XXIII. Le difficoltà che possono insorgere si rimettano
all’arbitramento del Pontefice.
XXIV. Niuno faccia nè pace, nè tregua col nemico, senza il
consentimento degli altri.
[7 marzo 1571.]
III. — Essendosi adunque dopo tanto tempo e travaglio accordati gli
ambasciatori nei predetti capitoli, parve al Papa che fosse tempo di
sottoscriverli e di bandirli solennemente. Al quale fine, dopo avere
ottenuto il consenso di tutti, fissò il giorno sette di marzo nel quale
si celebrava con molta pompa da’ suoi domenicani di santa Maria sopra
Minerva la festa dell’angelico dottore san Tommaso d’Aquino: acciocchè
nel giorno istesso e nella medesima chiesa si dovesse pubblicare
la tanto sospirata alleanza, e renderne le dovute grazie a Dio.
Venuto il qual giorno, e ridottosi quivi il collegio dei cardinali,
gli ambasciatori dei principi, e la frequenza della nobiltà e del
popolo romano, dopo la Messa, si restrinsero fra di loro i deputati
in una sala del convento alla presenza del Papa per far lettura
dell’istromento e firmarlo.[115] Recitato però il proemio, e parte
del primo capitolo, là dove diceva che la lega s’intendesse stabilita
nell’anno mille cinquecento e settantuno, levossi in piedi il cardinale
Granuela, primo negoziatore di Spagna, e senza alcun rispetto alla
solenne adunanza, alla pubblica espettazione, ed alla maestà del romano
Pontefice; anzi traendo partito da tutte queste cose per sorprendere
i Veneziani e per legarli a suo talento, interruppe repentinamente il
lettore dicendo: Questo è impossibile nell’anno presente; perchè il
tempo è troppo avanti. Siamo alli sette di marzo, e non possiamo per la
fine del mese, secondo il capitolo terzo, aver pronta tutta l’armata a
Messina: non si può eseguire quest’anno tutto ciò che si contiene nella
capitolazione. Dunque o bisogna acconciare, e mettere il settantadue
laddove dice settantuno; o introdurre nel trattato un articolo di più,
che ne determini le applicazioni pratiche per l’anno presente. E dopo
alquante repliche di varie persone con diversi propositi, richiesto
a manifestare qual dovesse essere il tenore dell’articolo nuovo, egli
lesse da una sua carta la seguente sentenza:[116] «Perchè quest’anno
non si possono mettere insieme quelle forze che sono contenute nel
capitolo terzo, e pur bisogna contro il Turco comune nemico fare
quest’anno tutto che si può, li deputati del serenissimo Re cattolico
offeriscono che avrà in ordine quanto più presto, ed al più tardi per
tutto maggio, almeno da settanta in ottanta galere ben in ordine ed
armate; desiderando si menino insieme di quelle dei confederati tutti
in quel maggior numero che si potrà fino al numero di duecencinquanta:
et che li signori Venetiani in questo di armar galere faccino ogni
sforzo, perchè hanno comodità di più legni. Con questo però che
quello che contribuiranno in questo più della loro rata, il più dal
serenissimo Re loro sarà compensato in denaro, o in altro; siccome in
gente, vettovaglie, remi, munizioni et altre cose: sì come darà loro
comodità di cercar remigi, ed armar galere quanto si potrà nelli suoi
regni, con che si provvedano ancora le galere di sua Maestà di quello
avranno bisogno.»
Letto questo capitolo, il Granuela si tacque, pago di aver con sì
bel tratto mostrato palesemente al mondo qual fosse la tempra del
suo negoziare; ed essersi reso degno di quei premî che poco dopo
gli vennero da Madrid col governo vicereale di Napoli, e con la
presidenza del supremo consiglio sopra gli affari d’Italia. San Pio,
già ristucco delle arti usate da quell’insidiatore del pubblico bene,
ruminava le severe parole con che poscia rampognandolo il discacciò
da se:[117] e gli astanti che avevano sentite tante novità, ed erano
improvvisamente caduti in così gran confusione, guardandosi l’un
l’altro tacevano. Gli ambasciadori veneziani però consideratamente
s’applicarono a contrappesare la giunta e la derrata; deducendone
che al postutto si voleva stringerli in quell’anno a non far nulla,
come nell’anno passato; e sol contentarli con le speranze del tempo
futuro: e intanto obbligarli ad armare oltre il debito loro, e a
riceverne il pagamento ancora nel tempo a venire, o in denaro, o
in altro. Nondimeno anzichè rompere, pregarono che si lasciassero i
capitoli così come erano già prima convenuti: promettendo che essi non
mancherebbero ai patti, nè allora nè mai; come stimavano che per le
maggiori sue forze potrebbe anche meglio di loro in quell’anno e sempre
venir fatto dal Re. Protestavano gli Spagnuoli che il loro governo
non potrebbe essere in ordine nel settantuno: e che non si dovrebbe
intanto pensare ad alcuna impresa, nè a ricuperare Cipro, nè ad altra
conquista; ma soltanto a star sulle difese. I Veneziani insistevano
che l’offensiva era già risoluta, e che il peggiore di tutti i danni
sarebbe il perder tempo. Finalmente dopo molte dispute, appartandosi
or gli uni or gli altri a trattar in diverse camere, e poi riunendosi
insieme senza accordarsi mai, i Veneziani risolutamente troncarono la
questione, dicendo: Essere venuti là per sottoscrivere ciò che dopo
otto mesi di pratiche si era stabilito; e non per avere ad abbracciare
nuove condizioni: mantenessero i regî quanto avevano promesso, ed
essi pure il manterrebbero: alle altre novità non estendersi il loro
mandato, scriverebbero a Venezia. Ma i regî importunavano: in quel
modo e in quel giorno le firme volevano; rinfacciavano ai Veneziani il
rifiuto, chiamavanli irreverenti al Pontefice, ingrati al Re: speravano
vincolarli col giuramento dei capitoli e delle giunte; ed essi
liberamente entrare in possesso delle grazie di Roma e delle decime
del clero, sulle quali non potevano gettarsi se non a lega bandita. Gli
ambasciatori Veneziani però in cosa di tanto momento, e così diversa da
quel che si era sino allora stabilito, giudicarono convenirsi al debito
loro aspettar nuovi ordini dal Senato. Stettero fermi: e l’assemblea fu
sciolta.
Così il giorno dell’alleanza solenne si finì con amara dissensione: e
il Papa dolente di veder tante sue fatiche rese vane, non senza grave
cordoglio, piangendo alla vista del popolo romano stupefatto, se ne
tornò a palazzo.[118] Avvenimento rimarchevole che onora la sua virtù;
quantunque per rispetto di Spagna taciuto dagli scrittori della sua
vita.
[Aprile 1571.]
IV. — Come poi arrivarono le notizie di questi successi a Venezia
crebbe fuormisura la pubblica indignazione. E molti principali senatori
che conoscevano le ordinarie condizioni delle leghe, e penetravano
eziandio profondamente nei segreti della corte di Spagna, furono tutti
in por mente al capitolo di Granuela, congetturandone simili e peggiori
cavillazioni perpetue nel tempo futuro. Gli Spagnoli dall’altra parte
sapendo come alla Repubblica non restava altro partito che, o gettarsi
ai loro piedi, o pacificarsi col Turco; quando schifava il primo
partito, davano voce che pensasse al secondo; con questo giustificavano
i sospetti, e chiamavanla traditrice. E quanto più gli uni e gli
altri replicavano con le scritture e co’ corrieri, tanto più la piaga
inciprigniva, e la lega si andava da un capo all’altro disciogliendo;
tanto che già se n’era perduta ogni speranza. Se non che il Pontefice
per farvi sopra dal suo canto tutto quello che poteva, pensò mandare
a Venezia, non già vescovi prelati o cardinali, quantunque ve ne
fossero in Roma eccellentissimi; ma l’istesso capitano generale della
sua marineria. Marcantonio Colonna: affinchè egli procurasse con la
destrezza e co’ graziosi suoi modi di levar le difficoltà e rinverdir
la fiducia già quasi spenta, e ridurre per pubblico beneficio l’animo
dei Veneziani a quella condiscendenza che non si poteva conseguire
dagli altri.
Quei che avevano allora in mano il governo di Venezia erano risoluti
alla guerra contro il Turco, risoluti alla lega con gli Spagnoli: ma
ogni giorno meno speravano nella lega e nella guerra. La pochezza del
soccorso ricevuto l’anno avanti da Giannandrea, gli ostacoli continui
nel negoziare, gli articoli improvvisi del Granuela, la cupezza del Re
tenevali impensieriti nel tempo presente, e toglieva loro la speranza
di effetti migliori nel tempo a venire. Vedevano la loro armata
percossa di grande mortalità e di maggiore avvilimento, vedeano già
quasi certa la perdita del regno di Cipro, e tutto il resto del dominio
loro in Levante presso che vicino a perdersi: vedevano non poter
soli resistere contro la sterminata potenza del Turco, l’imperatore
di Germania non volersi rompere con lui, e il re di Francia più che
mai osservarlo. La lega poi pareva a molti segni che dovesse riuscire
piuttosto difensiva che offensiva, cioè al rovescio del loro proprio e
del comune interesse: avendo essi e tutto il Cristianesimo bisogno di
assalire per ricuperare Cipro, Negroponte, ed altri paesi perduti, per
allontanare il Turco dall’Italia, e per goder poi lungamente il frutto
di tanti travagli. Cose che non potevano tutte egualmente piacere
alli Spagnuoli. Anche l’immensa voragine delle spese li spaventava,
temendo da un giorno all’altro dover loro venir manco onde pagar le
milizie; e consumato senza profitto lo stato di Lombardia, farsi quei
popoli nemici. La pubblica miseria, la perdita del traffico, i continui
fallimenti, il lutto di tante vedove, e di tanti orfani opprimevali.
Confrontando poi le spese ed i pericoli loro con quelli degli altri,
si trovavano per ogni capo in peggior condizione: perchè nè il Papa nè
gli Spagnoli potevano nella guerra perder nulla; ed essi avevano già
perduto un regno, e stavano al punto di perderne altri, specialmente
Candia sulle fauci dell’arcipelago, e più di Cipro vicina a
Costantinopoli. Quanto all’armata, vedevano il Papa metterci solamente
dodici galere e minima spesa, il Re poi di spese e galere quasi nulla:
perchè le stesse squadre della guardia ordinaria di Napoli, Sicilia,
Sardegna e presidî dell’Africa bastavano a fornire il contingente
della lega; e, quando anche avesse in qualche parte ecceduto, poteva
largamente compensarsi sopra le ricche decime del clero di Spagna,
per la concessione che glie ne farebbe il Pontefice. Ed essi, senza
tante rendite, costretti a mantenere fuor del costume cencinquanta
legni in mare, cinquanta mila uomini in terra, l’assedio tremendo di
Famagosta nell’isola, le difese di Dalmazia, di Candia, di Corfù, e
di tante altre piazze poste in pericolo; i presidî, le munizioni, le
vettovaglie; e con questo carico addosso sentire gli Spagnuoli nelle
sedute riposatamente discorrere di aspettare un altr’anno, non potevan
quasi più contenersi. E sebbene per la grande prudenza tacessero in
pubblico, nondimeno si lasciavano intendere in Senato, che vedendosi
abbandonati da tutti i principi e delusi dagli Spagnuoli, altro
lor non restava se non venire col Turco a qualche accordo, purchè
fosse onesto.[119] Dicevano che dovendo pur finalmente venire a
questo termine, meglio sarebbe farlo subito per aver da lui megliori
condizioni, che non dopo conchiusa la lega; a rischio di peggior
sorte per lo sdegno del Turco, del Re, e del Papa. Ad ogni modo poi,
essendo già presso il mese di aprile senza alcuna conclusione, e stando
le forze del re divise in più parti e lontane, nè potendo nel corso
dell’anno far cosa di momento, concludevano non doversi la Repubblica
obbligare a niun patto, per non pigliarsi addosso così grave peso,
senza alcun vantaggio. A tale si era ridotta la pratica della lega dopo
il capitolo del Granuela.
E così Marcantonio, quando con prestissimo viaggio giunse a Venezia,
trovò le cose. Il Doge coi principali senatori amorevolmente
ricevendolo non dissimularono dolersi di lui per compassione che
fosse venuto a negozio non solo difficile, ma disperato: intorno al
quale nondimeno, desiderando dargli ogni soddisfazione possibile, lo
avrebbero udito. Laonde egli, come di animo grande, levandosi al di
sopra della difficoltà si accinse all’impresa, altrettanto ardua per
lui che utile per tutti, di condurre a lieto fine la sua missione.
E alcune volte in Collegio, spesso in privato, nel continuo ritrovo
che in casa sua si faceva dei senatori principali che al di là d’ogni
credenza lo visitavano e frequentavano, prese a ragionare sopra questa
materia, procurando togliere le diffidenze che erano nate, scusando gli
Spagnuoli, e le opere loro rivolgendo (per quanto era possibile) dal
lato più favorevole, e conchiudendo che dalla lega se ne potrebbe in
fine qualche cosa di bene ottenere. Dimostrava a quei signori che non
dovessero creder mai di poter vivere in pace col Turco, il quale si era
sempre mostrato traditore e senza fede: che li avrebbe un’altra volta
all’ombra di novella pace tanto meglio disarmati e ripercossi, quanto
maggior profitto gli lascerebbero cavare dai precedenti tradimenti,
e dai trattati successivi. Non così con la persona santissima del
Pontefice tutta volta ai vantaggi della Cristianità, specialmente della
loro Repubblica, e tutta nell’osservanza delle promesse. E che l’animo
pur di sua Maestà si dovesse credere buono, nonostante la difficoltà
dei ministri, s’ingegnava dimostrare per molti indizî, e per l’articolo
addizionale medesimo; potendosi indi dedurre che sua Maestà intendeva
determinare chiaramente quel che poteva fare per volerlo mantenere:
altrimenti se l’animo suo fosse a violare le promesse, non farebbe
tanta difficoltà nell’obbligare la parola. Poi richiamavali al punto
della loro riputazione, e diceva aver caro che non iscapitassero nel
mostrarsi tanto nemici dell’armi e della guerra da meritarsi la taccia
di gente morbida e neghittosa, cui nè le parole, nè i fatti, nè le
ingiurie, nè la perdita dei regni potessero scuotere dal letargo: così
che ognuno in seguito pigliasse ardire ad offenderli senza rispetto.
Veniva appresso stringendoli a confessare che essi da sè non potevano
sostener la guerra, ancorchè difensiva, contro la grande potenza del
Turco, cresciuto troppo più di forze in terra e in mare, che negli
altri tempi, quando essi soli vittoriosamente aveano guerreggiato
con lui. E scendendo ai particolari faceva loro toccar con mano non
aver essi luogo alcuno sicuro ed a proposito per conservar l’armata
unita, in guisa che potesse far fronte al nemico e difendere lo Stato:
imperciocchè mandatala nel capacissimo porto della Suda in Candia,
potrebbero bene tenerla unita, ma non guardare il golfo nè assicurar
Venezia, per la grande distanza: avrebbero da Corfù potuto fronteggiare
il nemico e coprire il golfo, ma non unirvi l’armata; essendo poco
capace quel porto, e neanche sicuro, perchè dominato da certe alture,
donde il nemico potrebbe distruggere le navi sulla testa dell’ancora.
Nella Dalmazia non esservi porto ove l’inimico non avesse facoltà
di piantargli sopra alcuna batteria dal lato di terra, e cacciare in
fondo l’armata: così che del naviglio loro poco o niente si sarebbero
potuti servire. Per la qual cosa non dovendo essi confidare nella
fede del Turco, nè potendo guerreggiar da sè soli, nè sull’offensiva
nè sulla difensiva, bisognava che consentissero nella lega con gli
altri; ed accettassero gli aiuti del Papa e del Re per una guerra
tanto onesta, profittevole, ordinata non solo a difendere l’Italia e
la Cristianità, ma anche ad offendere il nemico ed a ritogliere dalle
rapaci sue mani quanto si potesse dei paesi già prima da lui usurpati.
Che se rifiutassero così grandi soccorsi, non solo resterebbero da
tutti abbandonati e vilipesi per aver impedito il pubblico bene, ma
altri potrebbe attribuire a loro ogni danno che fosse per venire al
Cristianesimo. E perderebbero inoltre que’ vantaggi che con ogni buona
ragione erano da aspettare dalla lega: tra’ quali il principale di
distruggere con una navale battaglia la potenza del Turco sul mare
anche nell’anno medesimo: non essendo poi la stagione tanto innanzi che
non si potesse in cinque mesi almeno un giorno incontrarsi col nemico,
combattere e trionfare, con immensa gloria e perpetuo beneficio degli
stessi Veneziani.
Con questi ed altri simili ragionamenti Marcantonio, che dalle cause
naturali argomentava i successi che di fatto poi si ottennero, avendo
già molto acquistato nell’animo dei senatori, cui il solo pensiero di
naval battaglia e vittoria faceva lietissimi, domandò essere ricevuto
un giorno in Collegio: e quivi alli dodici di aprile, presenti il Doge
e i senatori, declamò la seguente orazione:[120]
[12 aprile 1571.]
«Serenissimo Principe.
»Avendo la Santità di Nostro Signore per gloria de Dio e servitio
della Cristianità procurato la lega contro il Turco comune nemico, e
vedendo l’utile che da questa unione si può sperare, et il danno che
apporta mandare in lungo la risolutione per essere il tempo avanti,
acciocchè le forze de’ confederati siano unite a tempo, per poter
pigliare di quelle occasioni che il Signore Iddio ne potesse mettere
innanzi, m’ha commesso che io faccia istanza con la Serenità Vostra per
la ispeditione di questo negotio, il quale da lei è stato sempre tanto
bene abbracciato e venutoci così alla libera.
»Nè sa vedere Sua Santità perchè s’habbia d’haver per novità quella
che dai ministri di Sua Maestà Cattolica si è ricordata per il
capitolo aggiunto, che possa alterare la conclusione di negotio tanto
importante: anzi si deve tenere per segno certo dell’animo buono che
Sua Maestà tiene nell’osservanza di quanto promette: perchè dovendosi
di necessità pigliare dopo la conclusione della lega (la risolutione
della quale è stata così tardi) questo o altro simile provvedimento, e
intanto ritrarne da Nostro Signore le gratie che a Sua Maestà importano
tanto, ha voluto anteporre ad ogni interesse la realità dell’animo
suo. E con tuttociò Sua Santità stabilì con i ministri regî che le
galere fussino almeno al numero di ottanta alla fine di maggio, unite
e bene armate, e quelle di Sua Santità e della religione di Malta
ancor prima. Anzi con l’occasione dell’andata a Napoli del cardinal
Granuela, Sua Santità l’ha stretto in tal modo, che, se bene Sua Maestà
pensa per l’anno a venire havere tutto il numero della sua rata di
galere sforzate (con far che altri armino, e pigliandoli al suo soldo
come è solito di fare) non di meno procurerà di armare venti galere
per complimento delle cento, usandovi tutta la diligenza possibile.
Le altre si havrebbero a mandare da Vostra Serenità a Brindisi quanto
prima. E la Santità Sua con molta ragione crede che se il tempo lo
comportasse operaria che Sua Maestà levasse via questa difficoltà, come
ha fatto dell’altre: ma non si potendo, Sua Santità giudica che con
queste forze si deve sperare di haver armata da fare tale effetto che
forse meglio non si potrebbe desiderare: in modo che con complire al
resto delle spese, con assiguramento di vettovaglie e denari, pareria
haver assettato questo negotio: quando non si volesse spedire per
migliorare le conditioni della pace, come i maligni hanno voluto dire
e dicono per nocere: e il dilatare ancora con questo le provvisioni
necessarie perla guerra.
»Questa lega, Serenissimo Principe, è già stata giudicata fruttuosa e
necessaria: il medesimo si deve sperare hora più che mai. Perchè ogni
parte della Christianità che patisse, bisognerebbe che ruinasse il
resto: e però la salute deve esser comune, et unita dunque deve esser
la forza. Poi per lo danno che apporterebbe per sempre il perdersi
la speranza di detta salutifera unione, non havendo questo negotio
havuto mai altra difficoltà che la confidenza; e però non sarà mai per
venire tempo più atto ad esserci questa. E resterà affatto bandita
l’inconfidenza, essendo la Serenità Vostra tanto infedelmente stata
trattata dal Turco, Sua Santità volta solo al servitio di Dio e della
Fede cattolica, Sua Maestà aliena d’occupar quello d’altri e amatrice
di conservare ad ognuno il suo, come si vidde nella pace fatta con
la felice memoria del re Henrico. Anzi, che dico io della confidenza
certa che apporterebbe la lega, se l’anno scorso quando appena vi
si era pensato, Sua Maestà (quantunque havesse i Mori in casa) mandò
subito soccorso alle Serenità Vostra con le galere sue. E Sua Santità
armò galere de’ suoi sudditi propri. E certo non so veder io qual
vittoria habbia havuto mai il Turco contra la Christianità tale, quanta
sarebbe la dissolutione di questo negotio: poichè restarebbe sicuro
di non esser offeso; e certo di poter fare, senza altro incontro, ciò
che la sua rabbia e insatiabile ingordigia gli dettasse. Quanto poi
al fatto che di questa lega si potrebbe sperare, prima nelle cose di
mare, le quali sono d’infinita importanza, sarebbe grandissimo. Perchè
chiaramente si è visto che non habbiamo lasciato mai di non haver
vittoria per mancamento di forze, ma solo per mal governo. Hora che
Sua Santità ha il voto in questo negotio, e così la Serenità Vostra,
e che quello di Sua Maestà sarà in potere di suo fratello con esser
generale di mare e di terra, che si haverà da sperar altro che col
combatter gloriosi successi e fuori di ogni interesse privato? Nè sono
tanto cresciute le forze del Turco in mare, che le nostre non habbino
fatto ancora il medesimo, e forse a proporzione maggiore, aumento.
Quanto alle cose di terra che dubbio è che dove sarà Sua Santità e
Sua Maestà cattolica vi sarà ancora l’Imperatore, il re di Polonia,
e altri principi? I quali con le forze loro, e con quelle della lega
già formata (potendosi dargliene ventimila fanti, e quattro mila
cavalli) faranno effetti notabili. Oltrecchè solo il batter l’armata
del Turco, basterebbe a far la Christianità gloriosa. Anzi tali forze
di lega non so veder io come possano esser altrimenti che offensive.
Nè accade per congetture pensare e credere altrimenti: perchè essendo
stata l’opinione del mondo sempre questa, e così ricercandolo il
bisogno presente, gran stoltitia sarebbe dei Christiani confidare sì
poco nella bontà di Dio (essendo questa sua causa) che non credessero
mai di poter fare nè progressi nè conquiste, e che perciò lasciassero
essa lega. Se però con gli effetti dopo fatta si vedesse col tempo
altrimente, all’hora ad ogni modo si haveria da attribuire più presto
questa disavventura alli peccati nostri, che a difetto di questa
unione; nè che dalla Serenità Vostra e da gli altri principi si havesse
havuto confidenza temeraria in Dio in quello che spetta alla gloria e
esaltatione della sua santa Fede: e che il mondo potesse restare con
opinione, che la Christianità havesse per sempre persa la speranza
del suo rimedio, e che tutte le ruine che per l’avvenire venissero si
potessero attribuire alla esclusione di questa santa opera. Il perchè
non è da credere che il Turco tardasse molto a valersi di questa
occasione, acciò in tanto non si perdesse la memoria di questo danno:
poichè si restarebbe con maggior disunione, che mai: e tutti con
opinione di poca forza e potenza. Pertanto nostro Signore spera che
la Serenità Vostra quanto prima darà perfetione a questo negotio, il
quale scorrendo così, nè sì facendo le provisioni con quel calore che
si deve, al tempo poi del bisogno il tutto si trovarebbe in confusione.
Veda quanti giorni sono passati dopo che Sua Santità mandò l’avviso
delle ottanta galere per lo tempo detto. E Sua Santità non mancherà
alla Serenità Vostra giammai di soccorso di galere e di genti, fatta
la lega. Nè si ha da maravigliare Vostra Serenità se Sua Beatitudine
non l’ha fatto prima: che il medesimo ha usato col Re cattolico, al
quale non ha voluto far le gratie se prima non habbia veduto la lega
conclusa, con tutto che quella Maestà havesse la guerra co’ Mori in
Spagna e con gli heretici in Fiandra, oltra quelle che continuamente
ha con il Turco. Ponderate queste ragioni, la Serenità Vostra conforme
all’istanza di Sua Beatitudine deliberi, e accetti la lega.»
[Maggio 1571]
V. — Questa ed altre cose dette con efficacia e spirito militare da
tale personaggio, che sempre si era con le parole e coi fatti mostrato
prode e leale, commossero i Veneziani, cupidi soprammodo di potere
almeno in quell’anno battere l’armata del Turco: talchè da una parte
restando perplessi i più avversi alla lega, e dall’altra crescendo di
ardire e di numero i favorevoli, si vedeva già chiaro che l’opinione
fosse rivolta verso la lega medesima, senza però che si venisse ad
alcuna risoluzione. Laonde Marcantonio dopo alquanti giorni, non
volendo che gli animi freddassero, si rifece a stringere il Senato con
molte preghiere ed anche con dolce risentimento, perchè risolvessero:
dicendo, parere a lui che la troppo lunga perplessità fosse un rifiuto
con poca sua riputazione e con danno ancora del Papa e del Re, i quali
se ne restavano incerti delle cose loro; e con pregiudizio del Senato
eziandio che dava ai maligni l’occasione di calunniarlo, come se
tirasse in lungo il negozio della lega tra i Cristiani per avvantaggiar
quello della pace coi Turchi.
E perchè parlando un giorno in Collegio potè rilevare delle parole del
Doge che a lui faceva difficoltà, sol questo, di dover anticipatamente
spendere la parte sua e quella del Re per riscuotere in tempo futuro,
e che in tutto il resto facilmente si comporrebbe; giudicò poter per
sua destrezza trovar partiti a togliere di mezzo siffatto ostacolo.
Era occorso di fresco che per necessità di frumenti i Veneziani avean
preso in alto mare (come allora si costumava) un convoglio di navi
che trasportavano i grani della Puglia a Napoli: di che eran venute
in Venezia le persone che v’aveano loro interesse, a domandarne il
prezzo; e di più i ministri dell’erario regio a ripetere la valuta
delle tratte, per le quali domandavano gran somma. E stando Marcantonio
coll’animo vôlto appunto alla difficoltà del danaro, trovò a caso chi
l’informò pienamente di siffatto successo. Indi pensò cavare partito
per la sua causa.
Scrisse al cardinal Morone in Roma che dovesse trattare coi ministri
del Re cattolico di lasciare ai Veneziani il prezzo dei frumenti e
delle tratte, per quattro mesi, durante la campagna: dopo la quale,
fatti i conti e detratte le spese, si pagherebbe la differenza cui
toccasse. Con siffatto ripiego ai Veneziani si toglieva il timore di
poter riscuoter denari da un principe più potente in tempo futuro;
lasciando la grossa somma depositata nelle loro proprie mani: nè
pareva farsi ingiuria al Re se, per così grande e pubblico beneficio,
e per soli quattro mesi, rimettesse il pagamento che a lui medesimo
ed ai sudditi suoi più doviziosi era dovuto. Laonde proposto che fu
segretamente questo partito dai ministri del Papa a quelli del Re,
tutti d’un animo l’accettarono. Ed il Morone immantinenti ne dette
conto a Marcantonio: il quale aspettando questa risposta andava
tuttavia più oltre ne’ suoi trattati, e nella certezza che la maggior
parte del Senato fosse per lui rivolta in favor della lega: altra
difficoltà non restando se non quella del danaro.
Avute pertanto le risposte in debita forma, tornò in Collegio, e
propose come suo pensato questo modo di acconciare gli interessi:
dicendo che, quando alla Signoria fosse piaciuto, se ne potrebbe
trattare. E quantunque alcuni, come suole avvenire nei congressi di
molte persone, mettessero fuori diverse difficoltà, pure considerata
bene la ragione da ogni parte, il consiglio dei Pregadi a grande
maggiorità abbracciò la proposta. Ma quando poi quei signori chiamarono
Marcantonio per comporre con lui il tenor delle lettere da scriversi
a Roma a fin di condurre i ministri del Papa e del Re a prestarvi il
consentimento, allora Marcantonio sorridendo, e tra le maraviglie degli
astanti mostrando le carte, diede loro il negozio per concluso.[121] E
al tempo stesso gli strinse a decidere, perchè gli altri aspettavano
ed il nemico insolentiva. Onde il giorno appresso con quella maggior
solennità a che la Repubblica veneta usata era, messo il partito
della lega, dappoichè la difficoltà del danaro erasi tolta, fu quello
abbracciato con tale concorso che tra dugento senatori non restarono
più che dieci contrarî, e tutti gli altri cento e novanta favorevoli.
In mezzo ai quali entrato per poco tempo Marcantonio, prese la
risoluzione: e speditamente partitosi portolla a Roma tra il plauso
infinito dei popoli ovunque passò, maravigliandosi ciascuno che egli
fosse riuscito in un negozio tanto difficile, quanto che tutti avevano
fino a quel giorno tenuta per vana la sua gita a Venezia.[122]
[25 maggio 1571.]
Così dunque, restando fermi i capitoli già concertati, e ricevuto
eziandio dai Veneziani l’articolo aggiunto con la predetta malleveria,
fu sottoscritto in Roma alla presenza del Papa l’istrumento della
Lega alli venticinque di maggio. Letti ad alta voce i capitoli in
pieno concistoro, il sommo Pontefice pose la destra sul suo petto, e
gli ambasciadori di Spagna e di Venezia sopra i santi Evangeli: tutti
insieme ne giurarono l’osservanza. I banditori la pubblicavano nella
chiesa di san Pietro.[123] E mentre da più parti intorno si facevano
feste e si apparecchiavano l’armi, il Pontefice per tramandare alla
posterità la memoria di questo glorioso avvenimento del suo tempo
faceva coniare una medaglia;[124] sopra la quale era scritto in bronzo:
— Sanzione della lega contro i Turchi. —
Nel mezzo volle effigiati i contraenti per tre simboliche figure:
cosicchè alla diritta l’una di fiero e marziale aspetto armata di
elmo, corsaletto e soprasberga, con a piedi l’aquila imperiale,
simboleggiasse il re Filippo di Spagna: l’altra sulla sinistra in
grave movenza di donna forte, sparte le chiome, e cinta di ducal
corona, con sotto l’alato lion di san Marco, figurasse la Repubblica
di Venezia: e mentre il Re porge la destra alla Repubblica, la Chiesa
Romana nel mezzo come nobil vergine in abito sacerdotale, col papal
triregno sulla fronte e l’agnello di Dio a’ piedi, abbracciando e quasi
stringendo ambedue, conferma il patto dell’alleanza. Dall’altro lato
poi lasciò agli artisti che ritraessero la sua fisonomia di profilo,
a capo nudo, e con le mani giunte sul petto, scrivendogli attorno:
— Pio quinto Pontefice Massimo l’anno della salute mille cinquecento
settantuno. —
[Giugno 1571.]
VI. — Conclusa pertanto l’alleanza con infinita consolazione del Papa,
si rivolse Marcantonio a preparare l’armamento. E innanzi a tutto
deputò Innocenzo volgarmente detto Cencio Capizucchi, patrizio romano,
a far la levata delle fanterie, con grado di maestro di campo generale,
e patente che sebbene porti la data dell’anno successivo, tuttavia
parla ancora del presente in questa sentenza.[125] «Havendo il signor
Cencio Capizucco mastro di campo generale delle battaglie di Roma
e dello Stato Ecclesiastico, come apparisce per motoproprio e breve
della felice memoria di Pio IV concessoli, sempre esercitato detto
uffitio con molta prudenza, fede e valore, e massime l’anno 1571 nella
speditione della lega contro Turchi: per ciò stante detti motoproprio
e breve e saggio che diede di sè nella sopradetta impresa et in ogni
altro tempo, e desiderandoli noi per tutti li sopradetti rispetti
questo et ogni altro honore e riputatione, n’è parso conveniente
dichiarare, come con la presente dichiariamo, che il presente anno
e nella presente speditione della detta Lega habbia da esercitare
e continuare il detto suo uffitio di mastro di campo con tutti i
suoi carichi et privilegi et emolumenti, secondo più largamente si
contiene ne i detti motuproprio e breve, et altri soliti concedersi
in tale offitio: ordinando a qualsivoglia et colonnelli, capitani,
luogotenenti, alfieri, sergenti, et altri uffitiali e soldati nostri
che, riconoscendolo per mastro di campo come sopra, l’obbedischino et
assistino nel detto suo offitio, come la persona nostra propria, per
quanto stimano la gratia et il servitio di nostro Signore. Dato in Roma
li 27 d’aprile 1572. Marco Antonio Colonna duca di Paliano.»
Similmente confermò Pompeo Colonna nel grado di suo luogotenente,
pose generale delle fanterie Onorato Gaetani signore di Sermoneta,
colonnello delle medesime Pirro Malvezzi gentiluomo bolognese, e
capitani delle otto compagnie, ciascuna di ducento fanti, Flaminio
Zambeccari di Bologna, Ruggero Oddi di Perugia, Angelo Mezzatosti
di Roma, Giammaria Puccini di Roma, Giannantonio Gigli di Fuligno,
Gianpaolo Berardelli da Spoleto, Livio Parisani da Perugia, e Ippolito
Tebaldini da Osimo:[126] ai quali si unirono molti prodi e veterani
soldati e cavalieri statisti, come Michele Bonelli, Orazio Orsini
di Bomarzo, Lelio de’ Massimi, il conte Francescantonio Berardi,
Tullio da Velletri, Fabio e Niccolò Graziani, Girolamo Mariotti
da Fano, il cavalier Tommasi d’Ancona, il capitan Camillo Bartoli
da Perugia, il marchese Malaspina, il signor Fabrizio Ruspoli di
Roma, Ottavio Speranza da Fano, Muzio Colonna, Carlo del Monte, il
Baglione, Ottavio Corona e Orazio Campana romani, Francesco Zucconi
da Tivoli, Marcello Regio d’Ancona, Maurizio Calmanti da Camerino,
Giulio Angelici da Macerata, Matteo Pierbenedetti da Camerino, Pasquale
Micara da Sanseverino, Gaudenzio Contucci da Matelica, Marzio Spuntoni
e Felice Rossolini da Viterbo, e tra i molti altri valorosi che ho
nominato l’anno addietro[127] il capitan Bartolommeo Sereno: che
indi a quattro anni, posata la spada di cavaliere romano e preso il
sajo di monaco cassinese, scrisse i commentarj di questa guerra che
furono non ha guari per le stampe pubblicati.[128] Or costoro tanto
bene si governarono, ciascuno secondo il suo carico, per le città
più popolate e guerriere dello Stato, che sebbene paresse impossibile
di trovare soldati a quei tempi per esser tutti sbigottiti non solo
dalla mortalità e dagli stenti patiti l’anno addietro sull’armata, ma
anche dalle discordie degli alleati; nondimeno con meraviglia di ogni
uomo innanzi ai quindici di giugno ebbero tutte le compagnie compite,
rassegnate e pagate; e di gente così prestante e valorosa, che tutti ne
facevano le meraviglie, e se ne promettevano quei felici successi che
poi si videro.
Intanto si trattava in Roma del modo di avere le galere. Secondo il
capitolo nono della Lega, avrebber dovuto i Veneziani dare dodici
galere sfornite, ed il Papa armarle di sue genti ed a sue spese.
Tuttavia nell’anno presente i Veneziani non le dettero; ed il Papa
presele dal granduca Cosimo di Firenze. Qui fa mestieri notare come,
tra tutti i Papi del cinquecento, solamente Pio quinto si trovò
non avere galere sue proprie. Gli ordini diversi osservati dai suoi
predecessori nel costruirle, armarle o condurle per i tempi di mezzo,
sino a tutto il secolo decimoquinto, e le imprese da essi fatte sono
state da me descritte e pubblicate in quattro libri.[129] Ne ho in
punto altri dieci per la storia del tempo successivo; condotti al modo
stesso, e sopra quella maniera di documenti che ho in uso studiare. Si
vedrà come nel cinquecento non v’ebbe fazione alcuna di momento nei
nostri mari, ove non fossero le galere proprie dei Papi. E ciò tanto
nelle guerre d’Italia al tempo di Alessandro VI, di Giulio II, di Leon
X, e di Clemente VII; quanto nelle guerre dei pirati e dei Turchi. Il
marchese Cintio Benincasa, il conte Gabriele Bonarelli, Giovanni del
Biassa, Paolo Vettori, Bernardo Salviati, il conte dell’Anguillara,
Carlo Sforza, Flaminio Orsini, il conte Marcantonio Zane,[130] il
commendatore Emilio Pucci, il cavalier Cesare Magalotti, ed altri
multi prodi capitani, o nativi dello Stato o congiunti ai Papi per
vincoli di sangue o di clientela, guidarono le galere romane nel secolo
decimosesto a Rodi, a Santamaura, a Corone, alla Goletta, a Tunisi,
alla Prevesa, a Castelnovo, ad Algeri, ad Afrodisio, a Tripoli, alle
Gerbe. Tutti sanno l’infelice successo dell’armata cristiana sotto il
duca di Medinaceli all’isola delle Gerbe, che ivi fu compiutamente
disfatto dai Turchi. Tra gli altri capitani di squadre, si trovò a
quella giornata con le galere romane il cavalier Flaminio Orsini: uno
dei pochi che seppe prevedere il disastro, e suggerirne il rimedio;
unico che tenne il fermo nel combattere e nel morire. Col sangue
suggellò la prudenza dei consigli, e dette la vita per cuoprire la
fuga dei compagni. Caduto l’Orsino, i Turchi ebbero le galere del
Papa; e tutta la nostra gente di capo e di remo passarono a fil di
spada, o condussero in schiavitù. Il resto dell’armata, quasi cento
legni d’ogni grandezza e d’ogni parte d’Italia e di Spagna, andò
perduto: i pochi che si salvarono colla fuga, dovettero saperne grazia
all’Orsino. Questo avvenne nel 1560, al tempo di Pio IV. Il quale,
spaventato di tanta rovina, smise il pensiero delle galere, e rivolse
più tosto l’animo a fortificare la spiaggia romana per difendersi ne’
suoi domini. Riprese i lavori attorno alla città Leonina,[131] munì
le fortezze di Civitavecchia e di Ancona, e cominciò a mettere in piè
quel sistema di torri che si distende sulla riva del mare dal monte
Circèo all’Argentario. Io ho voluto seguirlo in siffatto lavoro di
fortificazioni; e rifacendomi ai principî sopra i disegni originali
e con nuovi argomenti penso averne dato saggio non ispregevole per
alcune scritture intorno ai bastioni di Civitavecchia,[132] ed alla
rocca d’Ostia.[133] Or Pio quinto, venuto al pontificato sei anni
dopo, continuava l’opera del predecessore,[134] quando fu colto
all’improvviso dalla guerra dei Turchi in Cipro: indi si trovò, come
ho detto, senza naviglio, e fu costretto chiederne ai Veneziani.[135]
Nondimeno alla fine dell’anno armò in Civitavecchia tre galere sue
proprie:[136] altre ne aggiunse Gregorio XIII, e non guari dopo Sisto V
ebbe il vanto di richiamare a nuova vita la marineria romana.
Ma nel trattar la Lega del mille cinquecento settantuno, ricordava
Marcantonio di quanto poca soddisfazione riuscite fossero le galere
prese l’anno innanzi a Venezia, e che non convenisse allora nè privare
la Repubblica del suo meglio, e nè anche accettare i suoi rifiuti:
ricordava altresì la troppa lontananza di là a Roma, che doveva essere
il centro del movimento delle milizie, come lo era di tutti gli affari
dei confederati: e suggeriva che alle spese della Camera apostolica,
e senza ingiuria di alcuno, si potrebbero assoldare le dodici galere
che teneva a Livorno il granduca Cosimo di Fiorenza grammaestro
dell’ordine militare di santo Stefano. Io non mi fermerò alle origini
di tale ordine cavalleresco che nel primo secolo di sua vita ebbe
grande celebrità di belle e gloriose imprese che risuonano ancora e
risuoneranno nel tempo a venire; ma stretto ai termini dell’argomento
mio mi starò contento a riprodurre i capitoli stipulati tra la Camera
apostolica e il serenissimo granduca per la condotta delle predette
galere.[137]
«Capitulazione tra nostro Signore Papa Pio V et il serenissimo gran
Duca di Toscana per l’assento delle dodici galere di Sua Altezza per
l’effetto della Lega.
»Avendo Sua Beatitudine, nel tempo che durerà la Lega tra sua Santità,
la maestà del Re cattolico, et li signori Venetiani, a tener armate per
servitio di essa certo numero di galere, per minore spesa della Sede
Apostolica, disegnando accostarsi a qualche Principe che commodamente
possa sostener questo peso, ha giudicato che il serenissimo gran Duca
di Toscana non meno ossequente et amorevole verso di Sua Santità che
fautore del servizio di Dio, et amatore del benefitio pubblico di
Christianità, sia per pigliar volentieri questa cura. Ha però Sua
Santità convenuto con sua Altezza in questo modo, cioè:
»In prima che sua Altezza sia obbligata havere in Civitavecchia, almeno
per tutto il mese d’aprile prossimo 1571, dodici galere buone di fusti
ed atte a navigare, con i suoi remieri, armamenti, monitioni, fuochi,
arme, artiglierie, vele, sarte, et ogni altra cosa necessaria per il
detto effetto nel modo a punto che si tenevan già a soldo dalla Maestà
Cattolica.
»Che la Capitana habbi cinque huomini di remo per banco da poppa
all’arbore, et quattro dall’arbore alla prua, con tutti quelli huomini
et offitiali di più che a una Capitana si ricercano et son soliti
ritenersi dall’altre.
»Che la Capitana habbi fanale, concerto di trombetti, et ogni altra
cosa solita portarsi da altre galere capitane, talchè il Generale di
Sua Santità non habbi a provvederla d’altro che di bandiere, tendali di
seta, et altri ornamenti soliti portarsi da li generali.
»Che il capitano della galera capitana, et così il pilotto d’essa
habbino a esser eletti et deputati dal Generale di Sua Santità, et
similmente il capitano d’una altra galera, accetto che della Padrona,
a spese però di Sua Altezza, con il medesimo stipendio et pagamento che
ella è solita pagare questi simili per il passato.
»Che il Generale di Sua Beatitudine habbi a provedere il vitto suo
della tavola di poppa, et de’ suoi servitori.
»Che il Generale di Sua Santità habbi a essere obbedito dal Generale,
luogotenente, capitani, offiziali, et ministri di dette galere, et gli
sia lecito castigar chi commettesse alcun delitto su dette galere; con
darne conto però a Sua Altezza.
»Che il Generale di Sua Santità non possa in modo alcuno dar libertà
alli forzati o schiavi di dette galere, senza partecipazione di Sua
Altezza.
»Che il Generale di Sua Santità, o la R. Camera, et suoi ministri
possino sempre che gli pare pigliar la mostra di dette galere, acciò
possino vedere che stieno ben proviste et con gli huomini che sono
obbligate tenere.
»Che il Generale di Sua Altezza, o suo luogotenente, possa navigar
sempre con dette galere et su quella che più gli piacerà: lasciando
però la capitana al Generale di Sua Beatitudine, quando vi sarà
presente.
»Che le altre undici galere siano almeno di ventiquattro banchi a tre
huomini per banco, o quel più che paressi a Sua Altezza.
»Che Sua Altezza sia obbligata tenere su dette dodici galere sessanta
uomini tra marinari et offitiali in tutto per ciascuna galera.
»Che Sua Altezza debba metter li capitani et marinari a modo suo in
tutte le altre galere, eccetto li due offiziali della Capitana et il
capitano dell’altra, come di sopra.
»Che Sua Altezza habbi a tenere una fregata armata di padrone
et huomini, almeno di sette banchi, per il tempo che le galere
navigheranno. Che le dette dodici galere sieno tenute sei a sei
servire quando si sarà in attual guerra, et sei altre ne sieno armate
continuamente, dandoli però di suo verno mesi cinque all’anno.
»Che quando Sua Santità voglia porre nelle dette galere fanteria, debba
essere a tutte spese di Sua Santità, conforme a quello che si costuma
et fa con quelle che stanno al soldo della Maestà Cattolica.
»Che Sua Santità sia obbligata pagare il soldo di sei galere solamente,
il quale s’intenda di scudi cinquecento d’oro in oro il mese per
ciascuna galera, conforme a come li paga Sua Maestà cattolica.
»Che la galera capitana debba essere pagata a ragione d’una galera et
mezza.
»Che Sua Santità sia obligata dare la tratta dei grani per servitio di
dette galere che costuma di dare la Maestà Cattolica alle sue.
»Che li scudi d’oro il mese, che importa la spesa di sei galere si
debbino pagare in tre paghe, ogni quattro mesi la rata: et che per
detti pagamenti sia obbligata Sua Beatitudine consegnare a Sua Altezza
l’assignamento nella sua generale tesaureria o qualche altro modo da
potersene valere a detti tempi.
»Che Sua Altezza habbi a tenere le sopra dette dodici galere in essere
per tutto il tempo che durerà la lega tra Sua Santità, la Maestà
Cattolica, et la Signoria di Venetia: non intendendo in parte alcuna
alterata per questo, anzi salva sempre la capitolazione che Sua Altezza
tiene con la maestà del Re cattolico; col consenso del quale, dato
per sue lettere de’ 18 ottobre prossimo passato, queste dodici galere
servono per l’effetto della lega di Sua Beatitudine.»
VII. — All’entrare di giugno furono nel porto di Civitavecchia le
galere assoldate dal Papa a Firenze: e quantunque di gran lunga
migliori delle altre prese l’anno precedente a Venezia, pur esse
mancavano di remigi, di munizioni e di molte cose; di che per la
diligenza grande di Marcantonio sollecitamente si fornirono in quel
porto.[138] Di là al tempo stesso movevano marinari e capitani,
non solo per militare nell’armata pontificia,[139] ma anche nella
veneziana.[140] Ecco i nomi delle galere, e dei dodici cavalieri
che la guidavano.[141] La Capitana destinata secondo i capitoli a
Pompeo Colonna, la Padrona condotta da Alfonso d’Appiano, la Reina
dal cavaliere Olgiati, la Grifona da Alessandro Negroni, la Soprana
da Antonio d’Ascoli, la Toscana da Metello Caracciolo, la Vittoria
da Baccio di Pisa, la Pace da Jacopo Perpignano, la Pisana da Ercole
Lotta, la Fiorenza da Tommaso de’ Medici, la Santa Maria da Pandolfo
Strozzi, il San Giovanni da Angelo Biffoli, l’Elbicina da Fulvio
Galerati, la Serena da Ettore Caraffa duca di Mondragone, nominato da
Marcantonio; e di più sei fregate. Venute le quali a Civitavecchia,
e raccoltesi quivi pur da Corneto le fanterie, parve al Colonna che
fosse tempo di imbarcarsi. Prima però volle andare con gli ufficiali
del suo seguito a pigliar congedo dal Papa; il quale, dopo averlo
con tutta l’effusione dell’anima benedetto, gli diè tre ricordi:[142]
invigilasse sulla pietà delle genti, e non patisse giammai che alcuno
fosse tanto ardito da bestemmiare il nome di Dio; secondo, licenziasse
gli scostumati e non tenesse a bordo giovanetti imberbi; terzo che
non togliesse i soldati dalle battaglie di Maremma. Per quest’ultimo
provvedeva al di dentro la difesa dello Stato, quando spediva al di
fuori la guerra; pel secondo, assicurava la morale in un punto tanto
dilicato quanto per le sue costituzioni si fa manifesto; e pel primo
manteneva incorrotte le pratiche della religione ed il timor di Dio.
Le quali cose avendo Marcantonio promesso osservare, si partì da Roma
alli tredici di giugno: e passata la notte a Cerveteri, entrò il dì
seguente in Civitavecchia. Colà onoratamente ricevuto si trattenne fino
al ventuno:[143] rivide le galere, rassegnò le genti di capo e di remo,
e fece di tutti i soldati sulla piazza d’arme una mostra assai bella
per ogni rispetto, massime pel numeroso concorso di gentili cavalieri
e di nobili dame venute da Roma a salutare gli amici e a dar animo
ai guerrieri. Onorato Gaetani, vestito di tutt’arme e sopravveste di
raso bianco,[144] conduceva ad una ad una le compagnie d’innanzi al
Generale. Più d’ogni altro fu commendato il capitan Mazzatosti di Roma,
onesto e prode condottiero, alla testa di uomini valenti e di bello
e grande aspetto; appresso il capitan degli Oddi che mostrava la sua
compagnia assai ben armata di corsaletti e di morioni; e il capitan
Livio Parisani da Perugia, che l’avea fiorita di molta nobiltà: ma per
esservene di troppo giovani, ne furono cassi parecchi, secondo l’ordine
del Papa. Impietosirono gli astanti nel vedere que’ bei giovanetti
uscir dalla compagnia, piangendo il rifiuto.[145] Questi tornarono alle
case loro, e gli altri presero il complemento a Napoli con una mano di
militi romani che avevano campeggiato nel regno.[146]
Alli ventuno di giugno, imbarcatosi Marcantonio con Michele Bonelli,
Gabrio Serbelloni, Pompeo Colonna, e il celebre cavalier Romegasso
sulla Capitana; Onorato Gaetani sulla Grifona, monsignor Paolo
Odescalchi nunzio del Papa sulla Vittoria; e distribuiti quegli
altri signori e capitani con le loro fanterie, ciascuno sopra la
galea assegnatagli, sciolsero le vele da Civitavecchia con vento
freschissimo di tramontana: e dato fondo il dì seguente nel porto
di Gaeta, entrarono il ventiquattro sull’ora di vespero in quel di
Napoli.[147] Quivi alla riva erano il Cardinal vicerè ed i ministri
regî a riceverli con tante dimostrazioni di onore quante mai se ne
potessero. Santelmo, Castelnuovo, e castel dell’Uovo davano fuoco alle
più grosse artiglierie, e il popolo napoletano serrato a calca sul molo
acclamava strepitosamente alla venuta dei Romani. Felice presagio di
lieto avvenire. Ma in mezzo alla comune letizia che tutta una città
dimostrava per la venuta della squadra papale, i soldati spagnoli
dal presidio, o punti di gelosia, o mossi dalla rivalità nazionale,
insultando villanamente alle milizie nostre quiete e pacifiche per la
città, provocarono tumulto di molta importanza. Imperciocchè essendovi
al primo affronto morti alcuni di loro e feriti quattro papalini, già
dall’una parte e dall’altra si chiamavano i compagni, e si correva
all’armi, con pericolo di maggior sconcio, se dalla prudenza di
Marcantonio non vi si fosse opportunamente ovviato. E seppe egli tanto
destramente fare col Cardinal vicerè, che sebbene offeso dall’essere i
papalini entrati sin dentro al suo palazzo a far vendetta, tuttavia con
pace d’ognuno fu in un subito ogni cosa acquietata e sopita.[148]
E quantunque egli desiderato avesse fermarsi in Napoli sino all’arrivo
di don Giovanni, per esser dei primi ad inchinarsegli ed a trattar
insieme della guerra; ciò non per tanto essendogli venuto da Roma
l’ordine di partir subito per Messina, affinchè quanto più egli
s’inoltrasse verso levante tanto più don Giovanni s’affrettasse a
raggiugnerlo, e tanto meglio i Veneziani si mantenessero in fede; prese
commiato dal Vicerè, ed ai venti di luglio fu a Messina, festeggiato
altresì da quei popoli, che vedevano nel porto e alla raunanza dei
confederati comparire prima d’ogni altro lo stendardo di Roma.[149]
[20 luglio 1571.]
VIII. — Intanto che gli alleati perdevano il tempo nelle lunghe
difficoltà dei trattati e nei tardi apprestamenti della guerra, già
il sultano di Costantinopoli, cavata dai Dardanelli l’armata sua, di
quasi trecento vele, da una parte aveva stretto l’assedio di Famagosta;
dall’altra assaltava le Isole dei Veneziani; e riempiva di arsioni e di
rapine Candia, il Cerigo, il Zante, e la Cefalonia. Erano i Turchi sul
muovere a irreparabil danno sopra Corfù, quando Marcantonio si volse a
provvedere eziandio da quella parte alla salute degli amici.[150]
Aveva il Senato fin dal verno precedente tolto il comando a Girolamo
Zane, perchè non aveva combattuto a Cipro, e posto in suo luogo
Sebastiano Veniero; uomo, secondo l’usanza dei Veneziani, di nobil
sangue, dotto di leggi, acuto di mente, di grande eloquenza e di
maggiore ardire, famoso per molte avventure e per non poche ferite
fatte e toccate in quelle risse ove esso avidamente correva a mescolare
le mani.[151] Sebastiano al primo rumore di guerra, quantunque
vecchio di settant’anni, era andato ad offerire il suo braccio ancora
robusto in servizio della patria: egli avea tolto a sè i carichi più
rischiosi e difficili, quando altri ricusavansi; e sempre tenendo per
la guerra, avea pur con poca gente poc’anzi espugnata la fortezza
di Soppotò nell’Albania. Venuta la buona stagione, Sebastiano era
in punto con tutta l’armata di più che cento galere: ma avendo tanto
paese a difendere, e non essendo in alcun luogo porto capace e sicuro
da contenerla, aveva dovuto smembrarla in due divisioni: delle quali
l’una stanziava a Candia, con i provveditori Canale e Quirino; e
l’altra seco a Corfù con il luogotenente Barbarigo. Giunte queste
notizie a Marcantonio quando passava da Napoli, e discorrendone
insieme con Ascanio della Corgnia, e col Buonvicino secretario dei
Veneziani, mostrò ad ambedue come dall’essersi tutta l’armata del
Turco arditamente cacciata in mezzo tra le due divisioni del Veniero e
dei provveditori, facilmente potrebbe interporsi un grave ostacolo al
congiungimento di tutte le forze della lega: per a cui ovviare, era da
scrivere immantinente al Veniero in Corfù, acciò prima d’esser chiuso
in quel luogo dovesse prendere senza più il cammino diritto per la via
di Otranto a Messina; ed il simile dovessero fare a golfo lanciato da
Gandia le altre galere dei provveditori Canale e Quirino: passando al
tempo stesso questi sulla sinistra e quegli sulla diritta dell’armata
nemica, per unirsi all’istesso punto in Sicilia.
[21 luglio 1571.]
Siffatti avvisi furono giudicati importanti dal Buonvicino, e che in
diligenza spedì un corriero a Brindisi, e fece saperli al Generale
veneziano: il quale, vedendo approssimarsi l’armata nemica, antivedeva
egli stesso il sinistro; così del pericolo suo, standosene fermo in
quel luogo; come della impossibilità d’unirsi agli altri, entrando
in golfo. Nella quale perplessità, non avendo tempo da consultare il
Senato, risolvette di seguire il parere di Marcantonio: e il fece col
voto de’ suoi capitani, specialmente di Agostino Barbarigo, uomo per
singolar prudenza e valore da tutti commendato. Ondechè Sebastiano
spedì ordine in Candia, che le sessanta galere di quell’Isola venissero
difilate a Messina: ed egli stesso, quasi alla vista dell’armata nemica
che nel canal di Corfù compariva, partissi. Ma la sua levata, come fu
repentina e contr’animo, così gli apportò infinito travaglio per molti
rispetti: massime perchè vedeva l’inimico vigoroso venirgli sopra, e
la lega novella non essergli a beneficio; anzi cagione ch’egli, mentre
il Turco entrava in golfo e poteva accostarsi a Venezia, dovesse
abbandonare la patria, lo stato e la capitale, andandosene improvviso e
quasi fuggiasco nei regni altrui.
Voglionsi avvertire e considerare questi fatti per giudicar delle
persone e delle cose: e non saltare a un tratto alla grande giornata,
senza mettere innanzi quei particolari che la prepararono; d’onde è il
merito di chi vinse.
[23 luglio 1571.]
Quando l’armata del Veniero si appressava a Messina, uscì dal porto la
nostra squadra: e per tre miglia incontro agli amici sopravvegnenti
andò con quella pompa che allora si costumava. Marcantonio fece
abbatter le tende, pavesar le galere, issare i più ricchi stendardi
da poppa e da prua, spignere fino alla penna le fiamme di dommasco,
porre i pennoncelli variopinti al calcese, i gagliardetti all’osta,
e su per le sartie di maestro e di trinchetto quattro sàgole con
assai banderuole d’ogni taglio e colore: i soldati alle balestriere,
i bombardieri sul castello di prua, i marinari alla freccia dello
sprone, le genti di capo sulle rambade, gli ufficiali e i gentiluomini
alla spalliera, ciascuno alla sua posta, come se fosse il momento
del combattere. E mentre le milizie brandivano le armi, e le ciurme
palpavano il remo, la nostra capitana appuntato il cannone di corsia,
con quattro tiri salutava lo stendardo di san Marco: quindi tutte
le altre galere nostre prima da diritta e poi da sinistra, una dopo
l’altra, ripetevano con due tiri. I Veneziani di fronte altresì
pavesati a festa risalutavano con innumerabili spari da ogni parte; e
gli uni e gli altri a intervalli facevano risuonare le melodie della
musica marziale. Allora tutte le nostre galere, ripresa la voga,
passarono per mezzo alle veneziane; ciascuna delle nostre tra due delle
loro; ed avendo nel passaggio acconigliati i remi, e poscia virato di
bordo sulla contrammarcia, si accompagnarono insieme per ritornare a
Messina. Nella qual manovra la capitana nostra prolungandosi a lato
di quella di Venezia, tanto che l’una coll’altra si incontrassero
alle scalette di poppa; Marcantonio Colonna, Michele Bonelli, Onorato
Caetani, e monsignor Odescalco prevennero il general Veniero, e
tutti quattro a un tratto saliti sulla galera gli furono intorno,
festeggiandolo con quelle liete accoglienze che usano i marini, e che
allora per tanti rispetti più si convenivano. Nè per questo cessarono
le salve dei Veneziani, come le nostre: che anzi essi non fecero altro
in quel tragitto se non sparar cannonate sin quasi dentro il porto;
dove, secondo che entravano, ripetevano il fuoco per salutare la piazza
e le fortezze con tanto rimbombo d’artiglierie che non si sarebbero
udite scoppiar le folgori. La città all’incontro non mancò al debito
suo di corrispondere; imperciocchè da quattro parti ordinatamente
salutava senza riposo, finchè non furono tutte le galere arrivate,
e ferme agli ormeggi. Dopo un’ora sopravvennero le famose galeazze,
cui tanta parte della vittoria a Lepanto è dovuta; e quantunque
rimburchiata ciascuna da quattro galere, pure lentamente entrarono.
Ma allorchè furono dentro, daddovero che si fecero sentire: e tal fu
il fragoroso scoppio delle grosse artiglierie che prognosticarono, al
dir di taluni, la grande ruina degli Ottomani.[152] Il dì seguente
Marcantonio convitò al suo bordo il Generale veneziano, e tutti gli
ufficiali superiori delle due bandiere; e il veneto appresso rese
la pariglia a Marcantonio ed ai maggiori dell’armata romana:[153]
con tanta, non dirò già pace ed osservanza, ma amore ed amicizia dei
capitani, dei marinari, e dei soldati tra loro, che tutti ed essi
medesimi sommamente lieti ne pigliavano maraviglioso diletto. Nè
bisognava meno per ritenere in Messina i Veneziani trenta giorni, in
quella stagione, senza far altro che domandare quando giugnerebbe don
Giovanni: e sentire dall’altra parte continuamente gl’infiniti danni
che i Turchi facevano nelle Isole, in Dalmazia, e in ogni luogo dei
loro possedimenti. Imperciocchè l’armata nemica per continue crudeltà,
col ferro e col fuoco, per terra e per mare, da Candia sin quasi a
Venezia guastando ogni luogo scorreva, e non soltanto nei casali e
nelle spiagge aperte, ma nelle terre murate e nelle stesse fortezze
combattendo entrava; talchè avendo espugnato Dulcigno e Antivari,
ripreso Soppotò, ed assalito Cattaro, non altro restava se non che
da sera a mattina comparisse davanti a Venezia. Giungendo pertanto
con grande rapidità l’una dopo l’altra queste notizie a Messina, più
volte il Veniero (che anche non poco dubitava dell’animo del re di
Spagna)[154] piuttosto che consumare così inutilmente quel tempo, si
mostrò risoluto d’andarsene e far da sè qualche impresa: e più volte
il Colonna coll’autorità e prudenza sua lo ritenne, dimostrandogli
che per il merito della costanza nel mantenere la lega, presto maggior
ricompensa e maggior trionfo n’avrebbe.[155] E sebbene afflittissimo
anch’esso del pubblico danno, e di quello suo privato per la morte di
donna Giovanna sua figliuola, duchessa di Mandragone, per la quale
non pur la sua famiglia e guardia ma le galere ancora messe a lutto
e coperte di gramaglia davano a tutti cagione di cordoglio; non per
questo smetteva punto dell’usata diligenza, nè lasciava oziose le
galere in Messina: ma unite alle veneziane ora le spediva a Milazzo
per levar vittovaglie,[156] ora all’Eolie per inseguir pirati, ora
a Palermo per condurne milizie all’armata. Nelle quali spedizioni
si adoprarono con molta utilità pubblica e senza danni; quantunque
rompessero più volte terribili burrasche. I Veneziani poco pratici di
quelle riviere, andati a Reggio per vino, perdettero sette galere nel
mare.[157]
[7 agosto 1571.]
Vero è che la molta lealtà e i grandi servigi, che avevano rese le
genti romane carissime ai Veneziani e ai Messinesi, non valsero
a dimesticare l’altiera natura dei soldati spagnuoli, per la cui
malvagità si riprodussero in Sicilia quegli stessi scandali, già
da loro in Napoli provocati. Tanto è difficile la pace co’ superbi.
Il qual fatto, quantunque coperto dagli altri storici cui tornava a
vergogna, si trova dai nostri con tutte le sue particolarità descritto;
e dal Sereno tanto bene e saviamente narrato, che io crederei mancare
al debito mio se, in materia sì grave, aggiungessi o togliessi solo una
parola a quelle di lui contemporaneo e testimonio di veduta, che dice
così:[158] «Or mentre quivi (in Messina) si stava aspettando che gli
altri ministri dei collegati con gli altri vascelli si riducessero, gli
Spagnuoli soldati che al presidio di quella città si trovavano, forse
perchè avevano udito che la questione seguita in Napoli tra quelli
della loro nazione e i soldati italiani del Papa fosse con disvantaggio
dei loro terminata, e per ciò sperando vendicarsene volessero
farne risentimento; o per qualsivoglia altra cagione lo facessero,
assaltarono una notte con abbominevol soverchieria alquanti dei
soldati di quelle galere, i quali senza sospetto, il fresco della terra
sicuri godendosi, chi qua, chi là d’intorno al porto per tutto sparsi
dormivano. E avendone alcuni così all’improvviso feriti, con disonesta
vigliaccheria molte spade e cappe di essi rubarono. Il che non parendo
agl’Italiani che fosse da comportarsi, quantunque di lor mano la
mattina seguente ne gastigassero alcuni, avevano nondimeno risoluto
di far loro un tal giuoco che con molta uccisione terminandosi,
avria senza dubbio gli animi di quelle due nazioni si gravemente
concitati, che facilmente grave disturbo alle cose dell’armata recare
avrebbe potuto. Ma fu da Marcantonio con tanta prestezza rimediato,
che avendo fatta pigliare alcuni di quelli Spagnuoli che il delitto
avevano commesso e condannare alla catena in galera, e alcuni altri
impiccare, s’acquetò di tal sorta il tumulto, che non fu dipoi alcuno
dell’una parte o dell’altra, che di tal fatto osasse più di parlare.»
Mal si comportarono i Papalini con la vendetta di arbitrio privato;
peggio gli Spagnuoli con le ruberie, gl’insulti, e le provocazioni; e
giustamente Marcantonio con la prudenza sua, usando a tempo il credito,
l’imparzialità, e il grado di luogotenente generale e supremo duce,
nell’assenza di don Giovanni, oppresse il disordine nella sua origine,
e assicurò l’armata da ogni turbamento futuro anche per questo capo.
[9 agosto 1571.]
IX. — Intanto la Cristianità, senza ristare ai successi di Messina,
affissava da lungi il guardo sulla persona di don Giovanni; e co’ voti
giorno e notte affrettavane la venuta.[159] Egli uscito di Barcellona
dopo molti stenti a mezzo luglio, giungeva il ventidue a Genova con
quarantaquattro galere: e dopo esser passato di lungo avanti a Livorno,
ed aver fatto una breve posata a Civitavecchia, liberando da molti
sospetti la Liguria e la Toscana,[160] entrava finalmente alli nove
d’agosto nel porto di Napoli. Era don Giovanni d’età giovanetto, di
aspetto bellissimo, di maniere gentili, e di grandi speranze; figlio
naturale di quel Carlo, cui tuttavia chiamavano invitto imperadore.
Indole egregia, amor di gloria, sincerità d’animo, e desiderio del
pubblico bene si accordavano mirabilmente in lui, e dalla franca
espressione di sua fisonomia venivano a chiunque il riguardasse
dimostrati. Nondimeno per queste istesse ragioni facilmente si levava
all’arroganza sopra i colleghi, e cadeva nella debolezza sotto agli
adulatori invidiosi. Sin dai primi giorni per le sue lentezze aveva
fatto palese al mondo quanto egli fosse stretto a seguir la politica
del Re[161] suo fratello: il quale, sotto specie di aiutare la sua poca
età, ma in fondo per viemeglio dominarlo, avevagli dato a governo un
consiglio privato d’uomini suoi devotissimi, don Luigi de Requesens
commendator maggiore di Castiglia, il conte di Pliego, Stefano Mutino
dell’abito di Santiago, Giovanni Soto, Pierfrancesco Doria, ed il
Marchese di Pescara; il quale, essendo in quei giorni morto in Sicilia,
non ebbe allora successore:[162] ma nell’anno seguente gliene furono
dati una ventina, che tarparono le ali di quel giovanetto, e finalmente
lo ridussero a mutar costume. Soperchieria di Filippo; più a danno
pubblico, e de’ Veneziani, e del Papa, che del fratello.
[13 agosto 1571]
Sostenne don Giovanni dieci giorni in Napoli per ricevere quivi gli
onori, che da quella città regalmente se gli facevano; e per torre
a gran pompa dalle mani del cardinal Granuela il bastone del comando
e lo stendardo della lega, che il sommo Pontefice gli aveva mandato.
Questa cirimonia con molta solennità e numeroso concorso di cavalieri,
di dame e di tutto il popolo napolitano fu compiuta nella chiesa di
santa Chiara, alli tredici di agosto: di che il cardinale scrisse a Pio
quinto con molte e belle parole la lettera seguente.[163]
«Padre Beatissimo.
»Dopo i baci umilissimi de’ santissimi piedi: Avendo ricevuto le
lettere dalla Santità Vostra per mezzo del conte Sassatelli che
rimenerà a Roma la mia risposta, io ho consegnato oggi stesso, secondo
il rito e nelle forme che mi si erano ordinate, lo stendardo benedetto
ed il bastone insegna del capitanato generale di tutte le milizie della
lega cristiana al Serenissimo don Giovanni d’Austria, due giorni dopo
il suo arrivo: la qual cosa sarà di salute alla repubblica cristiana
ed ai nemici di terrore e di ruina, come sommamente desidero e con
preghiere continue d’innanzi al Signore Iddio imploro: tuttociò che
dalla Santità Vostra mi verrà comandato, son pronto ad osservare e
subitamente obbedire. Oggi doveva partirsi l’istesso don Giovanni
d’Austria, ma per cagioni necessarie ha differito a domani: egli
certamente si affretta, ed io ancora con molti argomenti lo sospingo
e non manco per quanto posso coll’aiuto, fatica, studio ed opera a
sollecitare questa stessa prontezza. Ne conceda il Signore prosperi
eventi, e la Santità Vostra alla sua Chiesa lungamente conservi sano.
Della Santità Vostra umilissimo servitore obbedientissimo, Antonio
cardinale Granuela.»
[23 agosto 1571.]
Quindi don Giovanni tolte le divise del suo generalato, e punto da più
maniere di stimoli che il Pontefice da ogni parte gli metteva addosso,
uscì dal porto di Napoli, ed alli ventitrè giunse finalmente a Messina.
Venne così tardo, e insieme tanto improvviso, che appena furono in
tempo le armate pontificia e veneziana ad uscire per incontrarlo.
Pur nondimeno con somma allegrezza e festa incredibile ricevuto dai
collegati, allo sparo di una salva reale di tutte l’artiglierie;
e dalla città di Messina sopra un ricchissimo palco messo a mare,
ricoperto di sontuose drapperie, di vaghe pitture e di ingegnose
iscrizioni, entrò nella terra alla testa di una splendida cavalcata di
gentiluomini e capitani, fino al palagio reale. Laddove, licenziatosi
da ogni altro, si restrinse per due ore a trattar con Marcantonio:
facendosi intendere, che quanto alle deliberazioni e governo
dell’armata non avrebbe mai cosa alcuna risoluto se non quanto da lui
fosse stato approvato e dal generale dei Veneziani, secondo i capitoli
della lega.[164]
[24 agosto 1571.]
Dopo le quali cose volendo anche contentare quegli altri signori
e venturieri che quivi erano, li ebbe tutti il dì seguente sulla
sua capitana; ove stando esso nel mezzo e Marcantonio alla diritta,
sedettero nel salone di poppa l’un dopo l’altro, nelle loro assise
e costumi, Sebastiano Veniero generale dei Veneziani, che bollente
di giovanile ardore in età decrepita non sofferiva che di altro si
trattasse che di partenza e di battaglia; il commendator di Castiglia
don Luigi de Requesens, uomo di molta esperienza nelle cose del mondo;
Pompeo Colonna luogotenente sull’armata del Papa, Onorato Gaetani
generale delle nostre fanterie, Michele Bonelli nipote giovanetto di
sua Santità, Francesco Maria della Rovere figliuolo del duca d’Urbino,
Alderano Cibo marchese di Carrara, Alessandro Farnese figliuolo di
Ottavio duca di Parma, Stefano Mottino maestro di don Giovanni, Paolo
Giordano Orsini duca di Bracciano, Ascanio della Corgnia maestro di
campo generale delle fanterie della lega, monsignor Paolo Odescalchi
nuncio del Papa, Gabrio Serbelloni milanese generale delle artiglierie,
don Bernardino de Cardines, don Carlo Davalos, Ottavio e Sigismondo
Gonzaga, don Pietro di Padiglia, don Lopez di Figueroa, Vincenzo
Caraffa, il conte di Lodrone, don Pompeo della Noia, Giovan Ferrante
Bisballo, Girolamo Morgat, il conte di Santafiora e Paolo Sforza suo
fratello, Ettore Spinola generale delle tre galere di Genova, Antonio
Provana conte di Leiny generale delle galere di Savoia, Giovanni
Vasquez di Coronado capitano della reale, don Luigi d’Acosta capitan
della padrona reale, Gil d’Andrada, Pirro Malvezzi, Ambrogio Negroni,
Giorgio Grimaldi, Stefano de Mari, Nicolò Doria, David Imperiali,
Giovanni di Cordona, Ferrante Caracciolo conte di Bìccari scrittore dei
commentarj di questa guerra, e molti altri, che furono più di sessanta
persone. Quivi prima d’ogni altro si fece a parlare don Giovanni,
mostrando le relazioni che si avevano dell’armata nemica, e le qualità
della cristiana: poi svolse così per le generali il suo intendimento
con animo bello e generoso, senza venire a niuna risoluzione; e pregò
tutti que’ signori che se avessero a dire, sì il facessero liberamente;
o se alcuno amava meglio dare il suo parere in iscritto, egli in buon
grado l’avrebbe.
E quantunque non pochi di essi, specialmente spagnuoli e loro
aderenti, pensassero che non si dovesse a niun patto mai arrischiare
la battaglia; ma soltanto difendere gli stati della Cristianità, o
al più assaltare qualche fortezza lontana dall’armata nemica, per non
esporre a pericolo la propria; tanto più che i Turchi, a parer loro,
dovevano stimarsi invincibili in mare;[165] ciò non pertanto, ritenuti
dalla vergogna di aversi in così picciol conto e di tanto poco stimare
il fiore dei cavalieri cristiani, quivi venuti non già a dichiararsi
impotenti, sì bene a combattere, si tacquero. Parlarono però
Marcantonio e il Sebastiano, affermando che l’armata cristiana era più
che bastevole a vincere in ogni riscontro la nemica: e che qualunque
altra impresa di terra, o espugnazione di fortezze o d’isole, vorrebbe
riuscire o vana, o di poco momento, se prima l’orgoglio dell’armata
nemica non si fosse abbassato: perchè ove niuno ardisse frenarla,
l’altrui sgomento le darebbe animo a sempre mantenere la padronanza
di tutto il mare. Alle quali proposte non solo a cenni fece plauso
continuamente monsignor Odescalchi, nuncio del Papa, ma appena potè
parlare, a nome di sua Santità, disse: non bramare altro se non che si
ponesse questo pensiero ad effetto, e che si accelerasse la partenza
e la battaglia, che per buone ragioni prevedeva doversi terminare con
una splendida vittoria. Laonde ripetendosi queste parole, di battaglia
e di vittoria, da molti capitani e da tutti i venturieri giovani, che
veramente o non dovevano dir nulla o questo, fu sciolto il consiglio.
Causa di maggior discordia nell’armata. I Veneziani gli si attaccarono
forte, e vi si tennero sempre saldi; perchè fatto a parer loro con ogni
solennità di pieno consenso e deliberazione di tutti; da non doversi
mai più rivocare dubbio: dicendo che chiunque non aveva in quel giorno
fatto parola in contrario, era convenuto con la parte maggiore, nel
punto di cercar l’inimico e di combatterlo. Ma non pensavano così i
parziali di Spagna: ai quali pareva che il consiglio fosse stato tenuto
da don Giovanni per cirimonia, e per dimostrazione di gentilezza: e
che si dovesse ancora pigliar tempo, ed esaminare meglio le imprese
di sicura riuscita. Non già per fuggir la battaglia, no: ma per
andar cauti in ogni cosa; per cavare certe utilità ora da Brindisi,
ora da Otranto, poi rinforzi di fanteria, e appresso provvigioni, e
l’un giorno assalir Negroponte, l’altro espugnar Castelnuovo. Tutti
andirivieni conosciuti: voltarsi di fianco quando non si vuole andare
di fronte; e dar tempo al tempo perchè da cosa nasca cosa.
[1 settembre 1571.]
E questo si faceva non solo in parole ma anche in scritture, con gran
disturbo dell’impresa e avvilimento di tutti. Ascanio della Corgnia
pubblicava un manifesto alli venticinque d’agosto in Messina, il giorno
dopo al consiglio: nel quale parlando a don Giovanni tra l’altre cose
diceva:[166] «Vostra Altezza non ha forza bastante per andare a trovare
l’armata nemica, nè per tentare impresa alcuna a diversione, o ad altro
effetto, senza porsi a manifesto pericolo di perdersi malamente.»
Ascanio dopo la grande giornata venuto a Roma non essendo ricevuto
dal Papa nè con accoglienze nè con parole, come egli pretendeva di
meritare, cadde ammalato; e diede ragione universalmente di credere
che da quel dispiacere gli fosse venuta la morte, che in assai breve
spazio gli succedette. Non pochi tra i maggiori condottieri parlavano
e scrivevano simili indegnità: tanto che Marcantonio ristucco della
soperchieria ed autorità dei contradittori, mandava allora a Roma una
lettera arcana, che diciferata diceva così:[167] «Il signor Ascanio
della Corgnia ed il conte di Santa Fiora, con altri tenuti d’autorità,
si fanno intendere pubblicamente in parole e in iscritture che non sia
bastante l’armata nostra a combattere la nemica, e in tal modo fanno
raffreddare l’animo buono del signor don Giovanni: ed io, che tanto
ho faticato a ridurre le cose a sì buon termine d’unione, non posso
comportare che dopo tante fatiche e spese si perda una occasione tale,
donde può risultare tanta inconvenienza e pubblico danno.... Io di
tutto sento gran disturbo, nè posso quietarmi come il signor Ascanio e
Santafiora, che sono pur vassalli di Sua Santità, vadano tanto contro
la buona mente sua e contro il comun servigio, facendo tanto conto
dell’armata nemica per il numero delle vele, che sono di gran parte
fuste e vascelli piccoli; et fare sì poco conto dell’armata nostra,
che sono duecento e dieci galere, sei galeazze, e trenta navi: che non
so quando mai se ne unirà un’altra tale. Io potrei quietarmi e lasciar
fare a chi tocca; ma non devo.... et il mio voto sarà sempre che si
combatta.» Per questo egli era perseguitato: e i suoi nemici sottili
arti adoperavano a metterlo in diffidenza de’ confederati. Tra i
Veneziani spargevano che se la intendesse secretamente cogli Spagnuoli;
e tra gli Spagnuoli che egli seguitasse la parte dei Veneziani: don
Giovanni liberamente dicevagli che contro di lui gli si erano fatti
pessimi uffici, e il re Filippo (che non ardiva per rispetto di san
Pio spiegare con lui l’animo suo) scrivevagli lettere misteriose,
rammentandogli sempre gli obblighi suoi, come se diffidassene, o
volesse condurlo all’adempimento di alcun secreto e poco onesto
disegno.[168] Onde Marcantonio per più lettere e più persone fece
sapergli che il togliesse da quella incertezza; e se era malcontento,
gli desse licenza di potersi ritirare: altrimenti parlasse chiaro quel
che da lui desiderava. Ecco al proposito due lettere importanti: ecco
come un uomo grande, ma suddito e feudatario del cinquecento, scriveva
del re Filippo e degli affari correnti a san Pio, e a san Francesco
Borgia:
«Reverendissimo Padre.
»La Paternità vostra si è incaricata per sua bontà di supplicare
la Maestà Sua che mi desse licenza di lasciare questo generalato,
dappoichè dicono che io l’ho preso con altro fine che non è di servir
Sua Maestà; o vero, se così gli fosse piaciuto meglio, mi comandasse
ciò che avrei a fare. Ora torno di nuovo a supplicare la Paternità
Vostra per la cosa medesima, purchè non si opponga il signor Ruy
Gomez, nel quale ho fondata speranza. Mi sono giunte diverse lettere
di Sua Maestà mettendomi sempre avanti le mie obbligazioni che tengo
per servizio suo. Di modo che la mia volontà, che a questo mira più
che a quante ricchezze e onori sono nel mondo, si tiene per nulla.
Peggio è che sento dire essersi proposto a Sua Maestà di scrivermi cose
anche più strane. Che se a tal mi vedessi, io gli lascerei tutto, e
me ne verrei costà, e sarebbe un bene all’anima mia. Ecco che quando
pensavo che i miei servigi sarebbero graditi, non essendomi trovato in
Roma, nè avendo trattato cosa che potesse dar disgusto a Sua Maestà,
avendogli l’anno passato messo in salvo l’onore dell’armata sua, e in
questo conclusagli la lega, mi trovo al punto di dover scrivere la mia
giustificazione. In che modo servo al Signor don Giovanni egli lo vede,
e lo vedrà: però quando penso che alcuno abbia a dire che me lo fanno
fare per forza, resto tanto afflitto, come se questo fosse cosa nuova
per gli altri di casa mia e per me stesso. Sia lodato Iddio, che ci
fa conoscere quanto poco vale questo mondo. E sappia vostra paternità
reverendissima che tanto pubblicamente correva voce che il signor don
Giovanni veniva coll’ordine di mettermi in paura e soggezione, che
il Papa mandò qui monsignor Odescalchi principalmente a raccommandar
me a questo Signore, e a trattar con lui, pensando che a me non mi
ascolterebbero. Lodato Dio, che siamo qui tutti: e si vedrà quel che
vale ciascuno. A vostra paternità bacio le mani, pregandola a perdonar
la molestia: chè certamente questo negozio mi ha dato tanta afflizione,
che mi ha fatto dimenticar quella della galera in Messina li quattro di
settembre 1571.»
A san Pio, senza toccare i particolari, sapendo ambedue le istruzioni
di monsignor Odescalco, e ciò che direbbe tornandosene allora a Roma,
scriveva brevemente così.
«Santissimo et beatissimo Padre.
»Da monsignor Odescalco Vostra Santità sarà informata di ogni
particolare di quest’armata. A lui mi rimetto: certificando la Santità
Vostra che il detto monsignore con giuditio et diligenza ha eseguito
l’ordine suo. — Raccomando alla S. V. le cose mie. — Et bacio li suoi
santissimi piedi. Di Messina li 15 settembre 1571.»
[2 settembre 1571.]
X. — Ma quando a’ due di settembre furono riunite nel porto di Messina
le altre sessanta galere dei Veneziani, venute da Candia a golfo
lanciato, senza aver toccato terra, per una delle maggiori navigazioni
che simili bastimenti avessero da gran tempo fatta; e quando nella
stessa giornata altre undici galere del Re, agiatamente condotte da
Giannandrea Doria, vi ebbero dato fondo;[169] crebbero le dissensioni.
I Veneziani non potevano più patire di esser tenuti a bada colà, nè gli
Spagnuoli risolversi a partirsene. Questi sempre in parole di nuove
consultazioni per veder ciò che s’avesse a fare; quelli all’opposto
sempre fermi nel partito già preso di cercar l’inimico e di dargli
la battaglia. La qual differenza tanto più dispiaceva ai Veneziani,
quanto che vedevano i regi ad ogni altra cosa, men che alla battaglia,
prontissimi. A Giannandrea, l’istesso giorno dell’arrivo e senza loro
consentimento, era dato da don Giovanni il comando di tutta l’ala
diritta nell’ordinanza della lega; a don Carlo Davalos similmente
il governo di tutte le navi, ad Ascanio della Cornia di tutte le
fanterie. Ascanio, che a loro dispetto parlava e scriveva in Messina
contro la battaglia; Carlo, che a loro danno era stato nella guerra
di Cipro; e Giannandrea, che dovunque e sempre attraversavali.[170]
A costoro il comandare, ai Veneziani l’ubbidire. Le leggi, uscite di
penna a don Giovanni, senza participazione di alcun di loro, tosto si
pubblicavano: e più volte s’era veduto, in barca e bandiera spagnuola,
il banditore venirsene sotto la Capitana veneziana intimando a suon
di tromba l’osservanza di certi editti, e le minacce di certe pene, di
che il general Sebastiano era costretto a dire non sapersi cosa gli si
comandava.
Marcantonio là in mezzo difficil carico sosteneva, la lega per lui
durava: tutto amorevolezza verso i Veneziani, procacciava quietarli; e
tutto osservanza verso don Giovanni, dirgli liberamente il suo parere:
quelli per lui tolleravano lo strazio; e questi per lui rimediava ai
disordini. Non era sempr’esso la causa; ma altri poco officiosi e meno
benigni. Pur la macchina andava, e le opposte pretensioni restavano
dentro certi limiti: oltre ai quali più di una volta sarebbero
infallantemente trascorse se Marcantonio, mirando al pubblico bene, non
le avesse con somma prudenza contenute.[171]
[8 settembre 1571.]
Tra questi travagli si venne agli otto di settembre a dar la mostra
generale di tutta l’armata. Le dodici galere pontificie e le sei
fregate furono stimate ottime per la qualità ed armamento loro, e
più pel numero e bellezza delle fanterie; al paro di chi che fosse
all’armata;[172] le galere del Re eziandio ben fornite d’armi e di
genti; quelle dei Veneziani, pregevoli per ogni altro capo, e mal
fornite di fanterie; non avendo più che ottanta soldati per galera. E
quantunque il loro Generale con buon fondamento dicesse che i remigi
dell’armata sua, perchè tutti cristiani e volontari, non turchi
o sforzati, in caso di battaglia, lasciato il remo piglierebbero
l’armi, ed egli ne avrebbe più combattenti d’ogni altro; ciò non
pertanto i consiglieri di don Giovanni deliberarono che in ciascuna
galea di san Marco dovessero mettersi venticinque soldati del Re. Gli
Spagnuoli volevano comparire in ogni parte, assicurarsi dei Veneziani,
e aggravarne i difetti: pognamo pur che fossero, come questo era,
segno di loro bravura. Di che si alterarono grandemente, parendo loro
indegnità d’essere voluti aiutare nel combattimento da chi mostrava
tanta poca voglia di combattere; e di ricevere in casa, anzi dentro
le viscere delle loro migliori fortezze (chè tali erano le galere pei
Veneziani) gente straniera, sospetta, e coll’armi in dosso. Sebastiano
s’opponeva, don Giovanni protestava; e Marcantonio tenuto dal primo in
altissimo concetto e dagli altri in più fede che tutta la lega,[173]
temperando quello e persuadendo questi, riusciva a mettere sulle galere
veneziane quattro mila soldati tra Spagnuoli ed Italiani che erano in
Messina ai soldi del Re. Io stimo, e ogni altro meco vorrà convenire,
che la mediazione di lui era primo sostentamento della Lega, e la
sommissione dei Veneziani segno il più certo della loro buona volontà.
I loro nemici non poterono negarlo: e gli storici meno parziali
condotti dall’evidenza dei fatti riconoscono in quella ed in
altre occasioni la fiducia, e la sincerità con che procedevano i
Veneziani.[174]
[10 settembre 1571]
XI. — Ciò non pertanto gli alleati non movevano da Messina: e molti
ricantando la potenza, la bravura, il numero, e ogni altro vantaggio
vero o supposto dei Turchi, dissuadevano la partenza. Per ciò don
Giovanni divisò raunare un’altra volta il maggior consiglio, e mandar
di nuovo a partito la già presa deliberazione. Tutti quei signori, che
erano stati chiamali il ventiquattro di agosto, tornarono sulla reale
ai dieci di settembre; più il marchese di Santacroce, Prospero Colonna,
il Quirini, il Canale, Giannandrea Doria, e alcuni altri arrivati di
fresco, quasi settanta persone, a rimestar l’argomento del cercare o
del fuggire la battaglia.
I tutori di don Giovanni che pensavano aver già fatto gran cosa ad
aiutar i Veneziani sino a Messina, e non volevano altri viaggi nè
battaglie, per fuggir la taccia di codardia, affettavano prudenza:[175]
non si arrischiasse tutta la naval forza della Cristianità ad una
battaglia di esito incerto; si attendesse alla stagione troppo
inoltrata per navigare, al difetto di viveri, di milizie, e di molte
cose: meglio rivolgersi a Tunisi, ove sarebbero guadagni certi; doversi
procedere con grandissima cautela, e guardarsi bene dagli scontri
repentini: affinchè l’armata nemica, già tanto vittoriosa, che aveva
la gran provincia di Dalmazia e il ricco regno di Cipro all’impero
Ottomano soggettato, potesse facilmente andarsene a Costantinopoli.
Ma dall’altra parte Marcantonio, Sebastiano, il marchese di Santacroce,
tutti i Romani e tutti i Veneziani, dicendo che erano venuti per
combattere non per tremare di paura, per mettersi alla prova non
per fuggirla, e che alla Cristianità recava pericolo ogni altra cosa
fuorchè la battaglia, persistevano in richiederla. Quando fosse vinta,
secondo che doveva con ogni ragione sperarsi, l’avrebbe per sempre
liberata: e quand’anche perduta si fosse, non potrebbe però il nemico,
senza grandissima sua strage e ruina di molte sue navi, della vittoria
godere; per l’ardire e la bravura di tanti valorosi guerrieri, quanti
nell’armata cristiana se ne vedevano. In tal caso nè la cristianità
nè i regni d’Italia, ben guardati e muniti, avrebbero nulla a temere
dagli inimici tanto debilitati, dai quali quantunque potenti s’erano
sempre difesi. L’armata cristiana non già la turca correrebbe pericolo
di esser disfatta dal tempo; dipendendo la prima da più principi
le cui volontà potevano mutarsi, e la seconda dalla volontà di un
solo che non mutava mai. E ripetendo che il turco non fosse già mica
l’invincibile, nè che avesse tanta superiorità di forze, nè per il
numero dei vascelli, nè per la loro qualità, che non si potesse con
molto vantaggio delle pavesate, rambate, artiglierie e galeazze nostre
superare, conchiudevano che per necessità di non romper la lega, e
per la molta speranza della vittoria, e con poco pericolo in caso di
rovescio, si dovesse onninamente andare a combatterlo.
Le quali ragioni, sostenute dal generale veneziano con assai calore
e dal romano con molta saviezza, bastando già i due voti secondo
i capitoli della Lega a dar legge al terzo, ridussero don Giovanni
(quantunque perplesso tra l’osservanza del fratello e gli stimoli
della gloria) a inclinare il suo voto in favor della battaglia. Ondechè
levatosi in piedi a un tratto, e rivolto agli astanti parlò presso a
poco in questo tenore:[176] «Avendo qui adunate sotto l’imperio mio
tutte le forze marittime che dai principi cristiani cavar si possono,
penserei di commettere grave scelleratezza se in tanti e sì urgenti
pericoli dei Veneziani gravemente afflitti, mentre sono compagni e
nella lega confederati, io non li soccorressi d’ogni aiuto opportuno.
Pertanto ho risoluto, insieme col Generale del Papa e di Venezia, di
partirmi di qua; e di fare ogni diligenza per trovar l’armata nemica
e con l’aiuto di Dio combatterla. Esorto adunque e prego ogn’uomo che
l’animo e le forze generosamente disponga a secondarmi: talchè io possa
risolutamente venire alla battaglia; e con tutti voi rallegrarmi poscia
d’una splendida vittoria.[177]
Dopo le quali parole, udite da tutti in profondo silenzio, gli
astanti senza eccezione, anche gli stessi regi curatori che tanto
avevano sconsigliato il combattere (fosse vergogna, fosse adulazione)
proruppero con grandi applausi, acclamando alla generosa e risoluta
semenza di don Giovanni: e quasi tutti lietissimi, se ne uscirono dal
consiglio. Sull’atto diffusane la notizia; fu, da chiunque non avesse
sinistre intenzioni, ricevuta con un solo e solenne sentimento di
gioia.
[16 settembre 1571.]
XII. — Sei giorni dopo, tutta l’armata cristiana usciva dal porto di
Messina, tra le acclamazioni dei popoli, la festa dei soldati e le
maraviglie dei marinari. Navigavano in bellissima ordinanza, e prima di
tutto con grandissime dimostrazioni di pietà: avendone dato l’esempio
i generali, i colonnelli e gli altri ufficiali; e detto ai soldati
che si dovesse confidare in Dio per aver buoni effetti da così giusta
e santa guerra, tolta per servigio suo, e per la difesa della fede e
della patria. Però quasi tutti in Messina si erano riconciliati con
Dio, ed avevano ricevuti per le chiese i sacramenti: e comunemente si
giudicava che forse mai non si fosse veduta un’armata così disciplinata
in fatto di religione. Nella qual cosa grandemente si adoperarono
quei sacerdoti Cappuccini che il Papa aveva messo nelle pontifice
galere;[178] e quei padri Gesuiti che il Re aveva mandato nelle sue;
e quei tanti dell’ordine di san Domenico e di san Francesco che qua
e là sulle galere di Genova, di Venezia e di Savoja esercitavano il
sacerdotal ministerio. Andava di vanguardia don Giovanni di Cardona con
otto galere spalverate, venti miglia a mare; con ordine che scuoprendo
l’armata nemica dovesse ripiegarsi subito sulla nostra, e rimettersi
al luogo assegnato, con dar conto al Generale di quanto avesse veduto.
Appresso di tutte le galere dell’armata si fecero tre divisioni; cioè
il corno destro, la battaglia, e il corno sinistro: mettendo le galere
del Re, del Papa, e della Repubblica interzate e miste tra loro,
perchè si aggiustassero le squadre ad essere egualmente gagliarde,
e si togliessero i pericoli di ammutinamento e di fuga. Così pure fu
riserbato un corpo di trenta galere da venire appresso un miglio per
soccorso e riserva. E finalmente per turno un capo di retroguardia col
carico di soccorrere se qualche galera rimanesse sbandata o zoppa; e
di allumare il fanale nella notte per dimostrare quanto addietro fosse
l’ultima galera; perchè le prime regolassero il cammino, e al far del
giorno si trovasse tutta l’armata unita. Le quali cose, con molti altri
ordini bellissimi, di che parlerò nel giorno della battaglia, furono
tutte disegnate in carta e dipinte a colori, coi nomi e stendardi di
ciascuna galera, e distribuitone un esemplare a tutti i capitani di
esse, e a tutti coloro che nell’armata avevano governo.
[21 settembre 1571.]
Le nostre galere assai quietamente, sebbene fossero accadute
alcune questioni di precedenza tra la capitana di Malta e quella
di Savoja,[179] rigirarono il capo Spartivento; e costeggiata la
Calabria, con diverse fortune, nella cala delle Castella dettero
fondo, al ridosso di capo Colonna. Nel qual luogo, mentre erano dal
gran vento impedite di procedere (pel quale sferrò con molto pericolo
la capitana di Malta) la notte avanti al ventuno di settembre apparve
in alto un segno, che fu dalla gente creduto prodigioso. Era il
cielo tutto sereno, il vento di tramontana freschissima, le stelle
chiare e scintillanti; ed ecco nel mezzo all’aria fiamma di fuoco sì
lucente e sì grande in forma di colonna per lungo spazio fu da tutti
con maraviglia veduta. E quantunque oggidì sia dimostrato che tra li
fenomeni elettrici e pneumatici dell’atmosfera, i quali più vigorosi
appariscono nel cader dell’estate, debbano annoverarsi non solo i
fuochi fatui e la luce di Santelmo; ma anche i globi di fuoco e le
travi ardenti, come questa; nondimeno allora gli spettatori, come
da prodigiosa apparizione, ne tiravano felicissimi augurj di gran
vittoria. Stimavano che la colonna di fuoco guidar dovesse l’armata
cristiana sul mare, come guidò il popolo d’Israele nel deserto: o vero
simboleggiasse colassù lo stemma di quel Colonna che, avendo quaggiù
coll’altezza della sua prudenza congiunto la lega, con la saviezza
del suo consiglio la sostentava.[180] E tanto più si addentravano nei
prognostici di siffatto segno, quanto che da molti altri era stato
in poco tempo preceduto: perchè la terra si era scossa a Ferrara,
il fulmine aveva pur dato in Roma sul campanil di san Pietro, e in
Firenze sulla cupola di santa Maria del Fiore: oltreacciò si diceva
che nella parte più sublime di santa Sofia in Costantinopoli, che oggi
è principal moschèa dei Turchi, fossero apparse alcune striscie di
fuoco, come tre croci. Di che sparsa la fama in ogni parte rinverdivano
le speranze dei popoli, come se quei segni presagissero la caduta
dell’impero ottomano. Dolci fantasie di rozze genti; che in ogni modo
disvelano le loro speranze, ed ovunque ne scorgono i segni. Tito Livio
ed altri storici, prima di narrare grandi successi, ricordano sovente
l’opinione dei popoli sui presagi.
[26 Settembre 1571.]
Ora io non istarò a noverar tutte le palate che dette, nè tutti i capi
che raddoppiò, nè le cale tutte ove diè fondo l’armata nostra; col
vento or favorevole or contrario, e col mare or di bonaccia or grosso:
ma insiem con lei me n’entro nel porto di Corfù, alli ventisei di
settembre, sull’ora di vespro, per vedere altri segni grandissimi di
quelle allegrezze che erano in ogni luogo dimostre ai capitani della
lega. Non rimase uomo alcuno in Corfù che non scendesse al porto,
nè pezzo alcuno d’artiglieria nella fortezza che non fosse sparato:
l’accoglienze e gli onori dei Veneziani a don Giovanni, a Marcantonio
ed agli altri condottieri apparver grandi, e le dimostrazioni di
confidenza infinite. Contuttociò, nella breve dimora che quivi fecero
aspettando il ritorno di Gil d’Andrada, spedito avanti sulle tracce
dell’armata nemica per cavarne notizie, non lasciarono i consiglieri
di Spagna di ritentar la prova se pur venisse lor fatto di smuovere don
Giovanni e di rivolgerlo altrove; cioè all’espugnazione di Santamaura,
o della Prevesa o di altre fortezze più vicine. Ma ributtate siffatte
proposizioni da lui, che ormai ardeva nel desiderio di trovar l’armata
nemica, fu nuovamente risoluto di tirare avanti per inseguirla: e posto
che non si potesse raggiungerla, si sarebbe assalito Negroponte. A
quest’effetto ordinarono che Gabrio Serbelloni imbarcasse sei pezzi
grossi da batteria, con ruote e carri di rispetto, seimila palle, e
polvere all’avvenante.
[2 ottobre 1571.]
Dalle quali cose speditosi don Giovanni, e ricevuta poco dopo da
Gil d’Andrada la notizia che l’armata turchesca era giusto allora
entrata nel golfo di Lepanto, condusse la nostra alle Gomenizze:
bello e capacissimo porto, messo dalla natura al di là di Corfù venti
miglia, sulla costa dell’Epiro; senza alcuna fortezza che ne tenesse
l’ingresso. Quivi l’armata dovette per tre giorni rimanere; essendo
il mare grosso, e il vento contrario gagliardo da scirocco. Nel qual
tempo i Turchi della provincia, temendo qualche sbarco, eransi raccolti
da più parti in arme, e spiavano ogni occasione per danneggiare
i Cristiani. Colà appunto alli due di ottobre successe la prima
scaramuccia; e toccò in sorte ai soldati di Marcantonio di far sui
nemici il primo fuoco. Imperciocchè, volendo una delle nostre galere
mandare gente in terra per acqua, il capitan Ruggiero Oddi di Perugia
sbarcò altresì venticinque soldati a spalleggiare gli acquatori.
Andarono alla sorgente, e dettero nell’imboscata di cinquanta cavalli
nemici. I quali a un tratto usciti fuori con grida ferocissime mossero
per caricare sopra i nostri. Però fu così destro un soldato velletrano
ad aggiustar la palla del suo moschetto in petto al caporal de’ Turchi,
che lo rovesciò semivivo da cavallo; e tanto prestamente i compagni
presero quel vantaggio, che a furia d’archibugiate cacciarono in
dirotta fuga il mal arrivato drappello.[181]
[3 ottobre 1571.]
Tra le feste che a bordo si facevano per la riuscita di questo primo
scontro, arrivarono quivi stesso nella notte le infauste notizie di
Cipro. Era rimasta in quell’isola ai Veneziani soltanto la fortezza
e città di Famagosta; che sin dall’anno precedente assediata, si era
pur lungamente difesa, per opera non solo del presidio sceltissimo di
gente italiana, ma anche dei nobili e terrazzani che dettero sempre
ogni bell’esempio di virtù. Ma dopo infiniti travagli, cavato nuovo
fosso, e rilevati altri fianchi e più traverse su tutte le opere di
fortificazione; difesa a palmo a palmo la strada coperta, l’argine, il
fosso, il muro, le brecce, e le ritirate; venute meno le munizioni, il
vino, il pane, e ogni speranza di soccorso; piene le strade e le case
di feriti, di languenti, e di cadaveri; dovettero finalmente capitolar
la resa: salva la vita dei capitani e dei soldati; l’uscita libera
a chiunque volesse, e ciò con armi, bagagli, cinque cannoni, e tre
cavalli, uno di Astor Baglioni governator generale della piazza, uno
di Marcantonio Bragadino provveditor dell’Isola, e uno del provveditor
Quirini; il passaggio sulle galere per fino a Candia; e i cittadini
rimanessero nelle loro case, vivendo da cristiani e godendo de’ loro
beni. Ma un giorno appresso alla giurata capitolazione, resa la città,
il Turco traditore fece tagliare a pezzi il prode Astorre Baglioni
di Perugia, con altri cavalieri principali di sua compagnia:[182] e
l’invitto Marcantonio Bragadino, mozzate le orecchie e schernito con
molte bestemmie più giorni, finalmente messo nudo in sulla piazza al
ferro della gogna, fece crudelmente così vivo scorticare: con tanta
costanza, fede e divozione di quell’uomo nei tormenti, che non perdendo
mai punto dell’animo suo generoso, rimproverando senza turbamento
a Mustafà, che era presente, la fede violata, e raccomandandosi
divotamente a Dio, in grazia di sua divina maestà come dobbiamo
credere, santamente spirò.[183]
XIII. — Udite siffatte atrocità in onta alle leggi di natura per
oltraggio della fede e del nome cristiano, l’indignazione dei soldati
sull’armata proruppe con segni tanto manifesti, quanto ciascun
generoso meglio può pensare che non io descrivere. Niuno però imaginar
potrebbe, senza che venisse ricordato, come l’istesso giorno di
così giusto dolore, quando gli alleati avrebbero dovuto viemeglio
stringersi e levarsi tutti insieme contro gli spergiuri per vendicare
il sangue dei traditi fratelli, allora appunto i fratelli contro i
fratelli rompevano, e tutta l’armata in due parti divisa si metteva
in punto di combattere con sè stessa, e mutuamente sconfiggersi
ed annichilarsi. Già ho detto come stavano tra loro di mal talento
gli Spagnuoli e i Veneziani; e quanto il general Sebastiano Veniero
s’era opposto per non ricevere nell’armata sua le soldatesche del
Re. Ma avendole, per la necessità di non rompersi apertamente con don
Giovanni, ricevute, presto successe ciò che egli già pensato n’aveva.
Era sopra una galera veneziana del capitan Andrea Calergi, nobile
candiotto, un tal Muzio Alticozzi di Cortona, capitano al soldo del
Re: uomo fazioso e caparbio, il quale per cagione di lieve momento
intorno a certe balestriere si lasciò fuggir di bocca parole villane
a vituperio dei Veneziani. Nacque allora una rissa tra le parti, che
fu a stento compressa dal Calergi. Ma essendosene poi le genti della
galera querelate col general Veneziano, questi mandò alcuni compagni di
stendardo (così chiamavansi a Venezia i berrovieri del mare) e ordinò
che fossero imprigionati i delinquenti. Se non che Muzio, dicendo che
egli niun veneziano riconosceva per superiore, fece tal resistenza
coll’armi contro quei dello stendardo, contro al Comito reale dai
Veneziani chiamato l’ammiraglio, e contro all’istesso generale
Veniero, venuto in fretta per frenarlo; che sotto quasi agli occhi suoi
ammazzò due uomini, e sconciamente ferì di archibugiata nella spalla
l’ammiraglio. Ma intanto essendo stato ferito in più parti, e preso
anche Muzio, fu a un tratto, così mezzo morto, per ordine del Veniero
sull’antenna di quella galera impiccato, insieme con un caporale e due
soldati partecipi del disordine.[184]
Non fu accidente in tutta quell’annata che più di questo turbasse
l’animo di don Giovanni; parendogli che l’autorità sua tornasse al
tutto disprezzata. E si alterarono intorno a lui maggiormente quei
consiglieri che non avevano voglia d’andare avanti, tanto Spagnuoli
che Italiani aderenti loro. Gli uni rappresentavano il fatto come
ingiustizia del Veniero, gli altri come offesa a don Giovanni, questi
come oltraggio alla nazione, quelli come degradamento dei capitani, e
quasi tutti come cosa da non doversi in niun modo comportare. Ondechè
sua Altezza radunò il consiglio privato: nel quale la maggior parte
deliberò che don Giovanni, per sua dignità e per ogni rispetto, doveva
pigliar prigione il General veneziano, e fare dimostrazione notabile e
rigorosa contro la persona sua. Ciò è dire, punirlo nella testa.[185]
Presa questa deliberazione, don Giovanni fece trattenere il consiglio
unito, mandò per Marcantonio, e quivi in pubblico il richiese se avesse
udito il gran disordine del general Sebastiano, che egli non sarebbe
mai per comportare. Indi lo pregò che dicesse subito il parer suo; non
come generale del Papa, ma come servitore del Re.[186] Marcantonio
era rivolto coll’animo a scusare quel fatto: perchè non si poteva
dubitare che il capitan Muzio ed i suoi complici non avessero meritato
il gastigo; e pareva che (quantunque prestati da don Giovanni) avendo
pur commesso grave delitto sopra le galere dei Veneziani, e dovendo per
quel tempo essere sottoposti agli ordini e giustizia loro, potevano
essere puniti dal Generale medesimo, massime in caso di urgente
necessità e per sicurezza sua; non restando altro a scolpare se non
l’errore, forse inavvertito, di non averne dato parte a don Giovanni
prima, o almeno subito dopo, della esecuzione. Ciò non pertanto, veduta
l’alterazione di sua Altezza, si contenne. Molto più che quivi erano
taluni i quali per private passioni facevano cattivi ufficî; e più
ancora che non miravano se non alla dignità dell’Altezza Sua, facendo
poco conto di tutti gli altri; e pochi di loro sapevano qual fosse
la sostanza dei capitoli: talchè avrebbero anzi acceso che spento
il fuoco. Pensò dunque di pigliar tempo a rispondere; e disse: aver
udito il caso del capitan Muzio; ma che, per esser quivi giunto allora
allora, prima di parlare desiderava sentire il parere di quei signori
che già avevano trattato l’argomento. Ondechè, tacendo Marcantonio,
ripigliarono quegli altri: ma confusi e peritosi, come avviene a chi
ripete pareri poco ragionevoli; specialmente innanzi a personaggio
sagace, che fissamente riguardando mostri noverare gli errori di
ciascuno, e biasimarne la poca prudenza. Finalmente Marcantonio col
movimento della persona mostrò di aver chiaramente compreso come
avessero già ferma quella deliberazione che peggiore tra tutte s’era
immaginata. Allora non volendo inutilmente opporsi nè entrare in
dispute contro tanti, si rivolse a don Giovanni, e rispose: che quello
che gli occorreva, come capitano del Papa e insieme come servitore
del Re, era il dissimulare intanto ogni ingiuria, e rimettere la
dimostrazione rigorosa ad altro tempo. E ciò per molte ragioni: prima
perchè la deliberazione venisse con minor calore, e quindi più prudente
e più giustificata: e poi perchè la dimostrazione rigorosa in quel
momento doveva farsi contro ad altri nemici, assai peggiori, coi quali
prima già s’erano disfidati; e che nondimeno impuniti e sempre più da
vicino insultavano e manomettevano a tradimento la vita e il sangue,
non di tre malfattori, sì di molte migliaja d’innocenti: essendosi
con tante fatiche e tante spese unita l’armata della lega per questo
fine. E perchè era altresì cosa certa che la dimostrazione di rigore
non si sarebbe potuta fare contro la persona di uno che comandava la
maggior parte dell’armata, senza combattere con lui e mandare in ruina
la lega e tutta la Cristianità, doveva ognuno intendere il pericolo
di quel consiglio. Si guardasse, che sarebbe poi biasimato da tutti, e
solamente lodato dai Turchi: i quali avrebbero cogli occhi loro così da
vicino veduto il giocondo spettacolo del combattersi insieme le armate
cristiane, e del caderne gli avanzi senza fatica in poter loro. Gli
altri però, principi e popoli della Cristianità, che avevano concetta
tanto grande speranza della virtù di don Giovanni e della potenza
della lega, resterebbero non solo delusi ma esposti alle ingiurie
dei barbari, per causa del disordine fatto da un privato gentiluomo
veneziano; che altro non era il Veniero, tornato che fosse a Venezia.
E quantunque agli offesi potesse parer dura la sofferenza, nondimeno
si doveva considerare ciò che ne direbbero gli uomini presenti e
gli avvenire: Ecco, direbbero, la lega è stata disciolta, il Turco
è prevalso, la congiunzione di tante navi è stata vana, don Giovanni
non ha fatto cosa alcuna degna del suo nome: e ciò perchè Sebastiano
Veniero ha impiccati tre uomini, che alla fine lo meritavano.
Quindi liberamente era di parere che, potendosi trovar alcun modo
a dissimulare per allora l’ingiuria, ciò fosse da fare: e procedere
innanzi. Così, domando l’ira con la clemenza e posponendo le private
passioni al pubblico bene, acquisterebbe don Giovanni quella fama e
quella gloria che sempre segue chi ben si governa.
Commosso don Giovanni alle ragioni ed ai consigli di lui, non solo
sospese la vendetta, ma arrossì di sè stesso; pensando anche aver
dato occasione a tal personaggio, di tanto senno e gravità, qual
era Marcantonio, di venir seco ad umili supplicazioni. Perciocchè,
dicendo l’ultime affettuose parole, per abbracciargli le ginocchia
gli si era inchinato. Laonde subitamente levatolo, rispose: che a
lui si rimetteva, perchè come aveva saputo ben consigliare, così
saprebbe anche meglio scegliere la forma più adatta a salvare le sue
ragioni, a contenere il general veneziano, e a fare insomma che tutto
ben procedesse, sino a veder l’esito della battaglia. E Marcantonio
salutandolo graziosamente si partiva, dicendo: che sarebbe andato di
presente a trattarne con Agostino Barbarigo, nella prudenza e destrezza
del quale molto si confidava.
Tornando allora col palischermo verso la sua capitana, già presso la
mezzanotte, vide tutta l’armata sossopra in gran rumore, per essersi
saputa la deliberazione del consiglio privato di sua Altezza, contro la
persona del General veneziano. Onde questi aveva preso l’armi, accesi
i fanali, chiamate intorno a sè le sue galere, e si apparecchiava a
difendersi: gli Spagnuoli dall’altra parte davano mano ad allestirsi,
e pieni di sospetto si tiravano da parte, e mettevano le armi in
coperta: i capitani di qua e di là scorrevano incerti di quel che
dovesse succedere: ed Agostino Barbarigo per quel rumore era venuto
sulla capitana pontificia, e aspettava che Marcantonio ritornasse dal
Consiglio. Per ciò narratisi rapidamente l’un l’altro le cose occorse
sino a quel momento, presero ambedue a trattar del modo che si avesse a
tenere per quietare don Giovanni. Convennero in questo, che Sebastiano
non dovrebbe più intervenire nei consigli, ma starsene nella sua galera
privatamente, e non farsi vedere a don Giovanni, nè anche nel navigare;
e che il Barbarigo potrebbe in sua vece entrare in consiglio, posto che
Marcantonio avrebbe sempre riferito prima quel che si dovesse trattare,
affinchè l’altro potesse venirci indettato dal suo Generale e dagli
altri provveditori. Preso questo concerto, se ne andarono al Veniero:
e come dubitavano della sua terribile natura, per essere quel vecchio
collerico e di subitanea impressione, fermarono insieme di usare ogni
arte per condurlo a secondare il loro avviso. Ma trovarono la cosa
tanto facile, che in due parole restò conclusa: perchè avendo colui
saputo della dimostrazione che si voleva fargli, già era fisso che non
sarebbe mai più montato sopra una galera spagnuola, quandanche tutta
la sua Repubblica vi si fosse unita. Marcantonio non per questo lasciò
con buone ragioni di ammonirlo, dicendogli: che mal si conveniva a lui,
tanto versato nelle leggi per tutto il tempo di sua vita, dimenticarle
nel maggior bisogno. Indi tornò a don Giovanni, che era quasi solo col
marchese di Santacroce e don Luigi de Requesens: tacque la facilità del
consentimento di Sebastiano: anzi mostrò come era gran cosa il tener
colui confinato nella sua galera, escluso dai consigli, e riservati a
miglior tempo quei risentimenti che fossero creduti giusti; e indusse
sua Altezza a contentarsene. La mattina seguente tutta l’armata, per
la prudenza del generale romano campata dal presentissimo pericolo,
assai quietamente dava le vele ai venti, facendo prua verso la
Cefalonia.[187]
[4 ottobre 1571.]
XIV. — In questo intervallo, sino alli sette di ottobre, che fu la
grande giornata, non successe alcuna novità di momento nell’armata
cristiana; e nè anche nella nemica. Ma da una parte e dall’altra due
cose si facevano; disputare della battaglia, e spedire gli esploratori.
I Turchi, sicuri di non poter essere offesi nel golfo di Lepanto,
dibattevano tra loro se dovessero uscir fuori, o no, incontro ai
cristiani; e al tempo stesso mandavano Carascosa, famoso corsaro, a
raccogliere tra le nostre galere il numero, la qualità, e per fino le
parole: tanto egli si pose a seguirle da presso.[188] Ma essendosi
costui per diversi accidenti ingannato nel conto, fu poi principale
cagione perchè i nemici deliberassero uscir dal golfo, e cercar
l’armata della lega: persuasi di pigliarsela tutta a salvamano, sol che
si mostrassero. I Cristiani dall’altra parte, levatisi dalle Gomenizze,
s’avviarono all’Isola di Paxo; già chiamata Ericusa. Nel qual viaggio
tutta l’armata per la prima volta si pose in perfetta ordinanza di
battaglia: e tenendo ogni galera ed ogni squadra il suo luogo, lasciò
finalmente considerare quanto tutta la fronte di essa si stendesse;
quanto spazio ciascuna squadra occupasse; quanto l’ala diritta a largo
mare dovesse tenersi per non stringere troppo a terra l’ala sinistra;
e finalmente in che modo ciascuno il suo ufficio ordinatamente far
dovrebbe, affinchè nel caso improvviso tra loro non si intricassero.
Con questa ordinanza, che fu molto bella a vedere, giunsero nel
canale tra Itaca e la Cefalonia. Dopo aver navigato ora a vela, ora
a secco, essendo i venti a segno di ponente e maestro troppo freschi
e con una sorda maretta, si fermarono alla punta settentrionale della
Cefalonia, in una calanca, detta Val d’Alessandria. Colà i consiglieri
privati, insieme con Giannandrea, un’altra volta rappresentarono a
don Giovanni l’incertezza del vincere, la difficoltà del fuggire,
e tutto ciò che poteva fare contro al disegno di combattere: ma non
poterono più smuoverlo; anzi, come alli dieci di settembre, furono
rimandati pieni di confusione. Dalla volontà di Marcantonio e dei
Veneziani, divenuta ormai volontà ferma altresì di don Giovanni, come
bisce tratte all’incanto, senza pur volerlo nè intenderlo, erano alla
battaglia condotti.[189] E tanto erano pubblicamente note le difficoltà
di costoro, che avendo anch’esso don Giovanni mandato tra gli altri
esploratori in più luoghi, ed anche in terra d’Epiro, un pratico
piloto, detto Cecco Pisano, a riconoscere l’armata nemica; questi
ritornando, maravigliato del numero delle galere, delle navi e dei
soldati ottomani, non volle da alcuno di loro lasciarsi intendere; per
timore che ne venissero altri impedimenti alla battaglia. Ma colto il
destro di esser da solo a solo con Marcantonio, dandogli secretamente
certa relazione del gran numero dei vascelli da lui veduti, gli disse:
«Spuntati l’unghie, signore, e combatti; che n’è bisogno.»[190]
[7 ottobre 1571.]
Pertanto fermatasi l’armata nostra il cinque di ottobre in Val
d’Alessandria, si mosse il sei: e contrastando tutto il giorno col
vento contrario, di levante e scirocco, per uscir dal canale della
Cefalonia, appena potè la notte. Ma non volendo tra le tenebre troppo
avanzare, col nemico così vicino, prima che alle isole Curzolari, dagli
antichi dette Echinadi, arrivasse, per aspettare il giorno fermossi. I
Turchi l’istessa notte, col vento a loro favorevole, usciti da Lepanto
per trovar l’armata nostra nel canale della Cefalonia, le venivano
incontro: così che ai sette di ottobre, molto per tempo, le due
armate vicendevolmente si avvicinavano a quei rivaggi ove si avevano a
decidere le nostre sorti.
E poichè questo luogo è venuto a tanta celebrità dopo la famosa
giornata, io stimo doverlo in qualche modo descrivere; affinchè meglio
possa ciascuno comprendere quel che appresso dovrà vederne.