galere. E mentre egli se la passava tra il sevo e la brusca, Girolamo
Zane e Marcantonio Colonna che avevano mantenute in punto e spalmate
di fresco le loro galere, trattavano insieme nella camera di poppa
della capitana pontificia, quel che si avesse a fare in così grande
distretta. Zane mise fuori le lettere più recenti di Nicosia e di
Famagosta: e poi ne cavò una avuta ultimamente da Venezia, per la
quale gli comandavano che (appena unite fossero con lui le galere del
Papa e del re) dovesse andare a Cipro, combattere l’armata nemica,
e liberare il regno. Sopra le quali cose ragionando, diceva: Non
potere il Turco occupare e neanche mantenere il regno di Cipro se
non per mezzo dell’armata navale; perchè, essendo isola, soltanto dal
mare poteva ricevere eserciti e munizioni: dunque distrutta l’armata
nemica, cadeva di necessità l’impresa sua e si aveva vinta la guerra.
La speranza poi del vincere l’armata turca, essere ragionevolmente
fondata non solo sopra il maggior valore dei Cristiani, avendo quivi
raccolto il fiore dei cavalieri di tutta la Cristianità, ma anche sul
maggior numero delle galere, non oltrepassando cencinquanta quelle
del nemico; e quelle degli alleati dugento, oltre alle dodici galeazze
ed al miglior armamento di artiglierie e di rambate e di ripari, che
i Turchi non avevano. Quanto alla battaglia, essere allora non solo
utile ma necessaria per levare i Turchi da Cipro, qualunque fosse lo
stato di Nicosia. Imperciocchè o la piazza reggeva ancora, e molto più
reggerebbe col soccorso vicino: e quandanche per disavventura fosse
perduta, restava non solo la fortezza di Famagosta intatta, e tanti
altri luoghi forti dell’Isola; ma anche la sicurezza di ricuperarla:
perchè non potendo essersi perduta se non da due o tre giorni, e stando
essa dentro terra trenta miglia, senza dubbio i Turchi non sarebbero
tornati sì presto dal sacco di quella città tanto ricca, che non
si fosse potuto prima sorprendere alla spiaggia l’armata loro senza
difensori, e sottometterla. Con questo sol tiro di riscossa muterebbero
le sorti, diverrebbero vinti gli stessi vincitori, e libera la
soggiogata città.
[3 settembre 1570.]
E certamente le cose quasi con lume di sovrumana visione trattate
da Girolamo, per volontà sua e pieno consentimento di Marcantonio
sarebbero successe in quel modo che detto aveva, se Giannandrea
chiamato a dire il suo parere non si fosse risolutamente opposto al
partito: e ciò con tanto magre e timide ragioni che, riscaldandosi gli
animi, si portava pericolo di grave dissidio. Il perchè Marcantonio,
volendo dolcemente tirarlo a miglior divisamento, pregato il generale
veneziano a ritirarsi, raccolse nella sua capitana il consiglio
privato dei soli ausiliarî: al quale intervennero Giannandrea, Pompeo
Colonna, il marchese di Santacroce generale delle galere di Sicilia,
don Giovanni di Cardona generale di quella di Napoli, Gianfrancesco
di Sangro marchese di Torremaggiore, don Cesare Davalos, e con altri
ufficiali superiori Sforza Pallavicino generale di terra, uomo assai
da tutti stimato. Quivi avendo Marcantonio dato libertà a quei signori
che ciascuno aprisse l’animo suo intorno alla domanda dei Veneziani
di andare avanti e di presentar la battaglia al nemico, prima d’ogni
altro rispose Giannandrea negativamente, dicendo: Esser la stagione
già inoltrata ed i luoghi al di là di Candia senza porto per l’armata
cristiana; quindi non doversi consentire l’andata. Le galere veneziane
quasi vuote di gente per la grande mortalità, le galere Turche al
contrario piene di buoni soldati: il numero dei legni dall’una e
dall’altra parte eguale: dunque non potersi presentar la battaglia. Dal
procedere o dal combattere non altro effetto poterne venire se non il
disfacimento della unica armata che allora aveva la Cristianità, o la
salvezza sua per una fuga vergognosa. Ma temperando l’opposizione col
mostrarsi nelle parole pronto a combattere se l’armata veneta fosse
in ordine, non tirava niuna conclusione positiva del suo discorso,
nè proponeva impresa alcuna, ma soltanto provocava i Veneziani
a risolversi presto, volendo alla fine del mese, tornarsene in
Sicilia.[53]
Appresso parlava don Giovanni di Cardona tanto da dire che egli
intendeva rimettersi in tutto e per tutto al parere di Giannandrea.
Ma il prode marchese di Santacroce, generale delle galere di Sicilia,
il cui nome sarà più volte onorato in questa storia, francamente
impugnando l’opinione dei due prenominati, e quasi tacciandola di
viltà, da buon soldato in poche ma solenni parole, diceva: Che delle
due cose richieste dai signori Veneziani non si poteva per debito
e per onore fare a meno di eseguir l’una, e prepararsi all’altra:
cioè andare avanti subito, e dare a tempo la battaglia.[54] La qual
sentenza sostenuta da Pompeo Colonna sarebbe forse prevalsa, se Sforza
Pallavicino credendo comporre le opinioni diverse non avesse messo il
partito di operare per diversione: volgersi ai Dardanelli e minacciando
il centro dell’imperio ottomano in parte così vitale e sprovveduta,
strappar via da Cipro l’armata nemica e salvare quel regno: nel viaggio
avrebbero facilmente potuto occupar Negroponte, e con quello in mano
ricuperare in ogni caso per via di trattati quanto avessero perduto per
forza d’armi.[55]
Per la qual cosa essendosi gli altri signori del consiglio accostati
chi al parere di Giannandrea, chi all’altro del marchese, chi al terzo
del Pallavicino, parve a Marcantonio che fosse tempo di dire il suo.
E quantunque forte si dolesse in suo cuore di tanto poca concordia,
e amaramente sentisse opporre gli ostacoli della stagione da quelli
istessi che avevanla lasciata passare; pure temperando l’indignazione
con misurate ed efficaci parole, senza offendere gli altri, nè fallire
al proprio dovere, fatto un po’ di silenzio parlò presso a poco
così:[56] Mentre noi a tutto agio, o signori, in questo sicuro e comodo
porto con dugento galere intorno consultiamo di quel che s’abbia a
fare, già gl’infedeli che hanno mosso la guerra nel Regno di Cipro sono
sotto a quelle fortezze in battaglia; già la capitale ha sostenuto
quindici assalti, il generale veneziano per andarla a soccorrere non
ha aspettato altro che il nostro arrivo. Noi siamo venuti, ed egli
oggi ci richiede di esser seco, di andar verso Cipro, e di dar la
battaglia agli inimici. E quantunque l’urgenza grande del bisogno
loro e nostro richieda piuttosto fatti che parole, nondimeno attesa la
diversità dei pareri, dovendo anch’io dir quel che penso, francamente
v’aprirò l’animo mio con quella brevità che l’argomento consente
e il tempo richiede. Noi non siamo venuti sin qua per assistere da
vicino al trionfo dei nemici nostri, per sentirne gli insulti, per
vedere scorrere impunemente il sangue dei cristiani; non per deludere
l’unica speranza degli amici sotto l’ombra d’un vano soccorso, nè per
tornarcene pieni di vergogna donde siamo partiti pieni di onore. Meglio
sarebbe stato non essere venuti: chè non avremmo oggi nè l’obbligo di
metterci alla battaglia nè la taccia di fuggirla. Ma dappoichè pur
ci siamo per nostra volontà e per comandamento dei nostri principi
coll’armi in soccorso dei Veneziani, noi non possiamo senza vergogna
nostra, senza aggravio degli amici, e senza derisione de’ nemici
tirarci indietro. Anzi come cavalieri e come cristiani siamo stretti
a metterci risolutamente ad ogni prova per dare soccorso a coloro cui
abbiamo promesso soccorso. Altrimenti daremmo ragione di dire, cosa
deforme e quasi inaudita! che due principi tanto grandi quanto il
Papa di Roma e il re di Spagna abbiano mandato aiuto ad un principe
minore per non doverlo aiutare: molto più stando essi a manco rischio
di fortuna, quando il terzo espone tutto sè stesso al pericolo, ed i
primi soltanto una piccola parte delle loro forze. E per questa istessa
ragione che i Signori Veneziani mettono nella guerra tutta l’armata
loro di cento quaranta vele, ed espongono il loro stato a pericolo più
grande, ed hanno in casa propria il nemico, è giusto che noi ausiliari
li soccorriamo dove essi sono, e come essi richiedono: non dove e
come a noi piace. Quindi quantunque a me privatamente parrebbe bella
ed utile impresa conquistar Negroponte e portar lo sgomento sino a
Costantinopoli con tutti quegli effetti che si possono immaginare qui
dal signor Sforza; tuttavia, trovandomi unito ai Signori Veneziani
per soccorrerli, quando essi mi richiedono che in vece del mio metodo
di operar per diversione io li segua nel metodo loro più semplice e
naturale d’andare colà ove è il teatro della guerra in Cipro, secondo
che essi sono costretti a fare per molte ragioni, e per obbedire agli
ordini del loro Senato, e mi dicono che ad essi non piace perdere il
proprio per acquistar l’altrui; allora non mi sembra dover mancare
alla domanda loro. Affinchè giammai per il tempo avvenire abbiano a
far lamento d’esser stati abbandonati anche dal generale del Papa, e
che per sua colpa sia perduto il regno di Cipro. E tanto più son fermo
in questa determinazione ed a voi pure, signori, la propongo, quanto
che ho ragionevole speranza della vittoria. Imperciocchè quantunque
la stagione sia avanti, nondimeno essa non è nè più nè meno inoltrata
di quel che sia oggi il tre di settembre: il qual termine ci dà tempo
sufficiente per andare a Cipro, e far la giornata, e ritornarcene
in quindici giorni, cioè molto prima della fin del mese, sino a che
l’eccellenza del signor Giannandrea dice di potersi trattenere. Ed
ancorchè si avesse a tardar di più, siccome il caso presente non è di
elezione ma di necessità, bisognerebbe acconciarvisi senza timore,
sapendosi che le galere tengono il mare non solo di settembre e di
ottobre ma anche di novembre, e per necessità in ogni tempo. Quanto
ai porti abbiamo nell’isola il meglio: perchè il golfo di Famagosta
protetto dalle fortezze è in mano dei nostri, aperto per noi: e le baie
di Limissò e di Pafo, e la cala di Larnaca, e la rada di Cerine e di
Lesca sono a riceverci. E come quivi sulla spiaggia aperta dell’isola,
senza tante comodità quante possiamo aver noi, già da gran tempo
dimora e non teme dimorare l’armata nemica, al modo stesso e meglio
potrà starci la nostra. Quantunque poi sia verissimo che l’armata
veneziana abbia patito gran mortalità, nondimeno la si è rifornita di
gente qui in Candia; ed ora le sue galere sono armate a sufficienza:
avendo ciascuna per lo meno ottanta uomini da combattere. Inoltre
ha marinari e remigi tutti cristiani, che all’occasione lasciato il
remo piglieranno l’armi, e saranno più che bastanti a far dichiarar
la vittoria dalla parte nostra. Finalmente il numero delle nostre
navi, come avrete già veduto e potete anche di qui ad una ad una
riconoscerle, sono galere di Nostro Signore dodici, di sua Maestà
quarantanove, della Signoria cento e ventisei, un galeone, undici
galeazze e sei navi: in tutto dugento e cinque legni di fila.[57]
Quelli del nemico, per aver più volte il general di Venezia mandato a
riconoscerli come anche noi appena arrivati abbiamo fatto, tenendoci
sempre avvisati dei movimenti loro e d’ogni altra occorrenza, non sono
più che cento e cinquanta galere disordinate alla spiaggia. Quindi
noi non corriamo alcun pericolo nel seguire i Veneziani in quel luogo.
Nè dobbiamo avvilirci a dubitar della vittoria. Con questo, cadremmo
nel peggior di tutti i danni: perchè noi con tutta l’armata nostra
renderemmo contennendo il nome cristiano agli amici ed ai nemici di
tutta la terra, anche nel tempo a venire, se trovandoci così vicini,
superiori di forze, e provocati dalle ingiurie, lasciassimo strapparci
un regno di mano e rifiutassimo la battaglia per la sola paura di esser
vinti. Dunque tutte le ragioni di guerra e di onore, i nostri alleati
e i nostri principi, ci inducono a procedere avanti, e a cercar la
battaglia in Cipro. Colà si aspettano di vederci (e ne temono) anche
i nemici; colà gl’invitti difensori e fratelli dell’istessa fede,
le matrone, le vergini, i fanciulli che per le chiese pregano sia
pronto il nostro soccorso. Famagosta si difende, ed ha buon presidio.
Molti cristiani stanno in arme sulle montagne. Gli infedeli soldati
e marinari o all’assedio, o al sacco di Nicosia. L’armata loro alla
spiaggia quasi abbandonata. Noi possiamo con un colpo risoluto e
franco distruggerla. E con l’aiuto di Dio, andandosi in giusta guerra
contro un cane mancatore di fede, io son certo conseguir quella
stessa vittoria che già noi tutti rallegrò cinque anni addietro nella
liberazione di Malta. Dunque, o signori, imitiamo i Veneziani, e andiam
con loro al soccorso e alla battaglia.»
Aveva appena Marcantonio finito di parlare, e già, come suole accadere,
alcuni facean plauso, ed altri non avendo che opporre tacevano, quando
ecco venire il general veneziano col voto dei suoi a richiedere
pubblicamente in consiglio che piacesse agli ausiliari di venir a
Cipro, secondo l’ordine che esso aveva da Venezia: unico rimedio alle
afflitte cose di quel regno. Della qual sua requisizione consegnò
in mano a Marcantonio Colonna una scrittura in questi termini.[58]
«Eccellentissimo signore. Havendo io tanto con questi signori del
consiglio, come li miei signori in Venetia, giudicato che nullo altro
rimedio habbi il regno nostro in Cipro et così l’ovviar alla ruina
che appresso potrebbe causarsi a questi nostri paesi, frontiera del
Turco, se non di andar a trovar la sua armata, ho voluto pregar et
essortar come fo caldamente V. E. come general di S. Santità et che
ha tanta autorità in quella di S. M. Cattolica che non voglia in
questo abbandonarci ma esser con noi: con speranza che il Signore Dio
aiuterà la sua causa. Et che considerato il numero de nemici et la
nostra armata non solo potemo et dovemo andar a combatterla, ma con
certa speranza della vittoria; et quando lo nemico non ci aspettasse
resteremo a S. Santità, et Maestà tanto obligati come la ragione
ci obliga, et non periremo indifesi. Pregando V. S., il signor Gio.
Andrea, et quelli signori che havendo vista la nostra armata lassino
navi galere et insomma faccino tutto quel che a lor pare, che tutto son
pronto di fare, sperando che non ci habbino a mancar in questa urgente
occasione, lasciandoci in preda di un nemico comune come questo, et a
V. E. bacio le mani. Di galera. — Girolamo Zane, Cap. Generale.»
Laonde aggiunto al voto di lui quello del general pontificio, che
era già la maggioranza dei tre principali, e sostenendoli Pompeo
Colonna, il marchese di Santacroce e quanti ivi aveva prodi uomini,
finalmente anche Giannandrea consentì di andare. Ma le sue peritanze,
i suoi sembianti, e le parole con che in pubblico e in privato, prima
e dopo discorreva, avevano già impresso così altamente nell’animo dei
Veneziani l’opinione che egli non aveva volontà di far nulla in questa
guerra, che per non mostrare sospetti sulla lealtà del Re, amarono
meglio di credere che Giannandrea non volesse pericolarvi le dodici
galere di sua proprietà. Talchè il generale della Repubblica venne a
termini di pregar Marcantonio a procacciare che Giannandrea accettasse
un deposito di duecentomila zecchini di Venezia per sicurezza della
sua persona e delle sue dodici galere,[59] e per riparare ai danni
che dalla battaglia potessero provenirgli. E quantunque Marcantonio
per non fare così grande onta a Giannandrea lo impedisse, pure i
Veneziani sempre si mostrarono pronti di andargli ai versi per veder
se lo potevano condurre volentieri alla battaglia. Quindi avendo
egli richiesto molte cose avanti di partirsi dalla Suda, fu di tutte
soddisfatto. Perchè primamente volle che se gli desse biscotto in
tutta la navigazione; e il veneziano concesselo anticipandone benanche
una grossa partita:[60] poi domandò che non mai dovesse navigare
di retroguardia per non aiutar le galere restie; e quantunque quel
travaglio fosse obbligo di tutti per turno, secondo le leggi di quel
tempo, pure se ne fece eccezione per lui: appresso non consentì a
intrecciar le sue galere con le altre dell’armata, ma volle tenersele
tutte spartite con seco dalla banda del largo; e quivi pure lo
lasciarono fare a suo talento, a patto però che in cambio di navigare
sull’ala diritta verso il largo del mare, si mettesse alla stanca verso
terra: e finalmente, ripetendo sempre che doveva tornarsene a casa alla
fine del mese, volle che si facesse all’estrema punta dell’Isola di
Candia, nelle acque di Settia, la mostra generale di tutta l’armata,
per accertarsi che le galere veneziane si fossero con gli uomini levati
dall’isola rifornite a dovere.
[11 settembre 1570.]
VIII. — Così sciolsero i canapi dalla Suda: e quando sarebbe stato
da navigar speditamente al soccorso, bisognò dar fondo e perder tempo
nel passar la mostra e nel far contento Giannandrea. Quindi la mattina
delli undici settembre, messa tutta l’armata a ordine di battaglia,
e le galere sopra un’ancora al vento, discoste tanto tra loro quanto
bastava a impedire il passaggio delle genti dall’una all’allra, tirati
dentro li schifi, e fatte in più luoghi le guardie, andarono i generali
tutti in un tempo a rassegnarla.
Alla squadra del Papa, Marcantonio, Giannandrea, Sforza Pallavicino,
e Giacomo Celsi; questi istessi all’armata di Spagna; ed a quella di
Venezia da una parte Giannandrea e Sforza, dall’altra Marcantonio,
Zane, Santacroce e Francesco Duodo capitano delle galeazze: rividero
queste ultime il Cardona, Marcello Doria, Pallavicino e don Alvaro
di Bazan. Si trovò che le galere del Papa erano ben fornite, massime
di fanteria più d’ogni altra: quelle di Spagna con cento uomini da
combattere per ciascuna; e quelle di Venezia con ottanta: undici
galeazze, un galeone e sette navi, cioè dugento e due legni di linea,
con mille e trecento cannoni, sedicimila soldati, e più del doppio
remigi e marinari.[61]
[16 settembre 1570.]
Tuttavia la mostra non piacque a chi era interesse che non piacesse:
e dopo le ragioni, restarono le partite più incerte che prima.
Giannandrea diceva non sentirsi sicuro; aver potuto i Veneziani
dall’una all’altra galera più volte nel tempo della mostra far
passare le soldatesche, per ingannare sul numero: diceva non essere
sufficiente l’armamento di ottanta soldati per galera. E ripetendo
i suoi parziali or una ora un’altra difficoltà, e negando oggi quel
che ieri concedevano, bisognò che Marcantonio pregasse Giannandrea a
mettere in scritto le sue osservazioni. Egli lo fece con quel manifesto
che porta la data del sedici settembre in Sittia, e che essendo stato
più volte pubblicato non fa bisogno ripetere, tanto più che dalle
risposte di Marcantonio si può ben ricavarne il sentimento.[62] Non
propone che difficoltà, biasima la mostra, dice che le galeazze erano
nel porto con le poppe in terra e li soldati a mare, e che potendosi
non solo da terra, ma pure da una galera all’altra, tramutar la gente
e farne vedere assai più che non fosse, neanche restava chiarito bene
delle forze: e in ogni modo essendo le galere veneziane scarse di
ciurme, e non avendo più che ottanta soldati per ciascuna, non credeva
veder ragione per avventurarsi alla battaglia. Due soli effetti buoni
al suo giudizio si potevano sperare dall’andata in Cipro; ma tutti due
senza fondamento: o che il nemico vedendo l’armata nostra risoluta a
combattere la stimasse più del dovere, e se ne fuggisse: ovvero che
volendosi ritirare, e andando esso al suo cammino, e gli alleati al
loro, venissero ad incontrarsi insieme per azzardo, senza che i Turchi
fossero nè preparati nè rinforzati. Ma non essendo credibile nè l’una,
nè l’altra di queste due cose, anzi dovendosi supporre che i Turchi
facessero buona guardia e stessero pronti, non poteva suggerire altro
se non che i Veneziani trovassero subito tremila soldati, e nelle loro
centocinquanta galere ne mettessero, oltre gli ottanta altri venti,
così che fossero cento buoni soldati in ciascuna: che però facessero
presto in due settimane, altrimenti alla fine dei mese sarebbe partito:
e del non essersi fatta cosa alcuna essi sarebbero in colpa. Se questo
non è sarcasmo non saprei qual sia. A Lepanto si vedrà quali fossero i
Veneziani con ottanta uomini, e qual Giannandrea con cento.
Letta e considerata siffatta scrittura, stimò Marcantonio doverglisi
dare risposta: e, come era suo stile parcamente di sè stesso parlando
in persona terza, definir la questione, rispondere alle difficoltà,
ribattere le accuse, e dimostrare quale dovesse essere la condotta
dei generali ausiliari in quella circostanza. Scrisse il suo manifesto
sotto il dì sedici settembre in questa sentenza.[63]
«Marcantonio Colonna è fatto generale delle galere del Papa alli
undici di giugno del mille cinquecento settanta, in aiuto dei signori
Venetiani. E quando detti Signori avevano da armare cento quaranta
galere; esso n’ebbe ad armare dodici. Il che fece contra l’opinione
d’ognuno in pochi dì, bisognandoli ancora per detto negozio levare in
Venetia molte difficoltà occorse nell’armare, per non s’esser mandate
le galere dai Signori veneziani conforme all’appuntamento pigliato
da Sua Beatitudine in scritto: anzi la maggior parte delle galere
che ebbe, erano vecchie e mal atte, lasciate nell’arsenale per le
peggiori, e la sua capitana propria era di quarant’anni. Li marinari
mal pratichi lasciati ancor loro per non essere a proposito. E così
si condusse alli sei di agosto in Otranto, dove ebbe lettere da Sua
Maestà Cattolica che, a requisitione di Nostro Signore, mandava in
aiuto pur dei signori Venetiani le quarantanove galere che aveva
in Italia, con commissione che Giovannandrea Doria che n’era capo
obbedisse il detto signor Marcantonio, e questo perchè confidava in
lui ch’averia il pensiero della sua armata e del suo servizio che
aveva avuto nel resto delle cose che se gli erano imposte. Per il che
Marcantonio si fermò in Otranto, stando di partenza per Candia, ed ivi
aspettò Giovannandrea quindici giorni: e con esso partendo da Otranto
alli ventidue di agosto giunse a Suda porto di Candia all’ultimo, dove
s’unì con l’armata venetiana. E subito fu richiesto da quel Generale
che si dovesse andare in Cipri ad incontrare l’armata nemica: e che la
Signoria ce lo comandava espressamente, et così ancora che l’onorasse
et obbedisse, sperando che da lui se daría ogni aiuto possibile. Ecco
dunque (senza essere in lega formata) in che modo venne Marco Antonio
ad essere generale di questa armata, messo da Sua Santità con ordine di
aiutare li signori Venetiani in ogni cosa possibile, da Sua Maestà per
confidare a lui li suoi servitii, e dalli signori Venetiani per essere
aiutati. Ecco la precedenza che a Marco Antonio toccava, rispetto alla
dignità del Papa. Che se Marcantonio fosse stato generale di questi tre
principi assolutamente per fare quella giornata e quelli effetti che a
lui fossero paruti, prenderia quel conto dell’esito di questo negotio,
che da tal sorta di gente si richiede. Ma quando esso averà aiutato li
signori Venetiani in quanto da loro è stato richiesto, averà complito
con loro e con l’ordine di Sua Santità che era di fare tutto il
possibile in servitio loro; e quando haverà tenuto conto del servitio
di Sua Maestà, avrà corrisposto alla confidenza che di lui si è tenuta.
»Hor veggasi se questo si è fatto. Quanto a Sua Beatitudine et alli
signori Venetiani si crede che abbino da essere soddisfatti nella
diligenza di armare le galere, et con esse haver quindici giorni
aspettato in Otranto l’armata di Sua Maestà Cattolica, et in Candia
quindici li signori Venetiani ad intrecciare l’armata, et remediarla:
nè mai lasciatili, seguendoli, et aiutandoli a quanto si sia potuto.
E richiesto da loro del combattere, continuamente esservi concorso.
Quanto a Sua Maestà (non ostante che Giovannandrea non fosse di parere
d’andare ad incontrare l’armata nemica) Marco Antonio volse che si
andasse sempre, mentre di ciò era richiesto dal general venetiano.
Nel che si persuade haver fatto a Sua Maestà singolarissimo servitio:
prima perchè in questo modo si è conservata all’armata di Sua Maestà,
la reputatione senza la quale nè armata di terra nè di mare non possono
fare cosa buona; e questa era persa, quando si havesse detto che per la
prefata armata fosse restato il combattere. Poi perchè non si conviene
alla prudenza di un tanto Principe che mandasse un aiuto per non
volere arrischiarlo, quando quello che l’haveva da ricevere si metteva
a rischio molto maggiore: come era questo che Sua Maestà perdesse
quarantanove galere, e la Signoria centoventi galere, sei navi e dodici
galeazze e quattordici schirazzi,[64] appresso a questo le loro isole
e riviere marittime; oltre che tutto il danno, che da questo negotio
fosse potuto accadere per non combattere, tanto di perdita di paese e
città, quanto di perdere le occasioni che erano in piè d’una lega tanto
utile alla Cristianità, tutto si fosse mai potuto dire che per questo
rispetto di non volere concorrere l’armata di Sua Maestà al combattere
fosse accaduto. Nè vale a dire che l’andare a combattere fosse a
certa perdita: perchè chiaro era che l’armata nemica non era unita con
Luccialì e con gli altri corsari ponentini; nè mai passò il numero di
centosessantacinque galere, e la nostra era di centottanta e dodici
galere grosse che valevano per molto più, nè manco essi potevano haver
sei navi così buone come le nostre.
»Et ancorchè la nostra armata non avesse tutta quella gente da
combattere che saria stata necessaria, non era però che quella di Sua
Maestà non l’havesse; e così quella del Papa, massime di soldati;
e che quella della Signoria non havesse al meno ottanta uomini da
combattere, e molte galere più, oltre a tante galere particolari che
erano in questa armata, con tanta nobiltà, come erano li capitani di
Sua Beatitudine, di Sua Maestà, Generale venetiano, Sforza Pallavicino,
il generale di Napoli e sua padrona, generale di Sicilia, et altri
capitani particolari, li due provveditori veneziani, il governatore
degli sforzati, e il capitano del golfo, molto più artiglieria, e
più gente armata che non usano li Turchi, gran quantità di fuochi
artificiati, e tutte le ciurme di Sua Santità e della Signoria
armate a combattere: sì che con l’aiuto di Dio, andandosi contro un
cane mancator di fede, non si dovesse al certo sperare di conseguir
vittoria. In modo che si è fatto il servitio di Sua Maestà: e si
è detto, non senza tanto poca cautela, che non si risparmiasse in
simile negotio un’armata ausiliatrice come la sua. E seguitò ancora
Marcantonio li signori Venetiani, con offerirsi a quanto fosse
possibile conforme all’ordine di Sua Beatitudine nel condiscendere a
quello che dalli signori Venetiani fosse richiesto.
»Sicchè Marcantonio crede che stante la qualità del suo generalato,
habbia fatto et complito al debito dell’honor suo tanto con Sua Santità
e Sua Maestà, quanto con la signoria di Venetia. Nè del modo della
navigazione deve egli render conto: poichè non essendo marinaro, se
bene nella sua galera si facevano li segni di partenza e di ogni altra
azione, era per risolutione fatta da altri che in apparenza facevano
lui guida, ma era sempre guidato.[65]
[17 settembre 1570.]
Il qual manifesto come fu distribuito agli ufficiali dell’armata si
ebbe l’effetto che Marcantonio aspettato n’aveva. L’istessa sera nel
consiglio generale, ribattute le difficoltà, e rinnovata la domanda
di andare avanti, Giannandrea non potè ricusare. Poco dopo, che erano
cinque ore di notte, tutta l’armata salpava da Sittia per andare
a Cipro. Già verso quell’isola navigava Luigi Bembo, ed altri tre
capitani con quattro galere spalverate, perchè quanto prima riportasse
di là nuove certe. L’armata per l’istesso rombo seguiva in questa
ordinanza: all’antiguardo il provveditor Querini con dodici galere,
al centro Marcantonio con le dodici del Papa, Giannandrea con le
quarantanove del Re, Girolamo con trenta di Venezia, Pallavicino
con venticinque, Celsi con venti, e Canale con venti, le quali si
ripartivano anche nei corni della battaglia; al retroguardo Sante Trono
governator dei condannati con sedici galere, Francesco Duodo con dodici
galeazze compreso il galeone, e Pietro Trono con quattordici navi:[66]
tutte insieme dugento e dieci legni di fila, sufficientemente armati, e
ben disposti per navigare e per combattere. Marcantonio aveva il primo
luogo, non il supremo comando: i Veneziani gli si erano volontariamente
sottomessi per la riverenza allo stendardo suo; ma Giannandrea,
che avrebbe dovuto più d’ogni altro osservarlo, manifestamente
contendevagli la dignità, e faceva le viste di volersegli eguagliare.
Imperciocchè, secondo la disciplina militare di quel tempo, dovendosi
nella notte solamente dalla galera del supremo comandante accendere
il fanale di poppa per segno a tutti di seguirne la navigazione ed i
comandi, Giannandrea volle esso pure mettere il lume, a grandissimo
oltraggio di Marcantonio e dei Veneziani: e questi con insigne
longanimità mostravano di non farne conto per il pubblico bene.[67]
Andando adunque l’armata con vento favorevole, sebbene per tenersi
unita facesse vela co’ soli trinchetti, si trovò dopo tre giorni
aver filate trecento miglia, ed esser presso a un isoletta chiamata
Castelrosso nella Caramania,[68] non più che cencinquanta miglia da
Cipro. Colà nella notte del ventuno di settembre, levatasi gran fortuna
di mare e vento freschissimo di scirocco, dettero fondo i capitani di
Venezia e del Papa; alcuni ormeggiati nella rada del Cáccamo, altri a
ridosso delle isole Celidonie: solo Giannandrea si tenne sui bordi al
largo; non piacendogli mettersi quivi entro di notte e con tanta gente,
come egli disse; o aspettando, come dissero gli altri, che lo scirocco
rinforzato il dovesse portar via verso ponente, tanto che paresse
costretto ad abbandonare i compagni.[69]
[9 settembre 1570.]
IX. — Intanto però i Turchi che abbiamo lasciato all’assedio di
Nicosia, dopo i quindici assalti del mese d’agosto, non stettero
indarno nè a dar le mostre, nè a scrivere i manifesti; ma sempre
strignendo l’oppugnazione: e spianata la strada per montar sui
baluardi, cominciarono a salire. Prima provandosi se loro riusciva di
piantarvi alcuna banderuola, e poi tra cinque o sei giorni mettendosi
agli assalti di forza, che furono molti ed ostinati. Dopo la scarica
delle artiglierie e moschetterie, venivano coloro sulle piazze dei
bastioni sin presso le semigole, e quivi in molti azzuffamenti a
corpo a corpo combattevano, usando ogni arte ed ogni strumento di
guerra: tra l’altre cose mi sia permesso ricordare l’uso continuo
dei fuochi artificiati, e specialmente di certi sacchetti di polvere
che i Turchi gettavano in mezzo ai drappelli dei difensori, senza che
questi potessero per qualche tempo nè scuoterseli nè spegnerli; e guai
a chi ne sentiva la vampa: ma poi infilzati con le picche e rovesciati
destramente tra le file degli aggressori, divenivano armi eccellenti
contro a loro. Per i quali combattimenti, mantenuti da mattina a sera
sopra le piazze dei baluardi, come sul campo d’alcun torneo, chiaro si
vedeva che i Turchi intendevano a consumare a poco a poco i difensori
secondo il modo dall’istesso Mustafà tenuto a Malta; ed i Cristiani
a menare in lungo quanto potessero: quelli ritenuti dal valore degli
assediati e dal timor delle mine; questi dalle promesse degli amici
e dalla speranza del soccorso. Ma quando non restavano in piedi più
che quattrocento soldati nella piazza, e l’armata cristiana non moveva
ancora da Candia, Mustafà persuaso di potere finalmente compire senza
pericolo il suo disegno, cavò fuori dall’armata sua ventimila uomini
(lasciando le galere sue sguarnite e in preda ai nostri, se avessero
saputo coglierle improvvisamente alla spiaggia delle Saline come ne
aveva detto Marcantonio)[70] e feceli venire trenta miglia lontani
dal mare a Nicosia per dare con tutte le forze l’ultima stretta
all’assediata città.
Era la mattina delli nove di settembre, e i difensori ridotti a
così picciol numero stavano risoluti a combattere, senza affatto
pensare alla resa: ma quasi presaghi di non doversi mai più rivedere
affettuosamente salutandosi e raccomandandosi a Dio, si mettevano
ciascuno per ordine alla sua posta, massime alle traverse dei quattro
baluardi sbrecciati, che da altrettante nobili famiglie dell’isola
si nomavano il Davila, il Costanzo, il Tripoli e il Podocattaro.
Poco di poi Mustafà moveva all’assalto generale con tant’impeto e
tanta fierezza quanta se ne poteva da barbare genti in così grande
giornata aspettare. I difensori dei tre primi baluardi, ributtato con
infinita uccisione il nemico, confidavano potersi almen per quel giorno
sostenere: se non che allora i presidiarî del Podocattaro, essendo
molto pochi rimasti, erano costretti a dare indietro e lasciare ai
Turchi la piazza e la ritirata del baluardo medesimo.
Non già che i soldati Italiani ed i nobili cipriotti di combattere
valorosamente cessassero mai; ma abbandonati dalle reclute del
contado, che impaurite si posero a fuggire, e rincalzati dai nemici,
che in quella parte venian crescendo sempre di numero e di ardire,
si trovarono finalmente tolti via dalle poste. Entraronvi allora le
schiere assalitrici, e al primo loro ingresso levossi incredibile
rumore, insieme a fuoco, fumo, polvere e orrende voci di minaccie e di
percosse. Il conte di Rocca co’ suoi fratelli, ed i principali baroni
dell’Isola co’ loro famigliari corsero al Podocattaro per ovviare alla
perdita della piazza: e sebben quivi combattendo con quel valore che
a nobili cavalieri nell’estremo pericolo della patria si conveniva,
facessero prove di gran prodezza, non pertanto avviluppati dalla
moltitudine dei Turchi l’un sull’altro massacrati caddero. Indarno
i vecchi, le donne e i fanciulli dalle fenestre, disperatamente
difendendo il passaggio delle strade, lanciavano sassi, tegole, arnesi;
indarno Greci e Latini mischiaronsi alla riscossa: perchè quei prodi,
i quali negli altri baluardi con virtù memoranda ancora combattevano,
furono presi alle spalle, e tutti sul campo oppressi. Allora
carneficina e violenza per la città: quaranta mila persone messe al
filo della spada, quindici mila alla catena; sei vescovi, tutto quasi
il clero greco e latino, il luogotenente del regno scannati; spogliate
le chiese, aperte le tombe, oltraggiati i fanciulli e le donne: e per
tre giorni saccheggiata la città, si arricchirono i barbari di tante
spoglie, che dalla presa di Costantinopoli sino a quel giorno giammai
esercito ottomano non aveva tra sacre e profane rapitene maggiori.
Tra i nostri statisti morirono onoratamente combattendo il colonnello
Palazzo di Fano, Niccolò Paleotti bolognese, Camillo de Gaddi da Forlì,
Battista da Fano, Carlo Malatesta da Rimini, Giannandrea da Spello,
Fabrizio da Imola tutti capitani di provata virtù, e seco loro quasi
un migliaio di soldati marchiani e romagnoli che sotto le bandiere di
San Marco alla difesa di quei lontani baluardi avevanli seguiti.[71]
E qui, per dare un saggio delle cose successe in Cipro e mostrare con
qual animo stessero quegli infelici in aspettazione del soccorso, io
non posso per grandissima compassione tacere il caso che gli scrittori
contemporanei concordemente raccontano.[72] Volendo Mustafà mandare
al suo signore in Costantinopoli le primizie delle più ricche e care
cose che nella presa città trovate si erano, fece caricare sopra tre
bastimenti molte gioie, e ricchi ornamenti, e gran quantità di oro e di
argento, e insieme uno scelto drappello di fanciulli avvenenti, e di
giovani donne bellissime d’aspetto e di nobiltà principali, affinchè
il Sultano d’ogni cosa avesse la miglior parte. Salpata l’àncora,
quando i tre legni cominciarono a pigliare il vento, una di quelle
infelici donne, scolpitasi nella fantasia la miseria che da così
dura e perpetua servitù se le apparecchiava, e conoscendo che nessuno
schermo avrebbe potuto opporre alla sfrenata libidine di qualsivoglia
nelle cui mani fosse capitata, in cotale estremo e doloroso termine
avvisando che le fosse lecito ogni rimedio, si deliberò di francar
per sempre sè e le compagne da vergogna e dolore. Ondechè con sottile
artificio, senza che mai alcuno abbia potuto saperne il modo, entrò
col fuoco nelle munizioni della polvere, e in men che si pensa mandò
a pezzi sè stessa, la nave, gli amici e i nemici. Mustafà ed i suoi,
quando da alcuni pochi che nuotando si salvarono, riseppero il caso, ne
sentirono pietà. E Giannandrea allora imperturbabile a Candia scriveva
i manifesti contro il soccorso, e chiedeva la mostra dell’armata per
non procedere.[73]
[22 settembre 1570.]
X. — Stava pertanto l’armata cristiana, come è detto, nelle acque
della Caramania al ridosso degli scirocchi, la notte del ventuno
settembre, quando Luigi Bembo, per quelli stessi venti prestamente
rivenuto dalla sua scoperta di Cipro, scendeva a gran passi nel govone
del General veneziano, e a lui partecipava la perdita di Nicosia,
ed i particolari che si sono avanti raccontati. Alle quali notizie
Girolamo Zane turbatosi tutto (e chi non si sarebbe turbato tra quei
successi, e con da presso Giannandrea?), invece di tenersele, come
facilmente poteva, celate; invece di spingere al più presto l’armata
cristiana secondo la già presa deliberazione a Cipro contro l’armata
nemica, che esser doveva allora più ingombra e meno apparecchiata;
invece di cogliere quelle occasioni favorevoli che certamente potevano
venirgli innanzi, pubblicò le notizie: e volle che un’altra volta si
mettesse in consiglio (che era quanto dire in discordia) il partito da
prendere. Ondechè la mattina seguente, raccoltisi insieme i capitani di
fanale nella generalizia del Papa, parlò Girolamo Zane, che stante la
perdita di Nicosia non gli pareva più tempo d’andare a Cipro, essendo
finito il bisogno di soccorrerla, nè avendo forza a ricuperarla: che
rispetto a Famagosta non gli mancava modo di provvedere, restandogli la
fortezza intatta, e il mare aperto: soltanto richiedeva gli ausiliarî
di mettersi con lui ad alcuna impresa di terra, per togliere al
Turco qualche fortezza, e compensare col guadagno da una parte quel
che dall’altra già s’era perduto. E dibattendosi là tra i generali
se fosse meglio assaltar Negroponte, o la Morèa, o altri luoghi
dell’Arcipelago, Giannandrea mostrò la qualità della stagione, la
vicinanza della Vallona e di Durazzo all’Italia, e la difficoltà che il
Turco avrebbe di soccorrere queste due piazze così lontane da Cipro e
da Costantinopoli, cioè dall’armata e dalla capitale sua; e si offerì
alla espugnazione delle medesime: dicendo che quivi avrebbe potuto
più lungamente trattenersi. Nel qual parere essendo tutti gli altri di
buona fede convenuti, e rimettendosi Marcantonio in questa come in ogni
altra cosa alle richieste del General veneziano, restò fermo il partito
del ritorno.[74]
[25 settembre 1570.]
Così la stessa sera del ventidue di settembre, nell’ordine che erano
venuti, virarono di bordo dalle isole Celidonie a Rodi, e il dì
seguente a Scarpanto, che è isola grossa tra Rodi e Candia, donde
ha nome il mar Carpazio: ma in quei rivaggi avendo trovato burrasche
da varie parti, e rifoli di vento, e grosso mare, dovette ripararsi
ciascuno come meglio gli venne. Giannandrea diè fondo a Tristamo, che
è il miglior porto dell’Isola; Marcantonio e Girolamo a Portograto; le
navi, le galeazze ed una grossa partita di galere veneziane si tennero
volteggiando a mare due giorni, prima di potersi ricongiungere alle
conserve: e una galea di San Marco apertasi in mezzo, andò perduta
con tutta la gente. Il giorno venticinque, parendo a Giannandrea che
il tempo volesse rabbonarsi, e che l’armata dei Veneziani e del Papa
dovesse essere già scorsa avanti insino a Candia, si levò da Tristamo
per seguirla: se non che trovato fuori il vento e il mare contrario al
suo viaggio si rivolse indietro all’istesso porto, allora appunto che
Marcantonio e Girolamo, ricercando pur di lui, gli venivano incontro.
L’avversa fortuna traevali tra quelle tempeste, ed in quel porto di
tristo nome a rompere l’ultimo filo della concordia. Imperciocchè
allora Giannandrea, uscitagli di mente la promessa della Vallona e
di Durazzo, e stringendo i capi del discorso intorno alla perdita di
Nicosia, alla stagione autunnale, alla prevalenza dei Turchi, alla
debolezza dei Veneziani, ai venti, ai pericoli, ed agli ordini segreti
di Madrid, stimò aver ragioni più che sufficienti per andarsene a suo
talento. Il perchè, fatta una consulta privata co’ suoi capitani, mandò
Marcello Doria alla generalizia pontificia, pregando Marcantonio che si
facesse mediatore tra lui e i Veneziani, e gli ottenesse buona licenza
di ritirarsi. Come restassero a tal domanda in siffatto luogo e tempo
pieni di stupore i Papalini e i Veneziani, lo pensi chiunque ha fatto
assegnamento sulle promesse di Giannandrea. Ciò non pertanto frenando
la indignazione, rimandarono Marcello a fargli sapere quanto tutti
desideravano averlo seco loro in compagnia nelle imprese da farsi, o
almeno sino al Zante; ove, se non avesse voluto più oltre continuare,
lo avrebbero liberato dall’impegno.
[26 settembre 1570.]
Quietò Giannandrea per quel giorno: ma la mattina seguente, sapendo
essersi già ben avanzato per l’ambasceria di Marcello, fu in persona
a trovare Marcantonio, con animo di persuaderlo delle sue ragioni.
Or questi vedendo da una parte il campione di Spagna risoluto a fare
il piacer suo, e dall’altra il general veneziano risolutissimo a
non volersene contentare, pensò non si poter disciogliere siffatto
nodo se non da quelli che ne tenevano i capi. E ben era dura cosa
l’aver aspettato tanto un soccorso così inutile; e il vedersi poscia
abbandonati nell’avversa fortuna, in onta a tutte le promesse.
Perciò inchinossi a pregar Giannandrea di venir seco a bordo del
General veneziano, e di intendersi con lui. Laddove entrati ambedue
con buon numero di cavalieri, e tra essi don Carlo Davalos, cugino
di Marcantonio e condottiero di fanterie nell’armata di Spagna, non
fu mai possibile mettere d’accordo Girolamo e Giannandrea: dicendo
il secondo volersi partire col beneplacito del primo, e il primo
volersi ritener l’altro al modo istesso. Sicchè dopo avere que’ due a
grand’infingimento gareggiato tra loro di cortesie, ciascun di essi si
rivolse al mediatore perchè venisse in favor suo. Quindi Marcantonio
stretto dalla pressa che ambedue gli facevano; e vedendo più giustizia
e maggior beneficio pubblico a contentare i Veneziani, affinchè quel
principio di Lega non si rompesse; memore eziandio dell’autorità
che a lui concedevano le lettere del Re, e giudicando che quello non
fosse caso nè di navale battaglia nè di pratica marineria da stare al
parere di Giannandrea, cortesemente per finir la disputa con queste
istesse parole, prese a dirgli:[75] — Se io vi comanderò che restiate,
il farete voi? — Al che l’altro fattosi sopra sè, e a grado a grado
crescendo di tuono nella risposta, diceva: — Se questa dilazione
non portasse infinito danno all’armata ed ai regni di Sua Maestà, se
io avessi ordine libero di poter senza occasione di combattere o di
altra fazione che lo meriti lasciar di provvedere alla conservazione
dell’armata, se non fosse questa domanda di così poco rilievo com’è
d’accompagnare chi può andar da sè; anche, Signore, se voi aveste
l’autorità di don Giovanni d’Austria da potermelo comandare: allora
ubbidirei. — Che anzi, ripigliava il primo, misurando i termini per
rispetto all’Altezza di don Giovanni, Che anzi, questo è il caso in
che io mi trovo qui avere tanta autorità quanta n’aveva sull’armata
don Garzia di Toledo; e quanta n’avrebbe sua Altezza, come successor
di don Garzia, se qui fosse presente. Però voi, Signore, ora avete
ordine d’ubbidirmi, e di seguire il mio stendardo. — Ma Giannandrea che
posto di fronte all’autorità non si sentiva bastante nè a riconoscerla
nè a rifiutarla, volse agli assurdi, e soggiunse: — Se questo fosse,
potrebbe vostra Eccellenza far giustizia sull’armata di Sua Maestà,
come ho fatt’io sin ora; senza mescolarsene di niente l’Eccellenza
vostra. — Sì bene, replicò Marcantonio, avrei potuto, e potrei ancora
far giustizia di pena e di premio sull’armata di Sua Maestà che è
posta all’ubbidienza mia: ed è per buona grazia che ho lasciato e
lascio farlo all’Eccellenza vostra. — E quegli di tratto: — Perdoni,
Vostra Eccellenza, che è in errore; perchè le lettere del Re non le
conferiscono tanto libera autorità. — E qui, fatte venire e leggere le
lettere del Re,[76] Marcantonio rivolgevasi a Giannandrea, dicendo: —
Io ho mostrato le lettere mie: vostra Eccellenza ha udito l’ordine del
Re perchè ubbidisca al generale del Papa e ne segua lo stendardo. Se
Ella per avventura ha ordini in contrario, li mostri. E prima sappia
che, qualora sua Maestà comandi a me di ubbidire a lei, il farò ben
volentieri e sempre che mi si mostri l’ordine. — Giannandrea però che
non avea carte da mettere in pubblico, sì bene da tenersi gelosamente
nascoste, replicava con più parole che ragioni, come sempre avviene
a chi sia colto in fallo; e finalmente conchiudeva: — Gli ordini di
sua Maestà li conosco ben io, io solo ho il comando dell’armata, io
farò quel che meglio mi parrà: e chiamando i miei capi di squadre, il
marchese di Santacroce e don Giovanni di Cardona, si potrà sentir da
loro, cui abbiano ordine di obbedire. — L’altro tuttavia soggiungeva: —
Per quel che riguarda le galere del Re, a me basta comandare a vostra
Eccellenza, e per suo mezzo agli altri: ma se pur vogliamo sentir
qualcuno, venga il marchese di Torremaggiore, ed egli ne ripeta gli
ordini avuti dal Vicerè di Napoli. — Giunti a questo segno don Carlo
Davalos essendo stato lungamente in silenzio a udire, e non avendo
per bene che si chiamasse il marchese assente, quando egli era quivi
presente, entrò per terzo nel discorso, e disse: — Io altresì tengo
carico di fanterie sulle galere del Re, come il marchese; e non ho
ordine d’ubbidire ad altri che al signor Giannandrea. — Alterossi a
siffatta scappata Marcantonio, per vedersi contraddetto da un giovane
ufficiale, suo parente, e non richiesto in materia così grave: sicchè
vedendosi ormai solo contra due, quanto più gli apparve misleale il
rincalzo, tanto meno da passarsene: e per un istante guardato in faccia
don Carlo, sdegnosamente gli disse: — Molto poco mi cale, Signore, di
comandare a voi. — Ed egli di rimando: — E a me, molto meno di ubbidire
vostra Eccellenza. — Don Carlo! esclamò allora Marcantonio, mi hanno
ubbidito uomini maggiori di voi! — E già don Carlo levatosi in piè
ferocemente cominciava: — Questo no!... — Quando Giannandrea venuto in
mezzo, non volendo che colui passasse più avanti, coprì la di lui voce
e persona con la voce e persona sua, gridando anch’esso: — Don Carlo!
io dico, don Carlo! Mostrate coi fatti che voi mi ubbidite: tacete e
levatevi subito di qua! — Questi inchinatosi con grande osservanza a
Giannandrea, prese congedo tacendo; intanto che Marcantonio raddolcito
dicevagli nel vederlo partire: — Così dunque, signor don Carlo, non
avete avuto vergogna di parlare ad un vostro fratello maggiore con
tanto poco rispetto! — Ma al tempo stesso colui era già fuori di
camera, e Giannandrea d’impaccio. Imperciocchè, giunti a quei termini,
indarno il Doria si fece a ripigliare la pratica per condurla a suo
talento; che era al postutto di voler che gli altri si chiamassero
contenti a loro dispetto. Marcantonio sentendosi in obbligo di non
offendere i Veneziani, ed impotente a condurre gli Spagnoli, dichiarò
sull’atto a tutti quei signori in pubblico che egli intendeva finire di
intromettersi più in niuna cosa che riguardasse l’armata del Re.[77]
E fatto segno al general veneziano che egli non l’avrebbe giammai
abbandonato, uscì dai bandini e tornossene alla sua capitana, fermo
di mantenere il proposito, e di lasciare la dimane quell’infausto
porto.[78]
Prima però di sciogliere le vele, ripensando alla disciplina militare
che a lui sembrava violata dalla oltracotanza di don Carlo, con parole
misurate e calzanti, senza mettere in mezzo nè il nome nè l’autorità
del Pontefice, scrisse a Giannandrea questo biglietto.[79]
«Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore.
»Havendo considerato quel che oggi il signor don Carlo Davalos ha detto
in presenza mia, di Vostra Eccellenza, del general di Venezia, et di
quelli altri Signori, mi è parso convenire al servitio di Sua Maestà
ed alla dignità che io tengo di dire a Vostra Eccellenza che faccia
ritenere la persona di esso signor don Carlo, fintanto che Sua Maestà,
inteso quel che oggi è passato, commandi quel che le farà servitio;
perchè fatto questo io non vi ho altro che fare. Pertanto la prego che
per servitio di Sua Maestà e per rispetto della mia dignità lo voglia
così eseguire: che così farei io stesso in servitio suo, quando ne
fossi da lei richiesto, stando Vostra Eccellenza nel luogo mio. Et le
bacio le mani. Dalla mia galera capitana nel porto di Tristamo a dì 26
di settembre 1570. Servo di Vostra Eccellenza
»MARCANTONIO COLONNA.»
[27 settembre 1570.]
XI. — Così l’armata di Spagna restò il medesimo giorno divisa dalla
pontificia e dalla veneziana nel porto di Tristamo, per aver voluto
Giannandrea fare il piacer suo, secondo gli ordini secreti del Re. Il
quale dappoi non ne fece alcun risentimento, anzi ebbelo sempre più
caro: a tale che non guari dopo lo nominò generale con preminenza sopra
gli altri generali delle galere di Napoli, di Sicilia e di Spagna; e
di più non dubitò proporlo l’anno seguente nella terna del generalato
supremo di tutta la lega:[80] e quantunque escluso, rimandollo alla
armata insieme con don Carlo Davalos, procurando ad ambedue l’onore del
comando: all’uno l’ala diritta dell’ordinanza, e all’altro il governo
delle navi: donde gli effetti funesti che appresso si leggeranno.
Intanto però Giannandrea congedatosi dal Generale di Venezia con
molte cirimonie, e inchinatolo a ogni passo dallo scannetto di poppa,
chiamato pizzuolo dai Veneziani, sino alla scaletta di fuoribanda, si
ridusse a bordo della sua galera: ove sommamente lieto di aver concluso
il negozio a modo suo, fermo alla spalliera, fè palese agli amici la
vittoria riportata e l’abbassamento del Generale romano; uscendo ancora
a motteggiarlo con questo frizzo:[81] — Pensava Marcantonio farsi
onore a Cipro con la roba mia. — E quantunque Giannandrea si lasciasse
andare a siffatto discorso sul ponte della sua galera, senza che vi
fosse persona di fuori, tuttavia ciascun deve intendere l’enormità
di rattizzare le passioni de’ suoi con le proprie, a pubblico danno,
e con sì gran travisamento di giudizio. Imperciocchè al postutto non
intendeva là Marcantonio a farsi onore con la roba altrui: ma sì bene
a liberare i Cristiani dal coltello dei Turchi con le forze comuni
messe all’ubbidienza sua; che sarebbe stato onore e debito di ciascun
cristiano il farlo, come fu colpa e vergogna il rifiutarlo. Tanto
più per parte di Giannandrea, le cui galere condotte a prezzo dal Re,
promesse ai Veneziani per soccorso, e poste sotto lo stendardo papale
per combattere, non potevano più dirsi, come egli diceva, roba sua:
ma di tutti coloro ai quali erano obbligate per quegli effetti che
egli fare non voleva. Ma in quella vece pensava conservarsele a fin di
caricare in Candia moscadelli e malvasia in buon dato, e di scorrere
dappoi nell’Arcipelago: non già per rifocillar di generosa bevanda quei
Greci tapini che erano pur cristiani al par di lui, ma per farvi presa
di genti, e rifornir di ciurme le sue galere.[82]
Certo è che non ostante la gran premura di voler presto essere in
Sicilia, indugiossi in Candia cinque giorni a caricar quei vini:
ma non trovo che egli eseguisse il divisamento delle rappresaglie
nell’Arcipelago. Forse le tempeste che gli fecero sferrare molte
galere,[83] forse l’orrore di tanto eccesso, il ritennero. Ma in
argomento così grave sopra gli usi e gli abusi della marineria di quel
secolo, non posso io restarmi dal chiarire che fossero le così dette
rappresaglie: ed il farò con le parole gravissime di san Pio, donde
tutta si dimostra la qualità del male e del rimedio. Ecco il documento
in volgar nostro rivolto.[84]
Precetto di Pio Papa quinto.
«Quantunque ciascuno sappia che questa guerra or ora incominciata
contro l’empio tiranno dei Turchi non solo si faccia per trastornar
dal nostro capo il pericolo imminente delle sue continue invasioni,
ma anche per rimettere in libertà, e al quieto esercizio della
fede, ed alla professione franca del nome di Gesù tante migliaia di
cristiani che sotto la feral tirannide dei Turchi servile e misera
vita conducono, tuttavia non sono mancati taluni tanto immemori della
cristiana fratellanza che assaltando le terre dei Turchi nostri nemici
hanno fatti schiavi pur i cristiani di quelle parti, e spogliatili dei
loro beni e sostanze li hanno incatenati nelle galere, messi al remo,
ed anche imposto il taglione per il loro riscatto. Donde ne è seguito
che i fedeli redenti col sangue di Gesù Cristo, i quali avevano con le
loro orazioni e voti affrettata la venuta e la vittoria dei Cristiani,
tali cose abbiano avuto a patire dai Cristiani istessi loro fratelli
e vincitori, quali appena dai Turchi aspettar si potevano. Laonde
noi, che quantunque immeritevoli, teniamo in terra il luogo di Lui che
venne dal cielo a sciogliere le nostre catene, affinchè liberati dalle
mani dei nostri nemici quinci innanzi senza timore serviamo a lui,
temendo giustamente non forse poco curando la carità e la dilezione
impostaci da Lui verso i nostri figli, provochiamo l’ira sua contro di
noi e contro la navale Armata nostra, dovendo provvedere a siffatto
disordine, per tenore delle presenti deliberatamente commandiamo che
niuno quinci innanzi, o militante nella sacra alleanza, o chiunque
si voglia, ardisca pigliare a forza i cristiani, nè costringerli
contro lor voglia a remigare quando ben li pagasse, nè imporre il
taglione, nè spogliarli dell’avere: ma in quella vece fraternamente
ed amichevolmente come conviensi alla pietà cristiana, li tratti, e
gli uomini coi figli e con le spose di ciascuno lascino andare a lor
talento. Però dichiariamo che tutti e singoli coloro i quali ardiranno
violare questa nostra costituzione debbano sul fatto essere incorsi
nella pena della scomunica, sentenza già data, dalla quale, men che
nell’articolo della morte, non possono esser prosciolti altrimenti
che da Noi o dai nostri Successori: vogliamo inoltre che essi stessi
i delinquenti siano puniti dai superiori loro di pena severa e grave,
avuto rispetto alla qualità del mancamento. Comandiamo ancora a tutti
e singoli i superiori tanto della predetta Armata quanto dei luoghi
indicati, ai quali spetta o per il tempo futuro spetterà, che per
quanto hanno caro meritar la grazia di Dio e la nostra benevolenza,
questo Nostro, o per dir meglio Divin comandamento e precetto,
nei luoghi della loro giurisdizione; o vero dovunque approderanno
i comandanti dell’Armata, o delle squadre dei principi alleati lo
faccino pubblicare, affiggere, tradurre nelle lingue che si parlano nei
detti luoghi, e dalle dette persone, bandire per tutta l’Armata e da
tutti inviolabilmente osservare, sotto le pene che a loro sembreranno
convenienti, affinchè possano sperare da Dio ottimo massimo i premi
eterni, e da noi giusta lode per l’adempimento fedele di questo dovere.
Vogliamo di più che nel presente Motuproprio basti solo la nostra
segnatura; e questa dovunque faccia fede nel giudizio, e fuori, non
ostante qualunque regola e costituzione apostolica in contrario: e
che se ne tirino molti esemplari a stampa e quelli sottoscritti da
alcun Notaro pubblico ed insieme muniti del sigillo di qualunque Curia
ecclesiastica o di qualche Prelato, tanta fede facciano in ogni luogo
quanta ne farebbe il presente original Motuproprio se fosse prodotto e
mostrato. Nonostante checchessia in contrario. Piace per Motoproprio.»
Ecco dipinta al vivo per la mano maestra di un Santo la pietà fallace
di alcuni malvagi militanti nella sacra alleanza, che sotto specie di
far la guerra ai Turchi spogliavano e manomettevano i Cristiani, con
tanta sfrontatezza, che a frenarli fu bisogno di un decreto papale
in tutte le forme e in tutte le lingue, come quello recitato. Da ciò
giudichi chi intende il principio dell’alleanza in compagnia di cotali.
Ma per ritornare a Giannandrea, la sua condotta nella guerra di Cipro
spiacque a ciascuno in ogni parte men che nella corte di Madrid.[85]
Il cardinal Morone, di quella esperienza e virtù che tutti sanno,
quantunque nato suddito di Spagna, se ne dolse pubblicamente.[86] Il
cardinal Pacecco, principalissimo ministro del Re in Roma, ripetè più
volte che egli non sarebbe mai ben servito finchè l’armata sua fosse
in mano di chi ha galere proprie; perchè questi per loro interesse
schivano quanto possono di metterle a pericolo, nè vogliono distruggere
l’armata del Turco; perchè il nutrimento loro è l’armata di lui.[87] E
san Pio tanto disgusto ne prese che per più lettere se ne richiamò al
re di Spagna;[88] e di ciò non contento, spedì a Madrid Pompeo Colonna
perchè a voce dicesse quel più che non voleva scriverne:[89] ed avendo
Giannandrea per discolparsi mandato a Roma Marcello Doria, questo
non fu mai voluto ricever dal Papa.[90] L’unica sua difesa furono e
sempre saranno gli ordini secreti del Re: ma quanto possa valere in
materia così grave ed evidente, con tanta ruina del cristianesimo in
Levante, tanto danno dei Veneziani a Cipro, e tanto pericolo di tutta
l’Italia; massime con quel modo perfido di mostrarsi sempre pronto
in parole, esser sempre restio nei fatti, e rimandarne sempre agli
altri la colpa; il dica chi ha senno, o chi si sente d’imitarlo. I
suoi parziali, e alcuni scrittori, smagati al miraglio della corte
spagnuola, non potendo dare ragione a lui, si contentano levarla agli
altri. Dicono che i generali vennero a rottura, che le loro istruzioni
portavano difficoltà, che le corti non erano d’accordo. Ma i generali
di Venezia, le istruzioni e gli ordini del loro governo dicevano chiaro
una cosa sola: ite a Cipro, e combattete l’armata nemica. Quelli di
Roma ancor più chiaro dicevano; ite, soccorrete i Veneziani dove e come
essi richiedono. Il disaccordo, la rottura, le istruzioni equivoche
restano in mano d’un solo: di colui che ha le cifre segrete, di colui
che deve combattere e non combattere, esporre l’armata e non esporla,
obbedire e non obbedire. A lui, ed alla corte da lui rappresentata,
tutto il torto; anche per implicita confessione di quelli che nel
difenderlo si contentano di dargliene la metà. Ciò non pertanto io non
sarei nullamente maravigliato di veder comparire alcun campione alla
sua difesa: perchè ancor dura il vezzo di riguardar l’opere sue sotto
il manto della real grazia che le coprì, come se non avesse mai potuto
dare in fallo. Si provino costoro, producano paurosi documenti, citino
qualche storico che non potè nè vedere nè alzare il misterioso velo;
mettano innanzi qualche avviluppatore che, non volendo accusare uno,
calunniò tutti; e se fa bisogno, rinneghino gli archivi di Roma, di
Venezia, di Firenze, di Montecassino, non meno che quelli di Spagna:
farà sempre contro a loro l’isola di Cipro che per non esser soccorsa
cadde abbandonata nelle mani dei barbari, i quali ancora dopo tre
secoli la possiedono; sarà mai sempre vero che Giannandrea inteso a
magnificare la potenza del nemico, e a vilipendere la nostra, sconfortò
l’animo delle genti e ne guastò il valore, o come oggi dicono,
demoralizzò l’armata;[91] si avrà per sua confessione medesima che egli
fu l’ultimo ad arrivare, quando ogni menomo indugio era fatale: che
giunto sul campo, si oppose al procedere; chiamato a battaglia, non
volle combattere; richiesto di soccorso, prese congedo; pregato, si
scusò; comandato, disubbidì. E se questo non basta, seguanlo da presso,
riguardino ai favori del re Filippo che già lo destina primo tra i
generali di Spagna, e successore in luogo di Don Giovanni d’Austria;
s’affissino al resto dell’opere sue, sino alla famosa giornata del
sette ottobre a Lepanto. Là tra tanta gente di tante nazioni tutte
ricoperte di verace e cristiana gloria una sola vergogna dovette
rattristare il cristianesimo, e fu la sua.
[2 ottobre 1570.]
XII. — Marcantonio al contrario rappresentando non già le gelosie, nè
le ragioni di stato di cupa e interessata corte, ma in vece la sincera
fede e l’imparzial devozione del Pontefice romano al pubblico bene
della cristianità, ripresa l’abituale sua prudenza e moderazione (da
che per comune testimonianza soltanto il repentino caso del ventisei
avevalo alquanto potuto smovere) si accostò sempre più amorevolmente ai
Veneziani, lor mostrando l’animo suo tutto conforme nelle parole e nei
fatti alle istruzioni di Roma di non doverli giammai abbandonare. Ecco
come i due capitani secondo gli ordinamenti diversi delle due corti
si comportavano. E i Veneziani posero amore grande a Marcantonio e
tanta fiducia in lui, che non pareva loro poter giammai in alcun tempo
trovare amico più fedele e più pronto ad ogni loro piacimento.[92]
Laonde insieme con lui il giorno ventisette salparono da Tristamo,
insieme il dì seguente presero terra a Sittia, insieme schivarono
d’incontrarsi più con Giannandrea, oltrepassarono il porto di Candia,
e alli due di ottobre si ormeggiarono alla Canèa. Infausto ritorno!
scherniti da’ nemici, pressochè traditi dagli amici, perseguitati
dall’avversità della fortuna, dalle tempeste del mare, e dalla rabbia
dei venti. A Giannandrea nel tragitto sferrarono quattro galere, tre di
Napoli e una dei Negroni:[93] due galere di Marcantonio naufragarono,
tredici dei Veneziani si persero, ed altre più andarono traviate sino
a capo Dionda nella costa meridionale dell’isola. E sebbene non vi
fosse stata gran mortalità di gente, pur restarono tutti così perduti
di animo e di forza, che non era più a riconoscersi quella robusta
marineria, e quella fanteria intrepida che poc’anzi aveva chiesto ad
ogni risico la battaglia. Niuna cosa più contrista gli uomini nella
sventura, che l’essere abbandonati da chi s’aspettavano aiuto.
Ciò non pertanto il general veneziano prese a rimettere l’armata,
a sbarcar le milizie, e ad ordinare i soccorsi e le provvigioni
per Famagosta, per Candia, e per le altre isole del dominio. E
Marcantonio a riparar le sue galere, e a scrivere gli strani ed
infelici successi di quella campagna a Roma, a Venezia e a Madrid.
Si conservano ancora nell’Archivio di sua casa lettere, giornali,
documenti, relazioni, cifre, e scritture d’ogni maniera mandate o
ricevute dal Papa, dal Doge, dal Re, dall’ambasciatore di Spagna, dal
Granduca di Fiorenza, dal Cardinal segretario di Stato, e da altri
personaggi principalissimi, nella secreta confidenza dei quali tutta
traspira la candidezza e la fede dell’uomo eccellente. Là è gran mèsse
a raccogliere per la storia di questi tempi: e di là ricavo che niuna
cosa tanto ribadisce nelle sue lettere, anche al re Filippo, quanto
la doppiezza e gli ordini segreti di Giannandrea. E quantunque nelle
lettere al Re destramente faccia le viste di credere che questo sconcio
non fosse venuto per sua volontà, pure avvisa che il solo sospetto
produceva tristi effetti, diffidenza tra i Veneziani e discredito
all’armata reale. E ciò ben chiaro si mostra da un brano di lettera
al Re con la seguente conclusione:[94] «In fine per tutto il tempo
di questa campagna Marcantonio non ha avuto che dire con Giannandrea
perchè gli fosse dato nulla, ma solo per queste due ragioni: la prima
è che non avessero giammai a sapere i principi del mondo che Vostra
Maestà avesse dato ordini contradittorî per la stessa impresa, come
non li ha dati; e l’altra che tenendo Marcantonio la medesima volontà
e desiderio di Giannandrea per la conservazione dell’armata di Vostra
Maestà, si doveva fare in modo da conservarle pur la riputazione, e
che giammai pel tempo a venire non si potesse dar taccia ai ministri di
Vostra Maestà di aver lasciato di aiutare e di favorire una causa tanto
cristiana come è questa. Tale è in breve la sostanza di quel che è
occorso; e quantunque ognun sappia che siffatte pratiche possono esser
dipinte e raffazzonate con molto artificio e molti colori, tuttavia è
parso a Marcantonio parlare col suo Re e signore senza mistero la pura
e schietta verità, con poche e veritiere parole.»
[Ottobre — Dicembre.]
XIII. — Intanto il General veneziano aveva fermo levarsi da Candia
per isgravar l’isola dall’incomodo che le apportava il dover nudrir
tanta gente; ed anche per indurre coll’esempio l’armata nemica a
ritirarsi, perchè quei luoghi potessero quietare. Ondechè, lasciato
quivi il Quirini con le galere consuete della guardia, egli col resto
dell’armata se ne venne a Corfù in compagnia di Marcantonio. Il quale
vedendo che i Veneziani disarmavano, fece lo stesso; riserbandosi
soltanto quattro galere rinforzate: e congedatosi da loro, che a
gara non rifinivano di onorarlo e ringraziarlo, sciolse le vele per
ritornarsene a Roma.[95]
Se non che nel breve tragitto da Corfù ad Ancona ebbe così avversa
la fortuna, e tante maniere di travagli e di presentissimi pericoli
quanti nelle lunghe navigazioni di molti anni incontrar si potrebbero:
calamità, tempeste, venti, folgori, peste, fuoco e nemici, posero
a durissime prove la sua costanza.[96] Entrata nelle galere da lui
condotte la infermità che era nelle veneziane, patì acerbissime pene, e
vide gran numero dei suoi tocchi di peste e morti. Partitosi da Corfù
ai ventotto di ottobre, fu da terribile tempesta gittato a Casopo: e
non mai racconciandosi il tempo, quivi ritenuto un mese a consumarsi
di fame e di stenti. Sciolte le vele alla prima aura favorevole, ecco
scatenarglisi contro la rabbia di un libeccio burrascoso, e gittarlo
a naufragare in Schiavonia: altri de’ suoi morirgli attorno di febbri
acute e di lunghi patimenti, altri tornarsene a Corfù, altri ad
ogni rischio sopra piccole barche farsi tragittare nella Puglia per
potersi in qualche modo curare. Tra questi fu Domenico de’ Massimi,
nobile romano e capitan di galera, che dopo il naufragio con alquanti
suoi famigliari scampato a Lecce, quivi rifinito da tanti disastri,
alli quattro di decembre morissi. Ho alle mani il codicillo della
sua ultima volontà, donde ora traggo alcune notizie che fanno al mio
proposito.[97] Domenico prima di tutto lascia scudi venti per dare
suffragio alle anime di tutti quei remiganti che, di buona voglia
presi a Roma, erano morti nel naufragio della sua galera: lascia scudi
trenta al padre Cappellano dell’abito di sant’Agostino; altrettanti
alla Camera Apostolica per le spese della guerra contro Turchi: scudi
cento al capitan Paolo Martelli di sua provvisione, del tempo che
prese a servire sino a tanto che la galera dètte in terra: ordina che
qualora la sua fregata fosse mai caduta in poter degl’infedeli, siano
riscattati a sue spese i marinari, e pagato il prezzo della medesima
al padron Girolamo Laudati.[98] Così il capitan de’ Massimi[99] e
tanti altri suoi pari romani e veneziani terminarono il corso della
infelice spedizione a Cipro. Oltracciò si legge che essendosi la
squadra pontificia per tanto tempo trovata nel paese dei nemici; o
dalle loro terre, o dai loro bastimenti in alcun parziale riscontro,
aveva preso prigionieri. Domenico nel predetto codicillo ne lascia
diciassette, tutti turchi: quattro siano liberi, cioè Annibale, Adir,
Orlandecco, e Marzio: una bambina turca di Scarpanto sia messa alle
orfanelle di Roma: siano consegnati ai ministri del Papa l’albanese
e il greco, ambedue rinnegati; e il turco naturale chiamato Curdo: un
puttin negro, per nome Salem, al signor Piero de’ Massimi suo nepote:
Cadir africano a suo fratello Orazio: uno schiavo ed una schiava grandi
di Barno al signor Paolo Orsini: ed alla signora Vittoria Naro sua
moglie quattro schiave bianche ed una negra, questa chiamata Barlecca,
e quelle Fatima, Miriam, Zenà e Zoaba, insieme con una donzelletta e un
fanciullino figliuoli dell’ultima; pregando la detta signora contessa
a far quanto si conveniva perchè tutti si battezzassero, e le donne si
maritassero ne’ suoi feudi: che se per avventura coloro la ponessero in
fastidio e non volessero battezzarsi, pensasse a venderli.
Tratterò a miglior tempo questa materia degli schiavi turchi e del loro
trattamento nello Stato papale.
Ora torno a Marcantonio che, ricoveratosi a Cattaro, neanche quivi
entro al porto può trovar riparo alla contrarietà degli elementi onde
è perseguitato. Stando surto presso alle mura della città, durante un
grosso temporale, tra la pioggia diluviosa e lo spesso guizzar dei
lampi e l’eco lungamente fragoroso dei tuoni, la saetta folgore diè
a gran furia nella sua capitana, e misela a fuoco. Il legno vecchio
di quarant’anni, arido e impegolato prestamente fu tutto in fiamme;
terribile spettacolo, e rare volte veduto. Guizzava il fuoco su per le
sartie sino al calcese, bruciavan vele e manovre, le antenne ardenti
cadevano sul ponte; e come arrivava il fuoco alle poste degli archibugi
e delle artiglierie, sparavano da sè in mezzo all’incendio ove per
caso erano volte. Là in mezzo scorrea Marcantonio a sferrar le ciurme
e a far disbarcare le genti: e vedendo che il fuoco s’accostava alla
Santabarbara, preso in braccio lo stendardo usciva ultimo dalla galera.
Indi a poco, accesa la munizione della polvere, con orrendo strepito
tutta disfatta in minutissimi pezzi disperdevasi nei gorghi del mare.
Questa fine ebbe la famosa galea quadrireme del Fausto.[100] Ciò non
pertanto fu così destro Marcantonio che, aiutato dal cavalier Gaspare
Bruni, potè salvar tutte le genti di capo e di remo, e portar seco lo
stendardo e le scritture a terra, e dopo ricuperare l’artiglieria. E
quantunque avesse in quel disastro perduto ogni privato arredo, per
fino l’argenteria della sua camera, e non avesse altri panni che in
dosso, pure imperterrito nei pericoli, e nullamente sgomentato nè delle
tempeste del mare, nè degli ardori del fuoco, riprese il mare con una
galera veneziana di Francesco Trono, menando seco le genti che gli
restavano.[101] Da Cattaro passò a Gianizza perseguitato sempre dalla
fortuna, e sempre superiore alla medesima: in quel passaggio tanto gli
crebbe il vento contrario, che i piloti giudicarono non potersi salvare
se non pigliando terra a Ragusavecchia, ove dettero fondo a due ancore,
e si rafforzarono con un capo in terra. Ma provando in quel luogo una
rivolta gagliarda di scirocco, col quale aveano navigato il giorno,
deliberarono scorrere avanti e dar fondo al ridosso del capo Molino,
tre miglia lungi da Ragusa. Colà tuttavia la galera travagliava assai,
ed era bisogno alla ciurma star sempre col remo ad aiutar l’àncora che
non arasse sul fondo: sebbene con poco effetto, perchè il freddo della
notte, e l’acqua che minuta pioveva, e gli stenti continui prostrate
avevano le forze di quelle misere genti. Ma pur la galera ad ogni modo
si manteneva.
Parendo nondimeno al sotto-comito che, per la grande tiragna[102]
che essa galera pativa, sarebbe stata maggior sicurtà legare a piè
dell’albero un provese che slava al netto di prua, tostochè ebbe
allentato quell’aiuto da una parte, e prima che potesse raccomandarlo
all’altra, la galera impetuosamente dètte in terra: prendendo così
lungo tratto, che ciascuno potè sbarcare in secco, senza danno delle
persone, ma con la perdita del naviglio e grandissimo pericolo di
ciascuno, per esser quivi presso al confine molte masnade di Turchi
in arme. Quindi Marcantonio condusse nel silenzio della notte i
compagni del naufragio alla piccola casa del molino: e spartite che
ebbe le guardie alla porta, alle scale e all’entrar delle stanze,
aspettò il giorno. All’apparir del quale, posto il fuoco alla galera,
e squadronate le genti, marciò ordinatamente verso Ragusa: ove poi
seppe che un migliaio di Turchi non tardarono due ore ad essere in quel
molino ove aveva passata la notte, ed ove ardevano ancora di giorno
l’ultime tavole del suo bastimento.[103]
I Ragusei raccolsero a grande onore il general pontificio e tutta
la sua brigata; e li fornirono di cavalli, e di ogni altra comodità,
finchè a loro piacque dimorare in quella terra: dopo di che, essendosi
Marcantonio licenziato, passò in Ancona, e sul principio del seguente
anno giunse a Roma. Il Pontefice lo rivide con piacere più che dir si
possa grandissimo, e gli parlò parole di gratitudine e di amorevolezza,
dichiarandosi di lui pienamente soddisfatto: sì perchè aveva patito
tanti disastri per obbedirlo, come per le buone relazioni che gliene
avevano date i Veneziani, il Doge, e gli ambasciatori. E vie meglio
sopra di lui fondava le sue speranze di quella lega, che tanto
ardentemente desiderava: e che la provvidenza disponeva doversi non da
altri condurre a compimento se non dal più generoso e leal capitano,
come nell’altro libro sarà narrato.