là due costiere, che si partono quasi a sesto di squadra: l’una a
levante mostra le spiagge della Morea per miglia settanta, sino a
capo Tornese; l’altra a settentrione segna le rive dell’Epiro per
miglia più che ottanta, sino all’Isola di Santamaura. E perchè questo
luogo, in siffatta maniera da due lati già chiuso, resti anche meglio
da ogni altra parte rinserrato; ecco, da ponente comparir di contro
per quaranta miglia la Cefalonia; e da ostro per venticinque il
Zante: talchè nel giro di dugencinquanta miglia, trovandosi l’acqua
tutt’intorno riparata, e vedendosi da ogni parte la terra, più
quasi dà vista di lago che di mare: e come se fosse una artificiale
naumachia, sembra dalla natura destinato tra l’oriente e l’occidente
a teatro di naval combattimento. Là, presso al promontorio azziaco,
Ottaviano contro Marcantonio mutò lo stato dell’imperio romano: là,
presso a Corinto, Maometto secondo rassodò il suo seggio in Bizanzio:
là, presso alla Prevesa, il vecchio Doria macchiò il suo nome, e rese
formidabile la naval potenza dei Turchi: là, presso a Lepanto, gli
alleati la prostrarono: là, presso a Navarrino, risorse nel nostro
tempo la Grecia. Però quando due armate nemiche siano a punto nel
mezzo della naumachia, niuna delle due può rifiutar la battaglia, nè
fuggire lo scontro, senza intricarsi e perdersi tra gli angusti canali
di quelle isole: massime che in più parti dell’istesso bacino sorgono
altre isolette, importune ai naviganti; tra le quali irte e spesse
compariscono dal lato settentrionale, un miglio da terra, le ignude
rocce delle isole Curzolari: che, quantunque sino alla metà del secolo
decimosesto neglette ed oscure, acquistarono grande rinomanza per la
memorabile battaglia quivi presso combattuta.[191]
Nel sito di tal contenenza essendosi fermato tutto il naviglio della
lega, come ho detto, ad aspettare il giorno, non appena comparve la
prima luce dell’aurora a rischiarare la marina di levante nel sette
di ottobre, levossi: e quantunque ancor fosse contrario il vento, andò
dirittamente per mettersi alla bocca del golfo di Lepanto. Poco dappoi,
quando fu dato veder chiaro anche da lungi, cominciò la guardia del
calcese sulla Reale a dar segno, prima del vedere da levante due vele;
tanto però lontane da non poter così bene discernere se le fossero
navi o galere; e poscia, continuandosi nel cammino e scorgendo di
mano in mano molte altre vele, diede avviso a don Giovanni di veder
certamente tutta l’armata nemica. Alla qual notizia, perchè poco
dopo da più parti ripetuta; e confermata eziandio dagli esploratori,
che innanzi a tutti avendo battuto il mare, secondo l’ordine se ne
tornavano; fece don Giovanni sparar da poppa un piccolo sagro: segno
ai capitani di pigliare l’armi, e mettersi in punto; segno perchè
i soldati a combattere si apparecchiassero. Allora tutte le nostre
galere si restrinsero all’ordinanza, e le milizie alle poste loro delle
balestriere e delle rambate; con tanta volontà, quanta per ogni più
desiderata cosa ne avrebbero potuto dimostrare. Era l’armata cristiana,
secondo la tattica militare, divisa in tre squadre, sotto tre diverse
bandiere. Nel mezzo la squadra azzurra, coi pennoncelli dello stesso
colore al calcese; a diritta la verde, coi gagliardetti alla penna;
ed a sinistra la gialla, con le banderuole dorate all’osta. Per tutti
un ordine solo; tener le galere di ogni squadra tanto vicine tra
loro e ristrette che, dato pur lo spazio necessario al palamento, non
potesse mai galera nemica cacciarsi in mezzo; e di stendere le ali a
diritta e a sinistra quaranta braccia lungi dal corpo di battaglia,
talchè ciascun corno avesse modo a rivolgersi ovunque occorresse senza
imbarazzar nè il centro nè l’altre squadre. Le quali pareggiate alla
battaglia n’andavano, non già in figura di mezzaluna o semicerchio,
come alcuni dicono; ma sopra un sol filo di retta linea, tutte insieme
del paro e di fronte.[192]
La squadra azzurra contava sessantuna galera: nel centro la reale di
Spagna e don Giovanni, a diritta la capitana di Roma e Marcantonio;
a sinistra di Venezia e Sebastiano: poi di qua la capitana di Savoja
col conte di Leiny ed il principe di Urbino; di là, la capitana di
Genova con Ettore Spinola e il principe di Parma; e tra le altre
galere spagnuole e veneziane, erano nel corpo di battaglia la nostra
Grifona ed Onorato Gaetani, la Pisana e il capitan Mazzatosti, la
Fiorenza e il capitan Puccini, la Pace e il capitan Orazio Orsini,
la Vittoria e il capitan Livio Parisani da Perugia, la Toscana e il
capitan degl’Oddi, tutte del Papa. La squadra verde sulla diritta,
sotto Giannandrea Doria, favorito della corte di Spagna, teneva insieme
cinquantatrè galere: tra le quali il san Giovanni e la santa Maria del
Papa, con Cencio Capizzucchi e Tullio da Velletri. La squadra gialla
sul lato sinistro aveva cinquantacinque galere, al comando di Agostino
Barbarigo; e insiem con lui il capitan Gigli di Fuligno nell’Elbigina.
Poi da poppa alla reale, e alle altre quattro capitane del centro, si
stringevano dieci galere sottili, talchè ciascuna di quelle aveva seco
due di queste per assisterle nel combattimento: e là era al servigio
della capitana nostra la Reina, sulla quale governava le fanterie il
capitan Flaminio Zambeccari di Bologna. Finalmente un miglio appresso
venivano di retroguardia, col marchese di Santacroce, trenta galere;
portando l’insegna bianca in asta, quattro braccia più su del fanale:
e in mezzo a loro la Padrona, la Soprana, e la Serena del Papa, coi
capitani delle nostre fanterie Berardetti, Tebaldini e Bartoli. Le
trenta navi a carico di don Carlo Davalos avrebbero dovuto mettersi
sopravvento, secondo che spirasse; e investire per fianco nell’armata
nemica a vele gonfie, o almeno molestarla alle spalle coll’artiglieria
e coi moschettieri imbarcati nelle lance: ma per diverse ragioni e
venti contrarii tutto quel giorno non furono nè anche vedute. Però
le sei galeazze veneziane, della condotta di Francesco Duodo, tratte
avanti per forza di rimburchio da don Giovanni medesimo, e dalle
capitane di Marcantonio e dagli altri principali dell’armata, i quali
ponevano in quelle grandissima fiducia per rompere l’ordinanza dei
nemici, già erano o andavano a porsi un miglio innanzi, a due a due:
perchè, quanto potessero, ciascuna coppia cuoprisse l’una delle tre
squadre. E quantunque le due, che dovevano fronteggiare innanzi alla
squadra gialla, più delle altre tardassero, ciò non pertanto esse
ancora nel momento della battaglia furono, sebbene a grandissimo
stento, menate alle loro poste. Erano dunque all’armata centocinque
galere di Venezia; dodici del Papa, prese dai Fiorentini; ottantuna
del re, cavate da Genova, da Napoli, da Sicilia, e da Spagna; tre di
Savoja, tre di Genova, e tre di Malta: in tutto duecento sette galere,
sei galeazze, e trenta navi, mille ottocento cannoni. Militavano quivi
tre mila nobili venturieri, quasi tutti d’Italia; venti mila fanti
italiani assoldati dalle varie potenze, ed ottomila Spagnuoli: v’erano
dodici mila marinari, quarantamila remigi; e tra tutte le genti di
guerra di capo e di remo nell’armata cristiana più che ottanta mila
persone.[193]
I Turchi all’incontro avevano anch’essi l’armata loro in altrettante
squadre ripartita: al centro Aly generale del mare; e al suo fianco
le capitane di Pertaù generale delle fanterie, e di Esdey tesoriero,
con novantaquattro galere della battaglia: al corno diritto, Maometto
Scirocco, governator di Alessandria, con cinquantatre galere; ed
al sinistro, con sessantacinque, Luccialì re di Algeri: facendosi
anch’essi seguire da Amurat Dragut con dieci galere e sessanta piccoli
bastimenti, vuoi fuste o brigantini, che riuscirono membra troppo
fievoli a soccorrere efficacemente quando ne venne il bisogno.[194] Ma
il numero grande e la qualità dei soldati, che avevano allora cavati
dai presidj di Lepanto e di Patrasso, tanto rinforzavano le squadre
nemiche e ne accrescevano l’orgoglio, che ripensando alla vergognosa
fuga del vecchio Doria, quivi presso alla Prevesa, stimavano che i
Cristiani per la sola vista e paura dell’armata loro avrebbero un’altra
volta vilmente mostrato le spalle. E nel vero non pochi dei consiglieri
di don Giovanni avean l’animo a secondare questa speranza dei Turchi.
In siffatto modo dugentoventi galere e sessanta fuste ottomane,
navigando coi soli trinchetti e col vento fresco in poppa, venivano
da Lepanto a trovare dugentosette galere, e sei galeazze cristiane,
che dalle Curzolari a lenta voga andavano loro incontro, la mattina
del sette ottobre mille cinquecento settantuno, sull’ora di terza:
quando improvvisamente, e contro l’aspettazione d’ognuno, prima
tacque ogni vento; e poi, spianatosi il mare a perfettissima calma,
levossi sull’ora del mezzodì una brezza di ponente, tanto favorevole
ai Cristiani, quanto ai Turchi perniciosa. Frattanto quasi tutti i
generali andarono alla Reale di don Giovanni per accertare le ultime
sue disposizioni: e alcuni di loro, pregiandosi del voto che avevano
nei consigli privati di sua Altezza, non ebbero vergogna in quel
momento di ripetergli le consuete difficoltà: stesse cauto, vedesse
meglio il pericolo, sentisse il consiglio: in somma si ritirasse,
e ripetesse nelle acque di Lepanto le infamie della Prevesa e delle
Gerbe. Però sostenuto da Marcantonio Colonna e da Agostino Barbarigo,
don Giovanni li discacciò, dicendo: «Andate, signori, che ormai non è
più tempo di consiglio, ma di battaglia.»[195]
XV. — Il primo movimento che allor fece l’armata cristiana fu dalla
parte di Giannandrea: il quale comandò a tutta la sua squadra verde di
girare il bordo al largo. Laonde si vide a un tratto l’ala diritta, da
lui condotta, rompere l’ordinanza, distaccarsi dall’altre due squadre;
e senza rispetto alle leggi, tanto studiosamente composte in Messina,
andarsene lungi per mezzo il mare. E sebbene pochi in quel momento
potessero giudicare dove e a che intendimento si rivolgesse, ciò non
pertanto sin dal principio il fatto suo parve a tutti i Cristiani segno
di poca volontà di combattere; e parve fuga manifesta ai Turchi.[196]
Tanto che Alì pascià, comandante supremo dell’armata nemica, per
ritenerlo che non si fuggisse, gli scaricò dietro un gran tiro; come
disfida a lui, ed a tutta la lega. Alla quale chiamata, non essendosi
in modo alcuno rivolto Giannandrea, rispose don Giovanni col cannone di
corsia, significando l’accettazione della battaglia.
Allora tutte le galere della squadra azzurra e della gialla abbatterono
dall’albero le bandiere dei loro principi, e la sola reale di don
Giovanni spiegò il grande stendardo della Lega, benedetto dal santo
Pontefice, e a lui mandato affinchè lo inalberasse nel giorno della
battaglia. Era un ricco drappo di seta cremisina, coll’immagine del
Redentore in croce: alla vista del quale avendo tutti, dal primo
capitano all’ultimo soldato, scoperto il capo e posto a terra il
ginocchio, con segni di molta compunzione, fecero la confession
generale in compendio per quella necessità; e ne riportarono dai
sacerdoti in ciascuna galera, a nome del Pontefice, l’assoluzione
sacramentale e la plenaria indulgenza di colpa, e di pena.[197]
Rilevatisi poi con maggior fiducia; sciolti dalle catene i forzati,
come caparra della libertà che loro si riprometteva nella vittoria;
e distribuite buone vivande e vini generosi a tutte le genti di
guerra, di capo, e di remo, perchè potessero sostenere il peso del
vicino conflitto; scesero, da una parte don Giovanni, e dall’altra
Marcantonio, sopra due fregatine spalverate a percorrere la linea della
battaglia.[198] Salutavano a nome i capitani, animavano i soldati,
prescrivevano quel che facesse mestieri. Ecco, dicevano, ecco il
giorno segnato da Dio per abbattere l’orgoglio degl’infedeli, e per
dissipare le forze dei barbari, che senza legge e senza fede insultano
e minacciano esterminio e catene. Ricordassero il proprio valore,
le ingiurie ricevute, i tradimenti patiti, e il sangue innocente del
Bragadino e del Baglioni, che aspettavano giusta vendetta per le loro
mani: l’avrebbero. Ai forti gloria e vantaggio in vita, ed anche nella
morte la suprema felicità che Dio riserba a chi dà il sangue per la
fede e per la patria. Stringevano la destra degli amici, salutavano le
schiere, e con la serenità del volto raggiante di gioia pronosticavano
il vicino trionfo. Si legge che don Giovanni, tornato nella sua galera
dopo quella rassegna, non solo facesse un’altra volta avvisati i suoi
tutori a cessar di molestarlo per codardi consigli,[199] ma che tutto
ebbro di letizia e tratto da giovanil ferocità nell’ardente desio di
appiccar la zuffa, facesse dar nelle trombe; e sopra la piazza d’arme
della sua galera, con due cavalieri, ballasse a vista di tutta l’armata
una concitatissima danza, chiamata dagli Spagnuoli la gagliarda.[200]
Marcantonio, tornato a bordo, si vestì di tutt’arme, fece spuntar lo
sperone delle galere per incontrarsi più da vicino coi nemici, spianò
i banchi della capitana per averne più larga la piazza sul ponte;
assegnò il governo e la difesa della mezzania a Pirro Malvezzi e al
conte Berardi, il quartier di prua a Virginio Orsini da Vicovaro ed a
Pompeo Colonna; mise alle rambate Lelio de’ Massimi, Biagio Capizucchi,
Giulio Gabrielli e Francesco Nari; al focone Iacopo Frangipani, allo
schifo Orazio Orsini da Bomarzo, alla poppa Francesco Graziani, Michele
Bonelli, Annibale degl’Oddi, Orazio Corona, Ridolfini, Brandimarte, ed
i gentiluomini della sua casa.
Intanto i Turchi sebben fossero, per la mutazion del vento, costretti
ad ammainare i trinchetti, e con loro discapito mettersi a remo; pur
avvisatisi che l’armata nostra sull’esempio del Doria dovesse volgere
alla fuga, presero maggiore ardimento. Tanto che sprezzando ogni
pericolo, a voga arrancata, mossero per investirla tutta d’un colpo, in
ogni parte: parendo loro doversene alla prima far padroni. Ma essendosi
già le galeazze avanzate un buon miglio, e stando quelle enormi e
poderose macchine là in mezzo al mare, piene di grosse artiglierie,
come primo intoppo alla loro foga, dovette il Bassà per quel rispetto
mutare l’ordine della sua battaglia. Perchè, persuaso che ad espugnar
ciascuna di quelle galeazze gli anderebbe molto tempo e perdita di
molte galere, prese il partito di lasciarle da banda: pensando, quando
avrebbe vinto l’armata cristiana, impadronirsene senza combatterle.
Perciò fece ai suoi ufficiali in gran fretta comandare, che in più
squadre uguali e ben distanti si dividessero; e, senza trattenersi
colle galeazze, anzi vogando arrancati, passassero oltre, sino ad
investire nella linea dell’armata cristiana.
Ma quanto più divisi essi arrancavano, tanto più per diversi accidenti
tra loro si confondevano; e tanto meglio si accostavano alle terribili
galeazze. Il capitan delle quali, come ebbe veduto quegli stormi
passargli sotto a tiro, cominciò sì fieramente a percuoterli, chè
avendo col primo colpo levato il fanale alla galera di Aly, e con
molte altre cannonate ad un tempo rotto le spalle a certe galere,
e cert’altre direnatele, uccisi molti nemici, e gittata tra loro la
confusione, fu causa di aprire e mantenere la vittoria ai nostri, sino
a compiuta. I capitani d’Aly, al primo fuoco delle galeazze, come se
avessero urtato nel muro, chi a orza chi a poggia, per diverse parti
rimbalzati piegarono. Ed egli tra quelle angustie (assai più che
stimato non aveva dannosissime) battuto, risospinto, e disordinato,
arse di rabbia: ma pur trapassando con quanta celerità poteva,
s’argomentò rannodare al di qua le sue galere. E avendo allora anche
i capitani della Lega fatto forza coi remi, in brevissimo tempo le due
armate intieramente, con le prue l’una sull’altra, investirono.
Il quale terribile e pauroso scontro non si potendo con le parole
descrivere tutto a un tratto, mi bisogna a parte a parte narrarlo.
La capitana d’Aly, quasi di mezzo corpo precedendo le conserve, correva
difilata a cercare la capitana del Papa: della qual cosa avvedutosi don
Giovanni, ordinò al suo timoniero che dovesse incontrarla, dirizzandosi
a lei: cotalchè le due Reali urtaronsi prora contro prora. Ma la galera
del Turco, come più alta di bordo, caricò sopra quella di Spagna; dando
e ricevendo nell’atto dell’investire la scarica di tutte l’artiglierie
grosse e minute, che furono di qua e di là nell’istesso tempo messe
a fuoco. La capitana del Papa, per sostenere la reale di Spagna,
mosse a voga arrancata su quella del Turco; e fieramente il percosse
al terzo banco. Pertaù, in aiuto d’Aly, cozzò sulla pontificia alla
mezzania.[201] E appresso molte altre galere di turchi e di cristiani,
confusamente concorrendo, s’investirono, s’intrecciarono, si strinsero
in micidiale, ma gloriosa zuffa. Là i primi capitani, là il centro
della battaglia, le prove del valore, e la decisione della vittoria.
Laonde come si furono quelle galere anche meglio con ramponi e catene
di ferro le une coll’altre strette e assicurate, tornò la cosa quasi
più a guerra terrestre che navale; e i combattenti non solo con gli
archibusi e con le spade, ma coi pugnali e co’ denti, vennero alla vita
gli uni sugli altri.
I giannizzari d’Aly, quattrocento giovani di scelta milizia, fatto
un terribile sforzo, tentarono innanzi a tutti saltar dentro nella
reale di Spagna: e gli archibugeri del terzo di Sardegna, con molta
nobiltà venturiera, non solo si opposero al loro impeto, ma per tre
volte con fierezza terribile li ricacciarono indietro; e mescolatamente
con loro entrarono nella Reale turchesca, sino al trinchetto: senza
mai poter fare maggior progresso, a cagione dei continui rinforzi che
a’ nemici venivano per poppa. La corsia dell’emule galere era in tre
luoghi abbarrata; al trinchetto, alla mezzania, alla spalliera. Gli uni
dietro ai ripari si difendevano, gli altri assalivano. Il ponte unto
di sevo, perchè i vegnenti stramazzassero; su per gli alberi arcieri e
moschettieri a percuotere i sottostanti: e le artiglierie a cartoccio
(quando si poteva caricarle) a spazzare di diritta e di sinistra le
file nemiche.
Similmente dalle altre parti disperatamente e con molto sangue venuti
alle mani, già alcune galere di qua e di là bruciavano, altre si
sommergevano, queste si aprivano, quelle sottentravano: e le genti
a fremere, a percuotere, a rovesciarsi insieme nel mare. Là fuochi
artificiati, là colpi di metraglia, e punte, e fendenti, e ferite
di mille guise. Spettacolo orribile! Vedere continuo ogni maniera di
morte crudelissima, e quello strazio che fa delle membra umane ora il
ferro ora il fuoco, scorgendosi al tempo istesso quello arso, questo
sbranato, l’uno sommerso, l’altro trafitto, o messo a pezzi dalle
artiglierie. E poi le navi tranghiottite dal pelago, non potute dagli
amici aiutare; ed i compagni semivivi andare al fondo: e il mare mutar
colore, divenir vermiglio di sangue; coprirsi d’armi, di spoglie, e
di rottami; e per la moltitudine dei tiri e delle grida, fatto come
un baratro pieno di fuoco, di morte, di caligine, e di urla tremende.
I prodi non invilirono per ciò. E intrepidi nella durissima prova,
tennero il proposito: o vincere, o morire.
A tale erano dopo un’ora di combattimento le due armate: e si stava
da una parte e dall’altra in gran dubbiezza, quando il Veniero non
ancora assalito da niuno, per agevolare la vittoria a don Giovanni,
pensò attaccarsi alla poppa della Reale nemica. Ma quantunque l’ardito
vecchio, a capo scoperto e con una zagalia in mano, valorosamente
combattendo si studiasse di ciò fare; tuttavia alcuni capitani
nemici ad impedirlo si mossero: e l’istesso Pertaù, disferratosi
da Marcantonio, giunse in tempo a tagliargli la strada. Ondechè il
capitano di Venezia sopraffatto dal numero, morti ed uccisi quasi
tutti i difensori, e ferito esso stesso di freccia in un piede, sarebbe
certamente caduto in potere dei Turchi, se non accorrevano prontamente
con due galere Giovanni Loredano e Caterin Malipiero, arditissimi
giovani. I quali entrati nel maggior pericolo, non solo col proprio
sangue assicurarono la vita del loro Generale e la difesa della sua
capitana, ma avanti di cadere esanimi tanta strage menarono nella
galera di Pertaù (già stremata dai Romani) che fuggitosi colui quasi
solo sopra un palischermo, restò la galera abbandonata a Paolo Giordano
Orsini.[202]
Marcantonio però, con quella scelta mano di prodi che ho già nel capo
sesto noverati, non volle mai per cosa alcuna muoversi dal fianco di
don Giovanni: guardando sempre a sostenere l’onore della Reale, e il
centro della battaglia. Laddove al tempo stesso combatteva di fronte
contro Aly, e di fianco contro chiunque il volesse trastornare. Tanto
che, avendo ributtato Pertaù, e mal conce tre altre galere (senza mai
lasciare don Giovanni) ebbe a far prova con quella di Maometto, re di
Negroponte, ed ajo de’ due figli di Alì. Questi giovanetti avevano
la mattina giurato al padre di portargli prigioniera la capitana di
Marcantonio: e venivano risoluti a mantenere il giuramento. Ma trovato
alla giovanile baldanza virile riscontro, dovettero pensare piuttosto
a scioglier sè stessi, che a legare altrui. Gran mercè se poterono al
primo saggio battere la ritirata. Ma quantunque Marcantonio, fermo
alla istessa posta, non curasse inseguirli, pure ambedue caddero
poco lungi di là in potere del commendator di Castiglia, che poi li
rese a Marcantonio, dal quale furono menati prigionieri a Roma. Poco
dopo a rinfrescar la battaglia contro la nostra capitana, sottentrava
un’altra galea; alla quale non valse nè scampo di fuga, nè stanchezza
delle nostre genti; perchè di primo impeto vi montarono sopra, e se ne
impadronirono.[203]
Dopo di che Marcantonio, libero ormai da ogni altra molestia di nemici,
quantunque avesse già perduti più che settanta soldati, raccolse tutte
le forze sue e delle conserve per dare ad Aly l’ultima stretta. Fattosi
arditamente alla prora (come il dipinse Gerardi nelle vôlte della
galleria colonnese, e il Vasari nella sala regia del Vaticano) e menata
gran strage nel mezzo del ponte, colse il momento, segnò la strada,
e suonando concitate le trombe, spinse una mano de’ suoi sul fianco
della reale d’Aly. E già era egli stesso in punto per saltarvi, quando
al marchese di Santacroce parve tempo di movere le riserve, e portarle
sul centro, per inchinare coll’ultimo colpo a favor dei nostri le ancor
dubbiose sorti della battaglia. Nel qual tempo, restando tutti da una
parte e dall’altra per poco sospesi, entrarono a rinforzo dugento fanti
spagnuoli sulla galera di don Giovanni, ed altrettanti soldati italiani
su quella di Marcantonio. Allora rifulse in tutto il suo splendore
la gloria della Spagna. Il braccio dei valorosi campioni cancellò la
viltà degli infinti consiglieri. I soldati vendicarono l’onore della
patria oltraggiato dai ministri: essi fecero testimonianza alla storia;
essi comprovarono coll’opera quella virtù che io ho riconosciuta sin
dal principio con le parole:[204] essi posero in chiaro quanto e come
differissero tra loro la nazione e la corte; quantunque l’uso comune
di quei tempi portasse di ristrignere il grande e generoso nome di
Spagna nella misera e tenebrosa cerchia dell’Escuriale. Allora i
soldati freschi spagnuoli ed italiani al cenno di don Giovanni e di
Marcantonio, rinforzando i prodi che da più ore combattevano, fatta
gagliarda irresistibile impressione, i primi per prua, gli altri per
fianco, penetrarono in tutta la galea del Turco.[205] In un istante
Aly fu morto, i suoi giannizzeri sterminati, la galera almirante
sottomessa. Scendeva giù per le sàgole lo stendardo della luna, e
saliva in alto quello della croce: gridando i soldati da ogni parte:
Vittoria! vittoria! E ben a ragione i valorosi mandavano dai robusti
petti queste voci, quando tutte le galere del centro, aiutate dalle
riserve, a un tratto finivano di ghermire e sottomettere le loro
contrarie: quando in questa parte non era più a vedere naviglio alcuno
di Turchi, che non fosse stato o prima o dopo sommerso o preso.
Pari contrasto e fortuna aveva incontrato alla sinistra la squadra
gialla. Là s’era combattuto, non solo di forza, ma anche di astuzia,
tra Agostino Barbarigo provveditor di Venezia, e pascià Scirocco
governator d’Alessandria. Costui vedutosi di rincontro un numero di
navi assai minor delle sue; e pensando che tra la spiaggia dell’Epiro,
e la punta dell’ala sinistra, avrebbe modo a trapassare, tenne quella
maniera di guerra che, ripetuta poi nella battaglia di Abukir, dette
tanta fama a Nelson. Perciò ad un suo cenno quindici galere sottili, e
buona mano di legni minori, si volsero verso la spiaggia per isguizzare
sui bassi fondi, e riuscire alle spalle del Barbarigo. Se non che
Agostino, antiveduto il disegno dell’avversario, spediva subitamente
una partita di galere a tagliargli la strada. Se avesse imitato
Giannandrea, e per non lasciarsi circuire si fosse tirato indietro, la
battaglia quantunque già ben avviata nel centro, era perduta in ogni
altra parte. Ma esso in quella vece, senza allontanarsi dal posto,
anzi accorrendo più da vicino con la persona sua ove era maggiore il
pericolo, tanto bene giugneva a chiudere il varco, che il nemico non
potendo per questo andare innanzi, appena girata la prua verso il lido,
si trovò ai fianchi le galere veneziane che con tiri giustissimi e con
mirabil maestria lo percuotevano. Il perchè fallito a quello stuolo il
disegno, stretto già troppo alla riva, disordinato, e battuto, dovette
(come è solito in questi casi) investire in terra. I Turchi fuggendo
alla spiaggia salvarono le persone: ma le galere e le fuste, caddero
tutte in poter del vincitore.
Restavano però in punto di combattere le altre galere di Scirocco,
presso a quaranta, che non essendo entrate in quella stretta
s’aspettavano miglior sorte. Ma coloro, veduta prima la rotta dei
compagni e poi toccando il fuoco delle galere veneziane, che di fronte
e di fianco si voltavano a stringerli, non più aggiratori ma aggirati
in quella rete che a loro danno tesa avevano, si trovarono chiusi da
ogni parte. Onde non avendo più scampo in terra, vôlta la sofferenza
in furore, deliberarono morir combattendo; come è forza a chi vien meno
ogni altra speranza di salute. Anche i Veneziani, che più di tutti per
le antiche e per le recenti ingiurie odiavano i Turchi, maggiormente
adirati dell’audacia loro e delle dure percosse che ne ricevevano,
corsero perdutamente ad assalirli. La zuffa della sinistra divenne
orribilissima.
Nel che Agostino Barbarigo, mentre con pari senno e valore dirigeva
i movimenti de’ suoi, chiamò sopra di sè l’attenzione dei nemici; i
quali contra a lui di presente con fierezza terribile si rivolsero per
disbramar nel suo sangue la vendetta. Là si vide cosa fossero sul mare
i Veneziani, le loro galere, i loro remieri, i loro soldati; e quanto
poco abbisognassero degli altrui soccorsi.[206] Due volte i Turchi
entrarono nella galera del Barbarigo, due volte ne furono ributtati.
Ma ripetuto con tremendo sforzo il terzo assalto, difendendosi egli
valorosamente, e temendo non forse la sua voce non fosse udita dai
soldati, secondo gli ordini che di volta in volta intimava, si tolse
la rotella dalla faccia, proprio in quella che i nemici più fieramente
saettavano. Avvisava, come disse di poi, per minor male essere
trafitto dai nemici, che non sentito dalla sua gente. In quell’atto
e’ fu percosso mortalmente da una freccia nell’occhio diritto, e
cadde sul ponte. Di che presero i soldati tanto terrore, che quasi
attoniti cedendo, non senza pericolo di perdersi tutti, sino all’albero
lasciarono entrare il nemico. Se non che correndo opportunamente
a rinfrescar la battaglia il conte di Porcia con la sua galera, e
appresso il Nani, il Quirini, e il Canaletto, con quella prontezza che
dal loro conosciuto valore aspettar si doveva, non solo ributtarono i
Turchi con molta strage; ma penetrati nella capitana di Scirocco con
maggior furia, la sottomisero. Gli stessi galeotti, lasciato il remo,
e prese quelle armi che il furore metteva loro nelle mani, con ira
ferocissima terminavano d’opprimere qualunque dei Turchi facesse ancor
vista di combattere.
Agostino Barbarigo, l’Epaminonda dei moderni tempi, pregato a ritirarsi
e a medicar la ferita, non volle mai consentire. Ma rilevatosi, e
sempre saldo in corsìa, sostenne sino all’ultimo le parti di prode ed
invitto capitano: sinchè non vide sottomessa tutta l’ala cui aveva
combattuta. Poi sceso da basso nella camera, trasse di sua mano il
ferro dalla fronte; e sopravvissuto fino a saper le notizie certe della
vittoria, levate le braccia al cielo, tra i conforti della religione,
ne rese a Dio le dovute grazie, e spirò. Fu il Barbarigo bello e
singolar esempio di prudenza e di valore, amicissimo a Marcantonio,
sempre con lui nel mantenere il filo della concordia tra gli alleati,
e nel rincalzare il partito del combattere contro i nemici: ebbe
animo grande, vita pura, aspetto nobile, e memoria onorata da tutta
la posterità. Valga l’elogio che di lui fece l’istesso Marcantonio,
scrivendo al Buonvicino: ed i lettori non disgradino sentire gli uomini
grandi parlare da sè le cose loro.[207]
«Molto Magnifico Signore.
»Nostro Signore Iddio dà le gratie quando la sapienza umana resta da
banda. Come hora, che per il tempo et altri impedimenti non si sperava
tanto bene, si è chiarito che i Venetiani sono quelli d’altro tempo,
e che i Turchi sono homini come l’altri: per non dir più, per nostro
honore. E che io l’anno passato e questo ero ben ispirato, e non era
illusione diabolica nè temerità la mia. Mi rallegro di questo fatto con
Vostra Signoria come cristiano che siete zelante della vostra patria et
mio caro amico: del resto non dirò altro. Basta che il combattere mi è
parso riposo all’altri intrighi che il demonio, quasi presago di questo
fatto, haveva messo davanti. Dolgomi bene, al paro del contento, della
perdita fatta dalla Christianità tutta della gloriosa et honoratissima
memoria del Barbarigo: homo singulare di ogni cosa, et che in un giorno
valeva già quanto ogni altro soldato. Et certo la nostra repubblica di
Venezia ha perso il braccio diritto; et io tanto, che non voglio qui
dichiararlo. Felice lui, che così felicemente è uscito dalle miserie
di questo mondo. Mai si vide homo a mio giudicio che valesse più di
lui. Oh! gran perdita si è fatta. Et è tale che mi fa temere che il
Signore non voglia che sia cavato tanto frutto da questa vittoria,
come si poteva sperare hora et sempre; levandoci tanto bene et tanto
homo: che io per me quando stavo con lui havevo tanto contento che ogni
travaglio mi si appartava davanti. Et quel che peggio mi sa, è che
non li ho potuto dare un abbraccio dopo la battaglia per mia estrema
consolattione. Et per non esservi molesto finirò.
»Di Petalà, li 9 di ottobre 1571.
»M. A. COLONNA.»
Per contrario mi è forza ora favellare di Giannandrea Doria; perchè non
devo e neanche posso lasciar di descrivere questa battaglia in ogni sua
parte.
Giannandrea, messo dal consiglio di don Giovanni a governar l’ala
diritta con cinquantatrè galere, si trovò rimpetto l’ala sinistra del
nemico, numerosa di sessantacinque, guidate da Luccialì re d’Algeri,
rinegato calabrese, per soprannome il Tignoso. Stavano l’uno rimpetto
all’altro due uomini del paro deformi all’aspetto, del paro eccellenti
nel mestiero del mare: ambedue prodi, ambedue scaltriti, vissuti
sempre tra i remi e le vele, sempre sulle galere proprie al soldo di
maggiori principi: ambedue giudicavano che non fosse da far giornata,
nè da mettere a pericolo le cose loro. Il parere di Luccialì era
giustificato da molte ragioni: l’armata turca era unanime, padrona
del mare, stimata invincibile, e gloriosa per l’acquisto di Cipro, per
le prede menate da Candia, dal Cerigo, dal Zante e dalla Cefalonia; e
per l’espugnazione di Dulcigno, Soppotò, Antivari, Budua, e di tanti
altri castelli nel golfo stesso di Venezia: non era stretta da niuna
necessità a combattere, nè a mettere in dubbio quel che già possedeva:
anzi temporeggiando guadagnava più che non combattendo; perchè se
quella stagione, già vicina al suo termine, passata fosse senza alcun
benefizio per la lega, non poteva andare molto che dall’istesso suo
stento non tornasse a sciogliersi. Nondimeno, preferita dal consiglio
dei bascià l’opinione contraria, Luccialì rispettò l’ordine del suo
Generale, stette fermo al posto, non violò la disciplina militare,
e raccolse il frutto de’ suoi scaltrimenti: oppresse una parte
dell’armata nostra, e salvò le reliquie della sua. Ma Giannandrea che
per vieppiù forti ragioni avrebbe dovuto consentire alla generosa
deliberazione dei collegati, e alla necessità del combattere, che
allora o non mai più doveva stringerlo, rifiutò la pugna, spregiò le
leggi della milizia, abbandonò il suo posto, e fu causa che molte
galere nostre rimanessero sterminate, e che quaranta delle nemiche
scampassero. Imperciocchè essendosi, come ho detto, al primo segno di
battaglia tirato fuori, quasi fuggendo, tanto se ne andò per mezzo
il mare, che invece di lasciare tra l’ultima galera della squadra
azzurra e la prima della verde lo spazio di quaranta braccia, fecevi
squarcio di quattro miglia: e tenendosi sempre lontano, quanto durò
il combattimento, stette poltro a riguardare. Anzi, per non esser dai
nemici riconosciuto, levò via dalla poppa il notissimo suo fanale: che
era un mappamondo di cristallo, co’ coluri e lo zodiaco dorato. Pensava
a Filippo.[208]
Nel qual tempo alcune delle galere romane, maltesi e veneziane, che
si trovavano per grande sventura con lui all’estrema sinistra della
squadra verde, e fuori dell’ordinanza, sospettando per tanti segni che
colui non intendesse a combattere ma a fuggire, lo abbandonarono, per
tornarsene laddove si combatteva:[209] e parecchie altre all’estrema
diritta della squadra azzurra si distesero da quel lato, per dar loro
la mano e coprire insieme quanto si poteva lo squarcio predetto. Furono
nel numero di queste galere la Fiorenza e il san Giovanni del Papa, la
capitana di Malta, undici di Venezia, una di Savoia, e due di Sicilia.
Rimpetto alle quali, senza fare niun movimento, nè di assaltare nè
di circuire, si tenne Luccialì risguardando, tanto che vide tutto
l’andamento della battaglia.[210] Ma quando fu certo della totale
disfatta de’ suoi sul centro e sulla diritta, come colui che stava in
ponte, e senza oppositori per gettarsi da quella parte che meglio gli
tornerebbe, pensò non esser da più indugiare in quel luogo. Il perchè
avendo già fatto sue ragioni che il centro dei nostri e l’ala sinistra
fossero bastantemente ancora travagliati a finire il combattimento,
le riserve già incorporate nella battaglia, e il corno diritto con
Giannandrea troppo lontano per tenergli il passo; e pensando che
sulla strada gli verrebbe fatto pigliarsi a man salva quelle galere
che il Doria aveva là in mezzo abbandonate, fece udire l’acuto sibilo
del suo fischietto alle ciurme, e sull’atto dare dei remi in acqua,
e arrancare dirittamente nel mezzo allo squarcio.[211] Nondimeno
quelle poche galere che lo guardavano non si fuggirono; anzi gli si
opposero animosamente: in guisa che il combattimento, allora allora
in ogni altra parte terminato, quivi si ripigliò. La capitana di Malta
contro tre galere nemiche già quasi vinte combatteva, quando Luccialì,
ferocissimo nemico di quel nome, con altre tre giunse a sottometterla:
prese lo stendardo, e sgozzò sul ponte trentasei cavalieri e tutte
le genti di capo.[212] La san Giovanni del Papa, governata dal
cavalier Angelo Biffoli, e dal capitan Tullio da Velletri, sostenne
il combattimento con molte galere nemiche, senza arrendersi mai: vi
morì Tullio, e quasi tutti gli altri restarono morti o feriti; tra i
quali Angelo con due archibugiate nella gola, di che finchè visse per
molti anni portò come onorato segno le cicatrici.[213] La Fiorenza,
egualmente del Papa, ove erano i due capitani Tommaso de’ Medici
e Giammaria Puccini, aveva già nell’estrema diritta dell’ordinanza
combattuto felicemente: ma poi investita a un tempo per ogni parte
da quattro galere e tre galeotte, massacrate le sue genti, salvo il
capitano e quattordici uomini, fu presa: e tanto malmenata che bisognò
bruciarla.[214] Insomma aveva Luccialì oppresse dodici galere, morti
più che mille cristiani, e avrebbe continuata la carnificina, se don
Giovanni, Marcantonio, il Caetano, il Quirino, il Canale, e tutti i
più generosi, lasciato il bottino delle galere già prima vinte, non
si fossero mossi da lungi a quella parte per la riscossa. Allora il
Tignoso fischiò un’altra volta più forte il segno della ritirata: e
non mirando più ad altro che a scampare, abbandonò le dodici galere
poc’anzi predate, meno quella di Pietro Bua corfiotto; lasciò pur quivi
delle sue venticinque galere e molte galeotte, che nello scontro erano
state dai nostri, quantunque inferiori di numero, orrendamente guaste;
e prese la fuga. Così Luccialì, menando per via la rovina al Cardona e
a quanti cristiani si ardirono venirgli avanti, se ne andò con quaranta
legni verso Costantinopoli. E così Giannandrea, traendo cannonate da
lontano, comparve finalmente sul campo della battaglia, quando era
finito il combattimento. Giunse però in tempo a ghermire dalle mani dei
vincitori la sua parte del bottino.[215]
Io non mi fermerò troppo ai fianchi di Giannandrea; non a paragonare
le parole e le opere sue dell’anno passato, con quelle del presente;
e nè pure ad aggravarne i disordini. Lo lascio a suo talento rompere
l’ordinanza, abbandonare gli amici alla strage, e favorire la fuga
dei nemici. Solo dico a chi ben discerne, che affissi nella maniera
di lui il carattere occulto della lega: e, squarciando il velo della
marinaresca bravura, in che si studiarono ricoprirlo i cortigiani di
Filippo e i parziali suoi, faccia giudizio guardandolo a nudo, secondo
l’evidenza dei fatti. Dappoi scorra a Madrid, e lo troverà cresciuto
in assai più grazia della corte;[216] passi a Genova, e sentirà le sue
scuse:[217] entri in senato a Venezia, e leggerà i processi:[218] giri
il mondo, e non avrà chi lo lodi:[219] venga a Roma, e sentirà che i
movimenti di quel suo corno diritto fecero a qualcuno saltar le corna
in testa:[220] si accosti finalmente al Vaticano, e avrà dalla bocca
istessa di san Pio, in dolce e pietoso tenore, quella aperta condanna
de’ fatti suoi, che a me piace coll’istesse parole ripetere: «Iddio
gliela perdoni al Doria.»[221]
Ciò non pertanto il re Filippo e i suoi cortigiani, sapendo cui
Giannandrea serviva, e quanto lor bisognava coprir lui per non
discoprire sè stessi, procacciarono con grande arte discolparlo.
Dissero che quelle giravolte da lontano erano state marinaresche
bravure delle più rare e squisite da trasecolarne; imposero silenzio ai
contrarî, usarono minacce: e, come erano potenti e temuti, costrinsero
le genti a far vista di contentarsene. Solo a san Pio non poterono
mai darla ad intendere, nè egli volle mai tranghiottirsela: e vi fu
chi, sentendosi turbata la coscienza, ne prese paura. Tanto che un di
coloro, commendator maggiore di Castiglia, luogotenente generale di
don Giovanni, commissario del re Filippo a Roma, e per lui governator
di Milano, scrivendo all’istesso don Giovanni d’Austria alli quindici
dicembre di quell’anno medesimo, ebbe a dire:[222] «Io ho procurato
qui in Roma di difendere Giannandrea, per quanto è stato possibile:
e finalmente sono arrivato al punto che niuno oramai più si ardisce
venirmi a parlare di ciò che tocca la persona di lui. _Se ne sono
dette qui a suo carico delle grosse:_ e il Papa non c’è rimedio che
voglia quietarsene. E siccome Sua Santità alcune volte procede con
molta franchezza; così Giannandrea ha preso il partito di non venire
per queste parti.» Io penso che la generosa nazione Spagnuola, onorata
di tante glorie, conosciuti tali disordini di Giannandrea e questi
tranelli de’ cortigiani, non vorrà farsene mallevadrice, nè chiamarsene
partecipe, nè giurar sulle parole dei bugiardi per dare una mentita a
san Pio.[223]
XVI. — Dopo ciò resta chiarito, così per le generali, l’andamento delle
squadre cristiane nella gran giornata di Lepanto: quando gli alleati,
contro il voler dei regî consiglieri, costretti dalla necessità perchè
assaliti dai Turchi, dopo cinque ore di combattimento dalla sesta a
vespro, favoriti dal vento, dalle galeazze, dalle artiglierie e dalle
riserve (che furono le quattro cagioni principali della vittoria)
prostrarono per sempre la potenza navale degli Ottomani. Imperciocchè
di tutto quel numeroso naviglio, che aveva corso in più partite tutte
le marine del Mediterraneo, dall’Egitto alla Spagna, non tornò indietro
a Costantinopoli altro più che venticinque galere e venti galeotte di
Luccialì. Il resto rimase alle Curzolari: di legni grossi e piccoli
centosette arsi o sommersi, centotrenta presi, quarantamila tra soldati
e marinari uccisi, ottomila prigionieri, morti quasi tutti i capitani
di conto, e liberati dalle catene diecimila cristiani. Al qual glorioso
fine tutti, come ho detto, si adoperarono tanto animosamente e con
dimostrazione di così gran valore, che non si finirebbe mai se si
volessero ricordare ad una ad una tutte le prove ammirabili che ogni
nazione, ogni squadra, e quasi ogni soldato in quel benedetto giorno
dètte della sua virtù. Ciò non pertanto se a me non si conviene più
stendermi, nè ripetere ciò che i Veneziani e gli Spagnuoli da lontano
tempo hanno detto delle cose loro, verrebbemi certo apposto a gran
difetto se mi rimanessi dal contare in questo luogo, delle nostre
almeno, i fatti più belli e gloriosi, di che mai prima non si è fatto
quel conto che se ne doveva.
E innanzi tratto risguardando alla nostra Capitana ed a quella eletta
schiera di prodi che vi erano di presidio o v’entrarono per soccorso,
siccome Pompeo Colonna, il cavalier Romegasso, Orazio Orsini da
Bomarzo, e Virginio Orsini da Vicovaro, Pirro Malvezzi, il conte
Berardi, Michele Bonelli, Flaminio Zambeccari, Cesare Cavaniglia, Lelio
dei Massimi, Gabrielli, Naro, Fabi, Frangipani, Accoramboni, Ridolfini,
e tanti altri cavalieri di sangue e di valore provatissimi, io non so
come degnamente lodare le tante e sì chiare prove di virtù militare,
per le quali si resero degni di stare al paragone di qualsivoglia degli
antichi trionfatori che nella loro patria salissero al Campidoglio.
Temerei anzi di scemar la grandezza loro, se nessuna ricordanza ne
lasciassi agli avvenire: e meritarmi biasimo di temerità se pensassi
colle mie parole agguagliarne i meriti. La qual difficoltà molto più
mi sgomenta quando ripenso a Marcantonio Colonna, il più grand’uomo
del suo tempo, colonna saldissima del Cristianesimo, dell’Italia,
e di Roma: dal cui senno e valore deve la posterità riconoscere la
grande vittoria. Egli a stringer la lega, egli a conservarla, egli a
trovare il danaro, egli a quietare le risse dei soldati, egli prima di
ogni altro al convegno di Messina, egli ad assicurare la congiunzione
dell’armata, egli a ritenere in fede i Veneziani, egli a vincere
il partito della battaglia, egli a prevedere in chiari termini la
vittoria, egli a mettere la ragione in capo agli Spagnoli, egli ad
impedire la guerra intestina, egli a condurre i discordi sul campo
della battaglia, egli a sostenerli nella mischia: sempre esposto ai
maggiori pericoli, non solo nel comandare e provvedere ai bisogni della
sua galera, ma a quelli di don Giovanni e di tutta l’armata.[224] Il
perchè non volle mai discostarsi dal fianco di Sua Altezza, nè per
inseguir galere già vinte, nè per iscuotersi di dosso galere moleste,
che lo stringevano per fianco e per poppa: ma sempre fermo alla sua
posta ebbe animo di ributtare la galera di Pertaù, di opprimere quella
dei figli d’Aly, di sottometterne un’altra, e finalmente insieme con
la reale di Spagna di conquistare la nave almirante dei Turchi. Nella
quale, a grande stento, morti già settanta de’ suoi, quasi tutti uomini
di conto, oltre ai molti feriti; e fra essi Orazio e Virginio Orsini
che poco di poi si morirono, e Fabio Graziani che gli cadde trafitto al
fianco, e poco lungi di là il conte Berardi parimente morto, e Troilo
Savelli, e il cavalier Sangiorgio, e Michele Bonelli feriti, egli entrò
al tempo stesso dalla mezzanía quando don Giovanni v’entrava per prua.
Nel qual lungo e sanguinoso conflitto, quantunque del continuo in mezzo
a infiniti tiri di frecce, d’archibugi e di cannoni, come è da credere,
più volte preso di mira, nondimeno intatto e senza una minima offesa,
nella persona e nello stendardo, restò da Dio preservato; perchè la
Cristianità avesse con tanta vittoria la compiuta allegrezza della
conservazione del suo più forte ed onorato campione.[226] Di che fan
fede non solo le testimonianze qui prodotte per mantenerlo in possesso
di quella gloria che alcuni vorrebbero in parte almeno togliere a lui,
e farla propria ad altri; ma anche la parola che egli, come onorato
cavaliere, ne mandò modestamente al cardinal di Sermoneta; e che ancora
si conserva di suo pugno scritta in questo tenore:[227] «Posso con
ragione arrogarmi, non solo per la fattura della lega, ma anche per la
conservazione di essa, e per la opinione ferma di doversi combattere
l’armata nemica, d’avere io superato infinite difficoltà ed esser
venuto a questo memorabile effetto.... Dalla mia Capitana si è fatto
quanto più non si poteva: poichè oltre all’aver sostenuto il maggior
impeto dell’armata nemica che seguiva la loro generalizia (combattuta
da don Giovanni e da me, e giuntamente conquistata) venne ad investirmi
un’altra buona galea di fanale, con una galeotta di fianco, ed una
galea da poppa, che mi ammazzò alcuni appresso, senza esser tocco nè io
nè lo stendardo di Sua Santità. Cosa invero miracolosa.»
La Padrona comandata dal signore Alfonso d’Appiano, sulla quale era
Gianpaolo Berardetti di Spoleto, capitano di chiara fama ai suoi
tempi,[228] quantunque non gl’incontrasse combattere nella prima
fila, pure tanto opportunatamente si mosse con le riserve, e venne in
mezzo alla battaglia, che riparando ai danni ed alla stanchezza di chi
aveva sino allora combattuto, riscotendo dai nemici la persona e la
galera d’Ascanio della Corgnia, e fulminando la capitana del Turco, si
meritò nella pubblica opinione lode grandissima per la parte che ebbe
all’esito felice della pugna.[229]
La Soprana e la Serena, che avevano per capitani Antonio d’Ascoli
ed Ettore Caraffa, e per duci delle fanterie Ippolito Tebaldini e
Pirro Malvezzi, entrarono anch’esse con la squadra del soccorso nel
combattimento; e poi si volsero insieme ad afferrar galere di Turchi
che nel trambusto cercavano la fuga.[230]
Il cavaliere Olgiati e il capitano Zambeccari, come stettero sempre
con la Reina appresso alla Capitana, così parteciparono di tutte le
fatiche e onori di quella. Fabio Gallerati, e Giannantonio Gigli,
nell’ala sinistra coll’Elbigina, dopo molte prove di squisito valore,
si affrontarono con la capitana di Rodi, galea di fanale, e la
sottomisero: facendovi ricco guadagno, per esser quivi gran parte del
danaro dell’armata nemica.[231]
Diè saggio di sè al paro d’ogni altro la Grifona del Papa, ove erano
Onorato Caetani generale delle fanterie, Alessandro Negroni, e il
cavalier Sereno; ai quali toccò in sorte punire Caracossa, ed Aly,
principi di corsari, e crudelissimi nemici del nome cristiano. Costoro
avevano già nella mischia battuta la galea del capitan Benedetti di
Corfù, e ributtata quella del capitan Buzzaccarino di Padova; quando a
un tempo investivano la Grifona, l’uno per prua, e l’altro per fianco.
Onorato sostenne con parte de’ suoi l’assalto del primo sulle rambate,
sino a che non sottomise all’abbordo la galeotta d’Aly. Ma quando,
morto il corsaro, quella fu doma; allora con maggior impeto sdrucì
nell’altra. E senza che mai turco alcuno non potesse metter piè nella
Grifona, tanto quivi combattè, che ucciso Caracossa da una archibugiata
di Giambatista Cortesi, e caduti tutti gli altri, da sei in fuori, la
galera fu presa. Non ignoro che il Dionigi vorrebbe togliere questa
gloria alla Grifona del Papa, e darla ai Padovani; producendo a favor
loro il giuramento d’un tale Olzignano che, ferito in faccia di freccia
e rotta la coscia di mitraglia, poteva ben in quel giorno giurare de’
suoi dolori e sfinimenti, non già delle conquiste e dei fatti altrui.
Non dissimulo come il Doglioni vorrebbe che il Benedetti, ucciso in
singolar certame e uccisor di Caracossa, facilitasse almeno al Caetano
la vittoria.[232] Anzi ne deduco quanto ciascuno si studiasse per onore
suo di esser tenuto il vincitore di codesto pirata, e come ambedue gli
autori citati confermino almeno in parte quel che ne dicono del tutto
in favor della Grifona le molte testimonianze che qui produco.[233]
Il Caetano ebbe due colpi di fuoco e tre saette, senza alcuna ferita,
per essere ricoperto da capo a piè di maglia e di piastra a botta di
archibugio: altri nondimeno vi lasciarono la vita, e molti toccarono
onorate ferite, come il predetto Cortesi, Adriano de Virgili e Paolo
Durante, tutti gentiluomini romani. La Grifona menava seco rimburchiate
a rovescio le due prede, quando all’improvviso si udirono sulla
diritta le artiglierie di Luccialì, che malmenava le poche galere
abbandonate da quella parte. Allora Onorato, tronchi con la scure i
rimburchi, e lasciata ogni cosa in preda a certe galere che venivano
appresso,[234] volse di tutta lena a soccorrerle. Ed essendo stato dei
primi a far impeto sopra il Tignoso, ricuperò prima la Fiorenza e poi
la Piemontesa; che passate a fil di spada, mostravano il ponte pieno
di soldati cristiani condotti a morire sotto al ferro ottomano dalla
marinaresca bravura di Giannandrea.[235] Onorato restituì l’una al
conte di Leiny, generale del duca di Savoia, che indarno ivi ricercò
il prode capitano Ottaviano, indarno il signor Chiaberto di Scalenghe
dei signori di Piossasco, e Cesare Provana dei signori di Leiny, e il
cavaliere di Sanvitale, e tutti gli altri ufficiali di quella: trovò
soltanto vivo don Francesco di Savoia; ma così concio in sul capo,
che da lì a poco morissi. L’altra poi, che era tutta ancora macchiata
del sangue dei nostri, se la menò sempre seco fino a Santamaura: ove,
vedutala non più alta a navigare, per ordine di Marcantonio bruciolla.
Il fuoco la purgò dalla macchia di contaminazione ricevuta nel contatto
dei nemici. Le due galere di Caracossa e d’Aly, saccheggiate dai
Napoletani e più altri, per sentenza di don Giovanni, furono restituite
alla Grifona; che non ne cavò utile alcuno, eccetto la fatica di
rimburchiarsele in trionfo sino a Messina.[236]
Le altre galere della squadra papale vinsero ciascuna la sua nemica:
e tra le conquiste degne di memoria devo specialmente ricordare quella
che fece Ruggero degli Oddi da Perugia. Il quale, dopo aver combattuta
e presa una grossa galera, riconobbe agli stemmi, alle pitture, e a
molti segni essere quella stessa capitana del Papa che dodici anni
prima avevano i Turchi presa nella sanguinosa giornata delle Gerbe.
Ancora poderosa e forte, come tutte le romane costruzioni, serviva di
capitana ai nemici. Il sangue dell’Orsino fu dal valore del Colonnese
e de’ suoi in quell’istesso giorno vendicato.[237] Ecco la prova di
questi fatti nella lettera originale di Marcantonio al Papa, scritta
l’istesso giorno della battaglia.[238]
«S[=m]o e B[=m]o Padre.
»È piacciuto alla bontà e gran misericordia di Dio esaudire le calde
et sante orationi della Santità Vostra, perchè hoggi 7 de ottobre,
festa del Signore, Sua Divina Maestà ne ha voluto dare vittoria
nell’essaltazione della sua vera Fede.
»Il Serenissimo signor don Giovanni, così figlio del suo cristiano e
valoroso padre, è stato sempre fermo in questo santo proposito: et così
essendo certi che l’inimico era in Lepanto ci incamminammo a quella
volta, et all’uscir del sole si scoperse l’armata turca che vistasi
forte et fortunata se ne veniva ad incontrarci. La nostra armata
col gran valore et somma prudenza del signor don Giovanni si mise
all’ordine, mettendo avanti le sei galeazze, et così ne riscontrammo
verso le ore 18: e per cinque hore continue se combattè: al fin si
ottenne la desiderata vittoria. Et alcuni vasselli inimici et per
Levante et per Ponente si misero in fuga; che credo che di 220 che
erano non se ne sien salvati 40. I quali meglio credo che fuggiranno
la faccia del suo Padrone, più che non hanno fatto la nostra. Pensano
seguitar la vittoria tanto quanto la stagione et la commodità che si
havrà lo comporti.
»Tutte le galere della Santità Vostra hanno fatto il debito: il signor
Honorato nella sua, il signor Alfonso luogotenente di Sua Altezza,
et così quella dove era monsignor Commissario. Quanto alla Capitana
il signor Michele, il duca di Mondragone, il signor Pompeo Colonna,
signor Romegasso, et tutti; talmente chè non si potria dir meglio, et
si farà la lista delli feriti et morti, et così della battaglia più
distintamente.
»Il cavalier Sangiorgio è stato ferito, et così il signor Horatio
Orsino et il fratello di monsignor Camaiano, il signor Pirro Malvezzi,
il marchese Malaspina et tutti in somma, chè io non vorrei far torto a
nullo. Io et lo stendardo di Vostra Santità stemmo in tal modo illesi,
che parse cosa di miracolo. Il signor Michele fu un poco ferito, ma
certo lo ha fatto tanto bene che più non si potria desiderare. Mando
il signor Romegasso membro principale di questa vittoria, a darne
conto alla Santità Vostra più particolare; et lascerò di fare altro
ragguaglio, come havevo detto di sopra. Al signor Pompeo, che verrà a
congratularsene, spinto dal desiderio di baciar li piedi alla Santità
Vostra e dall’amore che a me porta Vostra Santità, non li creda altro
se non quello che io le dirò: che io mi sono soddisfatto in tutto di
quanto devo all’obbligo che ho e che devo alla salda confidenza che
la Santità Vostra ha tenuto di me. E così prego Iddio che mi abbia da
trovare a molte vittorie cristiane della Santità Vostra, alla quale
bacio li suoi pii piedi, pregandole lunga vita.
»Da Petalà, li 7 ottobre 1571.
»M. A. COLONNA.»
«Li padri Cappuccini si sono portati mirabilmente. Il cardinal
Rusticucci dirà a Vostra Santità una gratia che io desidero per il
signor Romegasso: la supplico a non mancarmi, per quanto ha cara la
mia servitù. Le dodici galere di Vostra Santità hanno pigliato dieci
galere turche, et la sua Capitana, oltre una che ne prese, fu unita
all’acquisto della generale inimica. Si è ricuperata la capitana del
Papa persa alle Gerbe.»
In tutte le quali fazioni i soldati romani tal opera vi fecero che ben
si parve il carattere antico impresso sul corpo di questa milizia: cioè
di combattere per onore non per mestiero, per debito non per guadagno.
Imperciocchè tra tanta ricchezza di arredi, di vestimenta, e di danari,
quanta n’era sull’armata nemica, non si udì tra loro nè richiamo
nè ruberia. Tornarono alle loro case più poveri che non ne fossero
partiti, e lasciarono a chi ne volle gli utili; mirando soltanto a
vincere i nemici, ed a soccorrere gli oppressi.
Altri soldati e marinari fecero bottino così grande d’ogni cosa ed
ebbero alle mani tant’oro, che sdegnavano di più toccar l’argento, e
di ricevere il resto nello spendere.[239] Al contrario Marcantonio,
per onore di don Giovanni e per quiete degli altri, vietò ai Papalini
il sacco della reale del Turco; e tutti gli schiavi rassegnò, come se
non fossero suoi. Il Caetano, per riscuotere dalle mani di Luccialì
la Fiorenza e la Piemontesa, abbandonò il ricco bottino di Caracossa
e d’Aly. E la nobiltà di questi ed altri esempi era talmente dai
capitani trasfusa negli animi dei più minuti soldati e famigli, che
essi pure in fatto di guadagneria tanto si mostravano di parole e di
tratto delicati, quanto si potrebbe aspettare da’ cavalieri. Ecco come
scriveva, in rozze frasi e nobil sentenza, allo zio del suo padrone un
servitore di Onorato Gaetani, imbarcato sulla Grifona:[240]
»All’illustrissimo e reverendissimo padrone mio osservandissimo il
cardinale di Sermoneta. — Hora con l’ajuto de Dio semo arivati a questa
santa giornata, e a gastigar questi cani: che n’avemo fatto un fragello
tale, che non averanno mai più animo nè così granne ardire, come
avevano. E avemo havuto tre galere addosso alla nostra galera, e semo
stati li primi a investire. E havemo avuto Caracozza che dicono che
è principale corsaro: e con l’ajuto de Dio, il Signore (Onorato) s’è
portato valorosissimamente, e non ha havuto mal nessuno. Sta benissimo
con tutti quanti noi altri. Il capitan Tullio è morto. Si sono fatti
grannissimi buttini: ma noi, che havemo atteso a commattere, non
havemo buscato nulla: ma havemo assai aver la sanità. Ora che havemo
cominciato a incarnarci, faremo qualche altra cosa bona. Non le dirò
altro, se non che stamo benissimo tutti, e allegramente: in questo le
bacio la mano. Dal Porto di Santa Maura adì 8 di ottobre, di Vostra
Signoria illustrissima humilissimo Servitore, Vitale Casolo.»
Ora la qualità del mio argomento stringemi a toccare alcune cose dei
prelati e dei cappellani, che Marcantonio condusse all’armata. Dirò
per ordine: e prima di monsignor Paolo Odescalchi, uditore della
Camera, visitator generale dello Stato, nunzio già alla corte di
Spagna sotto Pio IV, eletto da Pio V per vescovo di Penne, e nuncio
apostolico sull’armata della lega: quivi egli si mostrò destro e
zelante, sostenne il partito del combattere, non solo nel consiglio
di guerra e nei discorsi privati, ma anche dal pergamo della chiesa
cattedrale di Messina, alla presenza di quasi tutti i soldati e
marinari, che lo udirono.[241] Monsignor Domenico Grimaldi, commissario
della squadra papale, dopo aver soddisfatto all’ufficio suo con molta
lode, volle nella grande giornata farsi conoscere dai soldati non meno
nell’economia esperto che nell’armi. Sovrapposta alla toga la corazza,
con un grande spadone si cacciò nella mischia, e menò le mani fino
a che non fu dichiarata la vittoria. Dopo la quale veduti nella sua
galera due soldati a contendersi l’onore d’aver fatto un prigioniero,
egli con tanta prestezza entrò di mezzo a dividergli, che avendo appena
preso quel turco, là presso alla scaletta di poppa, e fatto prova di
levarnelo, sfuggirongli i piedi; e cadde in un tratto giù nel profondo
del mare. Senza alcun dubbio si sarebbe affogato coll’elmo e corsaletto
che aveva in dosso, se per sua fortuna cadendo non avesse tirato seco
quel turco. Il quale stretto da lui sott’acqua, per non morire insieme,
dovette dar mano a salvarlo: esperto nuotatore si acconciò sotto al
ventre del Prelato, e tanto sbracciò di nuoto sostenendolo e traendolo
fuori, che i marinari della galera poterono ricoverarli a bordo
ambedue.[242]
Anche i cappuccini, che il Papa aveva messi nelle sue galere, perchè
i soldati e i marinari n’avessero esempio di pietà e soccorso di
religione, non solo ministrarono i sacramenti e fecero cuore ai
guerrieri; ma nel fervor della mischia, esposti a ogni pericolo,
stettero intrepidi all’assistenza dei feriti, al conforto dei morienti,
ed alla prova di quella sublime carità che le storie, le leggende,
e per fino i racconti dei romanzieri tanto hanno nell’ordine loro
commendata.[243] Un frate Marco di Viterbo, colpito da più moschettate
che gli trapassarono la tonaca, restò illeso:[244] un altro ferito di
freccia nella gamba, dopo alquanto tempo morissi:[245] qualcuno sin
dal principio della battaglia salì al calcese in cima all’albero, e
quivi stette, affinchè i soldati meglio ne udissero l’esortazioni:
qualch’altro di qua teneva mente all’ufficio suo, e di là guatava
attorno se pur venisse il caso della necessità, che gli facesse lecito
di pigliar l’armi, e satisfare al pizzicore di dare, come gli altri
davano, addosso ai Turchi. Il qual caso come parve al padre Anselmo da
Pietramelara che fosse venuto, perchè dopo molta uccisione di Cristiani
la galera sua era piena di nemici, così afferrò con ambe le mani un
roncone: e invece d’elmo crinito e di corazza lucente, camuffato
di aguzzo cappuccio e di bigio saione, non altro mostrando che il
ferro acuto e l’ispida barba, con sì fiero piglio e di tanto furore
avventossi contro i nemici, e così grande spavento mise nelle anime
loro al solo mostrarsi, che dopo aver co’ suoi manrovesci straziato
sette turchi, cacciò tutti gli altri in fuga, o spinseli a gettarsi
nel mare; senza che nessuno s’ardisse affrontarsi con lui. L’annalista
Boverio ne fa sapere che frate Anselmo raccontando il suo fatto in Roma
al Papa, il fece sorridere.
Nel tempo però che queste cose succedevano, il santo Pontefice con
molte orazioni chiamava l’assistenza di Dio sopra ai suoi figli, e le
celesti benedizioni sopra l’armi cristiane. A tutte le pie persone, e
più agli ecclesiastici, faceva dire che orassero cori fiducia, e ne
vedrebbero gli effetti. L’Altissimo il volle non solo esaudito, ma
lieto con la notizia anticipata della vittoria. Imperciocchè stando
quel giorno sette di ottobre nelle ore pomeridiane con monsignor
Bartolommeo Bussotto tesoriero, col cardinal Cesis, e più altri
famigliari, improvvisamente appartatosi da loro cogli occhi levati al
cielo, pieno di giubilo, e mostrando sui tratti dello scarno sembiante
l’impressione del superno lume, rivolto al Tesoriero, gli disse:
Andate, monsignore, non è tempo di altri affari: ringraziatene Iddio
che l’armata nostra, affrontatasi con la nemica, ha guadagnato la
vittoria.[246]
XVII. — In quella i nostri generali, da vincitori spaziavano sul mare,
ovunque s’era combattuto. Dopo avere rimessa ogni cosa in punto, e
dato ordine che niente restasse di che il nemico si potesse giovare,
conducevano le dugento galere cristiane, e le turchesche pressochè di
egual numero conquistate, al porto o meglio direi alla sicura baja
di Platèa, che oggi dicono Petalà, in terraferma dell’Epiro, presso
la foce del fiume Achelòo, sei miglia dal luogo della battaglia. Colà
prima di tutto pubblicamente furono rese le dovute grazie a Dio per il
gran beneficio che in quel memorabil giorno si era ricevuto: e poi non
altro si fece, per tutta quasi la notte, che visite e congratulazioni;
concorrendo tutti, generali, colonnelli, capitani e venturieri sulla
galera di don Giovanni. Il quale con affetto di cuore incomparabile
li abbracciava, e pur li ringraziava delle valorose prove onde
l’avevano sostenuto. Quando venne a rallegrarsi insieme con gli altri
il vecchio Sebastiano, generale di Venezia, prima che Marcantonio
potesse profferir parola per indurre don Giovanni a condonargli in
quel giorno ogni passato disgusto, già il regio giovane correndo con
allegrissimo viso avevaselo stretto tra le braccia. Nel quale amplesso,
invitato anche Marcantonio a fraternamente rallegrarsi con loro, tutti
tre insieme i tre generali della lega, alla presenza dell’armata, si
baciarono in fronte. Il viril romano, il giovanetto spagnuolo, e il
vecchio veneziano espressero con quel bacio la letizia di tutte l’età.
Il vento, che nel giorno due volte era saltato da levante a ponente,
si girò per maestro: e coll’avanzar della notte tanto crebbe, e portò
sì gran pioggia, in mezzo a tuoni e lampi e gonfiezza di mare, che se
avvenuti non si fossero in quel porto così vicino e capace per tante
navi quant’erano le vinte e le vincitrici, sarebbero andate tutte
perdute.
[8 ottobre 1571.]
La mattina seguente però, riandando l’accaduto, stava ogni uomo
attonito e stupefatto, come se avesse sognato. Imperciocchè richiamando
da una parte alla mente le difficoltà della lega, la tarda unione, lo
stento della partenza, il successo delle Gomenizze, la contrarietà dei
consiglieri, la ritirala di Giannandrea, e la inestimabile opinione
che si era fatta prevalere della potenza del Turco; e dall’altra
riguardando tante navi cattivate, tanti schiavi alla catena, tante
armi, tanti arredi, tante ricchezze; non pareva possibile che alle loro
mani così d’un tratto fossero tutte venute.
Ma più d’ogni altra cosa li riempiva di maraviglia il gran numero di
cadaveri che il mare, sazio della ingorda sua preda, aveva gonfiati, e
messo al sommo; e il vento talmente spinti ed ammassati alla spiaggia,
che quanto giungesse la vista non altro scoprir si poteva che ignude
teste di turchi. Là erano gli sforzati e i marinari, e continuamente
pescando cavavano danari, vestimenta, arredi e molte altre cose che a
galla ad ogni muover di onde apparivano, tra mezzo alla densa caterva
dei morti. Nel qual tempo volle don Giovanni tornare con Marcantonio,
e Giannandrea, e poche altre galere a rivedere il campo; che ben si
poteva discernere al fosco colore che l’acqua ancor manteneva nel luogo
del tremendo conflitto. Non altro ritrovarono che rottami e cadaveri
trabalzati sull’onde; e due galere turche abbandonate, l’una già quasi
tutta consunta dal fuoco; e l’altra talmente nelle secche incagliata
che Marcantonio, quantunque con la sua galera gli desse tre strappate,
non potè cavarnela. Laonde, tolta l’artiglieria, e lasciatala
saccheggiare alle ciurme, fece tutto il resto bruciare. Tornati poi al
porto, diè don Giovanni il segno della partenza a tutta l’armata; e
con quella si ridusse l’istesso giorno a Santamaura, ove radunato il
consiglio prese a ragionare di quel che dovesse farsi. E quantunque
alcuni con alla testa Marcantonio,[247] richiedessero istantemente
di seguir la vittoria, di scorrere sino a Costantinopoli, o almeno
riscuotere dai Turchi la Grecia; tuttavia tante difficoltà si opposero
al generoso divisamento, che non restò altro partito se non di tornare
addietro. Imperciocchè da una parte non si poteva negare che l’armata
non fosse piena di ferite e di squassi:[248] scarsa di vettovaglie e
di munizioni, dopo quel che se n’era fatto: e dall’altra i consiglieri
regî pensavano che i disegni della loro corte dovrebbero certamente
variare dopo la gran vittoria. Rinascevano le gelosie, e le doppiezze;
le trenta navi cariche di vittovaglia sotto gli ordini di don Carlo
Davalos non erano più state vedute; don Giovanni chiaramente protestava
aver ordine espresso dal Re di svernare in Sicilia;[249] e Giannandrea,
invece di vergogna e di biasimo, toccava più che mai onori e riverenze
dagli Spagnuoli. L’istesso don Giovanni gli era sempre intorno; e sulla
galera di lui banchettava gli amici, esclusi i Veneziani.[250] Qual
maraviglia che fosse allora deliberato il ritorno; e che, chiamandosi
contenti di quello che si era fatto, rimettessero il resto all’anno
futuro?
Prima però di separarsi vollero in quel luogo rassegnare tutto ciò
che si era guadagnato nella battaglia; e dividere la preda, secondo
i capitoli e le consuetudini della milizia. Alla qual rassegna e
partizione don Giovanni diputò Marcantonio, insieme con monsignor
Grimaldi commissario del Papa, don Francesco d’Ivarra commissario del
Re, ed il riveditore veneziano; affinchè di comune consenso facessero
buona giustizia a ciascuno.[251]
Messe adunque da parte le galere e le galeotte fracassate e inutili
per bruciarle, si trovò esservi di legni venuti in mano degli alleati,
galere centodiciassette e galeotte tredici; in tutto centotrenta
bastimenti buoni a navigare: cannoni grossi centosedici, petrieri
diciotto, cannoni piccoli o sagri da sei libbre e più di palla
dugencinquantadue: turchi prigionieri, più volte rassegnati di mano
in mano che dai commissari venivano scoperti, ancorchè nascosti da
molti per fin di guadagno o di pompa, settemila duecento e venti:
e si diceva che ne fossero occultati altrettanti.[252] Intorno alle
quali cifre, dato pur che in diverse scritture si trovino notevoli
differenze, tuttavia si può ben discernere la verità da chi voglia,
come ho fatt’io, raccoglierle diligentemente, e confrontarle: partendo
da principii certi, cioè dal primitivo numero dell’armata nemica; e
poi scevrando i legni grossi dai piccoli; ed i presi dagli sfuggiti
e dagli arsi. Le quali cose alcuni confondono tutte insieme, e
quindi trapassano co’ numeri; altri le escludono, e per questo non
giungono al giusto novero. Finalmente sommando le parti, che per certe
testimonianze si sa esserne a ciascuno venute, si può ritornare al
totale; ed aggiungere alle ragioni la prova.[253]
Fatto il novero si venne al partire: prima la Cristianità n’ebbe di sua
parte diecimila uomini, quasi tutti italiani, in quel giorno francati
dalla schiavitù dei Turchi: poi, secondo il capitolo vigesimoprimo
della lega, ciascuno tolse le sue seste parti, proporzionate alle
spese; e finalmente don Giovanni, siccome capitan generale, toccò la
decima dei sei sesti: ma essendo nate alcune difficoltà sul conto delle
artiglierie, si aspettò per questo la decisione del Pontefice.
A Marcantonio furono immediatamente dati diciannove cannoni grossi, tre
petrieri, quarantadue sagri, mille duecento prigionieri, e galere tra
grandi e piccole ventuna: delle quali, avendone il Papa donate otto
al granduca di Toscana, ne restarono tredici. Al modo stesso tanto
don Giovanni quanto i Veneziani ne donarono sopra le loro porzioni
ai cavalieri di Malta, a quelli di Savoia, ai principi di Urbino e
di Parma, ed agli altri principali venturieri, secondo il merito di
ciascuno; affinchè ragguagliatamente all’opera posta ne avessero il
premio.
[10 ottobre 1571]
Intanto che alla rada di Santamaura queste cose si facevano, aveva
don Giovanni mandato a riconoscere la fortezza dell’isola. Le galere
di Giannandrea menarono Ascanio della Corgnia, Grabrio Serbelloni.
Prospero Colonna, Lelio de’ Massimi, ed alcuni altri sperti cavalieri:
i quali dopo essersi aggirati in più parti, tornarono dicendo, che
la impresa vorrebbe riuscire troppo difficile; massime bisognandovi
l’artiglieria grossa, e di molte fascinate attraverso alle paludi; e
che il presidio, essendosi già quivi ingrossato e messo in punto alla
difesa, la sarebbe opera non meno di quindici giorni.[254] 148 Però
don Giovanni pose da parte anche questo pensiero: e intanto, con molto
pressanti inviti a quei signori di tornar per tempo nella prossima
primavera, rivolse l’animo e la prora verso l’Italia. A ciascuno
altresì diè licenza, come meglio gli mettesse, di partirsi.
[23 ottobre 1571.]
Sciolsero i canapi alli ventitrè di ottobre; e chi prima chi dopo,
senza timore di nemici, presero terra a Corfù. Colà in capo a un mese
fu riveduto il Davalos,[255] che a malgrado dei Veneziani, posto per
generale delle trenta navi, aveva con quelle talmente navigato da
non incontrarsi mai più nell’armata se non al ritorno.[256] In quel
porto si fermò Sebastiano, rivolgendo nella mente diverse fazioni che
imprese poi a suo conto nell’inverno. E don Giovanni con Marcantonio
licenziatisi da lui, che fu visto in quel punto piangere di tenerezza,
tra le acclamazioni e gli onori dei Corfiotti, ripresero il mare verso
Messina. Nel quale viaggio, essendo i tempi già rotti a pioggia e a
fortunali, dovettero beccheggiare coi soli trinchetti: e spesso anche
investire nei rimburchi; che, per la loro leggerezza trabalzati dalle
onde, davano fieramente di sperone nelle poppe delle galere che li
traevano.
[1 novembre 1571.]
Tuttavia presso a Messina, come se il cielo coi vincitori e coi
Siciliani rallegrar si volesse, dissipate le nubi dal soffio del
vento maestro, e fattasi l’aria tutta serena, entrarono a gran festa
nel porto. Sulla riva del quale l’arcivescovo col suo clero e tutti
i Messinesi, non statovi alcuno nè uomo nè donna nè fanciullo che il
solenne e glorioso ingresso vedere ed esaltar non volesse, cantando
salmodie e agitando ramoscelli di ulivo, incontrarono don Giovanni,
Marcantonio e gli altri campioni dal cui senno e valore si stimavano
per sempre dalla invasione e dalle perpetue molestie del Turco
liberati.
[13 novembre 1571.]
XVIII. — Io non dirò gli onori che ebbe Marcantonio da don Giovanni
e da tutti gli ordini della città di Messina, nè le accoglienze anche
maggiori del popolo napoletano, quando alli tredici di novembre giunse
nel porto di quella capitale con la sua squadra vittoriosa; perchè
n’avrò molto a poter descrivere l’ingresso trionfale in Roma. Già quivi
erano Pompeo Colonna, Pirro Malvezzi, e il tanto celebre cavalier
Romegasso, messaggeri al Pontefice per contargli il successo della
vittoria, da parte di Marcantonio.[257]
Ma parendo a lui di dover molte cose aggiungere a voce, e trovandosi
in Napoli così vicino, prese le poste e sollecitamente si mosse verso
Roma. Nel qual tempo rallegrandosi fuormisura la città e la corte,
con tante feste nelle chiese, luminarie nelle piazze, limosine ai
poverelli, doti alle fanciulle, liberazione di carcerati, suffragi ai
defunti, suoni, spari, e gazzarre, quante niuno prima per qualunque
novella di maggior contento non aveva vedute; venne a tutti in mente
che a render compiuta la dimostrazione della pubblica esultanza si
convenisse ricevere Marcantonio, come principale cagione di tanto
bene, trionfalmente nella sua patria. Di che mandarono ambasciadori
ad incontrarlo e ritenerlo nella sua terra di Marino, dieci miglia da
Roma, tanto che egli quivi si riposasse in mezzo alla sua famiglia, e
il popolo romano si apparecchiasse al suo trionfo.
[18 novembre 1571.]
Uscito però il prudentissimo uomo di Napoli, e rimasta la squadra
in balía di altri ufficiali, subitamente nacquero tali disordini che
condussero all’estrema miseria le vittoriose fanterie pontificie. Io
non scrivo elogi, ma storia: quindi non posso, nè devo tacere i rei
fatti di niuno, ancorchè nostrano e potente, a pubblico danno. Anzi per
guidare chi legge consideratamente dagli esempii del tempo passato al
buon governo del futuro, dopo aver mostrato la premura grandissima del
Pontefice verso quel suo armamento, bisogna pur che ricordi l’oltraggio
fattogli: così che ciascun comprenda come i ministri talora vadano
contro i buoni intendimenti anche dei principi più virtuosi; ed in qual
modo il zelo disordinato di certi officiali e la trista speculazione
di alcuni taccagni sovrastanti alla pecunia pubblica procaccino non
già l’economia ma la rovina dell’erario, la vergogna dello stato, il
biasimo degli estranei, l’ingiuria dei sudditi, e l’ingratitudine verso
i benemeriti. Era costume generalmente osservato in Europa per quei
tempi far la levata così dei soldati come dei marinari e dei remieri,
quando se ne aveva bisogno, per qualunque fazione; e quella finita,
licenziarli. Nè praticandosi allora coscrivere la gioventù alla sorte
dei numeri, secondo l’uso moderno, nè ingaggiarla con premii per
certo tempo, restava a libito dei sudditi il militare, e dei principi
il togliersi quando che fosse il peso di tenerli. Quindi sciolto
l’assembramento delle armi alleate a Messina, e venuta la tregua
consueta del verno, potevano bene i ministri del Papa congedare quanti
remieri, marinari e soldati avessero voluto: ma entrarono in questo
negozio con tanta precipitazione, e in così piccolo conto tennero
gli altrui meriti a volersi troppo valere del proprio diritto, che
toccarono il segno dell’ingiuria, e produssero tutte quelle infelici
conseguenze che io non credo potersi altrimenti descrivere se non
ripetendo le stesse parole di Bartolomeo Sereno, cavaliere romano,
ufficiale delle fanterie papali a Lepanto, e gravissimo istorico di
quell’età, il quale ne parlò in questa sentenza:[258] «Non mancò in
Messina chi proponesse, per alleggerire al Papa la spesa, che ai
soldati delle sue galere si saldassero i conti; e si sbandassero.
Ma per non v’essere il Commissario, a cui toccava la cura (il quale
avendo inteso la morte di Giorgio Grimaldi suo fratello a Genova per
provvedere alle cose sue era andato) ebbero pure i soldati quel poco
di comodo d’esser fino a Napoli ricondotti. Dove, ritornato che fu il
detto Commissario, tanto minutamente fu fatto loro il conto, che, come
se mai fazione alcuna avessero fatto, non procurando per loro chi ne
doveva aver cura, fu lor fatto pagare sino alle proprie munizioni,
che col sangue loro dai nemici combattendo s’avevano guadagnate. Di
modo che non essendo lor donata la paga (che col nome di donativo
molto debitamente dopo le generali fazioni si deve) e ritrovandosi
la maggior parte di essi senza danari, licenziati che furono, non
bastò loro vender le armi per vivere, ma nel ritornare alle case loro
scalzi e spogliati d’andar miseramente mendicando furono costretti.
Aggiungendosi alla loro miseria ancora, che essendo in Napoli e in Roma
prima di essi comparsi quelli che più avevano procacciato il guadagno
che combattuto, ed avendo di molto oro fatto mostra pomposa, furon
cagione che quando essi meschini, che da buoni soldati onoratamente
avevan fatto il debito loro, così maltrattati vi giunsero, credendosi
ognuno che solo i vigliacchi e da poco guadagnar non avesser saputo,
non solo non trovarono chi li aiutasse, ma furono il più comunemente
scherniti. Questi furono i primi trofei che in Roma si videro della
ricca vittoria! questo fu il guiderdone di chi col sangue e col valore
l’avevano partorita!»
Io qui lascio Bartolomeo a proseguir la lunga intemerata e le molte
rampogne contro i colpevoli, che più d’uno e grandi esser dovevano;
quantunque egli non nomini alcuno. Consento però pienamente con lui,
che le nostre milizie avevano fatto onoratamente il debito loro mirando
più all’onore che all’interesse; perchè ciò torna sempre non solo
dai fatti di questa battaglia, ma da tanti altri fatti precedenti e
seguenti che connaturati perpetuamente alla romana milizia ed alle sue
tradizioni ne rappresentano, per così dire, a primo aspetto le veraci
fattezze del suo volto. E perchè appunto bene e onoratamente servirono,
ebbero a sostener la soprassoma della miseria e degli scherni, di
che alcuni beffardi avrebber voluto anche in altri tempi rimeritarle.
Siffatti disordini non si vogliono tacere, e nè meno scusare; affinchè
non si riproducano a discapito non solo della milizia, ma anche di ogni
altra maniera d’uomini per qualsivoglia ragione benemeriti.
[25 novembre 1571.]
Alleggerita pertanto dalle fanterie, venne la squadra nel porto di
Civitavecchia a sbarcare quelle genti che ancor le rimanevano: e poco
dopo furono pur nella darsena condotte alcune delle galere prese a
Lepanto, e le artiglierie conquistate, ed i mille dugento prigionieri.
Sopra di che i Caetani, gli Orsini e più altri s’adoperavano per
averne parte. Ogn’uomo, che aveva nella gran battaglia con qualche
carico combattuto, contendeva di ottenere in premio schiavi, cannoni e
galere; e di armarle a spese sue, e di entrar poscia venturiero con la
propria squadretta nell’armata.[259] Io non saprei dire ciò che essi
ne conseguissero: ma ho argomento certo a provare che il Papa istesso
del suo ne armò tre per Michele Bonelli, il quale in tenera età aveva
di sè molto fatti contenti il Papa, e don Giovanni, e Marcantonio.[260]
Il perchè soprattenne un mese in Civitavecchia monsignor Grimaldi ed
il cavalier Romegasso a dirigere il racconcio di quelle, e a mettere
le opere nuove, la piattaforma per cinque pezzi in vece di tre, le
pavesate attorno ai filaretti ed alle battagliole, e le rambate sulla
batteria, di che andavano sfornite le galere dei Turchi.[261] Così il
santo Pontefice dava mano a rilevare la nostra marineria, che disfatta
già dagli Ottomani nell’infelice giornata delle Gerbe, ora coll’istesso
naviglio, cannoni e ciurme di turchi si rifaceva dopo la vittoria di
Lepanto; e non guari dopo giungeva a compimento per opera del suo amico
e successore Sisto V: di che a suo tempo sarà detto. Anzi volendo, per
quanto egli poteva, impedire che i nemici non ripigliassero mai più la
padronanza del mare, dappoichè nella battaglia avevano perduti quasi
tutti i capitani, piloti e marinari, vietò ai Cristiani che durante la
guerra non dovessero nè vendere nè liberare i prigionieri; ma ritenerli
sotto custodia: perchè al nemico, per manco di uomini esperti del mare,
si accrescesse la difficoltà di risorgere.[262] Quindi la turba dei
prigioni venutagli in parte mise al remo nelle sue galere; e gli uomini
di maggior conto, siccome Maometto re di Negroponte, Mamet bey figlio
del capitan bassà, Ammet governator di Bisa, e molti altri capitani,
sino a quaranta, li tenne in Roma molto umanamente, ma sotto buona
guardia, nel palazzo dell’Aquila in Borgo.[263]
[4 dicembre 1571.]
XIX. — Ma gli è da ritornare a Marcantonio che se ne stava a Marino
ricevendo visite, lettere e infinite congratulazioni da ogni parte.
Stimo utile darne qualche saggio; e preferisco la breve lettera d’un
santo e grande amico dei Colonnese: dalla quale pur si raccolgono
importanti notizie intorno alla speranza di cavare gran frutto dalla
vittoria, e di mettere altri principi nella lega, e di finirla per
sempre co’ Turchi. Sospiro di santi, di papi, di popoli: non di
Filippo. Il padre Francesco Borgia in quei giorni scriveva così:[264]
— «Jh[=u]s. — Ill[=m]o et Ecc[=m]o Signore. — Di quello che passai con
Sua Maestà sopra la persona di V. Eccellenza, ho scritto di Madrid.
Questa è solamente per rallegrarmi et render gratie a Iddio nostro
Signore insieme con V. Eccza di questa vittoria data da Dio nostro
Signore alla Xpianità, come cosa da sua mano. Li ngeli lo benedicano et
tutti li santi suoi; et vorrei che li fedeli che stamo quaggiù in terra
non fossimo ingrati in riconoscere tanto beneficio, nè in supplicare
ala divina Maestà lo faccia perfeto con li buoni incessi in questi anni
che seguitano della Liga. Molto particolarmente ci siamo consolati de
che V. Eccza se sia ritrovata in questa santa impresa, et che li tocchi
tanta buona parte della fatica et merito et gloria di quella; et per
l’avvenire in tutto spero sarà in augmento. Siamo quasi spediti di
questa Corte di Portogallo molto bene, Dio laudato: et quanto ala Liga
che questo Principe ci entra molto voluntieri, et non solamente per il
mar Rosso et Persico, et per l’Etiopia vuole far la guerra al Turco, ma
anche per questa parte vol dare aiuto alla Armata Xpiana. Già V. Eccza
saprà come Nostro Signore vole si vada ancora in Franza: io mi preparo
per accompagnar il Illmo Legato, benchè non mi serve troppo la sanità.
Dio la conservi a V. Eccza, et prosperi sua Illma et Eccma persona et
Casa, con augmento continuo dei suoi doni per grande aiuto del bene
universale. De Lisbona 10 diziembre 1571. Servo in Jesùs.»
»FRANCº.»
Allora in Roma altro quasi più non si udiva ripetere che il nome di
Marcantonio; nè commendare altro maggiormente che il senno ed il valore
onde egli aveva difeso il cristianesimo dal suo più crudele e pertinace
nemico, e levata in quei giorni la gloria della sua patria a tanta
altezza quanta mai se ne potesse negli antichi tempi ricordare. Per
ciò chierici e laici, senato e popolo a gara concorrevano per onorarlo
quanto più potessero nel suo ritorno: ed apparecchiavano archi, trofei,
iscrizioni, ed ogni altra dimostrazione di festosa accoglienza sulle
porte, per le vie, nel Campidoglio, al Vaticano.
Era il dì quattro del mese di decembre, e l’ampia vallèa che intorno
a Roma dai colli albani sino al mare si stende non compariva già,
come nella stagione invernale, umida di piogge dirotte, o coperta di
nubi procellose; ma invece, maravigliandone ciascuno, si vedevano,
come a primavera, le campagne tiepide e fiorite, con tale serenità
di cielo, e splendor di giorno lucidissimo da non potersene volere il
più bello per festeggiare il gentil cavaliero che cavalcando sulla via
Appia s’appressava alle porte della città, presso la basilica di san
Sebastiano.[265] Stavano colà schierate alle due bande della via le
milizie di Roma, e nel mezzo il senatore, i conservatori, i caporioni,
e gli altri ufficiali del popolo romano, riccamente in loro costume
vestiti; e tanta gente, anche dalle vicine terre concorsa, quanta ve
ne capiva. Tutti chiedevano della venuta dell’aspettatissimo campione:
e tutti riguardavano i novelli ornamenti della porta; gli stemmi del
Papa, del Senato, e dei Colonnesi; i fiori, le ghirlande, le bandiere,
i trofei militari, i rostri delle galere, la luna ottomana riversata, i
prigionieri tra le catene, messi qua e là a colori, a rilievo, a stucco
e a dorature bellissime. Alcuni cogli occhi alla grande iscrizione
sull’arco della porta Capena voltavano in volgar nostro la leggenda
che poneva:[266] — Il Senato e il popolo romano a Marcantonio Colonna,
capitan generale della marineria pontificia, della Apostolica Sede,
della salvezza dei confederati, e della dignità del popolo romano
sommamente benemerito. — Quando ecco da ogni parte risuonare il suo
nome, ecco rivolgersi tutti alla strada; e un batter di mani, e un
accalcarsi di popolo, e un gridar di viva: e dar nelle trombe, e
salutare da presso e da lunge, coi cenni e con la voce, con le berrette
e con le bandiere: ecco i fanciulli, le donne, i baroni, e la plebe
esprimere la pubblica gratitudine al valoroso.
Veniva egli, per certe ragioni che appresso toccherò, disarmato;
modestamente per lo suo grado vestito, senza carro trionfale, e senza
corona d’alloro: ma sopra un cavallo ambiante di bianco mantello,
donatogli poc’anzi da san Pio. Avea sella ricoperta di tocca d’oro,
gualdrappa di seta porporina, trapunta di passamani e frangette
ad oro; il pettorale, il morso, le briglie ricoperte e sfioccate a
porpora e ad oro. Aveva in piè stivaletti bianchi, incerati a lustro;
calze cangianti di rosso e di giallo, brache rigonfie alla spagnuola
a molti listoni di teletta d’argento e di seta morella, giubba di
tocca d’oro, cappa di seta nera trinata ad oro e soppannata di pelli
zibelline, cappello di velluto nero, e la piuma bianca affibbiata a un
gran bottone di perle ricchissimo.[267] Giunto in quel luogo faceva
cordialissime proteste di gratitudine e d’osservanza al Senatore ed
agli altri ufficiali di Roma, e sempre col cappello in mano riguardando
qua e là gli astanti, e mostrando grata riconoscenza, secondo il merito
di ciascuno cordialmente inchinavalo.
In quella moveva dalla porta il corteggio trionfale: dietro ad una
prima squadretta di trombe a cavallo passavano numerose brigate di
uomini scelti tra gli artieri di Roma; fabbri, magnani, legnaiuoli,
armaiuoli, pellicciai, ed altrettali sino a ventisette maestranze,
tutte spartitamente raccolte sotto alle loro capitudini e gonfaloni,
tutti vestiti di novello, lucenti e lisci che menavano per via gioia
e festa. Passavano dappoi Domenico Jacovacci e Cencio della Tolfa
gentiluomini romani, armati di corsaletti, impugnando il baston del
comando, come coloro che erano sergenti maggiori, o vero capi dei
battaglioni nelle milizie della città; alla testa delle quali, con
loro trombe e tamburi, cavalcavano. Il primo corpo d’armati era uno
squadrone di milletrecensessanta archibugeri, messi dieci per dieci,
in centotrentasei file: il secondo, comandato dal sargente maggiore
Francesco Spannocchi, di millecinquecento picchieri, in cencinquanta
file: e il terzo, sotto Gianpietro Muti, di mille cento e trenta
moschettieri, in centotredici file. Tutti pomposamente vestiti di
velluto e di seta a vaghi colori, sotto bellissime insegne, con morioni
lucenti d’acciaio, e pennoncelli azzurrini sul capo, o vero berrette di
velluto con piume, o anche cappelli rivolti all’ungarese; e i picchieri
armati di corsaletti bruniti, che rendevano bella e nobil vista. E a
cessare agli spettatori quel sentimento di sazietà solito nascere dalla
continuata medesimezza delle stesse comparse, avevano provvedutamente
tra l’uno e l’altro squadrone, ed anche tra le istesse compagnie,
tramezzato molti manipoli di alabardieri, e alcuni drappelli di spadoni
a due mani, e divise di paggi bellamente scompartiti, in assetto di
ricche livree, che portavano pendoni, celate, scudi, ed armi attorno ai
capitani.
Lo sguardo però degli spettatori e il cicaleccio dei curiosi rincalzava
sul passaggio dei prigionieri che, appresso alla bandiera ottomana
rovesciata allo ingiù, seguivano in due turme; tutti legati con le mani
dietro alle spalle, e tutti avvinghiati da due catene di ferro, che dai
polsi dell’uno entrando tra i polsi dell’altro scorrevano a far di loro
due grosse brancate di quasi cento turchi per ciascuna. Erano costoro
vestiti tutti al paro d’una tonachetta di panno giallo e rosso insino
al ginocchio, calzati di cordovano giallo, e coperti di una berretta
marinaresca della stessa divisa, in mezzo a due file di alabardieri che
li guardavano.[268] Passati i quali, come per isgombrare quell’aria
di tristezza, e i chiusi petti a nuovi e più lieti sensi allargare,
scorrevano a cavallo trombando in alto i famigli del Senato a pomposa
foggia, e schiudevano la cavalcata di quasi cento gentiluomini romani,
che in diversi costumi, sotto le proprie divise, erano quivi insieme
assembrati per onorare la virtù dell’invitto guerriero che tanta luce
diffondeva sulla già chiara nobiltà del patriziato romano.
Da meglio che un’ora difilava la pompa, nè si pareva ancor segno di
stanchezza in alcuno colà, dove non solo la dolcezza della stagione
e la giustizia di così nobile trionfo, ma altresì la varietà di
tanto belle comparse teneva occupati gli animi d’intenta curiosità
e mirabil diletto. Quando però furono trascorse innanzi le schiere
degli artigiani, dei soldati, dei prigioni, e dei nobili cavalieri
romani, sopravvenne maggior solletico e maggiore gradimento: perchè
ad ogni istante proseguivano sopra cavalli di maneggio bellissimi,
con isquisita eleganza e senza profusion di lusso, nuove assise,
maggiori dignità, e personaggi di più rispetto. Di che desta vieppiù la
curiosità delle persone, v’avean di quelli che sperti negli usi della
corte romana, qua e là tra la folla, divisavano i nomi e le cose, così
per punto come venivano a passare, facendo conto ai vicini ciò che al
loro sguardo si presentava. Ecco, dicevano, passa il signor Camillo de’
Crescenzi e il signor Angelo Flad maestri di strada; in roba lunga, col
berretto alla ducale, e attorno i loro staffieri: passano a coppia li
due sindaci di Roma, in velluto lionato, e negre gualdrappe, tra i loro
famigli: passa lo Scriba del Senato e il suo collega, in costume di
dottori: i quattro appresso, con le piume cangianti di quattro colori,
sono i secretari, tra la turba dei donzelli: passano i marescialli
del popolo romano, in casacca azzurrina e calze incarnate, ciascun dei
quattro con due staffieri. Vedi, vedi, a due a due i paggi del comune,
vestiti a verde e violetto, con in mano ciascuno la grande insegna del
suo rione. I begli stendardi della città damascati a onda e a spina, e
l’aste tutte coperte di velluto cremisino, con frange di seta e d’oro:
ecco il capo del leone in campo rosso, e la ruota in campo vermiglio;
emblemi di Trastevere e di Ripa. Vedi l’angelo in campo rosso, e la
testa di drago in campo d’argento; sono Santangelo e Campitelli: poi la
pigna, e la testa di cervo sul rosso, del rione Pigna e Santeustachio:
il fusone in campo d’azzurro, e il grifo in campo d’argento, per la
Regola e Parione: fiume e ponte in campo rosso, e la luna in campo
d’azzurro, segnano Ponte e Campomarzo: le tre spade in campo di rosso,
e i tre monti in campo d’azzurro, sono di Trevi e Monti: ecco in ultimo
la colonna del rione omonimo: e appresso i Signori dodici della città,
Velli, Boncori, Massimi, dello Schiavo, Caffarelli, Cenci, Falconieri,
Galgano, della Riccia, Coccio, Calvi, Maccarani; e il loro priore
Stefano de’ Crescenzi. Passano venti staffieri ai colori della casa
Cesarina, e il signor Giangiorgio gonfaloniero nostro perpetuo con lo
stendardo del popolo romano. E poi le trombe d’argento con le nappe
rosse, e il commendator Romegasso con la bandiera papale, e il capitan
della sua guardia. Vedi, nobile quadriglia a cavallo, Pompeo Colonna,
e Onorato Caetani, con in mezzo i due Bonelli Michele e Girolamo nipoti
del Papa. Ed ecco tutti ammutolire in grandissima aspettazione, eccoli
farsi in punta di piè, levare il capo, guardare intesamente a colui di
chi la festa era. Allora un sol grido scoppiare di vivissima gioia,
e ripetersi: Viva, viva il signor Marcantonio, e la casa Colonna. Ed
egli in tanta gloria i baldi e guerreschi spiriti di tanta popolar
commozione per lui, non che della ingenita sua gentilezza temprando,
discoprirsi il capo, volgere a tutti piacevole lo sguardo, tutti
riconoscere e salutare. Non così i boriosi antichi trionfatori! Erangli
ai lati dodici staffieri nelle assise della sua casa: lo seguivano il
Senator di Roma, i conservatori, gli amici e consorti suoi, i paggi,
ed un drappello di cavalleggeri. Dopo i quali ad ogni passo crescevagli
appresso la calca del popolo.
E dovendo il glorioso campione in tal modo procedere, dalla porta
Capena alla via trionfale ed al foro romano, per salire sul Campidoglio
e passarsene al Vaticano; facendo cammino per questi luoghi di eterna
rinomanza, ove stanno ancora dopo tanti secoli le maravigliose moli
poste a segno della romana grandezza, rivedeva non solo lo splendore
delle arti antiche, e le memorie dei prischi eroi; ma novelle
leggiadrie d’ornamenti, e più liete leggende intitolate al suo nome.
Là, sull’arco di Druso leggeva:[269] — Roma esultante nel Signore Iddio
stende le braccia al vincitore, e stringe al seno il più chiaro dei
suoi cittadini. —
Qua, da quello di Costantino gli scendeva all’anima il motto:[270]
— Ripensa che a te si schiude la via per andar nel nome di Dio a
riscuotere quella città che Costantino ebbe fondata. —
Quinci sulla diritta rileggeva che:[271] — Costantino tra i Romani
Imperadori fu il primo a combattere felicemente sotto lo stendardo
della Croce, contro ai crudelissimi nemici del nome cristiano. —
E quindi sulla sinistra gloriava[272] — Pio Quinto che tra i romani
pontefici fu il primo, per la lega col re cattolico e con la repubblica
veneziana, e per l’aiuto dello stesso segno di salute, ad aver vittoria
giocondissima sopra la maggiore armata dei Turchi. —
Dall’arco di Tito ritraeva della guerra giudaica, e del passaggio
delle crociate; in proposito delle quali si diceva:[273] — Rallegrati
Gerusalemme: che, se Tito Vespasiano già ti trasse cattiva. Pio Quinto
intende a liberarti. —
Più sotto all’ultimo lembo del foro avvenivasi nell’arco di Settimio
Severo, vincitore dei Parti: ivi in tre scompartimenti leggeva tre
diverse iscrizioni. Nel mezzo così:[274] — Sta ancor qui l’antico
monumento al senato ed al popolo romano della partica vittoria per
ricevere coll’aiuto d’Iddio i nuovi trionfi contro i Parti. —
A diritta poi:[275] — Quei prischi capitani fortemente combattendo
ritornarono alla sua pristina dignità l’imperio romano guasto dall’armi
dei Parti. —
A sinistra finalmente:[276] — I nostri prodi, dopo l’insigne e
incomparabile naval combattimento, vittoriosi dal furor dei Turchi
liberarono le cervici del popolo cristiano. —
Di là, salita l’erta del colle, l’eroe si trovava sulla vetta del
Campidoglio: attorno al quale i balconi dei tre splendidi palagi
levati su da Michelangelo, ornati di tappezzerie, gremiti di dame e
di cavalieri, abbelliti dalle bandiere tolte al nemico, facevano di
sè lietissima mostra. Scorreva coll’occhio in ogni parte, e quivi pur
leggeva in rapidi sensi scritto:[277] — Fiorisce ancor virtù, ardono i
petti, sovreggia pietà, non son già spenti i romani affetti, spicca il
romano valore. — In quella, ecco, a un cenno del Senatore, scoppiare
lietissimi plausi e festosi saluti di tutto il popolo; ecco una bella
musica di scelti strumenti agitare una marcia guerriera; ed al rintocco
delle campane del Campidoglio rispondere in trionfo lo sparo degli
archibugi, e l’incocciamento delle spade e degli scudi dei picchieri.
Nel qual festoso armeggiare dopo essersi alcun poco dilettato,
proseguiva il cammino per la piazza degli Altieri, la via de’ Cesarini
e de’ Banchi, a Montegiordano ed a Ponte: sul cui passaggio il castello
Santangelo di prospetto, spiegati i vessilli, sbombardò da ogni parte
tutte l’artiglierie grosse e minute, con tant’ordine, e strepitoso
echeggiamento sulle ripe del Tevere, che non si potrebbe facilmente
raccontare.
Finalmente passando di Borgo, entrò nel palazzo del Vaticano per la
porta maggiore, e scavalcato nel cortile, venne nella Basilica di San
Pietro onorevolmente ricevuto dai canonici e da monsignor Patriarca di
Gerusalemme loro vicario, che pontificalmente vestito il condusse seco
innanzi all’altare. Colà esso e tutti gli altri del seguito, cantando
devotamente a Dio lodiamo, resero alla divina maestà le grazie maggiori
che potevano dei beneficî ricevuti.
Ma nell’uscir di chiesa eran là due camerieri del Papa presti a torselo
in mezzo, e a condurlo su nel pubblico concistoro dei cardinali,
alla presenza del Pontefice. Laddove essendo egli stato da tutti
piacevolmente riveduto, ebbe poi dal Papa maravigliose dimostrazioni di
stima e di gratitudine, con parole di così grande benevolenza e tanto
calde di affetto, che i risguardanti ne stupivano. In fine congedato
ogni uomo e rimasti soli Marcantonio e san Pio per lungo tratto a
ragionare sopra i grandi successi di quel tempo, non potrebbe nè
altri nè io ripetere il discorso onde le due grandi anime rivelaronsi
scambievolmente i propri concetti. Vorrei che alcun mi dipingesse
Marcantonio e san Pio nell’arcano colloquio: da un verone in lontananza
il prospetto del mare; di qua, il ducal palagio di Venezia; di là,
la reggia di Spagna: e qui presso alla grande basilica di Roma, un
guerriero romano e un romano Pontefice che sorreggono il destino
d’Italia, e difendono la fede e la civiltà dell’Europa.
Tornossene sull’imbrunir della sera in cocchio e privatamente
Marcantonio alle sue case: ma come dopo così lieta e luminosa giornata
non potevano aver luogo le tenebre; così fu tutta la città da un capo
all’altro illuminata, con tante fiaccole, tanti fanali, e tanto fuoco
sulle vie, nei balconi, e in mezzo alle piazze, che quasi al paro
del giorno lucente e lieta invitava ogni uomo generoso a ricercar di
fronte alla piazza degli Apostoli la casa dell’ammiratissimo Signore,
e a ripetergli attorno le festose dimostrazioni di che pareva non
potessero saziarsi. Nel vero il magistrato romano quell’istessa sera
deliberava che la domane, ripetendo la medesima pompa, si dovesse
accompagnare il vincitor di Lepanto a render le dovute grazie alla
Madre di Dio nella chiesa senatoria dell’Araceli; e, a nuova mostra
della tragrande allegrezza, dargli a spese pubbliche nella maggior sala
del Campidoglio un lauto banchetto. Se non che, venuto il Senatore
ad invitarlo, Marcantonio dissegli che siccome la spesa del convito
non era ad altro che per onorarlo da vantaggio, ed egli già di troppo
onorato teneasi, gli piacesse dispensare in pietose opere e in dote
alle povere fanciulle della città quel danaro che da metter fosse nel
convito. Ed essendo ogni sua volontà come legge dal Senatore ricevuta,
insieme si consigliarono del modo ed ordine che si avesse a tenere
nella esecuzione.
[13 dicembre 1571.]
Laonde provvedutamente rimisero la solennità dell’Araceli alli tredici
dell’istesso mese. E venuto il dì posto di santa Lucia, il Senato e
tutti gli ordini della città in lunga cavalcata andarono al palazzo di
Marcantonio; e, presolo in mezzo, alla chiesa predetta del Campidoglio
lo accompagnarono. Tra molte iscrizioni, ornamenti, e drapperie che
dentro e fuori decoravano il tempio, si lodò molto la leggenda composta
così dal Mureto:[278] — Quelle grazie che gl’imperadori pagani per
la felice riuscita delle loro imprese rendevano vanamente agl’idoli
sul Campidoglio, ora il vincitor cristiano salendo qua ov’è l’ara
del cielo, al vero Iddio Cristo Redentore ed alla gloriosissima sua
Madre per la gloriosa vittoria, religioso e pio le rende e protesta.
— Col qual sentimento di vera fede tutti quei signori entrarono
devotamente nella chiesa per assistere ai divini misteri, celebrati
da un vescovo dell’abito di san Francesco, in mezzo ai ministri ed ai
cantori della cappella papale. Ma come si fu letto il vangelo, ecco
da ogni parte farsi silenzio, e riguardare tutti al pergamo, donde
monsignor Marcantonio Mureto, facondissimo oratore di quell’età, per
commissione del Senato, recitava una elegante e grave orazione latina
pel ritorno di Marcantonio a Roma, dopo la vittoria riportata in naval
combattimento contro i Turchi a Lepanto.[279] Il quale avendo con
acconce parole dimostrato la grandezza dell’istessa vittoria sopra
quei nemici che gonfi di tanta fortuna pensavano quasi sol con un
soffio disperdere l’armata cristiana, ed occupare i porti, le isole, e
tutta la riviera del mediterraneo, rammentava a ciascuno quanto poco
alcuni mesi indietro sperato avrebbe di conseguirla. Talchè se pur
i nemici se ne fossero andati a loro piacimento in Costantinopoli,
se avessero sgombrato l’Adriatico e il Jonio, se lasciato togliersi
qualche prigioniero o qualche galera, ognuno avrebbe dovuto, secondo
la poca aspettazione, anche di quel poco chiamarsi contento. Ma che
la potentissima armata si distruggesse, che dugento quasi galere si
pigliassero; quarantamila turchi si uccidessero, e tanti prigioni,
tante armi, tante bandiere venissero in poter degli alleati, niuno
pensato avrebbe conseguire, e neanche desiderare.
Ora poi, diceva, tutto questo esser già fatto per la virtù sovrumana
di tanti capitani valorosi, e di tanti prodi soldati, quanti colà
combattendo avevano onoratamente vinto o erano gloriosamente caduti.
A tutti doversi lode ed onore; ma a Marcantonio capitan generale
della marineria romana, e general luogotenente della lega, doversene
ancor più che non ne pensassero quelli stessi che più l’onoravano.
Lui aver messi i fondamenti della lega, lui compiutala, lui prima
d’ogni altro in Sicilia a sostenerne il peso, lui a parlar sempre
nei consigli la miglior sentenza, lui a quietare le discordie sempre
nascenti, lui a ricomporre in pace gli alleati, lui ad infiammare i
soldati alla battaglia, e combattere nel maggior pericolo, e vincere
con tanto maggior bravura quanto con minore ostentazione. A lui
l’istesso don Giovanni, più che a ogni altro, aver dato pubblica
testimonianza di gratitudine, chiamandolo consigliero, sostenitore e
campione principalissimo della vittoria. Laonde, appellando dal pergamo
Marcantonio medesimo, e sopra di lui chiamando gli sguardi di tutti,
esortavalo a ripigliar le armi vincitrici, seguire il felice presagio
del suo nome, e riscuotere la Grecia e la Palestina, Costantinopoli
e Gerusalemme: confidando che come già il popolo eletto da lunga e
faticosa schiavitù, sotto la scorta di lucente colonna, potè essere
a dispetto dei suoi nemici liberato; così in quel tempo le nazioni
cristiane d’occidente e d’oriente francate venissero dal giogo ottomano
per la virtù di quella sublime colonna su che poggiava la difesa del
Cristianesimo: affinchè a Roma, sede dell’imperio e centro della fede,
nel pontificato del medesimo Pio, e per l’opera d’un romano campione,
un altra volta toccasse la prima parte di così nobil trionfo.
In questa sentenza perorava il Mureto, e quantunque egli dovesse, a
cessar gelosie come ciascun da se comprende, studiarsi di velare il
suo pensiero rispetto al primato del Colonna; e tanto largheggiare in
lode verso don Giovanni, da chiamarlo divin giovanetto; tuttavia non
potè fare che non manifestasse chiaramente l’animo suo e la pubblica
opinione di quel tempo, che appunto a Marcantonio dava il principal
merito della vittoria. Perchè egli, degno rappresentante del romano
Pontefice, pel senno, pel valore, per la fede e per l’età, posto in
mezzo agli altri due e fatto arbitro, potè condurre l’uno e sostenere
l’altro sino al termine glorioso: ove ancor più facilmente sarebbe
arrivato, se fosse stata sua la prima autorità, e avesse potuto seguire
il generoso volo senza ch’altri di qua e di là gli gravassero le penne.
Iddio il volle premiato: niuno da lui in fuora ebbe il trionfo. Ed
egli sempre prudentissimo, fattosi al gradino dell’altare, e quivi
genuflesso, protestava doversi la vittoria riconoscere dalla mano di
Dio. In segno di che offeriva di oro purissimo una imaginetta di Gesù
risorto con la croce tra le braccia (simile a quella che Michelangelo
aveva scolpito alla Minerva), posta in cima ad una colonna d’argento
coronata ad oro, secondo che si vede negli stemmi della sua casa: e
attorno al fusto i rostri delle galere in argento dorato, avendoci già
scritto nella base:[280] — Al Cristo vincitore, Marcantonio figlio
d’Ascanio, capitan generale dell’armata pontificia, dopo la insigne
vittoria riportata sopra i Turchi, a memoria del beneficio. — Volle poi
il Senato che a ricordare il gran fatto una simile colonna rostrata di
marmo si ponesse nel palazzo dei conservatori al piano del cortile.
Questa tuttavia rimane ove fu posta: l’altra andò al crogiuolo pel
trattato di Tolentino.
Dopo di che, terminati gli uffici divini, si fecero venire in chiesa
a processione sessantatrè donzellette, con la bella veste di panno
rosso e il borsellin della dote. Sulla porta i fedeli del Campidoglio
regalavano di tre giulî ciascun poverello che quivi era venuto per
mercè. E Marcantonio lietissimo d’avere in ogni parte soddisfatto al
debito suo, tornavasene alle sue case.
[31 dicembre 1571.]
XX. — A imitazione di Roma furono ripetute diverse feste in tutta
l’Italia, e nelle Spagne eziandio. E mentre le arti belle, le
dotte accademie, ed una turba di più che cento poeti, l’uno a gara
dell’altro, tramandavano alla posterità la gloriosa e per tutti
i secoli memorabil vittoria;[281] san Pio ordinava che nell’orbe
cattolico dovesse essere festivamente ogni anno ricordata in
quell’istesso giorno che da Dio Ottimo Massimo, per la intercessione
della Vergine ausiliatrice dei cristiani era stata concessa; e la
memoria tuttavia ne rimane nei fasti annuali della Chiesa, ove il
successor di lui fecela scrivere per la domenica prima d’ottobre,
sotto il titolo del Rosario, con che a solennità di culto e di
processioni, per tutto il mondo ancor si celebra.[282] Volle pur san
Pio che il glorioso successo di quella battaglia, secondo l’esempio
dei predecessori, fosse scolpito sulle medaglie monumentali del suo
pontificato. Di che per avventura molto avrei a dire, se non temessi
increscere ai miei lettori. Niuno tuttavia vorrà darmi biasimo se
con una di quelle per poco mi trattengo, a fine di ribadire i fatti,
dichiarare le altre, ed esporre in tutte l’intendimento di quel grande
che le volle conformi al suo pensiero condotte.[283] Questa medaglia
da una parte semplicemente mostra l’immagine sua, a capo scoperto, e
il solo nome — Pio V, Pontefice Massimo: — dall’altra dispiega tanta
varietà e tanto movimento, che l’occhio a grande compiacenza vi si
posa per discernere in essa tutta, quasi direi, la storia della grande
giornata.[284] Il campo della medaglia è sul mare: alla sinistra
le isole Curzolari, che per la loro lontananza non compariscono; di
fronte, la vista di Lepanto, il golfo quivi aperto, i due castelli
che ne difendono l’ingresso, e lo svolgimento delle due riviere,
quinci l’Epiro, quindi la Morèa. L’ora si manifesta a chi nol sappia
essere quella di sesta, cioè poco prima che si venisse alle mani;
perchè non apparisce ancor segno di combattimento, Giannandrea non
si è separato, le riserve stanno ancora addietro, nè sono arrivate
le due galeazze a coprir la fronte della squadra gialla, ove come ho
detto, non poterono essere se non a mala pena condotte nel momento
della battaglia. L’ordinanza dell’armata cristiana è secondo narrano
le storie, in cinque membri: avanti le galeazze; sulla linea le
tre squadre del centro, della diritta, e della sinistra; appresso
la squadra del soccorso: e tutte distribuite in bella mostra come
esser dovevano poco prima di azzuffarsi co’ nemici. Ciò non pertanto
la fantasia dell’artista, trapassando rapidamente dalle cause agli
effetti, giugne di volo all’armata nemica che doveva esser vinta poco
dopo dalla nostra; e ti mette sott’occhio la distruzione dei Turchi
in tutta la squadra loro diritta, e in tutto il loro centro: ove più
non si vede che il mare coperto di rottami. Non resta di loro altro
che la squadra sinistra, e la capitana di Luccialì presta a fuggirsi
per quel varco che gli schiuderebbe Giannandrea. Costui impari di qua
come egli avrebbe dovuto tener sua posta; stia saldo sul bronzo laddove
non volle stare sul mare: e sempre cogli occhi suoi veggasi avanti
Luccialì in atto di prender gabbo dell’arti sue marinaresche, e di
opprimere i Cristiani in quella parte abbandonati. L’anima nobile del
Barbarigo, là sulla punta dell’ala da lui valorosamente comandata, si
consoli: perchè al suo cospetto vanno dispersi i nemici. Don Giovanni
non presuma: perchè nè il suo nome nè la sua persona vi è posta:
e nè anche pigli gelosia, che niuno quivi gli è stato preferito.
Marcantonio finalmente e tutti i prodi con lui riconoscono da Dio il
beneficio: perchè attorno all’Angelo che scende dai cieli, con la spada
ignuda a loro soccorso, sta scritto: — La destra del Signore ha fatto
la prodezza. — Le altre medaglie in quel torno di tempo per questa
istessa vittoria coniate, tutte sul campo medesimo, rimpetto a Lepanto,
mostrano diversi abbattimenti di galere: ai quali sempre sovrasta la
virtù, l’assistenza, e il soccorso di Dio; ed il motto pietoso: — La
tua destra, o Signore, ha percosso il nemico. — Ciò è stato fatto dal
Signore. — [285]
Ma all’ombra dei gloriosi allori invece di cader appassita, crebbe
più che mai rigogliosa la trista semenza della gelosia con che si era
dato principio all’alleanza. I Turchi, ha notato il Baronio, potevano
esser vinti; ma non gli alleati aver concordia.[286] Alla corte di
Spagna suonarono ingrate l’esultanze di Venezia e di Roma: la gran
vittoria fece paura, come quella che cresceva troppo riputazione
e forza all’emula repubblica: don Giovanni, quantunque vincitore e
fratello del Re, fu colà biasimato e fatto segno a severe riprensioni
per il gran rischio in che aveva posto la corona;[287] Giannandrea, per
essersi due anni dimenato nell’armata ad impedir le battaglie, divenne
sempre più caro: il general Sebastiano, per quel fatto delle Gomenizze,
bisognò che cedesse all’implacabile livore di Filippo; e se ne tornasse
degradato a Venezia:[288] e la virtù di Marcantonio, che era stata sin
là riverita da tutti, e pur dai regî cortigiani commendata, quand’ebbe
conseguita la vittoria a Lepanto e il trionfo a Roma, increbbe alla
burbanza di costoro. Tant’onore a chi aveva sempre richiesto il
combattere, e voluta una lega efficace, dolse a quelli ch’erano stati
là per dar la mostra e pigliar la gloria. E sebbene san Pio avesse per
giustizia consentito al senato e popolo romano di onorare il vincitore
di quelli onori trionfali che addietro ho descritti; e per prudenza
temperatane la pompa; talchè senza carro trionfale e senza corona
d’alloro non mandasse nè ombra nè strepito alla corte di Spagna; ciò
non pertanto alcuni di questa nazione, tanto più offesi quanto più loro
se ne richiamava la propria coscienza, asprissimamente ne mormorarono,
dicendo: che al solo serenissimo don Giovanni, perchè generalissimo
della lega, si addiceva il trionfare.[289] Come se in Roma non si
potesse onorare un Romano; o vero si dovessero i trionfi ai nomi
superlativi e non alle sublimi virtù. E tant’oltre costoro spinsero
la malignità da tentar col santo Pontefice che dinegasse al senato
romano il trionfo di Marcantonio. Al che quantunque san Pio, indignato
che gli si volesse imporre in casa sua, di niente mostrasse di voler
loro consentire; non è però che essi non facessero legge perchè niuno
Spagnuolo o seguace di Spagna non si facesse incontro alla venuta di
Marcantonio, nè fosse spettatore delle feste volute fargli.[290] Questo
sia detto perchè ciascuno intenda chiaramente gli umori della lega: e
trovi eziandio non solo la verità sempre costante dal principio alla
fine di questo libro; ma anche possa antivedere quel che narrare dovrò
nel libro terzo, rispetto ai frutti che si raccolsero dalla grande
battaglia.