Infatti, per prendere un esempio, chiunque paragoni l'armonia della

_Monferrina_ dell'_Amica_; armonia nella sua chiarezza adamantina non

inferiore al nitidissimo confluire di attrazioni tonali attraverso

spontanee rettilinee divergenze di accordi diatonici e di non meno

spontanee leggiadrissime curve di cromatismi sottili e squisitamente

condotti — proprietà eccellente dello stile armonico mozartiano;

all'armonia tronfia pesante e confusa dell'intermezzo sinfonico che

divide il primo atto dal secondo nella stessa opera, vedrà a sufficienza

quanto sia aliena la _vera_ natura musicale del Mascagni dall'obliquo

cromatismo moderno. A parte l'esagerazione wagneriana del commento

sproporzionato all'azione; armonicamente tale intermezzo, con le sue

goffe e banali successioni di terze maggiori e quinte aumentate, e

l'ansante incalzare di faticose polifonie, che invano tentano placarsi

in qualche episodio di enfatico misticismo armonico, non sembra neppur

scritto dall'autore dell'intermezzo della _Cavalleria_ del _Fritz_ del

_Ratcliff_ e delle danze nelle _Maschere_ e della massima parte

dell'_Iris_, l'opera che anche sotto questo aspetto resta al disopra di

tutto ciò che finora ha scritto Mascagni. Infatti ciò che armonicamente

era in germe nella _Cavalleria_ e nell'_Amico Fritz_[17] di

originalmente continuante alcune delle più schiette tradizioni della

semplicità e chiarezza armonica italiana, nell'_Iris_ prende una forma

definitiva e, a suo modo, possente. Certo l'armonizzazione totale

dell'_Iris_ è inquinata dal wagnerismo degli episodi dei fiori,

dell'aurora, del sole nell'_inno al sole_ e quindi di gran parte

dell'ultim'atto, sebbene il wagnerismo dell'_Iris_ sia infinitamente più

simpatico di quello dell'_Amica_, penetrando in esso quasi il calore

della fantasia alacre che riscalda giocondamente tutto lo spartito. Ma

l'armonia dell'episodio delle lavandare, del teatrino, di quasi tutto il

second'atto in cui rifulge la squisitezza armonica dell'_aria della

piovra_ e, nell'ultim'atto, del brano dei cenciaioli, è preziosa quanto

la italianamente elegante armonia dell'_Otello_ verdiano, alla quale si

ricollegano le correnti non wagneriane derivate da Beethoven, che anche

armonicamente è, come dissi già, più mediterraneo che nordico e in

particolare, la corrente schumanniana, lo Schumann essendo certo uno

degli armonizzatori più sapienti e eleganti che abbia mai avuto la

musica.

[17] L'_Amico Fritz_ si collega anche — ed è ciò altra conferma

alla sua essenza armonica — alla musica popolare slava.

Ma per un altro aspetto l'armonia dell'_Iris_ è importante. Ho già detto

che nel Mascagni — e dovrei dire: nella parte vitale dell'opera

mascagnana — trionfa un latino equilibrio tra il diatonismo e il

cromatismo. Se non che se il cromatismo per sua natura è, per così dire,

immutabile, non potendo mai modificarsi la scala cromatica, essendo

ormai quasi direi impietrita nella tastiera degli strumenti, il

diatonismo può continuamente cangiare, potendosi a piacere — certo non

ad arbitrio — mutare nella serie cromatica dei semitoni la posizione dei

toni formanti una scala diatonica. Così se le vecchie scale diatoniche

erano: _do_, _re_, _mi_, _fa_, _sol_, _la_, _si_, e _do_, _re_, _mi b_,

_fa_, _sol_, _la b_, _si_, è naturale che, le scale diatoniche oggi in

cui l'orecchio è stato reso più sottile ed acuto dal cromatismo, si

moltiplichino in un modo prima insospettato. In altre parole dal caotico

oceano del cromatismo frenetico della musica modernissima, sta per

emergere un nuovo diatonismo, non limitato a due scale solamente, come

avvenne da Bach a Wagner, ma aperto a innumerevoli novissime

combinazioni. Il senso tonale trasformato se non perfezionato dovrà

condurre di nuovo la musica a un _ordine_, complesso sì, ma limpido e

ben equilibrato, contro al quale sembrano adoprarsi pazzescamente le

oziose ricerche armoniche di tanta musica modernissima. Se la vecchia

determinazione «melodia» può ancora avere un significato, non

contrapposto insulsamente ad _armonia_, ma da questa rampollante, è

precisamente in relazione col nuovo diatonismo, come del resto anche

prima era in relazione con l'antico diatonismo; e cioè melodia vorrà

dire linea sonora passante per i toni (meglio i gradi) dei nuovi modi

diatonici emergenti dal disfacimento del cromatismo post-wagneriano.

Ora nel Mascagni il diatonismo della _Cavalleria_, del _Fritz_ e del

_Ratcliff_ appartiene al vecchio tipo bachiano-wagneriano, mentre il

diatonismo dell'_Iris_, nella massima parte almeno, appartiene al

novissimo o se non altro lo presente, lo preannunzia (3º atto

dell'_Iris_; canzone del cenciaiuolo e qua e là per tutta l'opera).

Certo in Mascagni neppur di questo bisogno è coscienza esplicita, ma, al

solito, quasi direi un sospetto, un desiderio confuso. Ma questo fatto è

veramente — a chi lo sappia scoprire e interpretare — una delle maggiori

riprove dell'italianità sebbene bastarda, del Mascagni. Che sempre è

stato questo vecchio nostro genio latino che ha precorso tutti, se non

nella risoluzione piena, almeno nell'ingenua impostatura dei più

difficili problemi estetici (e non estetici!). Non ostante la mancanza

perpetua di libertà, che come una triste ombra ancora del passato si

proietta sul popolo italiano, è sempre questo da cui partono i baleni

delle nuove aurore nell'ansietà delle tenebre invadenti. Il nuovo

diatonismo,[18] l'ordine nel caos cromatico, la salda base

dell'intuizione musicale, il rinnovamento del senso tonale, è forse uno

dei problemi dalla cui risoluzione maggiormente dipendono le sorti della

musica europea. Chè, in verità, troppo sterili ed oziosi sono i

tentativi degli _impressionisti_ musicali francesi, i quali oltre al

partirsi da un errore estetico; oltre al non superare affatto il

wagnerismo delle cui formule descrittive l'impressionismo è l'estrema

emanazione; oltre al trasformare in musica il contenuto morale della

poesia e della pittura dei così detti decadenti, e quindi al non

rinnovare affatto il contenuto storico della loro arte, secondo quella

perpetua legge per cui i musicisti si contentano sempre dei resti del

banchetto già consumato dai despoti della cultura europea — qui in

Italia abbiamo il d'Annunzio, che comincia tardivamente a riempire di sè

anche la musica —; non raggiungono miglior risultato e più concreto del

dare per intuizione artistica ciò che non è che inconcludente trastullo

di combinazioni armoniche, a cui venga imposto arbitrariamente un

significato descrittivo. Onde non è senza un certo orgoglio sereno che

io proclamo apparire in Mascagni i segni d'una rinascita, il

presentimento d'una nuova melodicità latina e, cioè, di un nuovo

diatonismo. Se non che questo pregio, che una volta di più si può e si

deve concedere agli Italiani, e cioè quello di _precorrere_ per certa

nazionale spontaneità del nostro genio, deve appunto procurarci un

orgoglio _sereno_, non fanatico e cieco: infatti io ripeterò le parole

del Foscolo: «o Italiani! qual popolo più di noi può lodarsi dei

benefizi della natura? ma chi più di noi (nè dissimulerò ciò che

sembrami vero, quando l'occasione mi comanda di palesarlo) chi più di

noi trascura e profonde quei benefizi? A che vi querelate se i germi

dell'italiano sapere sono coltivati dagli stranieri che ve li

usurpano?». E, a terminare, citerò le parole d'un altro grande italiano,

Bertrando Spaventa, le quali, per essere scritte sulle condizioni

d'un'attività che gl'italiani ebbero in comune con i tedeschi — la

filosofia —; le sorti della filosofia italiana e della tedesca essendo

intrecciate in modo analogo alle sorti della musica italiana e della

tedesca; possono esser citate tanto per la filosofia che per la musica.

«Che se noi, egli scrive, vogliamo ancora e possiamo avere un

privilegio, questo è quello di precorrere ed effettuare un più largo

indirizzo... Ma ciò a un patto; e questo è di non rigettare tutto quel

che si è fatto da un gran pezzo fuori d'Italia o meglio che in Italia,

ma studiarlo, comprenderlo, appropriarcelo; e solo così, entrati in più

largo orizzonte, conosciuto meglio noi medesimi e ritemprata la nostra

vita nella perpetua corrente della vita universale, fare un gran passo

innanzi non nel vuoto, ma con la piena coscienza delle nostre forze, del

nostro compito, del compito comune». Parole che fanno fremere come una

sinfonia di Beethoven.

[18] In questo modo, e cioè col vecchio diatonismo, il ritorno al

quale è il più antipatico anacronismo linguistico di cui si sia

servita la retorica umana per rattristare i veri artisti, si

spiega la ribellione alla melodia da parte delle scuole musicali

più avanzate d'oggidì. In un certo senso, sotto il punto di vista

armonico, ogni melodia dev'essere la scoperta d'una nuova

combinazione tonale, al modo stesso che ogni nuova intuizione

poetica sarà di necessità la creazione d'una formula grammaticale

nuova e impreveduta. Niente è più inutile d'un motivo di

Meyerbeer, niente più inutile del sonetto d'un prete di provincia

imitatore dei classici; sebbene in Meyerbeer ci sia una scaltrezza

d'arrivista che nel prete provinciale difetta, il paragone è

calzantissimo. Certo la nausea della melodia _che concede comoda

al vulgo i flosci fianchi_ può degenerare in libidine impotente di

novità; ma se i limiti della melodicità ondeggiano tra le melodie

d'un Petrella e _La Mer_ di Claudio Debussy, ossia tra

l'affermazione vuota e la negazione vuota, non ha da inferirne che

non sia possibile anche criticamente dire quali dovranno essere le

forme concrete e sincere della melodia.

CONCLUSIONE.

Chi m'ha potuto seguire fin qui — e dico così, giacchè spiriti altissimi

a comprendere il valore della mia discussione dal punto di vista teorico

si trovano per certo ora tra i così detti critici letterari, ma, almeno

qui in Italia detti spiriti sono, ohimè, quasi sempre sprovvisti di sia

pur rudimentale educazione del gusto musicale; e, per converso, gli

spiriti educati alla musica non sono, ohimè, capaci di comprendere una

seria argomentazione critica; chi, dunque, ha potuto seguirmi fin qui,

avrà notato come la mia affermazione dell'arte mascagnana è per così

dire tutta intessuta di negazioni. E realmente, ripeto per riepilogare i

punti principali del mio studio, il Mascagni rispetto ai grandi

musicisti del passato appare un ben piccolo compositore d'opere

popolaresche. Ma sta appunto in questa sua ingenuità di popolo la

ragione _estetica_ per cui io lo difendo e lo _oso_ contrapporre a

musicisti di contenuto più dignitoso — in apparenza — del suo. Io so già

lo scandalo che sto per suscitare con l'audacia della mia tesi a doppio

taglio; all'estero essa parrà un sacrilegio; in Italia una bestemmia, se

non addirittura un'offesa al popolo italiano, dimostrando piccolo non

solo il contenuto dell'opera mascagnana, ma ancora il contenuto

dell'opera tutta ottocentesca italiana. Insomma il mio povero libro non

piacerà nè a Dio, nè al diavolo. E s'aggiunga, ribatto ancora,

l'impossibilità che la maggior parte dei miei lettori ha di comprendermi

interamente, i colti non essendo severamente musicisti, i musicisti non

essendo severamente colti.

Che devo farci? Scrivere un altro libro sopra Debussy e Strauss, con il

qual libro certo completerei ed esaurirei la _mia_ critica sopra la

musica contemporanea? Ciò potrò anche farlo. Per ora basti a quei

pochissimi che m'abbiano letto con «eros», il vedere in iscorcio quello

che potrebbe essere l'ossatura del libro futuro, di cui, in fondo,

questo sul Mascagni non sarebbe che un libro complementare.

L'arte modernissima a cominciare dal Wagner per finire al d'Annunzio ha

in sè un elemento estra estetico, che io chiamerei una specie di stimolo

alla vita, o una specie di nepente per dimenticarla. Tale arte è

generalmente fatta _da_ e _per_ uomini deboli, stanchi,

irrimediabilmente sciupati. I loro spiriti invece di volere dall'artista

una visione e una contemplazione, esigono quasi un'eccitazione,

un'ubbriacatura, sia pure d'indole assolutamente cerebrale.

Gli artisti che soddisfano questa innumerevole famiglia di debilitati —

si pensi ai pubblici decadenti dei massimi teatri europei — si possono

così dividere in due grandi categorie: spiriti idillici — un pò nel

senso desanctissiano[19] — che vanno cercando una gocciolina di

freschezza e d'ingenuità analoga alla pastoralità del secento, e

colorando tale nostalgica freschezza della loro melanconia spesso

ironica, ad es: tra gli italiani, Guido Gozzano, tra gli stranieri,

Claude Debussy. Oppure, spiriti dionisiaci — un pò nel senso

nietzschiano — che cercano nascondere la rovina su cui danzano al ritmo

della loro povera follia con un rabbioso furore di baccanale. Esemplare

di questa seconda categoria può prendersi la parte falsa dell'opera

d'annunziana e tutta l'opera dello Strauss. Ecco perchè al sereno

spettatore moderno dei fenomeni estetici europei balenano spesso i più

meravigliosi errori contradittori di giudizio che si possano sognare.

C'è chi vede in Debussy un prodigioso rifiorimento d'ingenuità e di

semplicità intima, e non s'accorge, malato del male comune, quanto suoni

falsa e spasmodica tale presunta freschezza e semplicità. Altri invece

scorgerà in Debussy un sorriso ambiguo di femmina logorata dal vizio, e

pronuncia a suo modo un giudizio giustissimo. Di Riccardo Strauss c'è

chi giura trattarsi di una vitalità superba, multiforme, superiore anche

alla irruente vitalità wagneriana — anche questo giudizio è parzialmente

vero. Ma ci sarà altri che invece troverà nello Strauss un ammasso vuoto

e _frigido_ sebbene assordante di polifonie e confuse di armonie

pazzesche.

[19] V. lo studio sul Leopardi e sul Petrarca.

La ragione di questa parallela duplicità di giudizii sta nel fatto che

ho sopradetto. L'arte di costoro è più un eccitante o un calmante che

una vera contemplazione o sintesi estetica delle proprie emozioni, anzi,

come tutti gli stimolanti è composta per lo più ad _artificio_, è

l'innaturalezza di ciò che serve a continuare e a intensificare uno

stato patologico.

Non rechi quindi troppo stupore a quei pochi che saranno in grado di

capirmi senza bigottismi e senza dispregi fuor di luogo, se io oso

parlare di un Pietro Mascagni e più, di studiarlo con amore, rilevandone

in mezzo alle difettosità, alle sciatterie e alle contaminazioni

estranee, i brani di buona e bella naturalezza e vera ingenuità. Se

nelle opere dei reputati maggiori c'è oggi meno che la vita, nel nostro

buon Mascagni, c'è veramente della vita quell'inimitabile baleno, quel

divino risopianto che ci trasporta nelle opere di un Mozart e di un

Beethoven. È una vita rudimentale, popolaresca come dirsi, una vita che

ci auguriamo sia presto superata ed obliata per ben altri canti

altrettanto schietti e sinceri ma profondi e pesanti di vera altissima

conoscenza umana. Ma mi sia permesso affermare, ad onta dell'apparenza

paradossale di ciò che affermo, che, presentemente, chi sia _davvero_

puro, e non _per moda_ nauseato dalle malaticcie raffinatezze di Debussy

e dagli spasimi sadistici di Riccardo Strauss; se non si rassegni

tristemente a chiudersi nel passato, ma voglia godere d'un poco di vita

sempre viva, sia pure inferiormente italiana; non abbia altro scampo che

dissetarsi alla vena zampillante d'una bella melodia di Pietro Mascagni.

OPERE DI P. MASCAGNI.

NOTA BIOGRAFICA. — Pietro Mascagni, n. a Livorno il 7 Dicembre 1863.

CAVALLERIA RUSTICANA melodramma in un atto di G. Targioni-Tozzetti e G.

Menasci (_ediz. Sonzogno_).

Roma. Teatro Costanzi. 17 Maggio 1890.

L'AMICO FRITZ commedia lirica in tre atti di P. Suardon (_ediz.

Sonzogno_).

Roma. Teatro Costanzi. 31 ottobre 1891.

I RANTZAU opera in quattro atti di G. Targioni-Tozzetti e G. Menasci

(_ediz. Sonzogno_).

Firenze. Teatro della Pergola. 11 novembre 1892.

GUGLIELMO RATCLIFF tragedia in quattro atti di Enrico Heine, traduzione

di A. Maffei (_ediz. Sonzogno_).

Milano. Teatro alla Scala. 16 febbraio 1895.

SILVANO dramma marinaresco in un atto di G. Targioni-Tozzetti. (_ediz.

Sonzogno_).

Milano. Teatro alla Scala. 25 Marzo 1895.

ZANETTO (_Le Passant_ di F. Coppée) riduzione di G. Targioni-Tozzetti e

G. Menasci (1 atto) (_ediz. Sonzogno_).

Pesaro. Liceo Rossini. 2 Marzo 1896.

A GIACOMO LEOPARDI poema musicale per orchestra e voce di soprano,

composto in occasione delle feste per il primo centenario dalla nascita

del Poeta. Eseguito la prima volta in Recanati il 29 Giugno 1908 nel

teatro Persiani dall'Orchestra del Liceo Musicale Rossini di Pesaro

(_ediz. Ricordi_).

IRIS libretto di Luigi Illica (3 atti) (_ediz. Ricordi_).

Roma. Teatro Costanzi. 7 Ottobre 1898.

LE MASCHERE commedia lirica e giocosa in un prologo e tre atti, soggetto

di Luigi Illica (_ediz. Sonzogno_).

Roma. Teatro Costanzi — Milano. Teatro alla Scala — Torino.

Teatro Regio — Genova. Teatro Carlo Felice — Venezia. Teatro

la Fenice — Verona. Teatro Comunale.

17 Gennaio 1901.

AMICA dramma lirico in due atti di Paolo Bérel (versione ritmica di

Giovanni Targioni-Tozzetti) (_ediz. Chaudens_).

Montecarlo. 17 Marzo 1905.

Roma. Teatro Costanzi. 13 Maggio 1905.

INDICE.

L'OPERA IN ITALIA.

L'OPERA IN ITALIA — SUO CARATTERE POPOLARESCO pag. 3

RETORICA NELL'OPERA ITALIANA » 7

CIÒ CHE SIMBOLEGGIA PIETRO MASCAGNI

NELL'OPERA MODERNA ITALIANA » 12

MASCAGNI NELLA MUSICA EUROPEA » 16

L'OPERA DI MASCAGNI.

CAVALLERIA RUSTICANA » 27

L'AMICO FRITZ E I RANTZAU » 58

IL RATCLIFF » 64

SILVANO, ZANETTO E POEMA LEOPARDIANO » 76

L'IRIS » 83

LE MASCHERE E L'AMICA » 99

RIPROVE E CONCLUSIONI.

L'ORCHESTRATORE » 113

L'ARMONIZZATORE » 127

CONCLUSIONE » 137

OPERE DI P. MASCAGNI. » 145

_Dello stesso autore:_

POEMI E MUSICHE

I. libro: POEMI.

II. libro: 1.ª parte — DUE SONATE PER PIANOFORTE. (Firenze, presso G.

Venturini).

2.ª parte — DUE SONATE PER PIANOFORTE (_in preparazione_).

* * * * *

Qual è il significato vero dell'opera di questo o quel poeta e

artista italiano, nostro contemporaneo? Qual è il pensiero

originale di questo o quel filosofo? E l'idea dominante di questo

o quello storico? E l'indirizzo politico, in cui ha lavorato

questo o quell'uomo di governo, agitatore, pubblicista? Che cosa

sono stati tutti codesti uomini nella nostra anima e vita

nazionale, quali voci hanno portato, quali trasformazioni di

attività hanno prodotto?

A tali domande, e ad altre più modeste: — Quando e dove

precisamente sono nati? Tra quali circostanze si sono formati?

Quale è la serie cronologica dei loro scritti e del loro atti? —

risponderà la nostra collezione dei _Contemporanei d'Italia_; a

somiglianza delle altre straniere, francesi e tedesche, ma, a

differenza di quelle, con intenti più severi di scelta e di

metodo. Essa escluderà personaggi, che hanno notorietà ma valgono

poco; e includerà, invece, anche uomini dimenticati o trascurati,

che hanno avuto un proprio pensiero e spiegato un'effettiva

azione: lascerà da parte gli aneddoti, e mirerà all'essenziale.

Gli studi, che pubblicheremo, non saranno apologie, ma neppure

libelli: saranno storia. Non nasconderanno i difetti e gli errori

degli uomini, presi a studiare; ma intendono guardare, sopratutto,

all'opera positiva, da ciascuno di essi compiuta.

Ogni volumetto sarà preceduto da un ritratto, talvolta anche da un

autografo, e sempre seguito da una bibliografia (completa degli

scritti, e sommaria della letteratura critica intorno a essi),

quando si tratti di scrittori; da un catalogo di opere o da una

cronologia, se si tratti di artisti o di uomini d'azione.

=I. Giuseppe Prezzolini. BENEDETTO CROCE.=

Svolgimento spirituale. Il sistema. Il critico. L'uomo e

l'educatore. Il poeta della filosofia. Bibliografia.

Un volume in 16. di pp. VIII-120 con ritratto e autografo. L. 1,50

=II. G. A. Borgese. GABRIELE D'ANNUNZIO.=

Che cosa è il dannunzianesimo? Lo spirito e l'arte dannunziana nel

loro svolgimento. Bello e brutto nell'arte del D'Annunzio. Che

cosa è il dannunzianesimo. Nota. Bibliografia.

Un volume in 16. di pp. VIII-204 con ritratto e autografo. L. 2,50

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

End of Project Gutenberg's Pietro Mascagni, by Giannotto Bastianelli

Pietro Mascagni, con nota delle opere e ritratto · 第 7 / 7 段