IL PRINCIPIO DELLA LEGA E LA GUERRA DI CIPRO. [1570.]

I. — La vita degl’imperî nel successivo procedimento del sorgere, del

crescere e del cadere fu sempre paragonata alla vita degli uomini per

i tempi della gioventù, della virilità e della vecchiaia: e sempre si è

detto che quelli al paro di questi scadono o per lunga decrepitezza, o

per interna corruzione, o per esterna violenza. Al quale ultimo modo di

scadere vanno più spesso soggetti gl’imperî dei conquistatori: perchè

costoro a lungo andare devono finalmente venire in parte ove la natura

(che ha definiti i termini alle nazioni co’ monti co’ mari e co’ fiumi)

arduità di rupi e profondità di acque lor contrapone; e dall’altra

parte i popoli schivi di servaggio tanto li contrastano che o rottili

tra le balze, o sommersili nell’acque, li riducono contro lor voglia

a declinare. L’impero ottomano, fondato e mantenuto da’ conquistatori,

condotto nel secolo decimoquinto all’altezza di Costantinopoli, non era

nel decimosesto nè decrepito nè corrotto; ma in quella vece florido

di giovanil vigoria, per terra e per mare potentissimo, e geloso

mantenitore degli ordini civili e religiosi onde era salito a tanta

potenza. Ciò non pertanto in quel torno medesimo di tempo e quando

vagheggiava maggiori conquiste, cominciò ad abbassarsi: donde è forza

concludere che nell’ultimo modo, e per violenza di esterna percossa

fosse da altri condotto a rovinare.

Nel vero, dopo avere allargalo il suo dominio in tanta parte

dell’Asia, sottomesso l’Egitto, resa l’Africa tributaria, divorate

molte provincie di Europa, e postosi rimpetto a noi sulle marine

della Grecia, oppresso i popoli vicini, e sempre minacciato i lontani

in quel modo che negli altri miei libri ho raccontato, finalmente

venne a provarsi in guerra contro l’Italia sul confine dei mari

Jonio, Adriatico, e Tirreno ove è Malta. Nell’assedio della quale gli

invasori intendevano a procedere e i difensori a respingere: gli uni

e gli altri commossi alla estrema prova della difesa e dell’offesa.

E quivi medesimo sul mare aveva a decidersi la grande tenzone; e

mettersi, o levarsi il limite delle invasioni; siccome non guari

dopo successe a Lepanto, ove il dito di san Pio e il braccio degli

Italiani segnarono da lungi il nostro trionfo ed il loro confine. E

quantunque la memorabile giornata, in quel luogo combattuta e vinta,

non producesse la caduta repentina dell’imperio ottomano sotto la

violenta percossa, tuttavia ferillo di piaga insanabile, e lo ridusse

per lenta consumazione alla moderna impotenza. Perchè, toltogli quivi

il dominio del mare ed ogni possibilità in questa parte di venire

avanti, nè potendo per le condizioni delle umane cose fermarsi, fu

da quel colpo medesimo ridotto a declinare. Perciò la battaglia di

Lepanto, verso la quale mi affretto, se non fu allora quanto avrebbe

dovuto e potuto essere feconda di grandi successi, neanche fu sterile

nel procedimento del tempo: perchè al postutto là si decisero le sorti

dell’impero ottomano, dell’Italia, e di tutta l’Europa. La storia di

questo grande successo io prendo a svolgere in tre libri: nel primo

dei quali metterò il principio della lega, e la guerra di Cipro; nel

secondo la sanzione dell’alleanza, e la grande battaglia di Lepanto;

nel terzo le conseguenze della medesima, e lo scioglimento della lega.

Il mio dire è tutto sopra i preziosi manoscritti privati e pubblici

di Roma, massime sopra i codici dell’Archivio Colonnese e Vaticano:

nell’uno e nell’altro dei quali Marcantonio ha lasciato arcane e

importantissime memorie di questi fatti. Ed io tanto più volontieri

ne seguo le traccie, in quanto che mi è avviso che, dopo quello che

è stato già scritto dai Veneziani e dagli Spagnuoli, dopo le accuse

e ricriminazioni loro, potrà la storia decidere in favor dei primi;

e avvantaggiarsi di ciò che risulta dai documenti romani, sin ora

sconosciuti.

[1570.]

Quando i generosi della cristianità fremevano ripensando all’assedio

di Malta ed ai pericoli corsi poc’anzi dall’Italia, allora per opera

di san Carlo Borromeo veniva dagli elettori messo sulla cattedra del

Vaticano quel Pio V che, insieme ad una vita di santi ed immaculati

costumi, portava in cima de’ suoi pensieri il gran disegno di francare

una volta l’Italia e la Cristianità dagl’insulti dei barbari, e

coll’armi riunite dei principi cristiani conquiderli per sempre. E

l’occasione che egli cercava gli venne appunto dalla perfidia loro:

perchè Selim, novello imperadore dei Turchi, assunto all’imperio l’anno

1567, dopo aver confermata con solenne giuramento la pace che Soliman

suo padre e tutta casa sua da più tempo avevano con la repubblica di

Venezia, cominciò a macchinare di torle ad ogni modo il regno di Cipro:

come luogo opportuno a mantenergli il dominio sui paesi usurpati dai

suoi maggiori, ed a fargli strada per novelle conquiste. E celando

il mal talento sotto simulate dimostrazioni di amicizia, tanto si

contenne, sinchè levatisi in arme i Mori di Granata, impigliato il re

Cattolico con quella ed altre guerre, e bruciato gran’parte d’arsenale

in Venezia, gli parve tempo di spiegare il suo disegno. Chiamato per

tanto Marcantonio Barbaro ambasciadore dei Veneziani, fece con lui

gran richiamo delle scorrerie dei Cavalieri di Malta contro ai sudditi

ottomani, e del ricetto e della protezione che i Maltesi trovavano

nell’Isola di Cipro: e il richiese che per sicurezza sua gli si dovesse

cedere quel regno; altrimenti lo torrebbe per forza.

E di ciò parendogli essersi anche troppo scoperto, e che non dovesse

indugiare più oltre a spingere innanzi con tutto il calore la sua

pretensione, fece ai tredici di gennaio del mille cinquecento settanta

sequestrare le navi dei Veneziani che alla fede dei trattati nel

suo imperio trafficavano, chiudere i passi ai mercadanti, sostenere

l’ambasciadore, e sciogliere il freno ai confinanti di Dalmazia

perchè molestassero in terra, ed ai corsari levantini perchè in mare

travagliassero le cose della Repubblica. La quale a un tempo e per

tanti modi offesa grandemente si commosse: e senza piegare l’animo

invitto nè alle lusinghe fraudolenti nè alle minaccie terribili di

così grande imperadore, anzichè cedere in balía di Turchi un regno

cristiano, risposero: Esser turpissima cosa per Selim, senza alcuna

nuova cagione nè vera nè verisimile, rompere quella pace che essi per

tanti anni avevano gelosamente custodita, ed egli medesimo poc’anzi

con giuramento confermata; possedere la Repubblica per giusto titolo il

regno di Cipro; averla Selim e gli altri imperadori sempre riconosciuta

padrona di quello: lo difenderebbe come cosa propria da chiunque fosse

ardito assalirlo: e Iddio, giustissimo giudice dimostrerebbe cogli

effetti a favor loro quanto gli ardimenti dei rapaci e degli spergiuri

siangli malgraditi. Così, rotte le pratiche, con grand’animo presero

i Veneziani a far le provvisioni della guerra, talchè di presente la

città fu piena di armi e in gran movimento al porto e all’arsenale,

scrivere fanti e cavalli, trovar denaro e provvigioni, varar navi e

galere, armarle, fornirle, spingerle a Cipro, rimontar l’artiglierie,

munir le fortezze, dare a Girolamo Zane il comando dell’armata, a

Sforza Pallavicino dell’esercito, chieder soccorso ai principi, e

prima d’ogni altro al Papa, furono opere di tanta prestezza che quasi

a un tempo il Turco assaltava Cipro e il Leone di San Marco spiegava

l’artiglio per difenderlo: e col ruggito di giusta indignazione

chiamava all’armi la Cristianità.

II. — Quando il Papa ebbe inteso dall’ambasciadore di Venezia quel che

i Turchi ardivano, e quel che il Senato da lui richiedeva, si dolse

prima grandemente del travaglio che pativano i diletti suoi figli, e

poi levando al cielo le mani, si rallegrò che gli avesse Iddio ottimo

massimo messo innanzi l’occasione tanto da lui desiderata di stringere

per così giusta causa ed urgente necessità i principi cristiani ad

una lega vigorosa, che sola poteva salvare l’Italia e l’Europa dalla

crudeltà e insaziabile cupidigia dei Turchi, e ricuperare le altre

provincie ove tante migliaja di fedeli, sotto il giogo di spietata

tirannide, servile e misera vita menavano: affinchè gli uni e gli

altri liberati dalle mani dei nemici potessero senza timore servire a

Lui.[1] E quantunque si trovasse egli allora smunto di danaro, pure

volendo prima d’ogni altro dare l’esempio, come colui che per vera

virtù e per santo zelo di religione procedeva, applicò l’animo non

solo a trovar grosse somme, e spedir nunzi e brevi pressantissimi alla

corte di Spagna e agli altri principi, ma anche a soccorre i Veneziani

con un’armata navale: affinchè la lega avesse principio, questi si

confortassero, quelli si commovessero, e tutti il seguissero. E perchè

la cosa riuscisse a buon termine prese semplice e sicuro partito; avere

un uomo capace, dargli ogni potere, e lasciarlo fare.

[11 giugno 1570.]

E senza riguardare alle passate condizioni politiche della guerra di

Campagna, nè alle ostilità di Marcantonio Colonna in tempo di Paolo IV,

tanta fiducia pose nell’altissimo valore e nella virtù di quel campione

incomparabile del sangue romano, già lungamente provato nelle guerre

di terra e di mare, che avutolo seco a stretto e segreto colloquio non

dubitò, sebbene molti principi d’Italia e qualche grande di Spagna

ambissero quell’onore, di prescegliere lui medesimo per suo capitan

generale, e fornirlo di tutti i poteri con piena balía di governar

quella impresa, siccome si fa manifesto per la lettera in forma di

breve a lui diritta in questa sentenza.[2]

«Al diletto figliuolo, nobil uomo, Marcantonio Colonna, barone romano,

prefetto e capitan generale dell’armata nostra e della Sede apostolica

contro Turchi. Pio Papa V. Diletto figliuolo, nobil uomo, salute ed

apostolica benedizione. — Dovendosi in questi difficili e pericolosi

tempi trascegliere un prefetto all’armata nostra di mare, per opporla

ai Turchi, i quali apertamente combattono dura ed aspra guerra contro

i Veneziani, e contro tutto il Cristianesimo, affinchè congiunte

tutte le forze nostre, più facilmente si possa respingere l’impeto

del furente nemico, gli occhi dell’anima nostra, figlio carissimo,

alla nobiltà tua tra tutti gli altri tuoi pari si sono rivolti; perchè

fermamente speriamo nel nome della nobilissima tua casata e nella tua

virtù, prudenza, fede e nella lunga pratica delle cose militari poterci

al tutto sicuri riposare. Per tanto nel nome di Dio onnipotente, a

difesa della santa Chiesa ed a tutela della Cristiana repubblica, noi

per autorità apostolica e tenore delle presenti, sempre che durerà

il beneplacito nostro e della predetta Sede, ti eleggiamo, creiamo,

costituiamo, e deputiamo capitan generale e prefetto di tutta la navale

armata nostra e della stessa Sede contro i Turchi, con tutte e singole

facoltà, giurisdizioni, preminenze, prerogative, onori, e pesi soliti e

consueti; similmente con lo stipendio mensile per te di scudi seicento

di giulj dieci, e con la provvisione ordinaria di dodici eletti militi,

chiamati volgarmente lancespezzate, e di più venticinque alabardieri

per la guardia del tuo corpo. Al tempo stesso comandiamo a qualunque

capitano, padrone, ufficiale, soldato e persone delle nostre galere e

navi, sotto le pene da infliggersi ad arbitrio nostro, e puranco tuo,

che con il debito onore ed ossequio ricevendoti tengan con te, i tuoi

comandamenti senza alcun indugio od eccezione eseguiscano, ed ogni tuo

volere in tal guisa facciano come se noi medesimi avessimo comandato.

Tu dunque, figliuolo, così ti diporterai, e l’ufficio volenterosamente

da noi conferito eseguirai, che l’opere tue pienamente rispondano a

quanto noi e tutti pubblicamente da te ci aspettiamo. Nel che tu farai

cosa grata primamente a Dio, la cui causa ora si tratta; e poi al

nostro desiderio sommamente soddisfarai: donde te ne verrà dall’istesso

Iddio il premio di felice e perenne vita e da noi senza alcun dubbio la

lode e la giusta commendazione delle egregie opere da te fatte. Dato a

Roma, presso San Pietro sotto l’anello piscatorio, a dì 11 giugno 1570,

del nostro pontificato anno quinto.»

Marcantonio Colonna, duca di Paliano, scritto alla nobiltà di Venezia,

feudatario del re di Spagna, e gran contestabile della corona di

Napoli, era nei trentacinque anni,[3] quando per questo breve gli fu

conferito il generalato del mare. Egli alto e svelto della persona,

calvo in sin da giovanetto, gran fronte, viso lungo, occhi grandi,

aspetto serio, tinte calde, lunghi mustacchi, portamento nobilissimo;

grande intelligenza, raro valore, e cuor magnanimo: provveduto in ogni

sua cosa, efficace nel discorso, e insieme di maniere tanto affabili e

dignitose quanto non si disconverrebbero ad un sovrano. Sin dalla prima

gioventù aveva seguita, al paro de’ suoi maggiori, la via delle armi;

e si era mostrato non solo prode condottiero di fanti e cavalli, come

tutti sanno, ma anche valente capitano di mare. Aveva tenuto tre galere

sue proprie, la Capitana, la Colonna e la Fenice, navigato con quelle

in Spagna e in Africa, fatta la impresa del Pegnone, ed altre onorate

navigazioni che pur gli storici ricordano, e i documenti della sua casa

ampiamente descrivono.[4] Fatto capitan generale dell’armata romana, e

posto in mezzo tra gli Spagnuoli e i Veneziani, ebbe sempre l’animo non

ai propri interessi, ma al pubblico bene di tutti: ed al particolare

eziandio di ciascuna delle potenze confederate. Dai contemporanei toccò

quella mercede che sempre è riserbata a chi ha a fare tra le discordie

di più padroni, e la invidia di molti servi. Il giorno stesso undici di

giugno, vestito di tutt’arme e accompagnato da una splendida cavalcata

di grandi ufficiali e baroni romani, andò nella cappella papale, ove

cantata la messa dello Spirito Santo, e dato il giuramento, ricevette

dalle mani stesse di san Pio le insegne del comando e lo stendardo

della lega, che aveva sul fondo di damasco rosso l’imagine di nostro

Signore Crocifisso, quelle dei santi apostoli Pietro e Paolo, e in alto

a grandi caratteri scritto il motto celebre per le memorie del passato

e per il presagio dell’avvenire: Tu vincerai con questo segno.[5] Dopo

di che, ricondotto dagli amici assembrati sotto il fatal gonfalone

al suo palagio, e ricevute quivi le congratulazioni della corte e le

pubbliche feste che per la città di Roma con molti fuochi e spari

e suoni in simili circostanze solevano farsi, rivolse tutti i suoi

pensieri a ben condurre l’impresa.

III. — Non avendo Marcantonio nè tempo nè modo da costruire, come

avrebbe desiderato, il suo naviglio, posto nella urgente necessità

della guerra imminente, pensò cavare dodici corpi ignudi di galere da

Venezia,[6] e quelli rivestire, ed armare di tutto punto in Ancona.

Prima però di andar colà, si ordinò in Roma di tutto che facesse a

proposito dell’armamento: e secondo il mandato del Pontefice e l’uso di

quel tempo, spedì le patenti ai capitani che dovevano comandare sopra

l’armata, cominciando da Fabio Santacroce, al quale scrisse in questi

termini:[7] «Marcantonio Colonna duca di Paliano, e capitan generale

di sua Santità. Avendosi a provvedere dei capitani delle galere di sua

Beatitudine al nostro general governo commesse nella istante impresa

contro infedeli, et conoscendo il valore et meriti del molto honorato

signore Fabio Santa Croce, nobile romano, gli diamo il carico per la

presente di una di dette galere, deputandolo capitano di quella: con

autorità, e facoltà di armarla, comandarla, e provvederla come conviene

alla qualità sua, et confidiamo che esso signore farà per servitio di

sua Santità. Comandiamo però che per tale sia riconosciuto favorito, et

obbedito da chi appartiene, non si facendo il contrario per quanto si

ha cara la gratia di Sua Santità et nostra. Dato a Roma il dì 11 giugno

1570.»

Prima però che fosse spedita questa patente, già Fabio viaggiava in

diligenza verso Venezia per aver dal Senato quei corpi di galere e

condurli in Ancona, portando seco calde raccomandazioni ai Governatori

della Marca e della Romagna che il favorissero nell’assoldare i

marinari; ed ordine ai tesorieri acciò lo provvedessero del danaro.[8]

Fabio nel suo rapido passaggio, lasciando ovunque istruzioni ed uomini

da ciò, faceva scrivere i comiti o capi delle ciurme, gli scrivani, i

piloti, le maestranze, i bombardieri, e i marinari.[9] Al tempo stesso

le comunità vuotavano le carceri di tutti i condannati e scrivevano

volontarj per metterli al remo, ove erano poscia dagli stessi comuni

senza aggravio dello Stato come prima mantenuti.

[15 giugno 1570.]

Appresso a Fabio ordinò Marcantonio gli altri capitani a comandar le

galere, e le patenti di ciascuno pose ne’ suoi registri: donde mi piace

cavarne quella che ebbe Domenico de’ Massimi, del quale dovrò più volte

ragionare.[10] «Marcantonio Colonna ec.

»Essendo piaciuto a sua Beatitudine servirsi di noi in quest’impresa

contro infedeli con darci il carico delle galere et fanterie che sopra

quelle hanno da militare, et convenendo al servitio di sua Santità et

alla fede che di noi ha mostrato in questa importante occasione come

al debito et riputatione nostra, haver persone di sapere et di valore,

havemo pregato l’illustrissimo signor Domenico de Massimi, conte di

Cicigliano, che volesse accettare l’infrascritto carico che per sua

comodità et per potersi nell’occasione mostrare gli avemo dato: et

trovato in detto signore corrispondente desiderio verso il servitio

di sua Santità et amor nostro, li concedemo in vigore della facoltà

nostra il governo di una di dette galere che appresso per nostro ordine

gli sarà consegnata, et una di dette compagnie da poter nominare il

capitano di essa et ispedirgliene patente con tutte le provvisioni,

paghe, stipendi, gaggi et emolumenti che si sogliono pagar dai ministri

di sua Santità e da quelli che a ciò saranno deputati. Dunque potrà il

detto signore quanto prima fare allestire detta compagnia per eseguire

l’ordine nostro; volendo, e comandando che nella sua galera sia da

ognuno come la persona nostra obedito, et da ciascuno conforme al

suo merito honorato per quanto si ha caro la gratia di sua Santità et

nostra. In Roma a dì 12 di giugno 1570.» Al modo stesso Marcantonio

chiamò seco il fior dei prodi tra la romana nobiltà a comandar le

sue galere; e questi furono Orazio Orsini, Pompeo Colonna, Prospero

Colonna, Muzio Frangipani, il cavalier Malaguzzi, Domenico de’ Massimi,

Manlio Baglioni, Alessandro Ferretti, Gianluigi Giorgi, il cavalier

Gaspare Bruni e Cencio Capizucchi. E perchè tra quei signori non avesse

a nascere controversia fece imborsare i nomi loro da una parte, e

quelli delle galere dall’altra, e cavarli per dare a ciascuno la sua

secondo che gliene venisse la sorte, salvo quello della capitana, che

dovendo essere di speciale fiducia, e vivere sempre vicino al generale,

non per fortuna ma di sua elezione vi condusse Cencio Capizucchi.[11]

Per la levata delle fanterie destinò in varie parti i quartieri ove

dovessero raccogliersi: e spedì le patenti a dodici capitani, già

provati in molte guerre. Per ordine suo il capitan Dario Nelli assembrò

la compagnia a Castelfidardo, Gianvincenzo Valignani a Santelpidio,

Filippangelo Boccaurati a suo piacimento, Flaminio Zambeccari a

Montemilone, Cornelio Buongiovanni a Montolmo, Sante Ranucci al Sirolo,

Francesco Lodi a Macerata, Guido Tromba a Fano, Camillo Perinelli a

Jesi, Alessandro Ferretti a Recanati, Cencio Capizucchi a Filottrano,

Prospero Colonna a Cingoli: essendosi questi ultimi tre per la loro

grande riputazione messi non solo a reggere le galere, ma anche a levar

le fanterie.

Finalmente chiamato per uditor generale nelle questioni di diritto

l’eccellentissimo dottor Fabrizio Villani, per commissario generale

della Camera apostolica sulle spese monsignor Paolo Francesco

Baglioni, per segretario privato il Gallo di Osimo, e capo di tutti i

bombardieri, il celebre architetto Iacopo Fontana d’Ancona,[12] scrisse

il ruolo dei gentiluomini e venturieri di sua compagnia in una nota

ove fan di sè bella mostra i nomi più chiari che per nobiltà di sangue

e militar virtù allora onorassero le nostre contrade. La qual nota

per giusta retribuzione di lode ai nominali e di onore alle famiglie

e città loro io stimo doversi pubblicare.[13] Ecco a verbo a verbo il

catalogo dei gentiluomini venturieri che si raccolsero intorno alla

persona di Marcantonio Colonna. «Il signor Biagio Capozzuccha alfiere,

Giovanni Orsello da Tolentino sergente, Cesare da Bologna tamburo, il

signor Francesco Orsini de la Scarpa, il cavalier Navarino, signor

Girolamo Mariotti da Fano, signor Alberico Alberici, signor Fabio

Piccolomini, signor Ferrante Davila, signor Annibale degli Oddi, signor

Iacopo Frangipane, il marchese Malaspina, signor Pirro Passerini,

signor Pier Giovanni Spinelli, signor Giulio Gabrielli romano, signor

Camillo Accoramboni, signor Francesco Nari, signor Alfonso Cambi,

signor Camillo Fracastoro, signor Cesare Pagani, signor Lucio Colonna,

signor Giulio Timotelli, Orazio Corona romano, Hieronimo Signorini

da Viterbo, Vetresco Vetreschi da Viterbo, Agnolo Fiamma, Giovanni

Martino portoghese, Pasino Carniglia, Landuga spagnuolo, il capitan

Lucio Cales napolitano, Nicolò Bocchieri del Bosco, Ottavio Caro,

Alessandro Doria, il capitan Gianbattista Alciati, Giovanni Domenico,

Pietrantonio De Giorgi da Magliano, Annibale Bagarotto, Fabrizio

Magnenti di Marino, Matteo di Tommaso da Scanzano, Curzio Caracciolo,

Gianantonio di Maglieri, fra Settimio cavalier di Malta, Belisario

d’Orlando di Genazzano, signor Mutio Vitozzi romano, Francesco

Grignetta napolitano, Camillo Socchini da Modigliano, Michele Corrotto,

signor Pietro de Fabbi, il capitan Lionbruno da Recanati, Pietrozzo da

Recanati, Priamo da Recanati, il capitan Liutrecche da Sassoferrato, il

capitan Pier Mario da Terani,[14] il cavaliere Enèa da Sassoferrato,

Gianfelice da Terni, Teseo de Lanzi da Terni, Menico di ser Basilio

da Terni, Silvestro de Santi da Terni, Marzio da Terni, Ricciotto

da Terni, Niccola Orselli da Tolentino, Agnolo de Zoccoli romano,

Agnolo Leonini romano, Giovanni da Palestrina, Mancino da Fabriano,

Giovanni Battista del Bufalo romano, Giovanni Romolo da Fiorenza,

Valentino da Sassoferrato, Vincenzo da Sassoferrato, Eraclio Ridolfini

da Narni, Cristoforo de Concha spagnuolo, Gasparre spagnuolo, Lazzaro

da Fabriano, Brandimarte della Ripatransona, Lorenzo di Castel delle

Pieve, Tiburzio da Narni, Ottaviano Particappa.» Con questi andarono

molti capitani e gentiluomi perugini: tra i quali si ricordano negli

annali del Crispotti il capitan Simone da Papiano, Traiano Vermiglioli,

Nicolò Graziani, Michelangelo Benincasa, Luca Signorelli, Rugero degli

Oddi, il cavalier Ranieri, Camillo Pennelli, Livio Parisani.[15] Nè

posso tacere quel che tutti gli scrittori raccontano, che il famoso

poeta Michele Cervantes, paggio allora nella corte del cardinale

Acquaviva in Roma, si arrolò tra le milizie di Marcantonio per la

guerra d’Oriente.

Marcantonio dette le seguenti istruzioni ai capitani:[16] «Vostra

signoria ha da fare dugento soldati, cioè centonovanta archibugeri, e

dieci corsaletti con alabarde; e che non manchi uno del numero. Et se

ne menasse quattro o sei di più, se li faranno buoni.

»Li detti archibugeri hanno da avere tutti li morioni alla moderna:

perchè colui che non n’havesse, non sarà passato alla banca; ancorchè

venisse provvisto di tutto il resto.

»Che abbiano ancora li fiaschi di velluto grandi et belli quanto

sia possibile, et che tutti li archibugi siano a miccio, et di buona

munitione; come volgarmente si dice, alla spagnola.

»Che li dieci corsaletti siano buoni et aggarbati, alla moderna. Et le

alabarde tutte di velluto in hasta et chiodate.

»Procurerà ancora che li soldati abbiano calzoni di velluto per quanto

sia possibile, o di panno. Et li borrichi o pezzi alli lati di panno

alla francese. Et con giubboni che siano buoni. Et con un poco di

bombace. Perchè, ancorchè sia di estate, in galera fa freddo.

»Userà diligenza d’haver soldati prattici et buoni. Et perchè non si

potranno haver tutti prattici, procurerà di farli esercitare, giacchè

per una patente a parte si dà loro autorità di poterlo fare.

»Sopra ogni galera s’imbarchi un frate scappucino per cura di essa; e

si mettano due casse di spezieria con li dui medici.» M. A. C.

[16 giugno 1570.]

IV. — Ciò preparato e disposto con molta sollecitudine, Marcantonio

andò a congedarsi dal Papa, e il sedici del mese dopo vespro partì

da Roma conducendo seco per luogotenente generale Pompeo Colonna, al

quale aveva poc’anzi procurato dal medesimo Papa il titolo di duca di

Zagarolo. La sera giunse a Castelnuovo di Porto, il dì seguente che fu

sabato a Terni, la domenica a Serravalle, lunedì a Macerata, martedì

nella mattina sentì la messa e si comunicò a Loreto, e la sera entrò in

Ancona, ove già era Fabio Santacroce con otto galere che aveva cavate

da Venezia per armarle in quel porto. Difficilmente potrebbe esprimersi

la efficacia delle parole, e la prontezza delle opere del generale e

dei suoi, e quanto volentieri la gioventù concorreva a scriversi nei

ruoli della milizia e della marineria.

[20 giugno 1570.]

I fatti, per così dire, ne parlano; e Marcantonio Colonna la stessa

sera scrivendo da Ancona al cardinale Alessandrino, gli diceva[17]

avere ritrovate ovunque le fanterie già pronte, e in tanto numero,

e gente così buona da farne restar maravigliato chiunque, e di

più trovarsi già all’ordine trecento nobili venturieri per militar

sull’armata a proprie spese.

[Luglio 1570]

Mancavano però l’altre quattro galere: e quelle otto trovate in Ancona

erano prive di molte cose necessarie. Ondechè avendo ordine di sua

Santità di passare a Venezia più tosto per complire con quei Signori e

farsi loro amorevole, che per alcun bisogno di armar galere, essendosi

giudicato che non vi sarebbe stata necessità di andar per questo;

pure vedendo le cose a tal termine, fece risoluzione di passar subito

a Venezia con alquante galere della Signoria che si trovavano in

Ancona sotto il governo di Marin Dandolo. Se non che, veduto il tempo

contrario al navigare, prese le poste con cinquanta cavalli; e il primo

giorno (dopo essersi trattenuto alquanto col duca d’Urbino in un luogo

fuori di Pesaro, detto l’Imperiale) fu al Cesenatico; l’altro alle

Fornaci, e il terzo giorno a Chiozza, presso il podestà Lorenzo Emo;

donde sulla sera con buone barche si inviò a Venezia con tanta celerità

che la Signoria non ebbe tempo di mandarlo ad incontrare. Pur nondimeno

subitamente riconosciuto alle sue divise nel passar dal Canale grande,

lo fecero smontare a palazzo Pisani, ove i savi di terraferma Antonio

Tiepolo e il cavalier Soriano vennero a visitarlo e pregarlo che per

quel giorno quivi si riposasse.

Ma il dì seguente con quattro barche della Signoria, in mezzo a

cinquanta senatori vestiti di cremisino, andò in collegio, presente

il principe che gli venne incontro tutti i gradini della sua sedia,

mentre egli graziosamente salutando ad alta voce e rivolto a tutti

diceva che dovessero star di buon animo perchè da sua Santità sarebbero

sempre aiutati con tutte le forze sue ed anche coll’autorità presso

gli altri principi, e che per questo animosamente attendessero alle

provvisioni di sì onorata impresa contro gente rapace e senza fede.

Poi sedutosi allato al Doge e stando sempre con la capitolazione in

mano, siccome era stata conclusa a Roma tra i ministri del Papa e

della Repubblica, si restrinse intorno alle cose principali della sua

commissione, insistendo per essere spedito, specialmente rispetto

alle grandi difficoltà che ogni poco nascevano nell’armare: perchè

le dodici galere non erano pronte secondo il patto, ed a compirne il

numero si offerivano quattro fusti vecchi e mal atti, lasciati indietro

e per rifiuto nell’arsenale; con una capitana che era galera restia

di quarant’anni. Tuttavia Marcantonio tolse le difficoltà, accettando

pure di far certe spese non pattuite: ed i Veneziani per amor di lui

fecero molte cose supplire d’armi e di vettovaglie e di altro a che

non sarebbero stati tenuti. E così destramente negoziando, concluse

in un mese quel che altri non avrebbe pensato in un anno. La sua

mente era a tutto e tutto moveva, in Ancona e in Venezia: là armava

le otto galere,[18] qua le quattro: e, sempre pronto nei ripieghi,

marinari, remigi, soldati, armi, vettovaglie, munizioni, metteva e

governava con tanta cura e così grande prestezza, che ai ventidue di

luglio acconciata ogni cosa, e preso commiato in collegio, partivasi

da Venezia conducendo seco le quattro galere in Ancona, dove all’entrar

d’agosto ebbe tutta la squadra pronta alla vela.[19]

[Agosto 1570.]

Intanto l’armata veneziana numerosa di cento e trentasette galere

sotto il governo di Girolamo Zane suo capitan generale, di Sforza

Pallavicino generale delle fanterie, e dei provveditori Giacomo Celsi

e Antonio da Canale, dopo avere su e giù volteggiato nel golfo per

assicurare i possedimenti di Dalmazia e le Isole del Jonio, finalmente

erasi accostata a Candia: laddove sapendo che in Ponente si era dato

principio a trattar della lega, e aspettando i rinforzi del Papa e

dei principi cristiani, nè potendo nel mezzo tempo far nulla contro

l’armata assai più numerosa del turco, cadde in tanto languore di

ozio e di abbattimento, che, unito alla rea qualità dei cibi ed alla

corruzione dell’aria, si condusse a consumarsi di febbri acute e

di contagio pestilenziale, tanto che in breve perdette di marinari,

di soldati e di ciurme quasi tremila persone. Tuttavia attendevano

i Veneziani a rifar gente in Candia, e confidavano negli aiuti che

a richiesta del Papa mandar doveva secondo certi riscontri il re

cattolico. Monsignor Ludovico de Torres, nuncio straordinario per

questa bisogna della lega, faceva allora allora gran pressa a Madrid.

E sebbene il re Filippo II, con mostra di gran pietà riguardando

agl’interessi della sua corona, avesse risposto al nuncio che i

Veneziani fossero indegni di essere nei loro bisogni aiutati, e che

quanto alla lega voleva pensarci essendo negozio di tanta importanza,

ciò non pertanto dopo infinite difficoltà era venuto ad impegnar la

sua parola che manderebbe Giannandrea Doria con quarantanove galere

a unirsi con le pontificie e le veneziane nell’armata.[20] Onde che

avendo Marcantonio dato fondo il sei d’agosto in Otranto, e trovate

quivi molte lettere di Madrid e di Venezia che l’avvisavano dovere in

quel luogo e prestamente capitare Giannandrea Doria con le predette

quarantanove galere del re per congiungersi sotto il suo stendardo

ed obbedienza, pensò che, tenendo certa aspettativa di così grande

rinforzo, non fosse bene l’andata sua con sole dodici galere in

Candia, e che gli convenisse meglio aspettar quivi Giannandrea e

sollecitarlo tanto più da presso quanto che in questa bisogna lo

vedeva procedere lentamente.[21] Tra le lettere che trovò Marcantonio

in Otranto ve n’ebbe una di Filippo II re di Spagna scritta nel suo

volgare, che per esser di somma importanza, come appresso si dirà,

io qui rivolgo a verbo a verbo nel nostro così:[22] «Illustre cugino

Marcantonio Colonna. — Ho ricevuto la vostra lettera del 9 di giugno

con che mi date contezza come sua Santità vi aveva nominato per

capitano generale delle sue galere, ed io mi sono rallegrato molto

di questo, per la particolar benevolenza che vi porto e fiducia che

metto nella vostra persona: persuaso che voi avrete tanto pensiero

della mia armata e del mio servigio quanto sempre ne avete avuto nel

resto delle cose che vi sono state imposte. Io scrivo a don Giovanni

di Zuñiga, mio ambasciatore in Roma, che vi partecipi la risoluzione

che ho preso perchè Giannandrea, con quelle galere che già prima gli

si era ordinato di tener insieme nel nostro regno di Sicilia, vada ad

unirsi con le galere di sua Santità e con quelle della illustrissima

repubblica di Venezia, e vi obbedisca e segua lo stendardo di sua

Santità. Io vi incarico e prego molto che nella battaglia vi valghiate

in tutto del parere di Giannandrea, che mi si dice vi gioverà assai

la sua assistenza, affinchè abbia felice successo, per la pratica

ed esperienza ch’egli ha delle cose di mare: e che abbiate pensiero

di avvisarci di tutto quello che occorrerà; e similmente che siate

avvertito che se l’armata del Turco pigliasse determinazione diversa da

quella che sin ora si è detta e venisse a danno de’ nostri stati, voi

accorriate con tutte le galere al bisogno come è ragionevole, ed io di

voi confido. — Dall’Escuriale ai 15 di luglio 1570. Io il re — Antonio

Perez.»

La risoluzione presa dal Re che l’armata sua si congiungesse con

quella pontificia e veneziana sotto l’ubbidienza e lo stendardo del

generale del Papa, giunse in Roma col corriero di Spagna il ventisette

di luglio, e subitamente l’ambasciatore fecela pubblicare in corte e

per la città,[23] menandone ognuno grandissima festa, perchè tutti

pensavano che il Re fosse risoluto daddovero di metterci le mani,

e che quelle solenni parole di dover l’armata di Spagna seguire lo

stendardo di sua Santità, ed ubbidire al general pontificio, come

nel linguaggio militare significavano e tuttavia significano assoluta

sommissione, così fossero un sicuro pegno di veder le cose pubbliche

all’ombra del papale stendardo ben dirette da quell’uomo nel quale

tutti riponevano la loro fiducia. Quando questa istessa notizia per

lettere di Madrid e di Roma si riseppe a Venezia crebbero due doppi

tanto le speranze della repubblica. E il doge persuaso che fosse

onore e utilità grande dello stato suo il ricevere gli ajuti di Spagna

sotto la bandiera della Chiesa, e sotto l’obbedienza di Marcantonio,

(già per pubblico decreto chiamato gentiluomo di quella patria e

ammesso a tutti i gradi e dignità della repubblica) quantunque pochi

giorni prima avesse tanto lungamente esso doge ragionato con lui

delle cose di guerra, e trovatolo in tutto seco pienamente concorde;

volle nondimeno mandargliene in Otranto lettere di congratulazione, e

mostrargli fiducia sempre maggiore con una lettera scritta in questa

sentenza:[24] «Aluise Mocenigo per la grazia di Dio doge di Venezia,

eccetera: All’illustrissimo signore Marcantonio Colonna capitano

generale della navale armata pontificia, figliuolo nostro carissimo

salute ed affetto di sincera dilezione. — Con grandissima soddisfazione

dell’animo nostro abbiamo inteso per lettere dei 17 del mese passato

dell’ambasciator nostro presso al serenissimo Re cattolico, che la

maestà sua aveva spedito ordine al signor Giovannandrea Doria che con

ogni diligenza s’abbia da congiungere all’armata nostra con le galere

che ha seco, sotto lo stendardo ed ubbidienza dell’Eccellenza vostra,

sì per averci con così buona risoluzione confermato dell’ottima volontà

della Maestà sua cattolica verso di noi, quanto per vedere queste forze

all’obbedienza di lei tanto amata e stimata dalla signoria nostra, e

tanto nostra confidente: onde se ne rallegramo con l’Eccellenza vostra

per ogni rispetto con quel maggiore e più caldo affetto che potemo: et

perchè abbiamo data commissione ultimamente al capitan nostro generale

di mare che si debba spingere innanzi con l’armata et andare in Candia

perchè di là rinforzate le galere di genti così da combattere come da

remo, et intendendo con più fondamento lo stato delle cose turchesche

per la vicinità dei luoghi, possa fare quelli progressi che nostro

signore Iddio li potesse mettere innanzi, così principalmente per la

difesa del regno nostro di Cipro come per offesa delle forze e cose

turchesche prefate, giudicamo grandemente a proposito che quanto prima

si divenga all’unione dell’armata cristiana a fine che tanto più si

venga a facilitare quello che si avesse a fare: però volemo per queste

nostre pregare l’Eccellenza vostra, sì come facemo con ogni affetto, di

accelerare con ogni diligenza la sua andata in Levante per ritrovare et

unirsi con la detta armata nostra, et accettare quelle occasioni con

le quali la si possa dimostrare di quella virtù e valore che ella è

in effetto, siccome da ognuno è grandemente aspettato: questo siccome

a noi sarà sommamente grato così volemo esser certi che sarà posto in

effetto dalla Eccellenza vostra con ogni prestezza, sì per il desiderio

che conoscemo che ella tiene del comodo e beneficio della cristianità

et nostro in particolare, come perchè con questa unione ella può molto

ben conoscere che darà compita consolazione alla Santità sua desiderosa

oltremodo del bene et della reputazione della repubblica cristiana, et

del comodo nostro, possendosi per ciò operare alcuna cosa innanti che

passi la stagione di quell’utile et honorato servigio suo et beneficio

particolare dello stato nostro che l’Eccellenza vostra per sua prudenza

ben conosce. Dato dal nostro ducal palagio, a dì 5 agosto indizione

decimaterza, 1570.»

Similmente il grammaestro di Malta insieme col suo consiglio nello

spacciare le istruzioni al cavalier Pietro Giustiniani allora

dichiarato generale delle galere in luogo di Francesco di Saint Clement

(che per essersi lasciato sorprendere dal corsaro Luccialì ed aver

perdute la capitana e due sensili era stato strangolato in carcere e

gettato in canale) prescriveva.[25] «Che dovesse navigare alla volta di

Cipro, e quando trovato avrebbe le galere del Papa con esse congiungere

si dovesse riverentemente salutandole con abbassare et alzare tre

volte lo stendardo, e poi tornandolo ad alborare nel suo luogo. Che

presentare si dovesse d’innanzi a Marcantonio Colonna generale di sua

Santità, e che presentandogli le lettere del gran maestro, s’offerisse

di seguirlo con le galere della religione dovunque andar voluto

havesse: dimostrandogli che il principal desiderio di questa religione

era di volere ubbidir sempre ad ogni cenno di sua Beatitudine:

esponendo quanto tiene per difesa della santa fede e per servigio della

santa Sede apostolica. Che far dovesse la scusa se prima non v’era

andato, raccontandogli la disgratia e la perdita delle galere prese da

Luccialì, che di quella tardanza era stata cagione, significandogli lo

sforzo grande e la diligenza che usato havevano acciò, non ostante la

detta disgrazia, lo stendardo della Religione comparisse in ogni modo

ancor quest’anno nell’armata: e che volendo Marcantonio Colonna che

le galere svernassero in Levante, insieme con quelle di sua Santità,

ubbidire il dovesse.»

V. — Non era dunque temerario Marcantonio Colonna duca di Paliano,

cavaliero del tosone, gran contestabile del regno, e capitan generale

del Papa se per tutte quelle ed altre molte lettere, diplomi e ragioni

giudicava di avere qualche autorità sopra le galere ausiliarie, che

dai loro sovrani eran mandate sotto lo stendardo ed obbedienza sua.

E quantunque egli non ad arroganza ma a pubblico servigio intendesse

tener temperantemente in serbo l’autorità pel caso dell’estremo

bisogno, pur qualcuno v’era già fermo a non volerla proprio allora

riconoscere quando più ne facesse mestieri. Costui pensava che lo

stendardo di sua Santità o non mai, o tanto tardi sarebbesi mosso da

doversi scusare in pubblico di non poterlo seguire: e, dato pur che

si movesse, sapeva di potergli contrapporre in privato alcune secrete

cifre di Madrid che dal seguirlo ed obbedirlo il francavano.

Non devo io schivare di scendere ai minuti particolari, nè di salire

alle generali considerazioni quando il richiede l’argomento mio. In

principio la prestezza e la qualità degli armamenti di Marcantonio

voleansi chiarire; però con lui sono sceso a noverare i giorni,

le persone, le armi, le salmerie, gli stipendî. Poscia bisognava

dimostrarne l’autorità; e l’ho fatto, scuotendo dalla polvere degli

archivi le lettere spedite e ricevute a confermarla. Ora mi si

presentano le discordie delle corti, e devo salire a ricercarne le

cause. Il farò, senza voli di fantasia, e senza artificio di parole.

L’artificio e la fantasia hanno da tre secoli travisato nell’opinione

degli uomini il concetto dell’alleanza, e della vittoria di Lepanto.

Io intendo rimetterlo nei giusti termini; e dimostrare chi n’ebbe

dispetto, ne prese diletto, chi ne tolse i frutti. Non ch’io voglia

chiamare al sindacato i secoli passati e giudicarli a mio talento:

non ho siffatta temerità. Sento però dovermi mettere in mezzo a loro,

raccoglierne le parole, udirne le querele, e leggere le arcane cifre

che pur si scrivevano quando più che la paura poteva il dolore. Metterò

tutto innanzi ai lettori: essi saranno giudici. Ed io intento al valore

dei documenti ed alla certezza dei fatti condurrò il mio racconto al

segno prefisso piuttosto per fil di critica che per copia di sentenze e

per forbitezza di stile. Vengo ora ad esporre le ragioni di stato onde

le corti di Roma, di Venezia e di Spagna sin dal principio della Lega

si governavano.

Della interezza di Pio V non v’ha che dubitare. L’animo di lui, come

altresì le parole e le opere, erano per ogni riguardo generose e leali.

I fatti e il procedimento della lega, gli scrittori d’ogni nazione,

infino i protestanti, ne hanno data e ne danno piena testimonianza.

Spagnoli e Veneziani vennero in Roma a trattar con lui della lega, il

tennero mediatore ed arbitro di loro differenze: ed il mondo tanta

fede pose nella sincerità di Pio che la lega e la vittoria intitolò

al suo nome.[26] Ma quanto al doge ed al re, v’hanno molte cose a

ripensare: senza di che la storia anderebbe ancor cieca tra le tenebre

onde sono stati coperti gli intricati successi della lega. Non si

potrebbe nè salvare la legge della morale, nè applicare a ciascuno la

lode o il biasimo secondo il merito; ma in quella vece sbalestrare

giudizî senza cognizione di causa, negare i principî per salvar le

persone, o tuttalpiù mettere in un fascio (come i tristi per iscolpar

sè stessi vorrebbono) tutti insieme gli innocenti co’ rei, gli oppressi

e gli oppressori; e chiamar tutti, senza alcuna distinzione, in colpa

dei gravissimi disordini che vi furono commessi. Protesto però una

volta per sempre che parlando della generosa nazione spagnola e della

sapiente signoria veneziana io non intendo derogare in niuna cosa ai

loro meriti; ma, seguendo l’esempio degli stessi storici spagnoli[27] e

veneziani,[28] voglio che il biasimo sempre s’intenda essere di quelli

o pochi o molti che peccarono; e che per male arti di governo non solo

alla causa pubblica della cristianità, ma anche ai loro concittadini

e patria fecero oltraggio. Che se per avventura dovrò nominar tra

costoro il re Filippo di Spagna, io prego chi legge a non precipitar

nei giudizî: ma rispetto a questo argomento della lega col Papa e co’

Veneziani, e della guerra contro Turchi, seguire il filo del racconto:

e ponderare le ragioni, i fatti e i documenti che nello scrivere mi

sono venuti tra le mani.

Allora la corte di Spagna ambiva grandezza di dominio, e imperio

assoluto in tutta l’Italia.[29] Qua possedeva tre reami, Napoli,

Sicilia, e Sardegna, ridotti a province; e il ducato di Milano a

governo dispotico: qua aveva ridotto il Piemonte, dopo la battaglia

di Sanquintino, a vassallaggio: Genova, per la protezione del re,

e per la condotta di quasi tutti i suoi maggiori uomini nell’armata

regia, a suggezione: la Toscana, in premio della guerra di Siena, a

feudo: Roma (che pur s’era levata più volte a contrastarle) pel sacco

della città, per la guerra di Campagna, e per la tragedia dei Caraffi,

ridotta a sbigottimento: qua non restava più che Venezia libera e

minacciosa, da potere al presente vietarle l’assoluta padronanza, e

contrastargliela nell’avvenire. Quindi gli Spagnuoli, e tutti i loro

aderenti scrivevano e sparlavano sempre contro Venezia: e tanto se le

mostravano avversi quanto poscia si parve e nella rottura con Paolo

V, e nella famosa congiura del duca d’Ossuna. E quantunque le due

corti in palese facessero mostra d’amicizia, in segreto astiavansi

tra loro di odio acerbissimo[30], secondo passione con che gli uni

e gli altri riguardavano la servitù o l’indipendenza d’Italia. Il

principal carattere, che distingue gli storici parziali di Spagna,

(siano di qualunque nazione) è dir sempre male di Venezia: e sovente

dei papi che, come Paolo IV, Sisto V, ed altri, procacciarono frenare

le esorbitanze della corte di Madrid. Oltracciò speciali contrarietà

ciascun di loro covava rispetto alle cose di Lombardia: la qual

provincia era allora divisa in due parti: l’una con Milano, Como,

Lodi, e Pavia a suggezion di Spagna; l’altra con Bergamo, Brescia,

Vicenza, e Verona a signoria de’ Veneziani, talchè l’Adda li partiva.

E siccome suole esser sempre questione tra vicini di costumi diversi

e di interessi contrarî, così essi pure dalle due ripe del fiume

contendevano: non solo per le gabelle, pei banditi, e per molte

altre ragioni di giure internazionale, ma anche per il diritto del

dominio che la corte di Spagna pretendeva sopra alcun territorio dei

Veneziani.[31] Laonde costoro a cessar soperchierie non amavano che il

re crescesse di potenza: e questi per non perder Milano, anzi per fa

valere quando che fosse i diritti suoi al di là dell’Adda, e tenersi

alto in Italia, studiavasi mettere a basso i Veneziani quanto più

copertamente poteva, senza suo carico.[32]

Il perchè gli uni e gli altri già da molto tempo si guardavano

dal mettersi insieme nè a favore nè contro chicchefosse, compreso

il Turco: sapendo i Veneziani non doversi ripromettere gran fatta

soccorsi dagli Spagnuoli; e questi non volendo dar loro troppa mano a

crescere. Onde il senato, costretto dalla necessità, per non perdere

il suo dominio oltremarino sopra tanti paesi cristiani da Cipro sin

quasi a Venezia tutti esposti all’infinita potenza del Turco, per

trafficare liberamente in Levante, e per massima di stato osservava

la pace (non l’alleanza come i Francesi) alla casa Ottomana: e se

alcuno chiedevalo di unirsi seco contro a quella casa, se ne scusava

allegando l’incorrotta fede della Repubblica nel mantenere i trattati

anche a suo discapito cogli stessi infedeli.[33] All’incontro il

re nudriva nimicizia perpetua col Turco, non avendo mai la corona

di Spagna voluto riconoscere nè trattare alla pari con quel governo

barbaro e usurpatore. Dal che gliene veniva molta lode di costanza e

di giustizia, e insieme qualche utilità: perchè lo spavento dei Turchi,

sempre in guerra o in procinto di guerra contro Cristiani, era un gran

freno a mantenergli soggette le Sicilie, ed imbrigliati i Veneziani.

Ma se questi alcuna volta da quel nemico offesi chiedevano aiuto al re

potevano far conto innanzi tutto di sentirsi rispondere che nè egli nè

il suo consiglio giudicavano che fossero meritevoli di essere aiutati

nei loro bisogni, perchè nel tempo dei travagli altrui eran soliti di

starsi a vedere.[34]

Ciò non pertanto alcune volte Spagnuoli e Veneziani stretti ambedue

dall’istessa necessità di difendersi, provocati dalle atroci ingiurie

dei Turchi, e condotti del Papa, avevan potuto collegarsi insieme. Ma

la loro alleanza era riuscita sempre piena di scaltrimento e di frode,

non essendo per ciascun di loro eguali le partite del vincere e del

perdere. Nell’avversa fortuna dovevano perdere i Veneziani tutti i loro

possedimenti oltremarini per opera dei Turchi, e tutta la terraferma

per opera degli Spagnuoli: senza che questi arrischiassero nulla,

potendosi le Sicilie difendere da sè, come facevano. Nella prospera,

niuno impediva che il dominio veneto si allargasse (come già altre

volte) sino a Costantinopoli; e che quel di Spagna (come troppo lontano

da siffatte conquiste) si restasse a veder crescere la potenza degli

emoli, ed il pericolo di Milano. Il senato metteva sul tavoliere tutto

l’aver suo, a rischio di perdere ogni cosa, o di raddoppiar la posta:

il re una piccola parte in ogni evento, a rischio di poca perdita e

con speranza di minor guadagno. Quindi ne veniva un’altra differenza

notabilissima tra loro: erano i Veneziani in tanto bella condizione

che la causa privata della Repubblica s’accordava onninamente con la

pubblica dell’Italia e del Cristianesimo: cosicchè ogni vantaggio o

perdita dell’Italia e della Cristianità era pur perdita o vantaggio dei

Veneziani. Essi avevano in un sol punto l’utile e l’onesto. Non così

per li Spagnuoli, cui veniva egualmente bello, ma non utile del paro,

il vincere. E perciò combattuti da contrarie passioni angustiavano sè

stessi ed i compagni, stentamente misurando che il troppo bello non

addivenisse per loro troppo nocivo.

Valga l’esempio di quel che successe al tempo di Solimano. La

Repubblica era in pace col Turco, quando Carlo V gli faceva la guerra.

Questi chiese aiuti, quella allegò la pace, ambedue se ne offesero. Ma

avendo poco dopo lo stesso Solimano assaliti i Veneziani al paro degli

Spagnuoli, allora stretti gli uni e gli altri dal medesimo bisogno,

per intramessa di Paolo III, si collegarono. Batterono il Turco, lo

scacciarono dalla Puglia, andarono concordi sin che l’utilità degli uni

parve utilità anche agli altri. Venuto però il destro di dare al nemico

una gran battaglia, e una gran vittoria ai Veneziani, allora il vecchio

Doria diventato spagnuolo, voltò le spalle. Espugnato Castelnuovo,

ricusò secondo i patti consegnarlo ai Veneziani. La lega si sciolse

e gli alleati si rimisero al solito, chi in pace, chi in guerra col

Turco; e tra loro in più nemicizia di prima.

Ora nel 1570 quantunque si mantenessero gli Spagnuoli nemici del

Turco ed i Veneziani in pace con lui, ciò non pertanto avendo Selim

assalito Cipro e messo mano a toglier quel regno alla Cristianità, la

Repubblica deliberò la guerra; elesse doge di bellicosi spiriti Luigi

Mocenigo, mise in piè sì grande armata che nè prima nè poi n’ebbe

mai la simigliante, i nobili e i cittadini con volontaria offerta

di denaro concorsero a sostener la patria: ed il Papa per la salute

d’Italia, e per opporsi all’usurpazione dei barbari non ebbe mestieri

di mandar nunzî a Venezia, perchè in quella vece gli ambasciatori

della Repubblica vennero a Roma profferendo tutte le cose loro per la

guerra, nella quale avrebbero durato senza mai cedere a meno che non si

vedessero abbandonati.[35]

All’incontro Filippo II stette sempre saldo ad aspettare le suppliche

de’ Veneziani e del Papa; e le pratiche non solo degli ambasciadori

ordinari e straordinari di Venezia, ma quelle pure del nunzio

Giambattista Castagna arcivescovo di Rossano residente alla sua corte,

e di Ludovico de Torres chierico di camera, e del cardinal Alessandrino

nipote del Papa, mandati a lui l’un dopo l’altro «per farlo risolvere

a prestar questo servigio alla causa comune del Cristianesimo, di

entrar nella lega contro il Turco; e che gli dovesse parere questa

impresa giusta, onorevole, ed utile: e che S. M. pel zelo che aveva

sempre mostrato verso la conservazione dei Cristiani (quandanche non

ci vedesse il proprio interesse) dovesse congiungersi co’ Veneziani

e non temer di loro, ma nel comun pericolo averli per amici massime

insieme col Papa.»[36] Alle quali cose tanto giuste e richieste

istantemente e con questi istessi precisi termini dal Pontefice, non

potendo Filippo ricusarsi per esser tenuto pio, cominciò a querelarsi

dei Veneziani come indegni di essere aiutati,[37] e a chieder tempo

per decidere con maturità sopra la Lega proposta, come affare di così

gran rilievo. Dopo di che ponderando gli interessi della sua corona, e

posposti gli scrupoli della coscienza, deliberò lasciar che i Veneziani

s’immergessero nella guerra, dando loro parole di speranza e mostra

d’aiuto.[38] E così per caparra della lega futura (mentre tenuti da lui

non si movevano a soccorrere i Veneziani nè il granduca Cosimo colle

sue galere, nè il senato genovese, nè il duca di Savoia) egli promise

che avrebbe mandato in Levante Giannandrea Doria con quarantanove

galere sotto lo stendardo ed ubbidienza del general pontificio.

Per ciò quando si riseppe a Venezia che il soccorso del re andrebbe a

congiungersi coll’armata loro sotto il governo di Marcantonio Colonna,

se ne rallegrarono fuor misura, come quelli che in tal modo pensavano

esser daddovero aiutati. E alla corte di Madrid piacque aver fatto un

bel tiro agli emoli laddove pensavano star più sicuri. Perciocchè sotto

quelle tanto belle viste dello stendardo e dell’obbedienza misleali

intendimenti ricoprivansi: ed affinchè Giannandrea nè di suo moto, nè a

talento di Marcantonio, non corresse a favorir troppo efficacemente le

imprese dei Veneziani, già prima di muovere da Messina teneva secrete

istruzioni scritte di mano del re[39] per le quali tanto doveva stare

coll’obbedienza e allo stendardo, quanto gli pareva[40] e portar così

grande aiuto ai Veneziani in Cipro quanto n’aveva portato suo zio alla

Prevesa,[41] e con questo meritarsi dal re Filippo sempre più grandezze

e favori. Dalle opere si conoscono gli uomini.

Ma lasciate pur da parte le secrete istruzioni della corte, e presa

in mano la lettera patente di Filippo a Marcantonio, che avanti ho

pubblicata, a chi ben la considera e quanto ai concetti e per conto

degli effetti che se ne vedranno si mostra chiaro il disegno di

deludere i Veneziani, dando loro come certo un incerto soccorso: e di

mettere eziandio il General pontificio nella contradizione di dover

comandare ed ubbidire al regio. La patente strigne il secondo sotto

l’ubbidienza del primo, e insieme il primo sotto il parere del secondo.

All’uno il presiedere, all’altro il definire, a tutti due il dovere

e il diritto di sottomettersi e rilevarsi, ed a ciascuno il decidere

quando era da star sui pareri e quando sui comandi. I Veneziani

pasciuti di vento avessero speranze senza costrutto; il Papa onori

senza autorità, e il Re sicurezza di stato, lode di pietà, e tutto quel

che meglio gli venisse.

Così dunque Giannandrea Doria che per migliori interpetri doveva aver

colto l’alto senso delle arcane ordinanze del suo sovrano, stavasene

a Messina facendo le grandi viste di voler ubbidire, e non mai

venendo ai fatti. Esso era allora nell’anno trigesimo primo dell’età

sua, lungo, magro, negro, deforme, cui la testa aguzza, la corta e

crespa capigliatura, il naso camuso, l’occhio incavato, ed un gran

labbro gonfio spenzolato all’ingiù davano l’aria piuttosto di corsaro

africano che di gentiluomo genovese.[42] Ma sotto a quelle deformezze

chiudevasi animo grande, intelligente, valoroso, gran pratica del

mare, conoscenza degli uomini, simulazione profonda, ed arte sottile

per menar la sua barca secondo il meridiano di Madrid. Teneva egli

a Messina trentasette galere tra spagnole, napoletane e siciliane; e

dodici sue proprie al soldo del re per diecimila scudi all’anno e a

galera: e quivi stavasene senza darsi gran fatto pensiero di muovere.

Giudicava che Marcantonio non potesse mai per quell’anno esser pronto

da condurselo appresso allo stendardo. Quando fuor d’ogni sua opinione,

sentì ai primi d’agosto che quegli in soli cinquantadue giorni aveva

pure armato di tutto punto le dodici galere, e già era in Otranto

aspettandolo, fece vela. Ma con tanta lentezza, che partitosi da

Messina alli dodici, e sempre col buon tempo, non giunse in Otranto

fino alli venti del mese.[43] Marcantonio attendevalo da quattordici

giorni. Venuto colà a due ore di notte, diè fondo fuor del porto: nè si

mosse dalla sua capitana, nè mandò altrimenti a visitare il generale

del Papa, nè a mettersi all’obbedienza sua, come avrebbe dovuto. Ma

avendogli Marcantonio inviato Pompeo Colonna da sua parte a visitarlo,

egli rese il complimento per mezzo di Marcello Doria. La mattina poi,

senza altra cortesia entratosene in porto, sarebbe restato quivi chi sa

come e quanto se l’istesso Marcantonio, per attendere più alle cose di

momento che alle frivole, dissimulando lo spregio, non fosse andato a

ritrovarlo. E usò secolui tutti i cortesi modi, e largheggiò di titoli

sino a dargli dell’eccellenza, quantunque allora non fosse nè generale

nè luogotenente di generale (il primo di questi carichi aveva in Spagna

don Giovanni d’Austria e il secondo don Luigi de Requesens commendatore

maggiore di Castiglia) sperando così più facilmente piegarlo a trattar

da senno i comuni interessi.[44]

[21 agosto 1570.]

Tale fu il primo incontro di questi due grandi sopra ai quali si

riposavano allora le sorti della Cristianità. Ambedue italiani di

patria, ambedue spagnoli di clientela: ma l’uno più volto a quella che

a questa, e l’altro più a questa che a quella. Da ciò la differenza del

loro procedere. Il genovese, dopo essersi seduto dappresso al romano,

disse in verità tenere ordine dal re di ubbidirgli e di seguirlo. Ma

ben maravigliarsi della temerità dei Veneziani nel volersi mettere

insieme con loro allo sbaraglio dei Turchi tanto insuperabili sul

mare: altro aspettar non potersene se non vedere le armate del Papa

e del Re cacciate in fuga, e quella della signoria al tutto disfatta

dai nemici, come era a metà già ruinata dalla morìa; e resa inetta non

che al combattere, al fuggire. Dato però che coloro nella disperazione

volessero farne la prova, e condurvi pure le squadre degli ausiliari,

avrebbero almen dovuto per riverenza e per gratitudine venir quivi in

Otranto a trovarli e a congiungersi insieme. Allora sarebbesi egli

provato a persuaderli che per esser la stagione troppo innanzi, le

forze troppo fiacche, il nemico troppo invincibile, non fosse tempo

d’andar verso Cipro ad offesa altrui, ma soltanto da starsene sulle

volte nell’Adriatico a difesa propria. Poscia rivoltosi a Marcantonio

il richiese di dare la mostra delle galere, di venire nel suo parere

di non andare avanti, e in ogni caso di risovvenirsi che secondo gli

ordini del re doveva conservargli l’armata.

L’altro allora con molta grazia e maggior destrezza, ripigliando per

filo tutto il discorso, rispondeva: avere sua Santità e il Re cattolico

comandato chiaramente che quanto prima dovessero le squadre ausiliarie

unirsi all’armata veneziana: quindi non esservi questione nè dubbio

di non doverlo eseguire. Delle sue genti e galere darebbe conto a

chiunque in Candia, ove si sarebbero vedute le squadre di tutti, senza

alcuna eccezione. I Veneziani essere stati aspettando riverenti e

grati anche troppo, dal maggio all’agosto; e non doversi dar carico ai

medesimi perchè allora non avessero abbandonato i Cristiani di Cipro

e di Candia allo strazio dei nemici per venire in Otranto a complir

cogli amici. Lodar egli molto che l’armata cattolica si guardasse dai

pericoli, navigando sempre in buona regola e governo, non già fuggendo

ogni cimento: non potendo esser volontà del Re che l’armata sua si

conservasse senza riputazione. Quanto al modo di combattere i Turchi

e di stimare le forze dei Veneziani doversene ciascun riportare a ciò

che se ne consiglierebbe in Candia: dopo fatta l’unione di tutte le

forze cristiane si prenderebbero più certe e fresche contezze degli

amici e dei nemici. In fine pregavalo che considerata la stagione

così bella del mese di agosto non la facesse inutilmente trascorrere,

ma usasse somma diligenza per mettersi subito alla vela.[45] Il

qual ragionamento tanto assennato quanto ciascun comprende, ridusse

Giannandrea a consentire. Ciò non pertanto bisognò prima dargli tutte

le soddisfazioni che seppe domandare: levargli la paura di essere per

via assalito dai Turchi: ed aspettarlo là dove, non avendo cosa a fare

di due ore, si trattenne due giorni. In capo ai quali finalmente le

squadre ausiliarie fecero vela in alto mare verso Candia.[46]

VI. — Intanto le cose di Cipro volgevano manifestamente a mal termine:

e l’isola per tutti i tempi celebrata come luogo del piacere, delle

grazie e dell’amore era tutta in fiamme, in sangue, e in lagrime in

che gemevano grami e desolati i superstiti alla strage ottomana.[47]

Mustafà general capitano di Selim all’entrante di giugno aveva

sbarcato colà un formidabile esercito: quattro mila cavalli, sei

mila giannizzeri, e novanta mila fanti. E volendo espugnar le sole

due piazze d’armi che quivi erano, Famagosta e Nicosia, disertate le

campagne intorno alla prima, si rivolse a questa seconda per essere

città capitale del regno, debolmente fortificata, e meno opportuna a

ricevere i soccorsi, perchè trenta miglia lungi dal mare. Governavano

per i Veneziani Nicolò Dandolo luogotenente del regno, Astorre Baglioni

perugino governator generale dell’armi, il conte di Roccas barone

principe dell’Isola, e il colonnello Palazzo da Fano con duemila e

cinquecento fanti italiani,[48] cinquecento cavalli dei gentiluomini

feudatari, cinquecento stradiotti, e qualche numero di gente delle

battaglie cittadine, con molti gentiluomini e soldati venturieri e

molti anche dell’Isola. Avevano i Veneziani fatto diverse provvisioni

per fornir meglio quel regno: ma la fortuna era stata loro in tutti i

principî contraria. Imperciocchè essendo il conte Girolamo Martinengo

con grosso presidio mandato per governatore a Famagosta, poco dipoi la

sua partenza morissi; e tutte le genti che seco conduceva di contagiosa

infermità similmente perirono: di modo che Astorre Baglioni, alla cui

cura Nicosia principalmente era commessa, acciocchè la fortezza di

Famagosta molto più rilevante e sul mare non si trovasse sprovvista

di governatore, fu costretto nel maggior bisogno lasciar Nicosia in

mano del Dandolo, uomo inetto, e mettersi in Famagosta, senza che più

il ritorno conceduto non gli fosse nè a Nicosia nè a Perugia: perchè

quivi poco dopo assalito e fatta la nobile difesa che nell’altro

libro dirò, per gloriosa morte lasciò la vita. Similmente Pallavicino

Rangone, in luogo del Martinengo, con tremila fanti mandato insieme

a Sebastiano Veniero provveditor generale del regno, per varii casi

l’uno e l’altro distratti tanto in Candia furono trattenuti che esso

Rangone di sua infermità vi morì, ed il Veniero non potè mai arrivare

a Cipro. Dalle quali cose seguì che quando Nicosia fu assediata si

ritrovò senza governatore e col debolissimo presidio di soli mille

cinquecento fanti, al tutto sproporzionati per difendere grossa città,

vasto perimetro, opere esteriori e undici baluardi. Pur nondimeno

quelli che si trovarono nella piazza, e principalmente il colonnello

Palazzo da Fano che, posta l’imbecillità del luogotenente Dandolo[49]

e la disubbidienza del collaterale Roccas,[50] fu il miglior uomo del

presidio; e con lui i capitani Cecco da Perugia, Giannandrea da Spello,

Niccolò Paleotti da Bologna, Camillo de Gaddi da Forlì, Carlo Malatesta

da Rimini e il capitan Fabrizio da Imola[51] si accinsero alla difesa.

Nonostante la disparità delle forze avrebbero potuto sin dal primo

giorno, siccome tutti dissero, riuscire al glorioso segno di solenne

vittoria, se il Dandolo e il Roccas avessero voluto seguire il prudente

e salutifero consiglio del colonnello Palazzo.[52] Ma per l’imperizia

loro e codardia, lasciata ai nemici (quantunque stracchi, disordinati

e senza artiglieria) libera la strada sin sotto alle mura, bisognò

chiuder le porte, ed aspettare che il dì seguente venissero sbarcati e

condotti là sopra i cannoni d’assedio per riceverne riposatamente la

batteria. Al furor della quale riscossi in fine i rettori, permisero

le sortite: che sebbene facessero buoni effetti, ne avrebbero prodotti

migliori se fossero state da essi più presto e più ben dirette.

Il nemico aprì il fuoco della prima paralella alla distanza di

dugensettanta passi dal fosso: il secondo a passi ottanta. Ma vedendo

che il primo, dal rovinare in fuori alcune case eminenti, poco effetto

faceva; e che nel secondo per il franco rispondere della città aveva i

pezzi continuamente scavalcati; e molto più considerando Mustafà che i

suoi tiri ficcandosi nel terrapieno morivano senza far rovina, rivolse

il pensiero ai guastadori: facendo grande assegnamento nell’opere

possenti della zappa e della pala, le quali dovunque adoperar si

possono non ingannano mai le speranze della vittoria. Cominciò dunque

a cavare il terreno, mettersi al coperto, e alzar trincere, e andare

avanti a spinapesce, sempre difeso: e lavorando continuamente, sboccò

dalla controscarpa nel fosso. Quivi trovando tutta quella terra che

dai precedenti cavamenti vi aveva a disegno buttata, e cavando inoltre

più larga e spaziosa trincera (sempre in mezzo al fuoco vivo perchè gli

assediati non isturbassero i cavatori) con le fascine che la cavalleria

da lungi traeva, fece così forti e gagliardi traverse che levò affatto

le difese dei fianchi, nei quali è posta la sicurezza delle fortezze:

senz’essi nè le cortine nè le faccie dei baluardi possono lungamente

durare. Per tal modo a sicurtà, non potendo essere nè offeso nè

impedito, cominciò a smantellare la fronte delle fortificazioni sopra

quattro lati del poligono, e le punte di altrettanti baluardi.

Di che cominciando que’ rettori di dentro con molta ragione a temere,

stretti dalla necessità che molte volte suol partorire effetti

stupendi, oltre al continuo controbattere, tentarono una sortita

gagliarda di fanti e cavalli. Il dì venticinque agosto improvvisamente

uscendo sull’ora del mezzodì, quando i Turchi per l’eccessivo calore

stavano disarmati e stracchi, ruppero il campo, occuparono due

principalissimi ridotti, e percossero i fuggitivi nella campagna di

tanto terrore che se allora la cavalleria, secondo l’intesa, sboccava

fuori dalla piazza, facilmente quel giorno con la liberazione di

Nicosia una felice vittoria si sarebbe conseguita. Ma il Dandolo

per star sui puntigli non volle che la cavalleria nobile del regno

uscisse, e neanche il permise agli stradiotti che richiedevanlo

frementi al portello. E così quei fanti che già alla vittoria avevano

aperto la strada, essendo poi dalla cavalleria nemica assaltati e

vedutisi abbandonati dalla loro, furono in necessità di lasciare la ben

cominciata impresa e ritirarsi nella piazza con perdita di due capitani

e quasi cento soldati tra morti e prigionieri. Dal qual fatto i Turchi

per conoscere l’imbecillità di chi governava la piazza imbaldanzirono:

e tanto rifidati di sè, quanto in minor stima avevano i nostri, vennero

agli assalti ora ad un baluardo, ora a due, e finalmente a tutti

quattro: con tanta furia e pertinacia, che in pochi giorni dettero

sino a quindici assalti, nei quali essendosi da ambedue le parti fatto

ogni possibile sforzo con ogni sorta d’armi e di istrumenti soliti

adoperarsi in simili combattimenti, vi morirono Turchi infiniti, ma dei

nostri ancor tanti che la città restò quasi vuota di difensori. Laonde

ridotte le cose a quel termine, non rimaneva altra speranza che nel

sostenere più che si poteva con le ritirate dietro le breccie, con le

chiuse alle gole de’ quattro bastioni: non lasciando piazza al nemico

d’alloggiarvisi sinchè il soccorso giungesse, se pur poteva, in tempo.

Scrissero per tanto i rettori di Nicosia lettere pressantissime in più

parti dell’Isola perchè a Girolamo Zane, capitan generale dell’armata

in Candia, si facesse sapere in chiari termini che non era più

possibile sostenere la piazza se non veniva di presente soccorsa.

[31 agosto 1570.]

VII. — Stava il capitan generale Girolamo Zane coll’armata veneziana

nel porto, o meglio direbbesi nel golfo, della Suda in Candia l’ultimo

giorno d’agosto, molto perplesso con quelle lettere di Cipro in mano,

quando le due squadre del Papa e del re, dopo aver navigato nove

giorni con diversa fortuna, gli comparivano da lungi alla vista per

ravvivare le sue speranze, e per mettere maravigliosa allegrezza nei

suoi capitani che tutti ardentemente desideravano di rivolgersi al

soccorso di quegl’infelici tanto orribilmente dagl’infedeli straziati

in Cipro. Aveva il general veneziano ordine dal senato di usare ogni

sorta d’onore e di rispetto a Marcantonio Colonna ed a Giannandrea

Doria, e di ceder loro il primo luogo per la grandezza dei principi

che rappresentavano. Perciò, prima che quelli approdassero, cavò

tutta l’armata sua dal porto della Suda, a fin di incontrarli con ogni

maggior dimostrazione d’onore. Mise avanti per tale effetto il capitan

del golfo con una squadretta, e appresso tutte le altre galere di qua

e di là divise in due stuoli, quasi due braccia aperte a ricevere in

mezzo gli amici. Ed essendosi questa manovra perfettamente eseguita,

si trovò il Colonna con lo stendardo del Papa e la sua capitana nel

centro: a diritta la capitana di Spagna, ed a sinistra quelle di

Venezia. Tra le quali scambiati i saluti, come si costuma in mare, con

molte salve di moschetti e di cannoni, ristretti insieme entrarono nel

porto.

Marcantonio Colonna alla battaglia di Lepanto · 第 7 / 99 题