sua Santità, come vedranno le Signorie vostre per la sua patente.
Et perchè appresso li ragionerà di alcune cose toccanti all’honore et
riputazione di codesta Comunità et beneficio e comodo delli soldati, li
prego a credergli come farebbero a me medesimo, et favorirlo in tutto
quello che da lui saranno richiesti per questa causa: et alle signorie
vostre mi raccomando et offero: «Marcantonio Colonna.»
Quindi spedì la patente al capitan Girolamo Mariotti di Fano, perchè
mettesse la sua compagnia nella Marca d’Ancona: alli venti diè la
condotta a tre altri capitani; Filippo Contucci da Matelica, Concetto
Matteucci da Fermo, e Giulio Sanfrèo da Urbino: alli nove febbrajo
diputò ajutante del Capizucchi il capitano Aurelio Alavolino di
Macerata, e non guari dopo scrisse nel ruolo dei suoi capitani Andrea
Càrdoli da Narni, Vincenzo Olivieri di Pesaro, Orsino Ferrari e
Rutilio Conti di Roma, Marcello da Bologna, Filippo da Civitavecchia,
Flaminio Brandolini da Forlì, Pierjacopo da Nocera, don Cesare
Caraffa napoletano pronipote di papa Paolo, Vincenzo Galeotti di Roma,
Francesco Marcia Signorelli di Perugia, Bastiano Bandini, e Pellegrino
Sinibaldi di Osimo.[305]
La gioventù animosa intanto, ed i soldati che avevano già prima
militato, senza ripensare altrimenti alle durezze della passata
milizia, così prontamente concorsero a scriversi nelle nuove compagnie,
che in pochi giorni ebbero pieni i ruoli: non solo dell’armamento
papale, che era di duemila fanti e trecento nobili venturieri; ma anche
dei battaglioni che i Veneziani, come sempre, così allora traevano
dallo Stato.
A me piace ricordare che nel presente anno quasi dieci mila statisti
militavano all’armata sotto la bandiera di san Marco, guidati da
quattro colonnelli o mastri di campo, che erano Paolo Orsini di Roma,
Prospero Colonna di Roma, Claudio della Penna di Perugia, e Fabio
Pepoli di Bologna: oltre ai quali erano quivi pure i capitani Carlo da
Perugia, Gasparo d’Ascoli, Lorenzo Narducci di Macerata, Pier Filippo
da Scapezzaro, Signorello da Perugia, Nardo da Bevagna, Ferro Romano,
Costantino da Viterbo, Bartolommeo da Montesanto, Giovanni Brancadoro
da Fermo, Ruggero della Fara, Orazio Bordandini da Faenza, Francesco
Coppoli da Perugia, Baldassar d’Assisi, Angelo Romano, Giulio da
Spoleto, e Luigi Pepoli da Bologna.[306] Similmente il Contarini,
e in più luoghi anche il Sereno, ricordano i seguenti capitani da
unirsi a quelli che ho nominati avanti. Pasotto e Camillo Fantuzzi da
Pesaro, Cesare Crotti e Giammaria Riminaldi da Ferrara; il conte Cesare
Bentivoglio, conte Bonifacio Bevilacqua, Antonio Ercolani, Alessandro e
Paolo Zambeccari da Bologna; Ottaviano, Bonifacio e Annibale Adami da
Fermo, Alfonso Vitelli da Castello, Ortensio Palazzi da Fano, Roberto
Malatesta da Rimini, Soldatelli da Gubbio, Ascanio da Civitavecchia,
conte Jacopo da Corbara di Orvieto; Pietropaolo Mignanelli, e Ludovico
Santacroce di Roma.[307]
[1 maggio 1572]
Al tempo stesso si trovavano già pronte al navigare in Civitavecchia
le tre galere quivi armate dai ministri del Papa, e se ne aspettavano
altre undici da Livorno. Le fanterie marciavano dai loro quartieri
verso la marina, e Marcantonio era sul punto di uscir di Roma,
quando Pio Quinto rifinito dalle lunghe molestie ed affannose cure
del pontificato, nè potendo oltre reggere il peso delle abituali sue
infermità, oppresso più dalle fatiche che dagli anni, dopo alquanti
giorni di acerbissimi dolori pazientemente tollerati, tra i conforti
della religione raccomandando agli astanti cardinali le cose della
Chiesa e della lega, santamente il dì primo di Maggio addormentossi nel
Signore. Uomo per innocenza di costumi, grandezza di animo, e studio di
pietà degno di esser a quei sommi Pontefici dei primi tempi comparato,
cui la riverente posterità per le virtù e santa vita tenne e terrà
sempre in venerazione.[308]
III. — Restò tutta la Cristianità e più d’ogni altro il popolo
romano compreso da tanto dolore quanto mai per molti anni innanzi
non se ne era sentito per morte di pontefice, o per qualunque altra
pubblica calamità. Così grande era la estimazione e l’amore in che
tutti l’avevano; e così pure cruccioso il perturbamento imminente
agl’interessi della lega. Cadevano le speranze, esultavano i nemici,
crescevano le gelosie, e don Giovanni, consapevole del fatto, che solo
per l’autorità di Pio stava in piedi l’alleanza, s’udiva esclamare:
Or ch’è morto mio padre (così per affetto pietoso chiamarlo soleva)
non ho speranza di far mai più nulla di bene.[309] Nel vero il grave
corpo della lega perduto avendo il suo capo, e quasi direi l’anima sua,
stava prosteso senza moto, senza disegni, e da ogni parte oppresso
da nuove difficoltà. Tuttavia i cardinali, fermi nel proponimento
di non mancare al debito loro nel favorire e mantenere la guerra,
giovandosi di quel denaro, che contro l’opinione di ciascuno aveva Pio
lasciato in Castello per la continuazione della medesima, ottocento
mila ducati di moneta coniata e il compimento di un milione e mezzo
in assegnamenti sicuri,[310] coll’autorità del loro collegio in Sede
vacante, confermarono Marcantonio nel generalato: e prima che nel
conclave si chiudessero, gli ordinarono di mettere in assetto le galere
di Civitavecchia, affrettare la venuta delle fiorentine, imbarcar le
fanterie, e partir per l’armata. Ma si aveva a trattar col Granduca: il
quale, sebbene avesse capitolato per la condotta delle galere con papa
Pio,[311] pure in Sede vacante stava dubbioso, e andavasi scusando di
non averle in ordine. Temeva la lunghezza del conclave, le qualità di
qualcuno dei papabili, segretamente se la intendeva con gli Spagnuoli,
e poco amava i Veneziani.[312] Di che i cardinali comandarono
a Marcantonio che scorresse di presente a Firenze per levare le
difficoltà: e scrissero a Cosimo eziandio più lettere per aver le
galere, confermandogli quanto da Pio gli era stato promesso; con
amplissima dichiarazione e firma di tutti loro, che chiunque fosse per
riuscir Papa sarebbe per fare il medesimo. Una di queste lettere, che
meglio d’ogni altro discorso mostra lo stato di questa bisogna, stimo
pregio dell’opera il produrre qui volgarizzata in questa forma.[313]
[6 maggio 1572.]
«Al Granduca di Toscana. — Noi per divina misericordia Vescovi, Preti,
e Diaconi cardinali eccetera: Dilettissimo ecc. Abbiamo jer l’altro
spedite in diligenza per un corriere espresso le nostre lettere alla
Vostra Nobiltà, con molte ragioni e maggior premura pregandola a mandar
quanto prima in Civitavecchia quelle galere che può, e quante più ne
può; affinchè a noi sia dato il modo di imbarcar le fanterie della sede
Apostolica chè stanno già pronte, e nulla più aspettano che l’imbarco.
Poi per le lettere scritte dalla istessa Vostra Nobiltà al cardinale
Alessandrino collega e fratello nostro abbiamo apertamente veduta la
vostra buona volontà verso la felice memoria di Pio Quinto Pontefice
Massimo, e non dubitiamo che quella sia per durare al modo stesso verso
di noi e verso questa Apostolica Sede per tutto ciò che risguarda la
conservazione della sua dignità, massime negli affari di questa santa
spedizione contro gl’Infedeli. Noi certamente ci siamo ripromessi da
Voi gran cose ancor prima che le lettere di costì ci manifestassero
la cura e la diligenza che Voi mettete grandissima nell’aver tutto in
pronto. Nondimeno il pensiero di questo sommo e gravissimo negozio,
dal quale principalmente dipende la salute di tutta la cristiana
repubblica, tanto ci commove e sollecita che non possiamo quietarci
con le sole parole, ma ci bisogna vedere i fatti e le galere; se non
tutte almeno parte: e questo per molte e gravi ragioni che alla Vostra
Nobiltà per la sua singolar prudenza possiamo confidare. Primo, perchè
qui si tratta della dignità della Sede Apostolica, convenendosi che,
come fu la prima a guidar gli altri nel patto della sacra alleanza,
così ancor lo sia nell’eseguirlo. Di più il nostro dilettissimo nel
Signore Giovanni d’Austria, avendo già l’armata sua in ordine, scrive
lettere pressanti per avere senza indugio queste milizie e queste
galere. Similmente i Signori Veneziani non ristanno dall’adempiere
tutti gli obblighi loro, e già cominciano a chiamarsi gravati perchè
tante forze e così gran mole di guerra debba rimaner sospesa ad
aspettare le poche galere che mancano. S’arroge il sospetto che gli
stessi Veneziani pigliano di questo ritardo, come se non fosse a cuore
della Santa Sede il perseverare nella sacra alleanza; la qual cosa
a noi che vedemmo già l’ardore della felice memoria di Pio Quinto,
e l’ardor nostro sentiamo, riesce più che dir si possa molestissima:
e ci duole all’anima, che essi, o altri, ancorchè nel loro secreto e
per solo sospetto, pensino tale indegnità di noi. D’altronde però non
ci sembra aver modo a poterci scusare, essendo già passato il tempo
prescritto: e quando avrebbe l’armamento nostro dovuto esser fornito
nel mese di aprile, ci troviamo già valichi alcuni giorni di maggio
senza alcuna conclusione; e quel che è peggio menati a più lunghi
indugi. E neanche sminuisce il nostro cordoglio, nè resta salva la
nostra dignità, per quel che forse potrebbe dirsi degli altri principi
confederati; come se non fossero in punto, nè avessero adempiuto agli
obblighi loro: perchè, dato pur che ciò sia vero, ne avremmo gravezza
e molestia per cagione del pubblico danno: ma infinitamente più
molesto e più grave ci sarebbe se avessimo col nostro esempio a dare
agli altri un buon pretesto a cavarne le mani. Deve anche attendersi
provvedutamente a questo, che se le galere della Vostra Nobiltà
tardassero non diciamo pochi giorni, ma poche ore, eccoci sopra un
grave ed imminente pericolo che le armate degli altri collegati senza
aspettar la nostra si sciolgano, e se ne vadano ciascuna a suo talento
ad imprese di poco conto, e preparino quelle perniciose conseguenze
che alla vostra prudenza lasciamo considerare.[314] E nè anche si deve
preterire come tra pochi giorni ci avremo a chiudere nell’apostolico
conclave per la elezione del nuovo Pontefice; laddove impediti da più
alto affare non ci verrà concesso l’attendere a questo. Finalmente
l’istessa stagione ci fa sentire il tempo opportuno alle imprese, nè
ci permette di lasciarlo trascorrere a vantaggio dei nostri nemici e a
nostra ruina. Questa fatta incomodi e danni non possono ripararsi che
col rimedio della prestezza. Laonde noi non contenti delle lettere già
scritte alla Nobiltà Vostra (dappoichè la gravità ed importanza del
subbietto non ci consente di poterci chiamare abbastanza diligenti)
nuovamente con tutta quella maggiore efficacia di che siamo capaci,
richiediamo da Voi che senza aspettare le due vostre galere mandate
in Spagna, e ne anche le galeazze, se non sono in punto, onninamente
ne mandiate alcune galere per poche che siano, ma specialmente la
Capitana, affinchè quivi inalberar si possa decentemente lo stendardo
della Sede Apostolica, senza di che il felice proseguimento della
sacra allenza non avrebbe buono avviamento. Le altre galere, secondo
verranno, potrete comodamente mandarle appresso alle prime. Questo
favore in tal modo dalla Vostra Nobiltà chiediamo, e così quella
ne preghiamo che con più premura o maggior insistenza non ci è dato
nè chiedere nè pregare. Ancor questo desideriamo, che per lo stesso
corriero nostro voglia rispondere alla presente lettera; e significarci
espressamente il tempo quando le galere che manderà scioglieranno
le vele: imperciocchè tale notizia ci è necessaria avanti, per bene
ordinare i mezzi al fine. Dato a Roma a dì 6 maggio 1572 — Giovanni
cardinale Morone, Girolamo cardinal Simoncelli, Silvio.»
Questa lettera dei cardinali da una parte dimostra la premura loro
grandissima e l’importanza che mettevano nell’armamento delle galere;
mostra gli umori dei collegati, i loro sospetti, il pericolo di
separarsi e di mettersi a imprese di poco momento; e come don Giovanni
faceva le viste di chiamarsi malcontento del ritardo altrui. Dall’altra
parte fa toccar con mano il danno già patito alle Gerbe, quando fu
distrutta la marineria nostra; donde il bisogno di ricorrere a principe
tanto minore per aver il naviglio, che il sacro collegio avrebbe
altrimenti a suo talento potuto spedire. Quindi io penso che le lettere
di Cosimo passate attorno per le mani dei cardinali fino a quelle del
Perretti, che fu poi papa Sisto, facessero in lui nascere il disegno
di rifornir, quando che fosse, lo Stato d’una marineria sua propria,
talchè Roma in simili casi tornasse in grado di dare non di chiedere
soccorso altrui, secondo la qualità di sua grandezza.
E gli stessi cardinali prima di entrare in conclave, stretti dalla
forza di cotal ragionamento, non lasciarono di fare quel che allora
potevano intorno alle tre galere che Papa Pio aveva fatto armare
in Civitavecchia: per le quali mandarono monsignor Grimaldi, il
commissario della marina; e gli imposero di fornirle co’ migliori
cannoni, e con tutti gli schiavi che erano nella fortezza.
[9 maggio.]
Ecco due lettere sopra questo subbietto.[315] «Al Castellano di
Civitavecchia. Noi per misericordia divina Vescovi, Preti, e Diaconi
cardinali, eccetera. Ti raccomandiamo che tu debba trarre da codesta
fortezza e consegnare nelle mani del reverendo Domenico Grimaldi
protonotario e dell’armata apostolica commissario generale, o vero
nelle mani di chiunque egli ordinerà, quattro cannoni: cioè due di
quella specie che chiamano mojane e due mojanette, secondo la scelta
che ne farà esso Commissario o altri da lui deputato, per uso e
servigio della marittima spedizione dell’anno presente nella sacra
alleanza: la qual consegna sarà da noi approvata, come di presente
l’approviamo. Dato a Roma eccetera a dì nove maggio 1572. G. cardinal
Morone. — G. cardinal Simoncello, Silvio.»
[10 maggio.]
Similmente all’istesso castellano il dì seguente con la medesima
solennità di firme e di favella latina scrivevano:[316]
«Nostro diletto nel Signore salute.
»Ti comandiamo di dare e consegnare al reverendo signor Domenico
protonotario Grimaldi, commissario generale dell’armata apostolica, o
vero a chiunque egli stesso deputerà, i Turchi prigionieri della Sede
apostolica quanti mai ne siano costà sotto la tua custodia: affinchè
egli l’adoperi in servizio della santa spedizione dell’anno presente:
e questo sarà approvato, come ora l’approviamo. Dato a Roma a dì dieci
maggio 1572.»
[13 maggio]
Nè di ciò contenti replicarono con più lettere gli stimoli alla
corte di Toscana per mezzo del nunzio Brisegno, e del general
Sassatelli.[317] E perocchè da ogni parte richiedevasi che Marcantonio
fosse quanto prima spedito all’armata,[318] ordinarono che le fanterie
staccassero la marcia per terra verso Gaeta, da essere imbarcate o
sulle galere pattuite da Cosimo o sopra quelle dei confederati;[319]
e Marcantonio prima che si chiudesse il conclave uscisse da Roma, e
andasse in Firenze a pressare il Granduca. Laonde la sera del tredici
maggio l’istesso Marcantonio, dopo aver con poche e gravi parole
mostrato al sacro collegio la prontezza sua in tutto ciò che risguardar
potesse la sacra alleanza, raccomandando loro la famiglia e gli stati
suoi, partissi,[320] e i cardinali la stessa sera a tre ore di notte
chiusero il conclave. E sebbene gli Spagnoli avessero da ogni parte
trombato che i comizj volevano durare lungo tempo; e non senza ragione
si temesse che il cardinale Alessandro Farnese, sostenuto da molta
ricchezza e clientela, volesse ambiziosamente intorbidarli;[321]
ciò non pertanto a insinuazione del cardinal Bonelli, e per opera
dell’Altemps, la mattina seguente fu con prestissima elezione fatto
papa il cardinale Ugone Boncompagno, chiamato Gregorio XIII.[322]
[15 maggio]
IV. — Di presente il nuovo Pontefice rivolse i suoi pensieri al grande
affare della lega; e mandò a richiamar Marcantonio, che partitosi il
dì innanzi non era molto lungi da Roma.[323] Allora il prudentissimo
uomo venuto alla presenza del Pontefice novello, genuflesso ai suoi
piedi depose il comando e le insegne del generalato, perchè Sua
Santità liberamente le conferisse a chi più stimava degno della sua
fiducia.[324] Seco stesso fin d’allora avvisava che niuno potrebbe mai
più essere tale per lui, quale era stato Papa Pio. Nondimeno Gregorio
rispose che non pur nel grado e nel luogo in che il predecessor
suo e gli altri collegati posto l’avevano il confermava, ma che
avrebbe voluto potergli tanto ampliare l’autorità e gli onori, quanto
stimava il suo merito e i suoi servigi. Intanto il Granduca, intesa
la creazione di Gregorio, aveva subitamente troncato le precedenti
difficoltà e fatto passare le sue galere a Gaeta: colà erano le tre di
Civitavecchia, e le fanterie pontificie;[325] colà Marcantonio, Pompeo,
Bonelli, Capizucchi e gli altri capitani con due mila fanti e trecento
venturieri tosto furono ad imbarcarsi per essere quanto prima in
Messina.[326]
[2 giugno ]
Erasi don Giovanni tenuto alle stanze in Sicilia: e, passata in feste
e balli l’avversa stagione, ripreso pure con la primavera l’armamento,
apparecchiava nei porti di Palermo e di Trapani quel che bisognar
potesse per voltar la guerra in Affrica; avendogli fatto assapere i
ministri del fratello che ciò sarebbe stato risoluto ed approvato nel
congresso di Roma. Ma quando san Pio (secondo che avanti si è scritto)
ebbe tolto di mezzo questa e le altre scappatoie; e fatto vincere il
partito di continuare la guerra nella Grecia, allora don Giovanni
da Palermo era passato a Messina: e quivi a poco a poco riduceva
l’armata sua, intanto che alla corte di Madrid si annaspavano altre
filamenta.[327] I Veneziani dal canto loro, quasi mai non posando,
avevano nel cuor del verno coll’armi di Prospero Colonna e di Paolo
Orsini, guerreggiato in Albania, preso la fortezza di Margaritino,[328]
tentata Santamaura, e scosso Castelnuovo: ed avvicinandosi la buona
stagione con molto ardore si adoperavano a rifornire le provvigioni,
crescere il numero delle galere, e rinforzare di genti l’armata; per le
grandi imprese che meditavano.[329] Alle quali non volendo che portasse
impedimento benchè minimo la presenza di Sebastiano Veniero, vittorioso
e odiato dagli Spagnoli, per compiacere alle molte istanze del re,[330]
e di don Giovanni, volere o non volere, deliberarono privarlo del
generalato, sotto specie di fargli godere riposatamente nella patria
i meritati onori. In suo luogo posero Iacopo Foscarini, provveditor
generale in Dalmazia. Costui pochi anni prima era passato con
maravigliosa felicità dalle cose private al governo delle pubbliche; ma
per età e per temperamento frigido, e nullamente rinfocolato nè dalla
sorte dei suoi predecessori, nè dal favore della Spagna, languidamente
tenne il generalato. Stava col nervo dell’armata in Corfù aspettando
don Giovanni da Messina; e aveagli mandato incontro con venticinque
galere Iacopo Soranzo, nuovo provveditore dell’armata succeduto al
Barbarigo, perchè sotto colore di onorare il serenissimo capitan
generale, il dovesse invitare e stringere alla partenza.[331] Luccialì
già conciava col ferro e col fuoco i rivaggi dei cristiani.
Allora Marcantonio era in Napoli alle prese col cardinal Granuela.
Questi istantemente il richiedeva di sostare, e di menar seco le
galere del regno; perchè avendo sin allora pubblicato che stessero ad
aspettarlo, non aveva caro che dai fatti comparisse il contrario; cioè
di non averle ancora allestite. Ma quegli vedendo che i Napoletani
dovevano non poco tardare, e che la presenza sua sarebbe necessaria
a Messina, prese congedo e partissi. Poco onorato dagli Spagnoli, e
poco corrisposto dai castellani di Napoli; segni piccoli ma certi di
maltalento.[332] Giunto a Messina alli due di giugno, dava la destra
ai Veneziani, e trovavali come sempre suoi confidenti ed amorevoli.
Non così don Giovanni: anzi torbido e pensoso, tanto che pur dal
sembiante mostrava l’interno cruccio, ond’era afflitto. Freddo con
lui per le diffamazioni degli invidi,[333] riserbato co’ Veneziani
per gli ordini della sua corte,[334] ossequente ai consiglieri per
paura del fratello,[335] chiudeva in core un secreto, cui nè tacere nè
palesar poteva senza rossore. Restavagli il nome di generale, non più
l’autorità: soltanto doveva coprire coll’autorità e col nome le altrui
magagne.[336] Prima sdegnoso che i Romani e i Veneziani tardassero
a venire in Messina, dipoi inquieto che la venuta loro stringesselo
alla partenza, ora tutto ardore di guerre e di speranze, ora tutto
gelo di dubitazioni e d’indugi; e avendo più volte fermata e disdetta
la partenza, finalmente dopo diciotto giorni d’incertezza, chiese
in grazia al Soranzo ed al Colonna che per altri sei giorni non gli
dessero molestia, nè gli parlassero del partire. Le parole e i fatti di
don Giovanni sono di gran lume alla storia: quelle mostrano la ragione
e la sua buona indole; questi i falli a che lo conduceva la politica di
Filippo.[337]
Giunto a tale, lettor generoso, fa mestieri portar lo sguardo sino al
fondo di questi maneggi, è accinger l’animo a sofferenza. Imperciocchè
se tu detesti, come io penso, la frode dei tristi; e più se coperta
a studio col manto della pietà, grave ti parrà affrontare il corso di
tanti inganni, e giugnere sino alle arcane sorgenti.[338] Non potrai
quest’anno neanche per azzardo, come a Lepanto, vedere alcun felice
successo; nè ti rimarrà conforto di speranza, nè discolpa ai traditori,
nè sollievo ai derelitti: ma in ogni parte sconci, frode e ruina.
La storia che è ritratto fedele degli uomini deve mostrarteli quali
essi furono: e tu per le opere loro, non per le mie parole, ne farai
ragione.[339]
[26 giugno 1572.]
V. — Stavano in grande aspettazione Romani e Veneziani e insieme
tutto il Cristianesimo di quando agli Spagnuoli piacerebbe muovere
da Messina: mossa in ogni parte ardentemente desiderata, e colà
istantemente richiesta dal general Colonna, dal provveditor
Soranzo, dal Nunzio Odescalchi, e da molti altri con loro. Se non
che il serenissimo don Giovanni, passati venticinque giorni, col
pretesto di spalmar galere, di armarne delle nuove, di mettere in
punto un’altra Capitana, tra le visite, le mostre, i conviti, le
processioni, e il giubileo, promettendo sempre di partire, non era
mai sull’eseguirlo.[340] Alcuni ne facevano grandi meraviglie, altri
pubbliche mormorazioni, e tutti sottili ricerche per saper che fosse
siffatta novità. Novità già da tanto tempo preparata che sin dai primi
di giugno n’era arrivato l’avviso secreto a Costantinopoli.[341]
Finalmente in capo ad altri sei giorni, quasi per forza, venne
don Giovanni a palesare l’ordine del Re che gli proibiva di cavare
l’armata regia dalla Sicilia. Egli se ne mostrava e n’era dolentissimo
a tale che il dolore consumavalo: nè per questo ardiva scolparsi,
nè dar ragioni, nè mostrar le lettere di Sua Maestà. Marcantonio,
insistendo sull’osservanza dei capitoli, indarno implorava di vedere
almeno la qualità e i termini delle medesime, se pur dessero luogo
a interpretazione, o temperamento.[342] Tacendo però don Giovanni,
parlavano i parziali suoi; e con tanto apparato di scuse quanto bastava
ad imporre altrui, a perturbare il giudizio dei meno veggenti, ed a
ridurre in disperazione i Veneziani. Dicevano sospettare Filippo,
che la Francia volesse movergli guerra; quindi trovarsi stretto a
tenere l’armata vicina, ed a smettere il pensiero di lontane fazioni.
Siffatto trovato uscì fuori di Madrid, e fu a un tempo ripetuto dagli
ambasciatori e amici loro in Roma, e in tutte le corti di Europa. Di
presente rispose un fremito generale d’indignazione contro a Filippo di
Spagna.[343] Il Papa, chiamandosi oltraggiato, acerbamente querelavasi
che nel principio del suo pontificato si rompessero per iniquo inganno
i patti dell’alleanza: e subitamente spediva un Nunzio a richiamarsene
col Re.[344] I Veneziani dolentissimi sclamavano, sempre a un modo
venir di Spagna parole buone e cattivi fatti:[345] falsa esser la
minaccia di Francia, falsi i sospetti di Spagna, falsa la pietà di
Filippo; vero soltanto che egli voleva abbandonare in man dei Turchi
la sorte del Cristianesimo, perchè i Veneziani non cavassero frutto
dalla vittoria.[346] I Francesi liberamente rispondevano, essere gli
Spagnuoli artefici eccellenti e maestri di menzogne: calunniare alla
buona mente del loro sovrano che aveva promesso, e manterrebbe la
tregua: ingiustamente adesso rivoltarsi contro ai Francesi l’accusa di
quella frode, che eglino stessi usavano sempre contro i Veneziani.[347]
I pubblicisti dimostravano che, data per vera la levata dei Francesi,
non cadevano per questo le obbligazioni degli Spagnuoli; massimamente
che le spese lor forniva la crociata e i beni del clero: anzi
troverebbero nella stessa lega la più sicura guarentigia per non essere
impunemente da chi che fosse molestati.[348] I Cortigiani ghignando
dicevano secretamente l’uno all’altro, che la fosse solenne astuzia
per tarpar le ali al pericoloso e troppo alto volo di don Giovanni, la
cui grandezza non poteva troppo piacere al fratello.[349] I curiali
di Roma, sottilmente considerando il caso, secondo la ragione dei
tempi e l’umore delle persone, pensavano che il Re volesse in tal modo
tentare la pazienza del nuovo Papa, per vedere come si passerebbe di
questa ingiuria, e quanto ardimento potrebbe con lui pigliarsi nel
tempo a venire.[350] Marcantonio, senza dissimulare sin da principio
a don Giovanni in presenza dei Veneziani la sua riprovazione, nè fare
cosa indegna di ministro di sua Santità,[351] vedeva nel fondo di
questo negozio, che i rumori di Francia non avevano fondamento, e gli
altri pretesti erano baje. E quantunque da buon feudatario nudrisse
e mostrasse gran riverenza al suo Re, pure non lasciava di scrivere
in cifra al Cardinale segretario di Stato in Roma «Che non si poteva
difendere il re di Spagna senza offenderlo; e che i Veneziani di niuna
cosa potrebbero mai più dolersi tanto che di essere stati allora
abbandonati.[352]» Mentre il popolo cristiano a gran dolore tutte
queste cose insieme ripetendo da ogni parte rammaricavasi, i ministri
del re, come se già fosse rotta la guerra coi Francesi, mostravansi
a un tratto spaventati: e ciascuno di loro, vicerè o governatore,
da Napoli, da Milano, da Genova, dalla Sardegna negavasi di mandar
più quel denaro, quelle munizioni, e quei soldati che avrebbe dovuto
dar per la lega.[353] Con questi disegni in capo ardiva Filippo di
Spagna dire al cardinal Bonelli, legato straordinario di san Pio, che
i Veneziani erano indegni di essere soccorsi; e che per colpa loro la
lega non sarebbe lungamente durata![354] Sapeva egli bene come far le
mostre di fedeltà, mancar di fede, e costringere altrui a romperla.
[27 giugno 1572.]
Restavano pertanto i collegati in Messina pieni di confusione, e
Marcantonio in gran travaglio: faceva di confortare i Veneziani,
che non potevano darsene pace; e di rimediare con don Giovanni che,
quantunque afflitto, rispondeva non potersi muovere dal suo pensiero,
nè servire alla santa lega, e neanche entrare in discorsi e repliche
con Sua Maestà, per gli ordini precisi che n’aveva. Quando ecco il
dì seguente a questa solenne dichiarazione correre quivi appunto in
Messina pubblica voce, da tutti e Spagnuoli e Italiani ripetuta, che
Sua Altezza tra pochi giorni partirebbe per l’impresa di Tunisi.[355]
Ecco raunarsi il suo consiglio privato a trattare di questa partenza:
ed ecco escludersi, non già per il bisogno che avesse il Re di tener
vicina l’armata sua (perchè se questo fosse stato, non si sarebbe
fatta correr la voce nè raunare il consiglio) ma, come mostrò il
marchese di Santostefano, per non dare a vedere ai collegati ed a tutta
la Cristianità che i sospetti di Francia fossero ombre e colori da
nascondere l’abbandono dei Veneziani, e il mal talento di rivolgersi
a dispetto loro verso quelle parti che nell’inverno passato s’erano
escluse col parere comune dei collegati nel congresso di Roma.[356]
[1º luglio 1572 ]
Fallito quel disegno, presero i consiglieri spagnoli a spiegarne un
altro, che tenevano in serbo. Tiro solenne a scusare il passato, a
blandire il presente, e a togliere ogni speranza nell’avvenire. Don
Giovanni, consigliato dal cardinal di Granuela e dall’ambasciador
di Zuñiga, chiamava a sè Marcantonio e Soranzo; e mostrando avere
a cuore la conservazione e riputazione della lega, offriva ventidue
galere del Re, e lor dava licenza di andarsene con esse in Levante.
Soccorso però, come ognun vede, tanto fuor di tempo e così misero,
che da una parte rivelava la falsità dei sospetti, e dall’altra
l’astuzia dell’adescamento. Si voleva che gli altri continuassero
a consumarsi nella guerra, e non potessero mai più godere i frutti
della vittoria.[357] I Veneziani dal canto loro, stanchi di tante
ripulse e sfiduciati di maggior sussidio, anzichè perdere il miglior
tempo inutilmente a piangere, fecero vista di contentarsene. Indi
a poco sfilarono da Messina per Corfù le ventiquattro galere della
Repubblica, che erano quivi sotto la condotta di Iacopo Soranzo; le
ventidue del re a carico del commendator Gil d’Andrada, cui fu dato
il voto deliberativo nei consigli; e le tredici galere del Papa, sotto
Marcantonio. Questi con lo stendardo della lega e con suprema autorità,
nell’assenza di don Giovanni, doveva a tutta l’armata comandare.
[7 luglio 1572.]
VI. — Il periodo di tempo, che dal sette di luglio arriva sino
all’ultimo di agosto, entra a gran rilievo nella storia mia; perchè
allora Marcantonio Colonna tenne il primo luogo di autorità e di onore
sopra l’armata dei principi alleati in guerra viva contro l’imperador
dei Turchi. E quantunque quel bimestre mi si presenti intricatissimo
d’infinite difficoltà, pieno di contraddizioni, senza alcun successo
decisivo, e poco tocco dagli storici; nondimeno perchè sfolgori tutta
la luce della verità sull’argomento che tratto, e meglio si comprenda
l’arte della politica e della guerra nel cinquecento, io intendo
fermarmici alquanto, rincalzare il racconto co’ documenti, rilevare i
fatti, e mettervi il più che posso di chiarezza e d’ordine. Insomma
qui s’ha a vedere dopo la battaglia di Lepanto chi tra gli alleati
intendeva vederla feconda, e chi invece vederla sterile; e come alcuni
si adoperavano a mantenere la lega, altri a romperla.
Marcantonio in Messina avea posto mente a don Giovanni, che dopo
l’ultime lettere del Re s’era turbato con tutti; e più con lui dopo
il trionfo di Roma: aveva a chiari segni osservato il gran dispiacere
che egli mostrava nel mandare armata in Levante, senza andarvi esso
stesso, geloso di accrescere altrui la gloria:[358] prudentemente il
colonnese volle pigliare da lui medesimo in scritto gli ordini di quel
che avesse a fare; affinchè nè esso nè altri potessero di poi chiamarlo
mancatore.[359] E per maggior sicurezza ne mandò una copia al Papa,
e la pose eziandio ne’ suoi registri: talchè per quanto si adoperasse
poscia don Giovanni a sopprimerne la memoria, non potè fare che non ci
restasse quella scrittura che per la gravissima importanza sua oggi
qui produco.[360] «Messina, 7 luglio 1572. — Parere del serenissimo
signor don Giovanni d’Austria. — Quel che pare al serenissimo signor
don Giovanni d’Austria che potrebbe fare l’armata della lega che va
in Levante quest’anno condotta dal signor Marcantonio Colonna, è come
appresso. Quantunque sia sommamente difficile e pericoloso il dar
pareri intorno alle cose future, massimamente considerando che quelle
della guerra da un’ora all’altra si mutano per diversi accidenti,
tuttavia si toccheranno qui alcuni punti di ciò che Sua Altezza pensa
che debba esser fatto dall’armata della Lega, posta all’obbedienza del
signor don Marcantonio Colonna. È parere di Sua Altezza che il detto
signor Marcantonio si affretti quanto più sarà possibile di andarsene
con la detta armata a Corfù, e di unirsi con quella dei Veneziani che
sta quivi. Ma tal sollecitudine non deve impedire che prima vada al
capo Santamaria, e di là levi tutti i soldati di Sua Maestà che potrà
condurre seco nelle galere, perchè si è veduto coll’esperienza che la
moltitudine dei soldati è quella che combatte, e sopra di loro si deve
fare il maggiore assegnamento per vincere. E a questo proposito si
dice che niuna galera debba avere meno di cencinquanta soldati a bordo,
oltre la gente di capo e di remo del suo ordinario armamento.
»Sin da Corfù devesi pigliare la risoluzione del viaggio di detta
armata, secondo gli avvisi che si avranno dell’armata nemica: perchè le
cose da farsi devono dedursi dagli avvisi medesimi.
»Si fa conto che il predetto signor Marcantonio potrà unire insieme
almeno centottanta navigli grossi di guerra, in questo modo: sei
galeazze dei signori Veneziani, centoventi galere dei medesimi,
ventidue galere e due galeotte di Sua Maestà, tredici di Sua Santità,
diciotto o diciannove navi che si sa per lettere esser pronte in Corfù
a conto dei signori Veneziani: in tutto centottantadue.
»Laonde quest’armata è tale per numero e per qualità di vascelli che
non solo si eguaglierà a quella del nemico, ma ne sarà superiore; e
così Sua Altezza è di parere che con essa si vada a scorrere presso le
riviere dei Turchi, bruciando e distruggendo la roba loro; e ciò con
doppio intendimento. L’uno per vendetta dei danni che essi hanno fatto
nella presente stagione, e l’altro per provocarli a battaglia, che è il
fine principale a che si deve intendere. Nella quale se essi vorranno
affrontarsi, non può mancare che coll’aiuto di Dio non restino vinti,
per le molte ragioni che se ne potrebbero dire.
»Due cose voglionsi eziandio diligentemente osservare: l’una di non
mettersi all’assedio di alcuna piazza; perchè il nemico stando vicino
con tutta l’armata sua, e potendo caricare per terra con gran levata
di soldati, riuscirebbe facilmente a danneggiare l’armata nostra: e
l’altra di non cacciarsi troppo dentro nelle marine del nemico, senza
una buona provvisione di vettovaglia. E così non essendo conveniente
che l’armata della lega imprenda assedj, come si è detto addietro,
il principal suo fine deva essere combattere coll’armata del nemico,
sempre che si sappia che quella non sia troppo superiore alla nostra.
»Se però si vedesse che Luccialì, saputa la divisione dell’armata della
Lega, volesse venire a cercare la parte più debole, sembra che convenga
molto il tenergli dietro, dovunque egli si rivolti. Ondechè niuna cosa
tanto bisogna, quanto condurre uomini diligenti e pratici con alcune
galeotte o navigli leggeri; affinchè da un’ora all’altra possano
avvisare i progressi del nemico, secondo i quali dovranno pigliarsi le
risoluzioni.
»Messina, 7 luglio 1572.» «DON GIOVANNI D’AUSTRIA.»
In questi termini l’istesso don Giovanni dava le sue istruzioni allo
spagnuolo Gil d’Andrada, che doveva condurre le ventidue galere del Re,
sotto l’ubbidienza di Marcantonio: e in quel medesimo giorno, che non
era tempo sospetto, nè prevedeva le susseguenti sue contraddizioni,
scriveva al Papa di suo pugno dicendo:[361] «Ho ordinato che insieme
col predetto Marcantonio Colonna vadano in levante ventidue galere
e due galeotte, sotto il comando del commendatore Egidio d’Andrada;
con le quali, e con l’altra gente che anderà sull’armata (ma sopra
tutto con le sante orazioni di Vostra Beatitudine) spero in Dio signor
nostro che s’abbiano a fare nell’anno presente non meno buoni effetti
di quelli che si fecero l’anno passato.» Dunque non v’ha luogo a
dubitare che Marcantonio poteva e doveva condurre l’armata a far buoni
effetti, a soccorrere i Veneziani, e reprimere le correrie dei Turchi;
e principalmente a combattere coll’armata nemica, al paro e più che
nell’anno passato.
Fermo il qual disegno, e stando monsignor Odescalco sopra una fregata
alla bocca del porto in atto di benedire la partenza, Marcantonio
cavò fuori ad una ad una le cinquanta galere che dovevano seguirlo:
e sciolte le vele al vento, dette principio alla navigazione, usando
sempre il suo grado di supremo generale con amore, con valore e
con prudenza, da far concepire grandi speranze, se non lo avessero
attraversato.[362] Quando egli fu sopra capo dell’Arme, punto estremo
al mezzogiorno d’Italia, arborò sulla sua Capitana lo stendardo della
lega, come doveva farsi per vigore della capitolazione e dei ricordi
dati in voce da Sua Altezza; e poi rigirandosi da capo Spartivento
a quel di Stilo, e da Cotrone a capo Santamaria, trovò quivi alli
dieci del mese don Alvaro di Bazan, prese da lui le quattro galere
che mancavano al compimento delle ventidue, imbarcò qualche migliaio
di soldati italiani, spedì a Corfù ventidue navi armate in guerra che
si trovavano pur cariche di munizioni per la lega, e lasciati gli
ordini opportuni al general Sassatelli per le fanterie pontificie
che esser dovevano al campo d’Otranto, senza frapporre dilazioni e
con intendimento di conservare i Veneziani nella Lega e di dar loro
per questo ogni possibile soddisfazione, in due giorni per mezzo il
mare travalicò a Corfù, incontrato e ricevuto con ogni dimostrazione
d’onore da Iacopo Foscarini generale della Repubblica. Le galere, e
i cavalieri di Malta, subbillati dai ministri Spagnuoli, invece di
seguire lo stendardo della lega restaronsi oziosi a Messina: di che
quasi tutti si scandalizzarono, e ne fece poscia Gregorio XIII grandi
risentimenti.[363]
[13 luglio 1572.]
Prima cura di Marcantonio in Corfù era il moderare la collera dei
Veneziani: avendoli trovati sopramodo sdegnosi, perchè impediti di fare
ciò a cui potere sentiansi prodi e valenti. Dopo tre anni di speranze,
e dopo la gloria della gran battaglia, si vedevano ogni giorno condotti
a peggior partito. E allora, messe in punto centoventi galere, scritti
ventimila soldati, spesi milioni di zecchini, pronti sin dal primo
d’aprile, si stavano ancora a mezzo luglio aspettando l’altrui venuta.
Nel qual nulla fare consumavansi, non solo di spese, ma anche di dolore
e letargo; di che l’armata loro s’era un’altra volta corrotta. Il
nemico rifattosi, impunemente li danneggiava: e il regno di Candia era
in pericolo di cadere da un giorno all’altro nelle rapaci sue mani;
non potendo più quei popoli abbandonati da tutti campar la vita, se
non gettandosi alla disperata dalla parte del Turco. Pur la sola vista
dell’armata cristiana sarebbe stata più che sufficiente a tenérli in
fede, e a liberarli dal continuo strazio.
Dopo la battaglia di Lepanto tra i pochi capitani di conto che tornar
poterono a Costantinopoli fu Luccialì re d’Algeri.[364] Costui al
primo giugnere rinfrancò gli animi abbattuti della plebe musulmana; e
a poco a poco rimise alquanto di fiducia nel Sultano, che principiò
a vedere in lui l’uomo da rialzare la prostrata potenza della sua
casa. I suoi consigli furono lodati a cielo; il non aver combattuto,
scritto a merito; la fuga, a bravura; ed il ritorno a salute. Insomma
commendandolo ciascuno, e da ogni parte raccogliendosi intorno a lui
le genti scampate dalla sconfitta, si trovò presto condotto alla
vacante dignità di capitan generale dell’armata ottomana.[365] Di
che a tutta diligenza adoperandosi, e non lasciando parte alcuna che
all’ufficio suo in quella necessità si convenisse, tanto seppe fare
nella invernata, che di qua rassettando le galere seco lui scampate,
di là richiamando le quaranta lasciate alla guardia di Cipro, di su
dal mar nero conducendone molte dei Tartari, di giù dall’Africa molte
più dei pirati, e da tutti i porti ed arsenali dell’imperio cavandone
quante mai ve ne avesse, sebben vecchie e logore; e con operosità
maravigliosa costruendone di legno ancor verde gran numero di nuove,
ebbe alla primavera allestite duecentoventi galere; cioè molto maggior
numero che non credeva don Giovanni.[366] Con queste, quantunque male
armate di gente raunaticcia, di marinari presi a forza, e di soldati
inesperti del mare, pure uscito dai Dardanelli si dette a scorrere in
ogni parte la Grecia, e le isole dei Veneziani. Non già ch’egli avesse
animo di guerreggiare coll’armata cristiana, perchè dopo la prova
dell’anno avanti non poteva presumerne buon effetto; e nè anche il
confortava la qualità del suo mal armato naviglio: ma bensì intendeva a
rintuzzar le speranze dei Cristiani, a consumar le isole, a tenere in
soggezione la Grecia, e sempre schivando la battaglia cogliere quelle
occasioni che l’altrui negligenza, o la sua fortuna e scaltrimento
potessero mettergli avanti. Era allora in suo potere, senza che alcuno
osasse contrastargli, condurre a compimento il disegno che da un
anno prima che si combattesse a Lepanto, aveva formato; di tirare in
lungo, straccare i Cristiani, consumarli nelle spese, dar campo alle
loro gelosie, talchè senza pericolo restassero i Turchi alla fine
superiori.[367] Dovea sapere di Fabio.
[23 luglio 1572.]
Le forze però e i disegni del nemico non erano così ben conosciuti a
Corfù, come si richiedeva; nè gli avvisi del Foscarino si accordavano
insieme con quelli che da più parti giungevano a Marcantonio. Di qua
gli esploratori dicevano che Luccialì non aveva più di cencinquanta
galere; e queste mal conce e peggio armate: di là il bailo veneziano in
Costantinopoli (che, quantunque sin dal principio della guerra fosse
stato ritenuto prigione, pure aveva sempre per sue molte aderenze e
sottile ingegno secretamente mandato notizie ed avvisi) scriveva che
l’armata turca sarebbe di dugento e venti galere, sufficientemente
provviste, e di cinque maone da paragonarsi in grandezza ed armamento
alle galeazze cristiane. Delle quali notizie i generali della lega, che
avevano veduta la distruzione dell’anno avanti a Lepanto, non potevano
persuadersi; e le tenevano l’una più che l’altra esagerate. Ciò non
pertanto sapendosi di certo che Luccialì aveva in più parti disertato
il Cerigo, e minacciata Candia; e bisognando all’armata veneziana aria
e moto per rimetterla con quel beneficio in salute, e rinvigorirne le
genti infralite dal languore di così lunga oziosità, Jacopo richiese
Marcantonio di mettersi in mare; e di farsi vedere dai Greci già mossi,
specialmente nel braccio di Maina, a loro favore; e di là scorrere
a Candia per difenderla dagl’insulti ottomani: dappoichè la comune
disgrazia aveva portato che si dovesse allora provvedere a non perdere
i propri paesi, in cambio di andare a cogliere negli altrui il gran
frutto che si sperava della passata vittoria.[368]
Alla qual domanda, così ragionevole e tanto pur conforme al parere
di don Giovanni, avendo Marcantonio ed Egidio volentieri consentito,
l’armata della lega, lasciato addietro il funesto soggiorno di Corfù,
andò a sorgere presso l’Epiro, alle Gomenizze; che già ho detto essere
porto nel paese dei nemici, al paro di molti altri in quel tratto
di mare, aperto a tutti e disabitato. Di là Marcantonio con alcune
spalverate galere mandò spiare l’andamento di Luccialì: e intanto
forniva le provvisioni d’acqua e di legna, richiamava dal golfo
alquante galere restate addietro, faceva venire il compimento dei fanti
d’Otranto, e rassegnava l’armata che era quasi di centottanta vele;
cioè tredici galere, e due navi di sua Santità; ventidue galere, tre
navi, e due galeotte del Re; cento galere, sedici navi, e diciotto tra
fuste e galeotte dei Veneziani; con venticinque mila buoni soldati da
combattere.[369] Tutti confidavano che, qualunque fosse stata la forza
e il numero dell’armata nemica, avrebbero potuto, almeno congiunti con
le navi, combatterla.
[29 luglio 1572.]
VII. — Alli ventotto di luglio Marcantonio uscì dalle Gomenizze:
e sarebbe stato uomo da conquidere Luccialì, e da render lieta la
Cristianità di vittorie più anche gloriose della precedente, sol
che gli Spagnuoli l’avessero lasciato andare. Ma quando in mezzo ai
lieti marinari era in punto di navigare con tutta l’armata verso la
Cefalonia, comparivagli innanzi una fregata con certi repentini avvisi
del Ragazzoni, ambasciator dei Veneziani presso don Giovanni; e poi una
galeotta con alcuni messaggeri di Sua Altezza. Costoro venuti a gran
pompa e spavalderia sul bordo della capitana pontificia, in presenza
di Marcantonio e degli altri generali, si fecero a dire: essere
all’improvviso caduti giù tutti i sospetti di Francia, e il Re per sua
bontà avere ordinato a don Giovanni che con tutta l’armata movesse da
Palermo per Levante. Però Sua Altezza quanto prima raggiugnerebbeli:
e sebbene contro sua voglia alcun tempo tardar dovesse, a fin di
spedire il bisognevole di così subita partita, tuttavia gli alleati si
rallegrassero, la buona novella ricevessero, la prossima venuta di lui
bandissero; e nel mezzo tempo si guardassero da niuna cosa imprendere:
ma anzi tornassero indietro, o almeno aspettassero quivi l’Altezza Sua,
per onorarlo e congiungersi seco.[370] Finissima malizia!
Poi trassero fuori una lettera assai rispettosamente; e consegnatala
a Marcantonio, lo invitarono a leggere in presenza degl’altri ciò che
quivi si conteneva in questa forma:[371]
«Illustrissimo Signore.
»Ricuperata nel Belgio Valenziana, e cacciati di là i ribelli, sebbene
costoro siansi ristretti ai monti d’Haynau e molto ancora resti a fare
in quelle parti, nondimeno il Re mio Signore geloso di mostrare al
mondo di non aver giammai mancato ai capitoli della lega e che sempre
tiene in maggior conto il pubblico servigio della Cristianità che non
le private sue cose, per mezzo della galera che io spacciai da Messina
nei giorni passati ed oggi è ritornata, mi ha fatto scrivere essere
di suo servigio che io, lasciato ogni altro pensiero, me ne venga
con tutta l’armata in Levante; e porti la guerra al comune inimico.
Quindi io penserei partirmi da questa città per Corfù nel termine di
tre giorni, al più tardi: e nella mia grande allegrezza che V. S. può
bene intendere per infiniti rispetti ho subitamente scritto il presente
dispaccio che mando con una fregata in diligenza, affinchè V. S. udita
questa nuova che è stata per me di tanta consolazione e piacere possa
comunicarla a codesti signori; ed affinchè conforme a questa procedano
a pigliar quel partito che loro convenga, che io non perderò un momento
di tempo nel mio viaggio. Intanto mi piace che si divulghi tra i Greci
la mia venuta per tenerli in fede, tanto che arrivo; e che non si dia
principio ad alcuna impresa che possa aver pericolo, per conservare
la riputazione: ma solo s’intenda a preparare le cose necessarie,
e si provveda che il nemico non dipopoli le isole dei Veneziani.
Imperciocchè piacendo a Dio e congiunta tutta l’armata, spero in lui
che si abbiano a fare quest’anno effetti conformi al suo servigio.
»Scrivo con questa medesima fregata al marchese di Santacroce che,
ricevute le mie lettere in qualunque parte egli si trovi, passi subito
con tutte le galere e navi che ha seco a Corfù: e ciò per guadagnar
tempo, e togliere ogni ostacolo che possa ritardare la mia venuta.
Procuri V. S. con gran vigilanza di mantenere i soldati in disciplina,
ed impedire ogni questione tra gli Spagnuoli e gl’Italiani: perchè mi
dispiacerebbe di cominciar la guerra con la discordia di queste due
nazioni.
»Nostro Signore Iddio ammonisca la persona Illustrissima di Vostra
Signoria.
»Da Palermo alli 16 di luglio 1572.
»_P. S._ La Signoria Vostra partecipi da mia parte ai signori Generale
e provveditori la risoluzione che mi ha fatto prendere Sua Maestà, la
quale (credami Vostra Signoria) pospone gl’interessi suoi al pubblico
bene. E quantunque ho detto che partirò di qua per Corfù, dovrò
nondimeno trattenermi a Messina per condurre tutta unita quest’armata:
ma resterovvi il meno possibile. Io non scrivo a codesti signori per
non ritardare lo spaccio. Questo potrà servire eziandio per loro.
»Servo di V. S. DON GIOVANNI.»
Ma il generale veneziano, indispettito che per sì belle mostre di zelo
e disinteresse, e servigio di Dio, si volesse mandare alla peggio la
causa della Cristianità; e con fondamento temendo che la venuta di
don Giovanni non sarebbe stata nè certa nè pronta, perchè i sospetti
ad un sol cenno potevano rinascere, e le galere di S. A. chi sa di
quanto fornimento e di quanto tempo aver bisogno per essere da Palermo
a Messina, e indi a Corfù; dopo aver aspettato inutilmente quattro
mesi, quando i Turchi a man salva davano il guasto ai possedimenti
della sua patria, udita la lettera e i messaggeri che lor suggerivano
di starsi a bada un altro mese, non poteva credere a tanto ardire.
Ma per sua buona fortuna in quelle stesse lettere che gli davano
travaglio era pur notato il rimedio, nè fu tardo Iacopo a coglierlo.
Imperciocchè la verità ha tanta forza che per quanto uno s’ingegni
non può mai vincerla tutta, onde avviene che chiunque le dà contro
in una parte, resti preso dall’altra, e cada nella contraddizione,
che è suggello a sgannare ogni uomo dalla frode. Tenevano allora gli
Spagnuoli quel sospetto di Francia a mo’ di spauracchio in mezzo al
giuoco della lega: ora tiravanlo su lungo e allampanato, affinchè
rimettessero i Veneziani la troppa baldanza; ora calavanlo alquanto,
perchè andassero pure a consumarsi nella guerra, senza speranza nè di
pace nè di vittoria; ora colcavanlo in terra, per richiamarli addietro.
E con siffatta fantasima potevano lungamente ripetere l’incanto ed
uccellare gli alleati, senza che lor non mancasse mai il modo di
scolparsene; nè di metterci per giunta certe altre lungàgnole, di che
parlerò più avanti. Non dico io già che don Giovanni guidasse cotal
maneggio; chè la sua natura non era da ciò: ma, stretto a servire il
fratello e la corte, doveva sostenere la sua parte.[372] Quindi da un
lato, per ubbidire a chi poteva comandargli, scriveva che gli alleati
non dessero principio a cosa alcuna: e dall’altro per sua natural
rettitudine, conoscendo la grande vergogna e il gran danno del tirare
indietro tutta l’armata dei Veneziani e del Papa che già fronteggiavano
il nemico, e dell’abbandonare nelle mani dei Turchi le terre dei
Cristiani e la causa dei Greci che avevano prese l’armi per lui,
voleva che Marcantonio li difendesse.[373] E tra le due, dello stare o
dell’andare, lasciava a lui di prender sopra sè il carico della scelta,
al punto di incontrare lo sdegno o dei Veneziani, o degli Spagnuoli.
Stando però gli ordini suoi nella predetta contraddizione, come a dire:
Eccomi, vengo io, non date principio a cosa alcuna; e insieme, fate
che il nemico non molesti nè Greci nè isole; ragionevolmente Iacopo si
attenne al secondo, dicendo: che per salvar Candia dal saccheggio, e i
Greci dall’oppressione, bisognava, secondo il parere di Sua Altezza,
andare avanti, cacciare da quei mari il nemico, e se non sgomberava
combatterlo, continuando nel già preso divisamento. E quantunque
Marcantonio in consiglio col Giacopo di Venezia e coll’Egidio di Spagna
proponesse di aspettare in quel luogo la venuta di don Giovanni, e per
sua parte ne facesse istanza, a fin di mostrare coi fatti la modestia
nel comando e la riverenza al supremo duce; ciò non pertanto ambedue
gli si opposero, ed esso dovette consentire con loro. Que’ signori
discorrevano sul proposito: che l’aspettare non veniva comandato, e
neanche ricordato da Sua Altezza; che anzi implicitamente faceva loro
intendere di andare avanti, non si potendo dar animo ai Greci e molto
meno salvare lo stato della Signoria restando fermi in Corfù, perchè il
bisogno di questi particolari stava cinquecento miglia più oltre.
E mostrando da una parte la vergogna di starsene neghittosi quando
il nemico insultava, dall’altra le infermità delle genti illanguidite
dall’ozio, e poi la stagione tant’oltre, e don Giovanni così lontano,
e la sua venuta tanto incerta, e le sue galere così disperse tra
Palermo e Messina, e tanto poco preparate a spedirsi; perchè l’anno
non passasse senza frutto nell’aspettarsi gli uni cogli altri a fin
di congiungersi poi quando non fosse più tempo, deliberarono i tre
generali con voto uniforme (al quale don Giovanni ancorchè fosse
stato presente avrebbe dovuto per le leggi della lega sottomettersi)
deliberarono, dico, di continuare il già preso cammino e scriverne le
ragioni a don Giovanni.[374] Questo fu il maggior beneficio che ebbe in
quest’anno la lega. Ecco la lettera e i ragionamenti di Marcantonio,
dall’originale spagnuolo in volgar nostro volti, così:[375] — «Al
Serenissimo signor don Giovanni d’Austria. Serenissimo signore: dalle
Gomenizze 29 luglio 1572. — Questa notte passata ventinove del presente
arrivò qui una fregatina del Ragazzoni, portando la nuova che Vostra
Altezza per ordine di Sua Maestà verrebbe in Levante. Ne abbiamo fatto
tanto grande allegrezza come non se ne sarebbe fatta più per la presa
di Costantinopoli e per la caduta dell’impero ottomano. Lodato sia Dio
che il buon animo di Sua Maestà ed il valore di Vostra Altezza non sono
stati impediti da gente malvagia.
»Eravamo già risoluti di partire in questa notte verso il Cerigo per
andar colà a pigliare le risoluzioni di quel che ci convenisse fare,
secondo gli avvisi dell’armata nemica. Sapevamo che Luccialì scorreva
il mare con cento quaranta galere ed altri bastimenti, sebbene le
galere assai meschine e mal armate; e pensavamo col tenere unita
tutta l’armata nostra andar contro lui a sicurtà di vittoria, quando
a lui fosse venuto in capo di opporcisi: imperciocchè abbiamo cento
ventisette galere, sei galeazze, ventiquattro navi, e venti fuste, di
più tra via abbiamo a trovare altre dodici galere di Candia, e due
galeotte; e quando a noi fosse parso che l’armata nemica si potesse
combattere senza le nostre navi, lasciarle, e andargli sopra con le
sole galere. E sappia l’Altezza Vostra che le nostre galere son ben
fornite di soldati, avendone presi altri due mila cinquecento da
Otranto. Pensavamo coll’andare avanti impedire il danno che l’armata
nemica potesse fare in Candia e nelle altre isole dei Veneziani,
lasciando che si contentasse di distruggere i paesi del suo dominio:
imperciocchè hanno bruciato tutte le isole di Nixsia e di Paros, e
venivano risoluti a scannare tutti li Greci insorti della Morèa, a
disertare la terra, e perderne le vittovaglie. Perciò questa mattina
ho richiesto Gil D’Andrada e il general veneziano del loro parere
rispetto alla notizia che corre della venuta di Vostra Altezza:
ed ambedue hanno detto che bisogna andare avanti, come è stato già
deliberato. Imperciocchè questo non impedisce che Vostra Altezza ne
venga appresso: e intanto importa molto assicurare la Grecia dai danni,
e confermare quei cristiani nella buona volontà. Che se Vostra Altezza
non venisse, io non so (per quanto se ne dice) sorte più miserabile di
quella che toccherebbe a questa povera gente. E così potremo ancora
difendere le nostre terre dagli insulti che potrebbe, come ho detto,
farci il nemico. E se noi con la nostra andata riusciamo a tenerlo
a bada, dandogli sospetto di sbarchi, sino alla venuta di Vostra
Altezza, sarebbe ben possibile che all’armata loro noi potessimo
tagliar la strada in guisa che, essendo gran parte di quelle galere
fiacche, non potessero più tornarsene ai Dardanelli; e quando in faccia
mia volessero farlo, avendo io qui ottanta galere sceltissime, si
potrebbero conciare con un bel tiro.
»Quanto al metterci in alcuna impresa di terra, dato pur che l’armata
nemica se ne fuggisse, io non sono di parere che ci convenga; sino che
non arrivi Vostra Altezza: perchè noi potremmo impegnare la riputazione
a cosa che l’Altezza Vostra nella sua molta prudenza non fosse per
approvare. Avevo già scritto sin qui sempre aspettando che dovesse
venire dopo l’avviso del Ragazzoni, alcuna fregata che ci portasse le
lettere di Vostra Altezza. Ed ecco che oggi a ventitrè ore la predetta
fregata è giunta. Io e Gil d’Andrada subitamente abbiamo fatto le
parti di Vostra Altezza con il Generale e provveditori di Venezia,
i quali se ne mostrano gli uomini più contenti di questo mondo: ed
a noi è sembrato, leggendo le lettere di Vostra Altezza, che la già
presa risoluzione è molto buona, e assai conforme ai suggerimenti
dell’Altezza Vostra. E così di presente noi partiamo, e ce ne anderemo
adagio, avendo a rimburchiare galeazze e navi.
»Bacio le mani a Vostra Altezza, desiderando presto servirla in sua
presenza. Dalle Gomenizze 29 luglio 1572. M. A. Colonna.»
Come don Giovanni ebbe ricevuta questa lettera, e sentito che
Marcantonio, il Foscarino e l’Andrada avevano continuato il viaggio
verso Levante, senza aspettarlo, ne prese mala soddisfazione: parendo
a lui che coloro gli avessero portato poco rispetto. Dissimulando
però lo sdegno, ed affrettandosi esso pure di giungere in tempo ove
il resto dell’armata andava con tante speranze, condusse cinquanta
galere del Re sull’istesso rombo tracciato già prima da Marcantonio, ed
arrivò alli dieci di agosto in Corfù. Laddove essendosi confusamente
allora divulgati i successi della Grecia, e lo scontro de’ nostri
co’ nemici, siccome or ora vengo a narrare, la stizza di lui e degli
altri suoi non ebbe più freno. Nè altro era a udirsi da loro che
diffamazioni e querele contro Marcantonio, perchè era andato avanti
senza aspettare. Gli adulatori di don Giovanni incolpavano Marcantonio
di emulare l’Altezza del regio principe, di sfuggirne l’imperio, di
usurparne l’autorità, ed altre molte fantasie, piene di maltalento e di
passione. Ondechè don Giovanni, già tocco di gelosia secreta verso di
lui pel trionfo dell’anno avanti, e immerso allora nel vortice di tanta
malevolenza, proruppe al paro d’ogni altro contro di lui e contro Gil
d’Andrada in parole oltraggiose e minaccevoli: dicendo pubblicamente
del primo, che il troverebbe una volta in parte da poterlo gastigare; e
del secondo, che gli farebbe tagliar la testa.[376]
[4 agosto 1572.]
VIII. — Don Giovanni adunque aveva dato un gran colpo a coloro che
movevano dalle Gomenizze. Questi non altro volgevano nell’animo che
onorate imprese, ed egli con la sua lettera era venuto a turbarli,
perchè o non navigassero avanti, o il facessero paventosi e sospesi.
Chè sebbene don Egidio e Marcantonio non avessero udito i fieri suoi
propositi, non era però che non dovessero ambedue averli pensati, e
non sentirsi cruciare di vedere che senza colpa, anzi per voler fare il
debito loro, si avrebbero concitato contro lo sdegno dell’Altezza Sua e
della formidabile Maestà del Re. Egidio dissimulò l’interno rammarico:
e Marcantonio governossi con somma prudenza per non dare nè alla Spagna
ragionevol pretesto di risentimento, nè a Venezia alcuna ragione di
richiamo. Fece il segno della partenza, e l’istessa sera del ventinove
luglio con censettanta vele prese il vento. Fedele alle istruzioni di
sua Altezza, senza tentare nel passaggio nè la fortezza di Santamaura
nè i castelli di Lepanto, tanto dirittamente per mezzo il mare tenne
la prua, che la sera appresso raggiunse la Cefalonia, l’altro giorno
trapassò il Zante, e alli quattro d’agosto la mattina per tempo con
tutta l’armata diè fondo tra l’isola del Cerigo e quella dei Cervi,
rimpetto a capo Malèo, donde tutta insieme poteva fronteggiare l’armata
nemica, sostener i Mainotti, coprir Candia, e assicurare quando che
fosse la venuta di don Giovanni al congiungersi con lui. Di che i Greci
ripresero animo; e Luccialì, che aveva già disertato il Cerigo ed era
in punto di far peggio a Candia, e di tagliare a pezzi quanti Greci
troverebbe coll’armi in mano nel braccio di Maina, dovette deporre i
feroci disegni, e tirarsi indietro a Malvasia.[377]
Non aveva cessato Marcantonio da Corfù, e poi mano mano che andava
avanti, da più parti, spedire esploratori e galere a pigliar lingua
dell’armata nemica: e tanto gli uomini suoi, quanto gli schiavi che
spesso fuggivansi da quell’armata, rapportavano che Luccialì con
dugento e venti galere e sei maone stesse assicurato sotto la fortezza
di Malvasia, quaranta miglia quindi lontana: e che stimando esser don
Giovanni in rotta coi Veneziani, e conscio di aver armata più numerosa
della nostra, tra poco verrebbe ad assaltarla. Laonde in consiglio i
tre generali deliberarono che per l’onore della lega e per la difesa
dei Cristiani non dovessero partirsi di quel luogo, nè rifiutar la
battaglia, anzi ricercarla opportunamente; e che per mettere l’armata
della lega a paraggio della nemica bisognasse in ogni riscontro menar
seco loro le venti navi e la capitana, quantunque sapessero la gran
difficoltà che incontrata avrebbero nel tenere insieme durante la
navigazione navi e galere, chi a vela chi a remo. Quando ecco in quel
consiglio, già valico il mezzodì, venir l’avviso dalle guardie che
l’armata nemica compariva da greco; ed ecco a un cenno di Marcantonio
quella della lega uscire in mezzo al canale e farsi incontro ai nemici,
accostandosi quanto più poteva alle loro spiagge. Giudicavano che colà
sempre più valorosamente si combatterebbe dove la salute fosse solo
nel menar delle mani. Ma Luccialì contento di aver con alcune delle
sue galere sparso un falso all’arme, e fatto sperienza di ciò che gli
alleati ardissero, senza spuntar capo Malèo, oggi detto Santangelo,
rese il bordo verso le sue fortezze; laddove non poteva essere
molestato dai nostri.
[5 agosto 1572.]
Ciò non pertanto Marcantonio restò là tutto quel giorno ed il seguente
in ordine di battaglia: ma non essendosi Luccialì arrischiato a
ritornare, egli per vie meglio fronteggiare contro a lui, e coprir
Candia, andossene a sorgere in capo alle Dragoniere, che sono
due isolette disabitate, donde meglio si domina il canale tra la
terraferma, il Cerigo e Candia.[378] Di là per mezzo degli esploratori
che da mare e da terra faceva scorrere attorno al nemico, procacciava
scoprire non solo il numero e la qualità dell’armata, ma più anche gli
intimi disegni del Tignoso, a fine di contrapporglisi in ogni parte.
E sempre più veniva chiarito che colui guidava tal numero di galere
quale niuno per l’innanzi pensato avrebbe: e che sebbene non fossero
tutte armate a dovere, pure non lascerebbe di combattere, posto che
a Marcantonio non venissero altri soccorsi da don Giovanni: e che,
se le galere cristiane si fossero alcun poco allontanate dalle navi,
senza dubbio le assalirebbe. Quindi Marcantonio e gli altri capitani
maggiormente si studiarono a tenersi quelle navi sempre vicine, ed a
sollecitare la venuta di Sua Altezza. Di che più volte Marcantonio
gliene scrisse, tenendolo avvisato d’ogni cosa che alla giornata
passava.
[6 agosto 1572.]
Così le due armate stettero tre giorni: che nè Marcantonio poteva con
tanto svantaggio assaltar Luccialì sotto le fortezze di Malvasia;
nè questi voleva investir Marcantonio, tanto bene ordinato nel suo
squadrone con le navi alla fronte. La mattina del sei di agosto
accennando il nemico ad alcun movimento sul capo Malèo, e levatisi
i nostri ad incontrarlo, girò il vento a ponente. Per la speciale
giacitura della costa nè quelli poterono spuntare il capo, nè i
nostri oltrepassarlo; perchè il vento che agli uni e agli altri era
favorevole sino alla punta, veniva poi di prua, opposto a loro, quando
avevano a dar volta. Laonde Marcantonio se ne ritornò alle Dragoniere:
ma rinforzatosi il ponente, non giunse a rimetter le navi. Alcune
sferratesi ed altre sulle volte andarono quel giorno, senza che il
nemico osasse assalirle: la domane e bordeggiando e rimburchiate,
tornarono all’ordinanza.[379]
[7 agosto 1572.]
IX. — Dopo queste prime avvisaglie le due armate tanto si accostarono
tra loro nel dì sette agosto, che finalmente vennero al fatto d’arme.
Ed io ripensando all’ordinanza bellissima dell’armata cristiana in quel
luogo e tempo, e dibattendo eziandio la fortuna dell’imperio turchesco,
quasi direi che allora per una seconda sconfitta avrebbe dovuto cadere
abbasso, e i destini della Grecia e dell’Europa in tutt’altro modo
allora comporsi, se proprio nel mezzo di quella giornata non fosse
mancato quel soffio di vento che quasi mai nell’estate non falla.
Tanto è vero che i grandi avvenimenti del mondo spesso dipendono da ben
piccole e per noi fortuite ragioni.
Era la mattina del sette agosto alto già il sole, quando tutta l’armata
turca, meno le maòne lasciate a Malvasia, spuntava da capo Malèo,
tanto noto nell’antichità per le fortune di mare.[380] Lentamente di
là vogando presso alla spiaggia, facea la prua all’isola dei Cervi,
dieci miglia lontana; e poscia virava di bordo in faccia all’armata
nostra. Di colà voleva attendere il fresco ponente, che nell’estiva
stagione suol mettersi al mezzodì; e con quel vantaggio venire
sopravvento ad investir l’armata nostra. Imperciocchè accertatosi
Luccialì dell’assenza di don Giovanni, ed avendo ordine dal Sultano
di combattere contro forze minori, deliberatamente divisava presentar
la battaglia, e prendere tal posta che potesse dargli più sicura la
vittoria.
Laonde Marcantonio che continuo teneva gli occhi sopra di lui, e ne
penetrava i disegni (dopo aver mandato a don Giovanni con la galera
del capitan Pietro Pardo le relazioni di quel che s’era fatto ed
era per farsi in quel momento) slargatosi dall’Isola, mutò la forma
dell’ordinanza. Perchè volendosi assicurare che i nemici attorniatolo
nol battessero da più lati, ma anzi restassero essi stessi da ogni
parte battuti, cercò miglior postura: e laddove prima aveva spartite
le navi alla fronte delle galere, le fece passare tutte al di là
dell’estrema sinistra, verso ponente: affinchè quando verrebbe il
nemico ad investirlo, dovesse di necessità difilar per prua avanti
alle navi medesime: alle quali comandato aveva che nel passaggio lo
fulminassero con tutto il loro cannone; e dappoichè fosse passato,
facessero vela sopra di lui, e così sopravvento assaltandolo per
poppa il ponessero tra due fuochi. Mirabile ed ingegnoso partito, onde
guarentì la salvezza dell’armata sua tanto inferiore di numero alla
nemica. Così Luccialì per dar sopra ai cristiani col benefizio del
vento, e Marcantonio per riceverlo fiancheggiato dalle navi, stettero
ambedue aspettando sino al mezzodì che si levassero i ponenti. Ma per
quanto ciascun di loro riguardasse alla mossa dei pennelli, questi
invece si restarono fermi a un po’ di scirocco e levante. Onde il
primo fu certo aver fallito il disegno; ed il secondo pensò che se ne
potrebbe vantaggiare: e che valendosi dell’occasione, la quale contro
il consueto gli si offriva, dove il vento non aveva permesso al nemico
di venirlo a trovare, poteva egli coll’aiuto del vento andare a lui.
La quale molto ben scaltrita mossa, allegramente accolta dall’armata
cristiana, fu di presente seguita. A un cenno tutti insieme spiegaron
le vele, e mossero contro il nemico. Sfilavano minacciose alla fronte
le navi e le galeazze; seguiva lo squadrone delle galere diviso in
tre corpi, alla diritta il Soranzo, alla sinistra il Canaletto, e nel
centro i tre generali; appresso la squadretta della retroguardia. E
governavano il cammino così che ciascuno sempre fosse all’ordine ed
alla posta sua: le navi con tutto il cotone al vento, le galeazze col
bastardo e alcune velacce, le galere coi soli trinchetti e qualche
palata, per superare coll’arte marinaresca la grandissima difficoltà
del tenere a giusto segno nel navigare le navi e le galere; e quelle
innanzi a queste: punto di somma importanza, massime allora che sopra
siffatta unione, e sopra cotest’ordinanza si posava tutto il fondamento
di salvar l’armata propria, di offendere la nemica, e di guadagnar la
vittoria.
Navigando ora Marcantonio a gran fiducia nell’ordine predetto, si turbò
Luccialì, vedendosi un’altra volta superato nell’arte e nell’ardire.
Onde cominciò a tirarsi indietro, senza però voltar le spalle: si
lasciava andare in giù verso ponente, come l’istesso corso dell’aria e
della corrente, coll’aiuto di qualche palata, leggermente il traeva. E
più incalzato dai nostri era sul volgere a manifesta fuga, di che già
allargandosi ed abbracciando tutto il canale con le dugento e venti
galere alla vista di ciascuno dava segno, se lo scirocco che portato
aveva sin là così bene l’armata nostra non fosse venuto mano mano
a mancare. Per la qual cosa sulle quattro pomeridiane, cessata ogni
benchè leggerissima bava di vento, Luccialì risolse di star fermo: non
più essendo possibile a Marcantonio andargli contro con altro che con
le sole galere, e per forza di remi; chè, quanto alle navi, sotto vela
cascante e sventata, non era da temer che si movessero. E perchè egli
aveva nell’armata sua settanta galere di più, faceva giudizio di dover
vincere certamente combattendo con le galere senza navi; e i nostri per
la stessa ragione di non poter vincere senza queste. Ondechè il primo
procacciava tagliar fuori le navi, e gli altri tenersele congiunte.
Armeggiando e schermendo il tempo passava.
In mezzo a siffatto adoperarsi v’ebbe chi tentò indurre Marcantonio a
lasciar le navi, e ad assalir il nemico con le sole galere, dicendo:
che si doveva contare più sulla virtù dei cristiani, che sulla
moltitudine dei barbari.
Ma il campione magnanimo che non voleva, nè per eccesso, nè per
difetto, nè per amici, nè per nemici, torcere dal cammin diritto
in quella circostanza, rispose: non temere già il numero grande
dell’armata nemica, ma la opinione pubblica della propria: perchè,
giudicandosi universalmente da tutti che non si poteva vincere senza
le navi, sarebbe stato temerità il tentarlo: dovendo un generale tener
gran conto dell’opinione pubblica della sua gente.[381]
Ma se per questo non gli conveniva lasciar le navi, nè anche poteva al
paro del nemico star fermo in battaglia: perchè le navi in balía della
corrente e del flusso andavano in deriva, o scadevano le une sulle
altre, e il mettevano in disordine. Laonde comandò che pur si andasse
avanti con le navi alla fronte. E quantunque tale ordinamento portasse
travaglio e pericolo, dovendosi rimburchiare ogni nave con quattro
galere, cioè le venti navi con galere ottanta; talchè non sarebbe
rimasta nell’armata della lega forma niuna di squadrone ordinato, e
quindi avrebbe potuto perdersi senza combattere; ciò non pertanto trovò
riparo all’uno e all’altro inconveniente, dando il capo del rimburchio
di ciascuna nave a due sole galere, ma queste sceltissime, e per ciò
tali da tirare innanzi i rimburchî, e nel bisogno tornare addietro
e rimettersi presto nello squadrone dell’ordinanza. Così Marcantonio
venne al segno di tener le navi sulla fronte, l’armata in ordine, e
la via sicura per andar, sebben lentamente, a trovare il nemico. Ma
costui che temeva della fatale ordinanza, vedendo i nostri accostarsi,
e le navi alla prima fila, non ebbe cuore a sostenerle: anzi quando
già venuti a tiro cominciava il cannoneggiare, egli ritraevasi. E per
non mostrar con brutta fuga le poppe, secondo che i nostri avanzavano,
secondo e’ stringeva la voga a rovescio; sempre in giù. Finchè venuta
la notte, sparò a un tratto a sola polvere tutte le artiglierie
dell’armata sua, e tra i vortici del fumo ricoprendo il rapido girar
di bordo, senza accendere i fanali vergognosamente si nascose tanto
che nè per la notte medesima nè pel giorno appresso non fu potuto
rivedere. Marcantonio restato padrone del campo, mantenne ai Cristiani
la superiorità sul mare.[382]
[8 agosto 1572.]
X. — I nostri però allumati i fanali, e avendo già preso con la bussola
tra ponente e maestro la direzione dell’armata nemica, quando s’era
perduta di vista, verso quella governarono. Ma sempre guardinghi,
sempre ordinati, coll’armi in coperta e il buttafuoco alla mano:
potendo tra le tenebre avvenire, o una sorpresa di nemici, se ne
avessero fatto disegno; o di dare a caso sopra di loro, se per via
si fossero restati in giòlito. Al far del giorno si trovarono pronti
e all’ordine; ma per quanto riguardassero da ogni parte sul mare,
non videro traccia di Turchi: tanto studiosamente s’erano nella fuga
coperti. Per ciò Marcantonio, che quasi tutta la notte era stato
desto a sorvegliare le guardie e a scrivere gli spacci, come ebbe
la mattina seguente spedito la galera del capitan Vasquez a Corfù,
per dare conto a don Giovanni di quanto passava, e ricordargli, con
quella modestia che si doveva, quanto belle occasioni di vittoria
avrebbe Sua Altezza, qualora venisse prestamente a unirsi seco loro,
pensò ricondurre l’armata al Cerigo per le stesse ragioni di coprir
Candia e gli altri possedimenti veneziani, perchè vi era la prima
volta andato: bisognandogli ancora rinfrescare le provvigioni e
l’acquata, di che pativa difetto. Ma nel ritornare, alcuni capitani,
sia che non temessero più nè punto nè poco il nemico fuggitivo, o
vero che dopo due giorni di fatiche volessero allargare il freno e
sollazzarsi, sciolta l’ordinanza contro la disciplina, se ne andarono
con le galere lungi dall’armata ove meglio lor piacque; non solo in
diverse parti dell’isola, ma anche di terra ferma: e non obbedirono
alla chiamata. La qual contumacia fu presto punita: imperciocchè stando
coloro spensierati, ecco di repente giunger messaggio e correr voce
che Luccialì per di dietro all’Isola del Cerigo sopravveniva con tutta
l’armata, e che non era ormai di là più che otto miglia discosto. Al
primo annuncio si fece tumulto tra i dispersi, poi crebbe la calca
delle genti al rimbarcare, e finalmente montò tanto alto in tutti il
terrore, quanto era improvviso e non aspettato il pericolo. Nondimeno
Marcantonio da una parte rifacendo i segni, e dall’altra mandando
uomini di autorità a raccogliere e ordinare i capitani e le galere
sbandate, si mise per mezzo il mare in battaglia, con sessanta vele che
in quel punto trovossi attorno, pronto a coprire e difendere le altre.
E queste, secondo che giungevano disordinate e paurose, confortava e
rimetteva e spediva. A certuni pertinaci che mai non seppero nè per
messaggi nè per segni ridursi all’obbedienza, avrebbe certamente dato
quella punizione che meritavano, se di ciò non fossero stati trovati
in colpa certi Spagnuoli di grandi casate, rispetto ai quali bisognò
che Marcantonio e Gil d’Andrada se ne passassero, per non irritare di
più le passioni nazionali, e non avviluppare maggiormente le fila di
quell’intricata matassa.[383] Ma il mancamento per detto di tutti fu
grande, perchè non solo manifestò la poca disciplina degli ufficiali
e fece perdere poco dopo l’occasione di una segnalata vittoria; ma
avrebbe allora condotto l’armata a certa perdizione, se colà spinto si
fosse Luccialì a sorprenderla.
Costui però trovavasi per avventura ben lungi: e la voce sparsa
della sua venuta proveniva dall’essersi scoperte a ridosso alcune
galeotte turchesche di pirati o stracorridori che stavano appostati a
rapina.[384] E quando l’armata nostra rimettevasi, allora la guardia
della montagna per tutt’altra parte scopriva daddovero quella di
Luccialì, distante intorno a venti miglia, che essendosi nella notte
allargata per ostro se ne veniva alla vela verso il capo Matapan, dagli
antichi detto Tenario.
[9 agosto 1572.]
Siffatto aggiramento dei nemici mise in pensiero Marcantonio: perchè,
essendosi coloro cacciati in mezzo tra lui e don Giovanni, potevano
all’improvviso, quando mai Sua Altezza, secondo l’invito, si fosse
deliberata di venire avanti, voltarglisi contro, opprimerlo, o
impedirgli la congiunzione. Quindi rifornitosi d’acqua e panatica, e
fatte quella notte riposar le stanche ciurme, la mattina del nove col
vento propizio levossi dal Cerigo, e prese a navigare a quella volta
per dove il giorno avanti si era visto il nemico. Ma per quanto il
ricercasse tutto il giorno in ogni riposto seno del golfo di Colochina,
non potè ritrovarlo, talchè dopo il tramonto navigò a secco verso il
capo Matapan.
Or mentre nel quieto silenzio della serena notte e sul mar tranquillo
l’armata lentamente moveva; nel salone di poppa della capitana
pontificia a lume dei doppieri, il Colonna, il Foscarino, l’Andrada,
il Soranzo, il Canaletto, il Bonelli, il signor Pompeo e più altri
capitani in molte questioni tra loro si dibattevano di ciò che si
dovesse fare. Marcantonio, spiegando sue carte, dimostrava la necessità
di congiungersi con le cinquanta galere di don Giovanni, per pareggiare
i nemici e combatterli con vantaggio. E da ciò, non essendovi alcuno
che dissentisse, deduceva come non potendo don Giovanni con la parte
minore dell’armata passare avanti al nemico per cercar la maggiore (al
che niuno lo avrebbe potuto indurre, massime considerata l’importanza
della sua persona) così convenisse loro andarlo a cercare. I Veneziani
però nè vedevano tanto pericolo al venire di don Giovanni, nè potevano
voler lasciare a discrezione di Luccialì tutte le isole loro; e di più
facevano toccar con mano e il danno di perder tempo, e la difficoltà
di correr tanto mare all’andata e al ritorno con quell’ingombro delle
navi. Marcantonio suggeriva che le galeazze e le navi potrebbero esser
messe in sicuro nel porto di Candia, e poi le galere speditamente
scorrere verso sua Altezza. Ma al Foscarino non sapeva così bene di
quel doppio andare dal Cerigo a Candia e da Candia al Zante, dovendosi
perder il miglior tempo in cercarsi l’un l’altro: e inoltre diceva
che le navi a Candia non le faceva sicure, e che avendo in quelle i
viveri dell’armata, era sempre costretto portarsele seco. Altri lo
sostenevano, temendo eziandio che in tanta vicinanza di così solerte
nemico le galere senza le navi non dovessero riuscir buone nè a
combattere, nè a fuggire; altri lo impugnavano, appellandosi alla virtù
dei capitani nostri ed allo sbogottimento dei nemici: e Marcantonio
dentro del cuore rodevasi che per quella difficoltà di congiunzione si
desse a don Giovanni ed a’ suoi consiglieri il pretesto per impedire
ogni impresa, e per mandare un altra volta deluse tutte le speranze di
quella campagna.[385]
[10 agosto 1572]
XI. — Or mentre in diversi pareri i generali dubbiavano, venne
opportunissimo a troncar le questioni in mezzo a loro un prosperevol
vento di levante, che senza alcuna difficoltà poteva portarli tutti
insieme con le galere, le navi, e le galeazze verso ponente insino
al Zante, incontro a don Giovanni. E pensando tutti che in quel modo
fosse bene andarsene colà a pigliar tanto rinforzo, Marcantonio fermò
la deliberazione: e poco dopo, che era la seconda guardia della notte,
dato il segno dalla sua capitana, tutta l’armata fece vela e si lanciò
a dar volta attorno al capo Matapan. Ma come si furono avvicinati
là presso all’altura di porto Quaglio, quando già tutta intorno alla
luce dell’aurora imbiancavasi la marina, si vide ivi presso l’armata
nemica; e Luccialì, come se fosse stato la notte in consiglio con gli
alleati, e tutti i loro disegni avesse da sè stesso uditi, quivi al
varco aspettavali per assaltarli se mai fossero disordinatamente o
senza il presidio delle navi trapassati. Laonde a un tratto venne fuori
a vele gonfie, e con tanta baldanza che sembrava muovere non già a
riconoscere, ma ad investire. E Marcantonio con altrettanta prontezza
gli si fece incontro, mettendo alla fronte le navi, che per fortuna
aveva seco, a compensare il disvantaggio delle galere, il cui numero
appena montava a due terzi delle nemiche.
Ma avvicinandosi gli uni agli altri in mezzo al mare, cresceva la
fiducia in Marcantonio, e scemava in Luccialì; perchè l’ordinanza
nostra con quelle poderose navi sulla testa era fortissima. E
già il Tignoso rallentava a grado a grado la voga, quando un
improvviso accidente lo condusse contro sua voglia al punto della
battaglia. Veniva con molti danari da Venezia una nave all’armata,
che incontratasi quella mattina all’altura del capo, aveva preso
l’armata nemica per amica; e vedutala tranquillamente navigare in
giù senza dimostrazione di ostilità, l’aveva salutata ed erale stato
corrisposto. Ma quando si preparava a dare in mano a coloro il gherlino
del rimburchio, accortasi dei nostri e conosciuto l’errore, si pose
in difesa. Trovossi pertanto quella nave e il suo prezioso carico in
mezzo alle due armate come segno di lotta, ciascuno a gara dell’altro
facendo sua possa di tirarsela. Luccialì spiccava dodici galere a
sottometterla, Marcantonio quattro a soccorrerla. E già stavano le
due armate pronte ad entrar tutte insieme nel cimento, quando il
Turco temendo svantaggio ebbe con un tiro richiamate le sue galere,
e lasciata libera la nave, che poco dopo fu dai nostri menata a
salvamento. Alcuni gentiluomini veneziani venuti con quella credevano
sognare, ripensando all’errore ed al pericolo in che s’erano poc’anzi
lasciati cadere.
Marcantonio però, come animoso capitano, cavar volle da quel successo
il suo pro: e vedendo i suoi far cuore e gli inimici invilire,
levò in alto lo stendardo della battaglia, e con un tiro fece segno
di sfida. Alla quale avendo Luccialì risposto col contrassegno, e
mostrato consentire, le due armate forzarono di vela, come per volersi
investire. Giunte a tiro di cannone, manca il vento. Luccialì leva
remi, per non venire troppo avanti; e Marcantonio rallenta la voga,
per non oltrepassar le navi. Angoscioso momento. Ma durando nelle due
armate l’abbrivo, tanto si avvicinarono, che da una parte e dall’altra
presero a sbombardarsi colle più grosse artiglierie. Le colubrine
nostre traevano a furia, la mischia a grado a grado stringevasi:
cinque galere di Turchi erano colate a fondo, sette messe fuori di
combattimento: alcune galere di Luccialì, massime nel corno sinistro,
davano le spalle; altre più dalla grandine delle nostre cannonate si
ritraevano; e si vedeva manifestamente il nemico su tutta la linea
a balenare. Allora parve al Soranzo che guidava l’ala diritta di
perseguitare i fuggiaschi, ed a Marcantonio d’avanzar tutta l’ordinanza
dell’armata sottile, di caricar sopra il nemico, e di opprimerlo nel
suo disordine.
Stimarono i due prodi che le sole galere in siffatta congiuntura bastar
potrebbero. E fatto il segno di oltrepassar le navi, dieron la voga
nelle loro capitane, e mossero arrancati per serrarsi a corpo a corpo
con Luccialì. Ma come la fazione veniva senza disegno premeditato, anzi
del tutto improvvisa, e contraria alle deliberazioni primamente fatte;
così per la novità del caso nè le squadre loro con tutta la franchezza
si mossero, nè le altre li seguirono con quella prontezza che sarebbe
stata necessaria. Marcantonio ebbe seco alla pari soltanto tredici
galere, con le due capitane di Venezia e di Spagna; al Soranzo non fece
spalla più che il piccolo stuolo di nove galere; le altre a più riprese
avanzavano o facevano sosta; e il Canaletto nel corno sinistro, sempre
fermo dietro alle navi, non volle mai spiccarsi, lasciando a ridire di
sè tutta l’armata. Però ad un tratto mutarono le sorti: i Turchi ebbero
tempo a rimettersi, ed i Cristiani per quella opinione delle navi,
tra chi non voleva lasciarle indietro, e chi già l’aveva trapassate,
vennero a disordinarsi più che non fossero stati pocanzi i nemici.
Il qual fallo avrebbe certamente condotto a ruina l’armata cristiana,
se Marcantonio non fosse stato pronto a ripararlo nel miglior modo
che per lui si poteva. Là, nel mezzo ove era andato quasi solo un
buon miglio innanzi alle navi, intrepidamente ristette a mantenere
il campo; e senza mai retrocedere, nè esso, nè il Foscarino, nè
l’Andrada, nè il Soranzo, dettero tempo che avanzassero, sebben
lentamente, le galere e le navi restate addietro, sino a rimetterle in
linea. Che se là si fosse pur un momento peritato, tal rotta sarebbe
potuta toccare alla Cristianità quale l’anno avanti aveva data. Ma
il valore dei due generali e l’intrepidezza di Marcantonio, che in
quella giornata fu prodigiosa,[386] mise tanto terrore a’ nemici che
mai non ardirono prevalersi di una occasione che era tutta del caso
loro. Anzi avviliti a rincontro di così gran virtù, appena l’armata
nostra sul mezzodì si fu rimessa in punto di ripigliare con buon
successo il combattimento, cominciarono a ritirarsi. Luccialì nondimeno
ostentava coraggio, e mostrava la faccia; ma fingendo che le sue ciurme
vogassero avanti con qualche palata a fior d’acqua, faceva di ritorno
ponzare i remi a rovescio per dare indietro; poi legava il capo del
rimburchio alle galere che aveva da poppa, perchè il tirassero fuori,
e finalmente spargendo fumo di cannonate a sola polvere, voltava a
turpe fuga le spalle, e come disfatto cedeva un’altra volta il campo a
Marcantonio.[387]
[11 agosto 1572]